domenica 8 ottobre 2017

Immagini dalla Fondazione Fotografia di Modena (per Master of Photography 2017)









Tra i temi più interessanti proposti dalla Fondazione Fotografia di Modena per la selezione dei giovani artisti di Master Photography emergono il viaggio visto nei suoi limiti più remoti di un paesino dimenticato della Sicilia, di un villaggio del Medio-Oriente o nelle regioni impervie dell'Ucraina, poi in visioni assolutamente soggettive che sfiorano il sogno, il paradosso surrealista o l'irrealtà ricreate dall’immaginario dei singoli artisti. Segue il riflesso della società contemporanea attraverso la corsa caotica e disordinata della metropoli nell’ora di punta, infine la casa vista come luogo fisico dell’abitare e insieme nucleo primo di relazioni complesse, conflittuali, certamente mai neutrali che si riflette nel nodo problematico della società : cellula destrutturata e ricomposta nelle più svariate forme oggi. 



Nell’ uso incondizionato e pieno del colore questi giovani artisti proseguono sulla scia dei grandi nomi della fotografia contemporanea come Martin Parr o Steve McCurry qualche volta gettando uno sguardo ironico, critico, senza dubbio irriverente o umoristico e su alcuni aspetti della cultura pop, consumista o della realtà a loro contemporanea. Altrove creano visioni oniriche e mondi paralleli attraverso l’immagine, mitologie di luoghi originali o di popoli distanti nel tempo e nello spazio come  gli eschimesi della Lapponia o alcuni scorci dell’Ucraina. Sempre, in ogni caso, a prescindere dal soggetto e dallo  stile lo sguardo fotografico supera la soglia di riconoscibilità dove l’immagine scivola non-vista, fluida tra le pagine dei quotidiani per provocare,  al contrario un punto di intensità o di contrasto nella visione, per mettere in rilievo un paradosso di quella realtà.  


Il viaggio

Si viaggia ma si resta fermi, perduti nell’immobilità di un paesino del profondo sud Italia a Ragusa oppure dentro un dedalo labirinto di strade e palazzi dalle alte mura di cretese memoria dove gli individui restano intrappolati, reclusi o perduti entro stretti sentieri in pietra e cunicoli di percorsi che li riportano sui loro passi deviando costantemente dal tracciato senza trovare via d’uscita. Si viaggia con la mente e il cuore costruendo scenari del sogno, visioni di non-luoghi risuonanti di antica bellezza la cui essenza richiuderebbe in sé l’idea pura del viaggio ma si resta fermi, serrati entro i limiti insondabili di strade lastricate, e mura in pietra a vista di millenaria provenienza . Un uomo cammina volgendo a noi le spalle attraverso uno di quei sentieri sassosi mentre la cittadina dall’alto resta arroccata sulla pietra,  dormiente nella sua folgorante apparizione, scintillante di luci riflesse come tutte le città del sud. Una cattedrale chiusa da  una cancellata, un  vecchio seduto a un caffè, alle sue spalle una piazza. Barocca e austera la cattedrale si erge in una immensa solitudine come il vecchio aspettando la discesa della notte mentre scruta il paese svuotato, i gomiti appoggiati alla tela verde cerata.

Rush Hour, (città, metropoli e frenesia)

Sono in fila lungo il marciapiede aspettando una metropolitana.
Spazi vuoti o sovraffollati di metropoli moderne, spazi grigi di cemento o vetro riflesso, anonimi, senza volto nella massa disuguale e invisibile dei volti e presenze che affollano la striscia di cemento sottile in procinto dei binari. Figure o masse in movimento sono riprese dall’effetto sfuocato dell’obbiettivo, silhouette di uomini rapidamente attraversano la strada, biciclette in corsa sull’asfalto bagnato e luccicante sotto l’effetto delle luci riflesse, la città sullo sfondo, oppure una figura precipitandosi attraverso la scalinata di una metropolitana. Un abbraccio rapido nella notte contro i fari abbaglianti delle auto, altrove rincorrendo l’ora, gettando ansiosamente lo sguardo sull’orologio della stazione, pressando la folla, correndo attraverso scale mobili, saltando dentro le porte aperte d’una metropolitana.
La metropoli è linea grigia e metallizzata di una sopraelevata, astrazione artificiale di periferiche o strade ferrate viste dall’alto e  ricondotte a linee elettriche e vibranti nella notte oppure a tracciati luminosi e ellittici, in navigazione libera sullo skyline virtuale e informatizzato dello spazio urbano. Visioni notturne perturbanti si alternano a quelle puramente astratte d’una città  che diviene creatura della notte dai risvolti illeciti o rimossi nella piena coscienza borghese; d’indaco e idrogeno si riveste nel contrasto violento delle luci artificiali, aggredenti contro l’oscurità; nel calore freddo a neon l'insegna lampeggiante di in sex shop invitando a paradisi perduti. 


Home 





















La casa in questa serie è immagine di individualità e conflitto, opposizione di volti, non-comunicazione. Visivamente è la rottura dell’unità compositiva che riflette una cellula famigliare infinitamente spezzata e ricomposta, divisa e allargata in ogni caso composita, mai neutrale oggi.
 La casa è anche la solitudine dei volti, gli sguardi ipnotici di adolescenti fissati su uno schermo o i primi piani di occhi che vi guardano senza vedersi veramente nel rapporto tra genitori e figli. In un altro punto di vista l’idea di casa appare  attraverso gli alloggi precari degli immigranti  verso l’Europa: spazi provvisori o riadattati dei centri sociali per accoglierli, i luoghi occupati o abusivamente squattati dagli illegali.
Casa è una riunione di migrati in un appartamento clandestino di notte tra birra, alcool e fumo di sigarette alla musica intonata da una chitarra; casa è una cena solitaria su un tavolino di fiori finti, nel centrotavola plastificato di un tavolo rilucente e la stanchezza di occhi che si chiudono dentro una testa sovraccarica di pensieri. Casa è la cena di una coppia su un sofà di fronte a un mega schermo rilucente di televisore, è il riunirsi intorno al fuoco in una tenda eschimese in Lapponia.
E’ ancora lo sbattere la testa contro un vetro gocciolante di pioggia o vista dall’interno di un lavaggio industriale; è un abbraccio di corpi, una porta che si apre su una baita in montagna e tre bambini ridenti affacciandosi da quell’ antro del sogno. E’ una capriola su un sofà e un neonato a carponi; o ancora un bambino incuriosito che getta lo sguardo dentro una latta rilucente insieme a un vecchio in un garage polveroso dell’est Europa; là, in quello scantinato scintillante di pezzi d’acciaio e ferri vecchi ovunque intorno.


Nella sezione “popoli dal mondo”  è ancora una famiglia riunita di fronte alla soglia d’una casa medio-orientale, di cui sono visibili in primo piano solo la tenda che ne cela l’interno, il pezzo di muro sbiancato dal sole in esterno e il rosso carminio della terra che la re-incornicia; l’uomo è al centro, le donne dal capo coperto sollevano il loro sguardo all'obbiettivo in una sorta di quadro famigliare radicato nella tradizione islamica e nel modello patriarcale ma aperto verso l’avvenire come lo sguardo di questi bambini proiettato fuori, oltre l'orizzonte frontalmente a noi.


Alphabet
 


Osserva l’alfabeto, l’immensa immensa pagina di scrittura universale incisa sulle pareti del mondo, qui mentre compare su questo  muro esterno d’edificio in terra rossiccia e geroglifici arabi. Lei, bambina minuscola con lo zaino in spalle, in assenza di altri segni del reale s’arresta sul sentiero polveroso che la porta verso la scuola coranica; osserva l’immensità smisurata della parola, dettata o rivelata dai profeti nel libro sacro, ripetuta, imposta e salmodiata  dai versetti del Corano lì trascritti su quel muro del villaggio. Non banchi ne libri, nessuna lavagna per imparare a leggere e scrivere, comincia a decriptare l’alfabeto del mondo, il linguaggio universale e segreto delle cose; interroga semplicemente la simmetria precisa dei caratteri, la cornice a inchiostro che creano ripetendosi sull’ immenso foglio-muro della composizione-mondo.





Sugli Urali tra gli altopiani desolanti e brulli dell’Ucraina, una musica di tamburi  al tramonto. Un gruppo di musicisti eleva il proprio canto di bellezza e ispirazione al cielo sollevando gli strumenti e le braccia  verso l’alto contro la luce refrattaria e argentea della sera. Inviano questo canto all’infinito, a una presenza universale e divina sopra di loro mentre la luce declina sfuggente al tramonto e le distese brulle in pietra si snodano contro le asperità degli altopiani circostanti.  Ancora in Ucraina, una donna si affaccia, tondeggiante al centro della sua casa mentre in quiete cucina con le poche cose a disposizione sulla stufa a legna sorridente nel vetro di una finestra riflessa.



Fotografie per Master of Photography ( viste a Festival Filosofia 2017) di: Comewell Puplampu, Martina Biccheri, Max Brucker, Molly Keane, Niko Giovanni Coniglio, Olympe Tits, Sohail Karmani, Sonja Thoms, Souvid Datta, Viktoria Sorochinski, Wojciech Grzedzinski e la stessa Gillian Allard



sabato 26 agosto 2017

“Anime. Di luogo in Luogo” da Christian Boltanski ( al Mambo di Bologna)







E’ un percorso sensoriale, un’esperienza fisica che implica l’attraversamento, l’immersione del corpo percettivo e partecipe dello spettatore nello spazio di “Anime, di luogo in luogo ” per ricevere, o meglio sentire, essere parte dell'evento prima che comprenderlo o analizzarlo intellettualmente. una serie di installazioni  realizzate dall’artista francese Christian Boltanski  in occasione dell’omaggio resogli dalla città di Bologna  ripropongono le sue opere più significative e due inediti raccolti nella mostra antologica al Mambo, museo d'arte moderna. 

 
Entri nell’oscurità di specchi deformanti che rifrangono gli uni sugli altri dal fondo delle pareti nere di una stanza; in sottofondo un battito amplificato pulsa intermittenze ritmiche da una moltitudine di cuori archiviati e raccolti dai suoi precedenti lavori alla luce di una lampadina.
Entri dentro questa atmosfera rarefatta, velata e illusoria, lieve ed effimera ai sensi. Attraversi un portale come fosse una soglia del “tempo” che ti conduce fuori dall’esperienza della realtà all’altra parte dell’esistenza sensibile. Sul tessuto leggero e evanescente di una tenda vedi affiorare grandi occhi scuri, ritratti ricompongono e fanno scorrere da un fotogramma all’altro immagini in movimento di un volto, quello dell’artista dall’infanzia all’età adulta nelle sue molteplici, fluttuanti sfaccettature. Entri e continui ad attraversare pareti di seta che si susseguono ad altre trasparenti e velate; ricompongono sguardi, occhi di volti persi nell’oscurità proveniente da vite precedenti, anime che si affacciano e ci guardano dialogando attraverso le tende. Compaiono, si illuminano per un istante, troppo breve, poi ripiombano nell’oscurità. Sono salvate come anime, riportate per un attimo all’esistenza sensibile, non a quella terrena dei corpi ma, incorporee, in questi tessuti materializzano come immagini fotografiche di volti solo a metà focalizzati.  Luce e oscurità: è così che i volti si rivelano nelle tenebre attraverso occhi grandi aperti, magnificenti e resi visibili sui tessuti. Traspaiono là per un attimo sulle tende, gli occhi primo specchio dell’anima, per questo tanti gli specchi convocati all’inizio del percorso. Battiti cardiaci, regolari e ad intermittenza sul sottofondo.  Attraversi sensorialmente, di luogo in luogo le varie isole o punti di sospensione di un percorso libero, vago quanto sotteso a due indicazioni essenziali; “Départ” e “Arrivée”.

La Luce o la sua assenza, le intermittenze sonore, le apparizioni di immagini e l’altrettanto rapido ritorno alla semi-oscurità sono parte integrante della mostra insieme ai temi ricorrenti, alle eterne questioni o ossessioni che da sempre accompagnano Boltanski: la coesistenza di vita e morte nell’esistenza sensibile come nell’esperienza percettiva che egli mette in scena; la necessità della memoria contro la corsa ineluttabile del tempo e la distruzione del medesimo, infine il bisogno di testimonianza ricreando tracce, reali e fittizie per raccontare, restituire una versione possibile della storia, infine rielaborare una memoria intima e collettiva in parte rimossa .  

“Ombre” nella prima stazione sono quelle oscure che si affacciano dal sotto-mondo, piccole e basse frequenze materializzano in scheletrini appesi alla figura evocata nella proiezione in nero espansa sulla parete. Una maschera digrignante e  fantasmi appaiono sospesi da fili al profilo delineato al centro come piccole marionette dal regno delle ombre. Attraversi le tende, incroci le auree evanescenti dei ritratti che ricompaiono vagando di luogo in luogo tra le installazioni retrospettive di Boltanski fino al centro della galleria dove ti imbatti in una sorta di montagna incantata; una struttura piramidale si eleva verso l’alto ricoperta e metallizzata in oro attraverso quelle coperte isotermiche utilizzate oggi per prestare un primo soccorso ai profughi migranti in Europa. Delle tante morti anonime in mare tra i molti dispersi in tragiche condizioni sono i fantasmi senza nome, le prime anime alla deriva volutamente evocate da Boltanski qui per rendere loro un ultimo omaggio. Un’aspirazione all’assoluto sembra imporsi con la luce dell’oro nell’eterno ritorno dell’anima alla divina perfezione senza dubbio nella sua proiezione luminosa, espansa ed elevata verso l’alto in ascesi come questa montagna incanta. Al centro della galleria essa sola è illuminata dal raggio chiarificatore di una grande lampada accesa.

 

“Autel Detective” “primo altare” di fotografie e memoria assembla immagini in bianco e nero su un fondale oscuro e lampadine blu alogene a illuminarle in primissimo piano . Un’isola del passato riaffiora in un approdo istantaneo della memoria, in un salvataggio “in extremis” attraverso i volti ridenti di giovani da un tempo prima del conflitto mondiale. “Autel du Lycé Chases”, allo stesso modo è un arcipelago di volti adolescenti di giovani ebrei a Vienna prima dell’avvento del nazismo. Sorridenti in primissimo piano, in bianco e nero sfuocato,  i grandi ritratti si rivelano attraverso i loro tratti espansi e fluidi alla sola luce di lampadine puntate contro nell’oscurità circostante. Tale, un modo per dare dignità, mettere in luce e in rilievo quella verità unica e inconfutabile iscritta, incisa in ogni vita come singola traccia, lascito di una storia individuale e insieme riscatto di una memoria storica e collettiva ancora in parte da rielaborare. In “Monuments” i volti sono sempre più grandi in bianco e nero fluido ora totalmente presenti come auree di corpi svaporati, aloni luminosi e vaghi, involucri spirituali di anime rivelate in traccia fotografica nel profondo chiaro-scuro dalle lampadine, unica fonte di luce circostante.

 
Scatole di latta  simili a cassetti per la classificazione di dati sono impilati ad archivi ai piedi delle fotografie come altrove erano i ritratti svuotati delle figure, in primo piano sui sostegni commemorativi in ferro.  Questi cassetti, oggetti fittizi investiti di un forte potere evocativo  sembrano stranamente provenire dalle classificazioni illimitate di documenti celati nei passati regimi nazional-socialisti sovietici dove tutto era registrato, catalogato, archiviato, passato al setaccio e in gran parte censurato dal grande occhio di uno stato totalitario, da un partito unico centralizzato nei suoi massimi funzionari. In Boltanski tali oggetti simbolici, segni tangibili di una memoria traumatica filtrata dalla generazione post-olocausto appaiono riportati in vita ma traslati rispetto al loro uso originario divenendo archivi ricreati della memoria. Riesumati anche se vuoti come contenenti-contenitori fittizi, appaiono come “monuments” essi stessi di  un apparente bisogno di restituire o riscattare un passato anche attraverso la sua finzione per sfuggire all’inevitabile oblio insito nella cancellazione del tempo; verità universale e insieme messa in scena palese alla quale lo spettatore potrà aggiungere una propria percezione dell’avvenimento. Appaiono qui come mattoncini di latta, cassetti estratti da vecchie scaffalature arrugginite, urne cinerarie, infine i supporti per la fotografie. In fondo al percorso illuminati da una luce blu elettrica a neon, impersonale gettandosi  in linee taglienti sugli spigoli appuntiti si ergono a “muraglia cinese” fatta di scatole di latta dalle sfumature in ferro e ruggine con piccole foto di identità incollate sopra e lampadine puntate contro a rendere loro giustizia.  


Animitas”, (“Blanc”, video)
Epilogo in uno stato di inusuale e apparente quiete



 




Primavera sulla terra, il suolo vivente, l’humus, l’erba piantata a vivo sul lastricato della galleria. Il fieno tra i fili d’erba, l’odore della terra presente nello spazio, piccole zolle, foglie e fiori come di un campo verde in parte germogliato, in parte lasciato essiccare al sole, simile a fieno.
Sullo schermo, l’immagine in immobile movimento, bianco come neve ma nella fluttuazione di correnti aeree di primavera. Non sappiamo se il tintinnio insistente di campanelli al vento muovendosi su un unico piano sequenza, filmato dall’alba al tramonto nel deserto di Altacama in Cile sia solo un campo ricoperto di neve con cavi metallici risuonanti del loro interno- quasi in impercettibile eco - se si tratti un cielo stellato pervaso di punti ascendenti e luminosi visto a distanza dalla terra oppure di fili mossi dal vento germogliando, risalendo verso la superficie nel moto continuo della vita contro la pallida immobilità del paesaggio circostante. Resta la sensazione o meglio la suggestione poetica di qualcosa di effimero, lieve e appena percettibile ai nostri occhi , quasi inesistente eppure fuori dall’atmosfera dominante di morte-in-vita, di oblio e ritorno a una eterna assenza tangibile nel resto dell’installazione; ed è forse solo per quel contatto diretto, a piedi nudi quasi su un campo verde, di fieno e fili d’erba germogliati nell'abbraccio rigenerante della natura.





domenica 23 luglio 2017

A proposito di " Il lido del mosaico & ballo” di Alessandra Maltoni



















Lo scrittore- afferma la citazione in inizio libro “è un ragazzino che gioca in riva al mare e si diverte a trovare ogni tanto un sasso insolitamente liscio o una conchiglia più bella delle altre”. Il suo lavoro paziente è quello di raccogliere e tenere insieme, ciò che diventa scrittura, una collana ricucita di tante piccole perle semplici e rare come i singoli scorci di questo racconto sul litorale ravennate. E i capitoli de “Il lido del mosaico e ballo” si snodano come tante pietruzze raccolte, aggiunte l’una all’altra sul filo della documentazione storica e della memoria personale o di quella filtrata dalla passata generazione fino a ricostruire il quadro del Lido “Adriano”- nome evocato nel poema dantesco- con i luoghi balneari e turistici che ne hanno fatto il successo imprenditoriale . Traendo spunto da un certo filone della science- fiction moderna si viaggia nel tempo citando Einstein nel libro di Alessandra Maltoni e ci si sposta alla velocità della luce tra passato e presente attraverso una fittizia macchina del tempo perché: “la luce delle stelle che vediamo in cielo proviene dal passato”. Durante una riunione di famiglia e dopo un succulento banchetto natalizio nel cesenate la zia narratrice accompagnata dai nipoti su un soffice sofà bianco mosaicato viaggia alla ricerca di questa storia immaginata o ricostruita del piccolo lido ravennate e, insieme, metaforicamente verso un luogo della memoria riemersa a posteriori per frammenti e scorci dagli anni 60 all’oggi ; allo stesso modo dall’infanzia agli anni della giovinezza e ritorno al presente di Rosa.


Nel racconto, infatti, ogni luogo si struttura in una doppia forma, il volto documentario e il riflesso personale di chi lì ha impresso o lasciato la sua memoria. Tra i siti storici che vengono rivisitati sono il mitico bagno Arcobaleno e il suo imprenditore Cavallucci, i locali di Cà Pritona e Caà Vinona nel ricordo di un’affollatissima domenica pomeriggio e di un pranzo di comunione celebrato con cappelletti, formaggio molle e piadina. Se viale Virgilio e le vie del centro risuonano di nomi letterari illustri come di quello del fondatore, il nobile Chiericati, il Club Azzurra compare come scenario di tante cene e balli giovanili per l’ormai matura Rosa. Tornare indietro nel tempo per la narratrice significa sentire di nuovo risuonare la musica e il folklore nella balera all’aperto di Cà Pritona e vedere le coppie danzare strette in un valzer serrato la sera quando lei bambina osservava la scena dalla suo angolo privilegiato:


“ Vedo i nostri nonni danzare , l’agilità dei loro corpi, la freschezza del loro amore in una figura che mi ricorda un dipinto, il bacio di Klimt”. L’immagine del celeberrimo quadro del pittore austriaco fa da sfondo in controluce alla scena riemersa, l’abbraccio tenero e sensuale dei due amanti circondato e soffuso nell’oro dei mosaici ravennati poiché Klimt, attratto dalla loro bellezza, soggiornò nella cittadina lasciandosi ispirare dai suoi ori e riflessi brillanti.



Sulla linea di una certa letteratura contemporanea, George Perec sui temi di scrittura, oblio e memoria, ritorna nel racconto una riflessione sul senso del tempo e la ricostruzione del medesimo attraverso la fabulazione della scrittura: “ il tempo è trasformista, è come un camaleonte, cambia la pelle ai luoghi e alle persone” afferma la narratrice, se esso trasforma e cancella o meglio incide e volge in altro i volti e gli individui, allo stesso modo, “la macchina del tempo" qui vuole “rendere immortali i fondatori del piccolo Lido e rendere loro omaggio". Il altri termini la scrittura, o meglio, la ricostruzione fittizia e favolosa per frammenti della storia salva dalla distruzione del tempo e restituisce una versione possibile di quel passato in parte rivisitato con nostalgia e bellezza per poi tornare al volto realistico del presente.



Perché al di là dell’artificio letterario, dell’invenzione scientifica che fa viaggiare i personaggi nel tempo e riporta la storia al genere del fantasy o della science-fiction, al di là delle citazioni di formule appartenenti alla fisica della relatività di Einstein o al suo concetto di spazio-tempo, quello che emerge intensamente nel racconto della Maltoni è questa serie di quadri o meteoriti di memoria che come “madelaine” proustiane evocano ai luoghi e le immagini più belle dell’infanzia o della giovinezza dell’autrice . Così, nel corso di un aperitivo letterario invernale al Bar Jimmy a Lido d’Adriano una signora solitaria è accolta da una lunga tavolata di persone che degustano insieme un aperitivo mentre l’atmosfera diviene conviviale, i discorsi liberi e le emozioni scritte sui volti. L’autrice scrive a questo proposito: “sono le persone a rendere speciali e unici i luoghi ma bisogna avere occhi per vederli e cuori per amarli in silenzio” perché gli individui rendono immortali e importanti gli eventi e gli edifici iniziano solo allora a portarne un’anima.



Nel finale, attraverso un’ultima “madelaine” proustiana ricompaiono una serie di immagini a restituire il sentore del lido tra passato e presente : “ Sulla plage ricordo un gorilla sul tetto, nel viale Petrarca “briciole di piadina”, i pini di fronte gli stabilimenti balneari e bellissimi fiori di oleandri. Ritrovo l’oleandro, una pianta presente a Lido Adriano..è costituita da fiori bianchi e rosa, la rivedo di fronte al “free time”, fuori dal Club Azzurra alla rotonda".

E In questo “dilatare o restringere il tempo tra realtà e sogno” si girovaga piacevolmente sull’affascinante riviera romagnola attraverso il racconto di A. Maltoni e con i suoi mosaici, i sapori della sua cucina e l’impressione di aver “ascoltato una favola e visto in sogno il mare”.





martedì 27 giugno 2017

Immagini e parole da Joan Mirò ( partendo da "Sogno e colore" a Palazzo Albergati)








“Sogno e colore”  a Bologna espone le opere degli ultimi trent’anni dell’artista catalano Joan Mirò, protagonista incondizionato del surrealismo e del rinnovamento pittorico nel  ventesimo secolo con le grandi tele della maturità intimamente legate all’isola di Maiorca dove decide di stabilire il suo atelier permanente a partire dal 1956. Centrale resta qui l’ispirazione desunta dalle forme organiche e dal mondo della natura attraverso gli splendidi paesaggi di Maiorca in una luminosità vivida, sublimata e riflessa tuttavia, filtrata unicamente in pure intensità di luce e colore. A partire dagli anni ’60 si assiste infatti a una svolta pittorica e, insieme, a una metamorfosi plastica della sua opera; Mirò intensifica sempre più il grado di espressività sulle grandi tele e semplifica progressivamente le linee e i tratti riducendo i motivi iconografici mentre attinge sempre più a una multipla ricchezza di linguaggi e tecniche pittoriche tra disegno, collage, scultura ceramica e l’aggiunta di ogni tipo di materiale: gli “objects-trouvés”  più diversi che riconnettono la pittura alla "non-arte" del quotidiano. All’ insegna della più totale libertà espressiva, e nella piena autonomia plastica dei segni un immenso universo poetico si rivela tela dopo tela, fondato su un linguaggio materico e insieme su un alfabeto di linee essenziali, dai tratti semplificati e i temi ispirati alla natura. Le immagini oltre all’apparenza astratta rinviano , tuttavia, sempre più a un sostrato materico originario, come bagnassero in una sorta di ordito visivo e magnetico le cui radici affondano nell’ inconscio, nel sogno o nella visione intuitiva della natura. Tale, la trasmutazione lirica della realtà per i paesaggi di Maiorca.   Le tele di Mirò parlano ai sensi e all’ immaginazione evocando libere associazioni di pensiero ma, anche per chi guarda,  la tessitura di un vero e proprio campo visivo; la pittura diviene soprattutto negli ultimi decenni una forma di scrittura universale, onnipresente che riassorbe tutto e ogni cosa e la trasforma, la metaforizza in un alfabeto di segni ora lievi, delicati o minutamente tracciati come fossero linee di china, ora densi, corposi e materici dati per getti o pennellate di colore. Le forme naturali appaiono sempre più immerse in un movimento intrinseco come in una danza di corpi che si muovono in un campo ritmico e sonoro propri.

 “Senza titolo”, 1973, (Olio e acrilico su tela).

Il segno è traccia, coinvolge l’intero del corpo, è tracciato, linea del destino o della vita,  trama calligrafica sul fondo di una tela bianca, sprazzi e macchie di colore dove il corpo è completamente coinvolto nell’atto del dipingere. Mirò lo definisce “ un bisogno quasi fisico come dormire o mangiare”,  perché per lui creare è del corpo, della pulsione e del tratto, dell’energia in movimento, dello spazio e del ritmo in esso iscritto. Del pieno e del vuoto anche. E’ movimento-segno e traccia nell’universo. E’ gesto anche che si traduce in scrittura grafica, del corpo nello spazio o sulla tela. 
E’ danza dunque in senso lato. A partire dagli anni ‘70 la pittura coinvolge completamente il corpo: Mirò distende la tela a terra, vi versa i tubetti di colore direttamente, vi cammina sopra, stende la pasta colorata con le mani, le braccia o altre parti, lascia impronte, gocciolamenti e spruzzi, lascia asciugare per ricominciare il giorno dopo. L’impulso iniziale è totalmente istintivo ma l’uso dei colori e la tessitura calligrafica finale ri-equilibrano la composizione d'insieme.   





Traccia nera ma lasciata da una pennellata corposa e materica, evoca la forma di un dragone nell’ arte giapponese e insieme un segno spaziale - l’arte orientale dei maestri calligrafi lo influenza particolarmente  dopo il viaggio a Tokyo.  Si impone come una scia materica essenziale e oscura che attraversa tutta la lunghezza della parete bianca in verticale. 
Un percorso, una direzione verso, una linea strisciante, uscente dalla tela ma due macchie  di colore al di sopra, blu e rosso rompono l’abulia del tracciato che resta tuttavia immerso in questo campo magnetico di un bianco primo e originario.

 Poesia visiva da “Derriere le Miroir”




Il confine tra pittura e poesia in Mirò non esiste là dove la poesia resta per l’artista “quel momento visionario e emotivo che riunisce nell’atto artistico cuore e mente” e la cui sintesi struttura un nuovo linguaggio plastico o pittorico. Pittura e poesia convergono letteralmente nell’edizione del 1961 di “Derriere le miroir” dove le composizioni poetiche di Neruda sono accompagnate dai testi visivi di Mirò.

 Un punto e una linea incise o lasciate su un foglio, un tratto unico, grezzo o marcante in nero, un’affermazione, un’impronta, un emblema del suo esserci. Una linea casuale si imprime a macchia di inchiostro su una superficie, tale il potere  magico di una matita  su un foglio,  di un colpo di spatola o di pennello su una tela: un gesto sulla superficie del mondo. Nella prima metà del disegno un tratto grafico fine ed elaborato  si imprime sul bianco del foglio, sospeso su un fondale di macchie colorate azzurrine, rossicce magenta e gialle sfumate in schizzi d’acquarello. Fa pensare alla trasformazione alchemica della pietra grezza in metallo prezioso, all’aurea o all’alone che circonda le figure e le illumina fino a rischiararle della loro propria interna vibrazione, oppure rinvia all’ombra , all’alone non-manifesto di oscurità che accompagna e avvolge i corpi in alcuni momenti. 
L’oggetto e la sua ombra, l’impronta lasciata su una distesa bianca e piana, la linea calligrafica lieve e sottile, appena percettibile, sospesa e tracciata sullo svaporare di aerei colori pastello. Diviene nel lato opposto del foglio una pennellata oscura, una traccia dominante, segno o marcatura di territorio, colpo di spatola o di spugna, cancellazione e insieme incisione di tenebre. E,’ ancora, il cerchio rosso di alchemica ispirazione che, come anello mancante di una catena, primario esubero di un rosso vitale sulla china, sembra chiudere il cerchio magico tra pittura e poesia. Secondo le parole di Miro: “ il pittore lavora come un poeta, prima viene la parola poi il pensiero”, prima la traccia poi il senso o il significante di cui si avvolge e si imprime.








Maiorca, serie Gaudì





Maiorca è una piccola zolla di terra in mezzo al Mediterraneo incorniciata tra cielo e mare dove Mirò decide di stabilire definitivamente e il suo atelier permanente, lo studio Sert nel 1956 dando vita nell’ultimo periodo  creativo a un linguaggio espressivo rinnovato, libero e primigenio, unico nel suo genere.  Maiorca incarna la terra natale di discendenza materna, la purezza del mare che lo circonda  ritrovata nel tratto imponderabile della sua linea calligrafica più lieve ed espressiva. E’ anche la luce diffusa, iridescente e espansiva dell’isola che illumina nel pieno del giorno , fulcro di un mondo naturale, di un legame, soprattutto primario e fondante con le radici a partire dal quale si opera la metamorfosi nella sfera spirituale dell’arte. Le pitture rupestri dell’isola, tracce di volti o incisioni riscoperte sulle pareti delle grotte preistoriche, ugualmente, riconnettono  a quel fondo di energia prima, selvaggia e violentemente manifesta nei tratti e nelle pennellate più istintive e marcate della sua ultima pittura. Allo stesso modo la Catalogna terra originaria della famiglia paterna a Mont Roig e Barcellona dove Mirò nasce, rappresentano l’altro volto, il secondo “luogo dell’anima”  che si ricollega il pittore alle sue radici ancestrali. Di là il carattere realista, rude e profondamente fiero delle proprie origini contadine, l’immagine di una terra dagli aspri rilievi e i vasti campi coltivati di vigne e di ulivi.  A Barcellona l’influenza di Gaudì resta preponderante  come  l’incontro con il più alto grado di libertà stilistica e bellezza estetica, espressiva e fiabesca nella moderna architettura catalana. A Gaudì dedica primariamente la serie di ventuno dipinti, le cui immagini come bozzetti preparatori sono esposte nelle prime sale della mostra bolognese. A lui ispirate sono le grandi forme organiche e i colori giustapposti, riquadri o ritagli, pezzetti di un mondo fiabesco, tasselli di un luogo originario scomparso di cui trapela solo la solarità del giallo vibrante di Maiorca, le forme oltremare intense del suo blu oceanico, i ritagli verde smeraldo nella sua vegetazione. Infine i frammenti di un rosso vivo, pulsante e carminio, quasi a riprodurre il vivente in forme naturali e antropomorfe; tali, le energie primitive dell’isola. I collage dello stesso periodo aggiunti di ritagli di carta, di linee a matita, di guaches et pastelli seppur radicati al mondo naturale evocano comete, stelle, meteoriti o altre forme cosmiche, grandi occhi aperti, spalancati sul mondo, abbozzi di figure alate cui si aggiungono  altri collage; colori accesi e la sensazione di una linea di vita che si espande sotto i nostri occhi in divenire.
   
Studio a Maiorca







Studio Sert”, l’immenso atelier dove Miro’ realizza un terzo della sua produzione artistica dalle pareti spesse e i soffitti alti ospita le grandi tele monumentali della maturità; ad esso si aggiunge il casolare settecentesco “Son Boter” immerso  in una vegetazione mediterranea rigogliosa  e selvaggia a ridosso del mare, ricoperto di bouganville e piante verdi. Tali, i luoghi di creazione e meditazione artistica per il pittore catalano paragonabili a un orto o un giardino dove crescono insieme frutti preziosi, legumi, piante usuali e erbacce, dove le cose seguono il proprio corso e richiedono all’artista di irrigare, innestare e quando necessario potare. Graffiti ricoprono le pareti delle stanze, grandi tele sono disposte tutt’intorno in contemplazione silenziosa appoggiate a terra insieme a cavalletti e agli altri oggetti provenienti da diversi luoghi : statuette, cartoline, ritagli di giornale, pennelli, colori lasciati essiccare dentro tavolozze da lavoro, pietre o conchiglie; ogni possibile suggestione creativa trova collocazione qui.

Nelle parole di Miro’: “E’ così che ho cominciato lasciando impronte. Prendo cose ordinarie e le trasformo, tutto può “diventare straordinario”: la carta riempita di fango e i fogli di fine calligrafia giapponese, martellare con chiodi una tela per “assassinare la pittura”, la mescolanza, occhi che sporgono in modo intrusivo, rettangoli di carta vetrata o carta velina. “L’atelier è come un giardino, come crescesse di giorno e di notte, c’è di tutto dentro, fiori, frutta e erbacce, tutto è nell’immaginario.”  La tela al suolo è attraversata come fosse un campo di battaglia, un campo magnetico o minato di cariche esplosive e liquida lava di colori spremuti direttamente dai tubetti, in guizzi, sprazzi e pennellate . Il pittore vi cammina sopra, vi agisce gestualmente, ne fa l’esperienza attraverso il corpo tutto seguendo l’impulso iniziale che lo guida totalmente affidato a un sapere innato, istintivo. 


Senza titolo, ( ispirato a Maggio 1968)



La rivolta accade nelle strade di Parigi; è espansione gioiosa di turbini e gironi colorati su un fondale bianco in movimento simile a un corto-circuito dove energie e dunque forme entrano inevitabilmente in contatto o conflitto tra loro.  La vibrazione della rivolta si impone come asserzione libertaria, turbinante e anti-conformista rispetto alla struttura immobile della cornice sociale.  L’anima cromatica della tela è là con i suoi  guizzi e sprazzi di rosso vitale, blu intenso, arancio e verde smeraldo colante tra i tratti neri come un atto di posizionamento critico rispetto a una visione statica dell’ordine imposto. Il mondo appare qui in rivolta, l’energia è quella del turbine, del rovesciamento o di un movimento a spirale o vorticante, l’afflato quello della trasformazione violenta e inevitabile in 

atto.




Il fondale fucsia poi blu di uno stesso paesaggio si rivela, ora come  notturno tassello di luna calante al centro in un cielo plumbeo, ora solare e immerso nella luminosità indaco del fondale acceso dove chiazze bluastre, e pennellate materiche ricompaiono in un dripping  pollockiano. Temi ricorrenti sono gli occhi che fuoriescono dalla tela, le stelle, le meteorite o le spirali, la figura femminile, gli uccelli o  le forme alate simbolo di libertà.  Terrestre o cosmico il mondo è sempre teatro di costante trasformazione seguendo le due polarità che di volta in volta si impongono attraverso forme viventi ispirate ora alla matrice terrestre ora alla vibrazione celeste.  Sono anche due polarità che si parlano in questo faccia a faccia del femminile e del maschile, pronte a riempire  spazi e a riemergere nelle loro linee iconografiche essenziali in un dialogo senza tempo.
   

Trittico Bianco e Nero



“Cerco di raggiungere un massimo di chiarezza, potere e aggressività plastica. Una sensazione fisica per incominciare seguita dal suo impatto sul pensiero.” (Mirò)

Una distesa bianca, una linea nera, un cerchio di colore al di sopra, astro basso in un cielo colante di striature oscure. Ora al contrario il cielo è nero e il bianco oltre la linea dell’orizzonte.
Una sensazione tangibile, chiara, manifesta: il bianco e il nero, la semplicità calligrafica del tratto, una linea che divide, essenziale nel pieno e nel vuoto dello spazio. Nella terza parte del trittico il bianco ritorna dominante con fini linee di nero colanti a lato rovesciando il punto di vista.
 La purezza del sole all’orizzonte.






Come Mirò afferma: “l’opera è come una creazione plastica assoluta ed essenziale, con la sua personale, intrinseca poesia. Perché solo la poesia può interpretare la realtà e la natura”, e forse in definitiva invisibilmente salvare il mondo.  Le forme danno vita ad altre forme nello spazio vivente della tela, costantemente mutando rispetto a loro stesse . Diventano tracce, una tessitura primigenia di corpi ora terrestri ora celesti fino a dare vita a una realtà di segni e simboli universali. 

Lo spazio poetico della pittura. E’ uno spazio vivente, d’una semplicità assoluta dove è sufficiente riempire o svuotare, aggiungere colore al vocabolario essenziale del bianco e del nero per delimitare le figure. Perché, in fondo, la pittura in Mirò è intuizione inconscia, impulso dentro  la linea e il colore fino a trasformare gli spazi in campi magnetici che seguono leggi ritmiche insieme proprie e universali.