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sabato 26 agosto 2017

“Anime. Di luogo in Luogo” da Christian Boltanski ( al Mambo di Bologna)







E’ un percorso sensoriale, un’esperienza fisica che implica l’attraversamento, l’immersione del corpo percettivo e partecipe dello spettatore nello spazio di “Anime, di luogo in luogo ” per ricevere, o meglio sentire, essere parte dell'evento prima che comprenderlo o analizzarlo intellettualmente. una serie di installazioni  realizzate dall’artista francese Christian Boltanski  in occasione dell’omaggio resogli dalla città di Bologna  ripropongono le sue opere più significative e due inediti raccolti nella mostra antologica al Mambo, museo d'arte moderna. 

 
Entri nell’oscurità di specchi deformanti che rifrangono gli uni sugli altri dal fondo delle pareti nere di una stanza; in sottofondo un battito amplificato pulsa intermittenze ritmiche da una moltitudine di cuori archiviati e raccolti dai suoi precedenti lavori alla luce di una lampadina.
Entri dentro questa atmosfera rarefatta, velata e illusoria, lieve ed effimera ai sensi. Attraversi un portale come fosse una soglia del “tempo” che ti conduce fuori dall’esperienza della realtà all’altra parte dell’esistenza sensibile. Sul tessuto leggero e evanescente di una tenda vedi affiorare grandi occhi scuri, ritratti ricompongono e fanno scorrere da un fotogramma all’altro immagini in movimento di un volto, quello dell’artista dall’infanzia all’età adulta nelle sue molteplici, fluttuanti sfaccettature. Entri e continui ad attraversare pareti di seta che si susseguono ad altre trasparenti e velate; ricompongono sguardi, occhi di volti persi nell’oscurità proveniente da vite precedenti, anime che si affacciano e ci guardano dialogando attraverso le tende. Compaiono, si illuminano per un istante, troppo breve, poi ripiombano nell’oscurità. Sono salvate come anime, riportate per un attimo all’esistenza sensibile, non a quella terrena dei corpi ma, incorporee, in questi tessuti materializzano come immagini fotografiche di volti solo a metà focalizzati.  Luce e oscurità: è così che i volti si rivelano nelle tenebre attraverso occhi grandi aperti, magnificenti e resi visibili sui tessuti. Traspaiono là per un attimo sulle tende, gli occhi primo specchio dell’anima, per questo tanti gli specchi convocati all’inizio del percorso. Battiti cardiaci, regolari e ad intermittenza sul sottofondo.  Attraversi sensorialmente, di luogo in luogo le varie isole o punti di sospensione di un percorso libero, vago quanto sotteso a due indicazioni essenziali; “Départ” e “Arrivée”.

La Luce o la sua assenza, le intermittenze sonore, le apparizioni di immagini e l’altrettanto rapido ritorno alla semi-oscurità sono parte integrante della mostra insieme ai temi ricorrenti, alle eterne questioni o ossessioni che da sempre accompagnano Boltanski: la coesistenza di vita e morte nell’esistenza sensibile come nell’esperienza percettiva che egli mette in scena; la necessità della memoria contro la corsa ineluttabile del tempo e la distruzione del medesimo, infine il bisogno di testimonianza ricreando tracce, reali e fittizie per raccontare, restituire una versione possibile della storia, infine rielaborare una memoria intima e collettiva in parte rimossa .  

“Ombre” nella prima stazione sono quelle oscure che si affacciano dal sotto-mondo, piccole e basse frequenze materializzano in scheletrini appesi alla figura evocata nella proiezione in nero espansa sulla parete. Una maschera digrignante e  fantasmi appaiono sospesi da fili al profilo delineato al centro come piccole marionette dal regno delle ombre. Attraversi le tende, incroci le auree evanescenti dei ritratti che ricompaiono vagando di luogo in luogo tra le installazioni retrospettive di Boltanski fino al centro della galleria dove ti imbatti in una sorta di montagna incantata; una struttura piramidale si eleva verso l’alto ricoperta e metallizzata in oro attraverso quelle coperte isotermiche utilizzate oggi per prestare un primo soccorso ai profughi migranti in Europa. Delle tante morti anonime in mare tra i molti dispersi in tragiche condizioni sono i fantasmi senza nome, le prime anime alla deriva volutamente evocate da Boltanski qui per rendere loro un ultimo omaggio. Un’aspirazione all’assoluto sembra imporsi con la luce dell’oro nell’eterno ritorno dell’anima alla divina perfezione senza dubbio nella sua proiezione luminosa, espansa ed elevata verso l’alto in ascesi come questa montagna incanta. Al centro della galleria essa sola è illuminata dal raggio chiarificatore di una grande lampada accesa.

 

“Autel Detective” “primo altare” di fotografie e memoria assembla immagini in bianco e nero su un fondale oscuro e lampadine blu alogene a illuminarle in primissimo piano . Un’isola del passato riaffiora in un approdo istantaneo della memoria, in un salvataggio “in extremis” attraverso i volti ridenti di giovani da un tempo prima del conflitto mondiale. “Autel du Lycé Chases”, allo stesso modo è un arcipelago di volti adolescenti di giovani ebrei a Vienna prima dell’avvento del nazismo. Sorridenti in primissimo piano, in bianco e nero sfuocato,  i grandi ritratti si rivelano attraverso i loro tratti espansi e fluidi alla sola luce di lampadine puntate contro nell’oscurità circostante. Tale, un modo per dare dignità, mettere in luce e in rilievo quella verità unica e inconfutabile iscritta, incisa in ogni vita come singola traccia, lascito di una storia individuale e insieme riscatto di una memoria storica e collettiva ancora in parte da rielaborare. In “Monuments” i volti sono sempre più grandi in bianco e nero fluido ora totalmente presenti come auree di corpi svaporati, aloni luminosi e vaghi, involucri spirituali di anime rivelate in traccia fotografica nel profondo chiaro-scuro dalle lampadine, unica fonte di luce circostante.

 
Scatole di latta  simili a cassetti per la classificazione di dati sono impilati ad archivi ai piedi delle fotografie come altrove erano i ritratti svuotati delle figure, in primo piano sui sostegni commemorativi in ferro.  Questi cassetti, oggetti fittizi investiti di un forte potere evocativo  sembrano stranamente provenire dalle classificazioni illimitate di documenti celati nei passati regimi nazional-socialisti sovietici dove tutto era registrato, catalogato, archiviato, passato al setaccio e in gran parte censurato dal grande occhio di uno stato totalitario, da un partito unico centralizzato nei suoi massimi funzionari. In Boltanski tali oggetti simbolici, segni tangibili di una memoria traumatica filtrata dalla generazione post-olocausto appaiono riportati in vita ma traslati rispetto al loro uso originario divenendo archivi ricreati della memoria. Riesumati anche se vuoti come contenenti-contenitori fittizi, appaiono come “monuments” essi stessi di  un apparente bisogno di restituire o riscattare un passato anche attraverso la sua finzione per sfuggire all’inevitabile oblio insito nella cancellazione del tempo; verità universale e insieme messa in scena palese alla quale lo spettatore potrà aggiungere una propria percezione dell’avvenimento. Appaiono qui come mattoncini di latta, cassetti estratti da vecchie scaffalature arrugginite, urne cinerarie, infine i supporti per la fotografie. In fondo al percorso illuminati da una luce blu elettrica a neon, impersonale gettandosi  in linee taglienti sugli spigoli appuntiti si ergono a “muraglia cinese” fatta di scatole di latta dalle sfumature in ferro e ruggine con piccole foto di identità incollate sopra e lampadine puntate contro a rendere loro giustizia.  


Animitas”, (“Blanc”, video)
Epilogo in uno stato di inusuale e apparente quiete



 




Primavera sulla terra, il suolo vivente, l’humus, l’erba piantata a vivo sul lastricato della galleria. Il fieno tra i fili d’erba, l’odore della terra presente nello spazio, piccole zolle, foglie e fiori come di un campo verde in parte germogliato, in parte lasciato essiccare al sole, simile a fieno.
Sullo schermo, l’immagine in immobile movimento, bianco come neve ma nella fluttuazione di correnti aeree di primavera. Non sappiamo se il tintinnio insistente di campanelli al vento muovendosi su un unico piano sequenza, filmato dall’alba al tramonto nel deserto di Altacama in Cile sia solo un campo ricoperto di neve con cavi metallici risuonanti del loro interno- quasi in impercettibile eco - se si tratti un cielo stellato pervaso di punti ascendenti e luminosi visto a distanza dalla terra oppure di fili mossi dal vento germogliando, risalendo verso la superficie nel moto continuo della vita contro la pallida immobilità del paesaggio circostante. Resta la sensazione o meglio la suggestione poetica di qualcosa di effimero, lieve e appena percettibile ai nostri occhi , quasi inesistente eppure fuori dall’atmosfera dominante di morte-in-vita, di oblio e ritorno a una eterna assenza tangibile nel resto dell’installazione; ed è forse solo per quel contatto diretto, a piedi nudi quasi su un campo verde, di fieno e fili d’erba germogliati nell'abbraccio rigenerante della natura.





giovedì 3 marzo 2016

Opera Aperta, (partendo da “Arte Fiera 40, storia di una collezione” al Mambo di Bologna)











Elisabetta di Maggio, “Butterfly fly trajectory”, ovvero 
le trame di un’esistenza..


Come il volo d’una farfalla la traiettoria si dispiega limpida, leggera attraverso l’aria e sul fondale d’una bianca tela. Irrisoria, lieve avanza in arzigogolanti risvolti, in linee morbide e irregolari , in impreviste svolte o sinuose curve tracciate da un’infinità di minuscoli spilli che delineano un percorso certo, innegabile sulla carta tuttavia.  
Una domanda aperta in cerca di risposta, la linea di vita perde il filo, si increspa su sé stessa fino a divenire un merletto arricciato, inizia all’improvviso in un punto, s’arresta forse in un punto oltre il nostro sguardo, intreccia fili su fili e come seta tende trame d’aria, arzigogolanti ricami sul vuoto. La vediamo apparire all’improvviso e continuare, tendere all’infinito oltre l’orizzonte limitato dalla tela o dal nostro sguardo. Come la trama di un’esistenza volge su sé stessa e ritorna, dimentica, si smarrisce, perde il filo o la traccia della matrice divina che l’ha generata e poi la ritrova; lascia circumnavigare il proprio ordito inseguendo senza saperlo un destino, smarrendolo ogni qualvolta perde il filo per poi ricordarsi involontariamente molto più tardi. Pare derivare a tratti in cerchi ed ellissi imperfette, ripiegarsi in ritorsioni vane o cadere nella perdita del senso, della visione d’insieme; ma poi la vita la riporta indietro a forza sul suo tracciato, la costringe a fermarsi, a sbattere contro in un arresto improvviso, una barriera o un ostacolo forzato e derivando, con pena, a fatica, dolorosamente a ritornare sul proprio cammino, lì dove la trama aveva perduto. Vista dall’alto a distanza appare, tuttavia, come una linea sinuosa e morbida oltre i nodi e gli imbrogli delle singole cadute sul piano basso e corruttibile della materia quasi apparisse tra rilievi di schiuma soffice, di nuvole bianche o di sinuose brume, mousse dolce e vaporosa. Come una linea tracciata tra le mille appare la variabile d’un presente la cui matrice prima resta eterna, oltre il tempo, solo a metà conoscibile, dell’anima all’anima tentando di annullare o modificare estranee interferenze , trame o lasciti di altri precedenti esistenze.





Francesco Candeloro, “Memorie e luci”, 2014 (taglio laser su plexiglass)


 




I profili delle case sono ritagliati da una fiammella laser sullo skyline d’una città orientale impressa in plexiglass in un mare di luce. Essa rende tutto semplice, luminoso, splendente. D’un tratto un’immagine si disegna, nitida, chiara all’osservatore, s’apre nella mente come un’evidenza. Non più sovrapposizioni mentali, idee confuse, imbrogli o vapori svaporanti nel cervello a stordirvi la memoria e il pensiero, ad annebbiarvi o obnubilarvi la mente, a privarvi della nostra capacità di comprensione, di parola. Vedete questi profili stagliarsi netti nell’arancio, nel giallo o nel rosato, riflettersi in una luce che rivela memoria, involontaria visione, improvviso via d'accesso all’anima. D’un tratto gioite, siete rassicurati, salvi, riconfortati mentre vi immergete dentro il riflesso di quegli aranci, ambra o rosati che come profili di palazzi antichi, dall’aria fiabesca, irreale, fatata quasi si sdoppiano al contrario sulla superficie liquida del piano evocando una scia di luce, un quadro che dissolve a poco a poco e liquefa come un riflesso affacciatosi e tanto rapidamente scomparendo dentro le acque mobili di un lago. Le loro forme frastagliate all’orizzonte sul paesaggio d’una città orientale evocano finestrelle ritagliate, torri e minareti in oro simbolo di moschee e luoghi di culto sulla terra, cime acuminate e cupole ricoperte di ceramiche verdi e turchesi; le tonalità dell’oro e dell’ambra, i celesti e gli smeraldi, le cupole e gli archi, i simboli o i segni calligrafici misteriosi tratti dai versetti del Corano, poi agli intarsi e gli arabeschi, i motivi arabeggianti dipinti o scolpiti, impressi o celati sulle moschee e i palazzi di Istanbul, Marrakesh o Casablanca. Bastano poche cromie luminose sulla superficie lucida del plexiglass e profili emergono lasciando intravvedere un mondo come per un riflusso involontario di materia o di un’immagine comparsa sul vacuo del fondo.

Nicola Melinelli, (olio su tela 2015)


Il lato opposto della parete mostra il formalismo e l’astrazione geometrica di riquadri colorati ritagliati in stile Mondrian. Eppure, quella tela appare singolarmente uncinata da un gancio, stretta da un piccolo morsa d’acciaio su un lato, trattenuta da quella parte e messa in trappola, lì stretta in un solo punto.
Evidenza I: l’opera non può più dirsi assoluta, non esiste più come idealità o verità incarnata dall’arte ma come decostruzione della medesima, iconica affermazione in controluce di sé mostrando il risvolto interno, il bordo non notato della cornice, la parete nuda e bianca sotto la tela, l’ironica affabulazione del soggetto preso al laccio della propria creazione, poi l’ironia implicita nell’atto del guardare e del guardarsi, infine la messa tra parentesi d’ogni giudizio, la sospensione perfino della decisione sul crederci o meno a quel lavoro d’arte.

Evidenza II: sono preso al laccio, irretito, ingabbiato, messo evidentemente in trappola da questo meccanismo che anche non volendo mette a nudo l’aspetto fittizio della mia composizione,  la sua natura di montaggio e rifacimento, l’anti-rappresentazione che essa produce della realtà,  infine l’ironia della sua ultima presenza come della mia implicita sorte, io soggetto celato e svelato dall’opera, demoltiplicato e infranto in una miriade di molteplici sfaccettature, attore e spettatore insieme della medesima mia creazione.  




“Turcata”, Aldo Mondino

“Tutto quanto”, Jalāl al-Dīn Rūmī

Tutto quanto concerne l'Anima si 
svela spontaneamente ed ogni 
sforzo razionale non fa che allontanarla. 
Questo perche' la sua natura 
non e' fenomenica. Si coglie 
col cuore come una poesia,come 
un'opera d'arte. Si sente,si ama 
ma nessun concetto,come ombra 
fugace, e' ad essa adeguato". 


da "Quartine" - Jalāl al-Dīn Rūmī
Sorgi o giorno! Danzano gli atomi di polvere, e le anime liete, in estasi, sante danzano. Colui per il quale danzano le sfere celesti e il vento, te lo 
dirò in un orecchio Lui dove danza.”


Il fondale è rosso intenso, rubino, le vesti dei dervisci sono bianche candide simili a semplici tuniche indiane con ampie gonne roteanti che spostano l’aria nel corso delle loro infinite circonvoluzioni. I movimenti sono continui, rotatori, a spirale o in cerchio proseguono all’infinito in un crescendo di intensità che si prolunga su un ritmo sincopato, irregolare, nella ripetizione impersonale e ipnotica dei medesimi. Ripetono la stessa giravolta intorno a loro stessi all’infinito, disegnano cerchi ed ellissi, ruotano, girano su sé stessi fino alla perdita dei sensi, fino a un’accelerazione ritmica voluta che superi i limiti del proprio corpo fisico, fino a quando il danzatore non avrà più controllo su sé stesso o sulle circostanze esterne al proprio esserci e raggiungerà quel momento di estatica uscita da sé, di incontro mistico con le forze superiori del cosmo o del mondo celestiale. Nella ripetizione il moto continuo si ricongiunge con l’eterna circolarità del cosmo, con la forma sferica e perfetta del cerchio, con l’appena udibile ritmo di un respiro universale che vibra tra tutte le creature del vivente, quel mormorio indistinto o basso continuo che l’accompagna prima della parola, quel rumore di fondo o suono appena udibile che resta sconosciuto o celato ai molti per i rumori che costantemente si sovrappongono ad esso o vengono ad occultarlo.
Aspirano a un moto circolare e gioioso, eterno ritorno della vita in sé stessa come della loro danza , tendono al passo stesso della divinità  volteggianti in aria, quasi rapiti mentre una figura nera appare scomparire in lontananza. Bianche ellissi, vesti fluide e leggere, movimenti ruotanti e circolari su sé stessi continuano fino all’estatico rapimento, fino al divenire uno con la luce, al divenire pianta, minerale o creatura, al  divenire corteccia, albero o vento, al divenire deserto o fuoco bruciante, al divenire eco o musica d’uno strumento suonato da corde celestiali , al divenire danza come essere l’assoluto che manifesta la sua natura nella singola esistenza, al divenire, infine, gioioso ritorno all’unità attraverso quel movimento.



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“Ordine e disordine”, Alighiero Boetti


La tessitura di un  arazzo di lettere è data da fili intrecciati in colori diversi, bianchi, gialli, aranci e azzurri leggibili nei due versi, orizzontale e verticale, e nelle quattro direzioni oblique. Non un singolo spazio vuoto in mezzo, nessun minuscolo tassello nel quale una sospensione trapeli, un respiro, una pausa di senso ma invece una presenza piena, totale, satura di lettere e numeri, scintillante di colore-materia intessuta in fili sapientemente intrecciati l’un all’altro come per andare a costruire l’ apparente alfabeto d’un linguaggio a noi sconosciuto: una pioggia di simboli, un piano o una prospettiva correndo verso un proprio punto di fuga dalla densità stracolma  dei suoi caratteri, un tappeto di parole depositate in attesa d’essere lette o scritte, un manifesto visto al contrario, un  annuncio criptato, un invio senza indirizzo, una tavolozza di colori, terre e tempere in attesa d’essere mescolate, rovesciate,disperse in nuove apparenze. Esiste un ordine nell’apparente disordine o caos in cui le lettere, i segni, i simboli si susseguono, si ripetono, sono aggiunti o mescolati l’uno all’altro? Quale la logica di tale composizione? Potremmo cercare di riconoscere nomi, date, parole significanti distinguibili nel labirinto oppure prendere il moto compositivo come tale, aleatorio assemblaggio di elementi che mettono  in atto una logica di composizione altra, un ritmo forse che impone un proprio senso e un non-finito del linguaggio volutamente lasciato tale   nell’opera aperta, in attivo attraversamento di chi guardando contribuisce ad apportagli un proprio senso?
 Essenziale resta il dispositivo, mettere in atto un meccanismo, darsi un progetto, un tempo, dei materiali e delle regole essenziali e forse che il gioco dell’accadere, del rivelarsi delle cose nell’istante, del dare luogo o dare spazio farà il resto se mai qualcosa sarà da farsi. La tela continua a parlarci dell’eventualità dell’accadimento nella variante del caso e della materia, tale la variante del nascere d’un verso, del venire alla luce d’una parola o del dischiudersi di un’immagine nella mente, dell’ affacciarsi di un pensiero o di un sentire, dell’apparire d’un gesto o di un movimento scritto o agito, detto o danzato come d’uno scatto fotografico a partire da un meccanismo di fondo che si è installato. Oppure al contrario ci parla del ritrarsi, del venire meno dell’ istante, del chiudersi e scomparire d’una parola nitida e scintillante in un caos di lettere senza ritmo e senso, dell’occasione che si affaccia e si perde dentro l’intreccio di questo misterioso alfabeto.



“On stage”, Gioberto Noro



Si è sulla scena ogni volta che si apre una forma di “visione”, attraverso un “far vedere”, rendere visibile, tangibile, sensibile, udibile. Soprattutto su uno sfondo di cemento grezzo e contro blocchi in costruzione dall’aspetto massiccio grigiastro, spoglio o abusivo della nostra realtà industriale al quotidiano. Si apre una scena come si apre una finestra, un antro luminoso, uno spazio dove qualcosa si rende visibile, di qualsiasi visione si tratti, poetica o plastica, profetica o filmica. Metafora sul senso del “fare teatro”, senza dubbio, sulla creazione d’arte in generale. Lì, al centro ad abbracciarvi con quel suo sguardo di vita e braccia tese verso di voi, vita esplosa in mille foglie verdi, sempre verdi salici e piante in esubero, scintillanti, tanto più sorprendenti e luminose a partire da quell’antro grigio del reale: sottopassaggio cementificato di non-pensiero, non-azione o non presa di posizione. 
Aprire squarci luminosi, spazi dove la voce, il corpo, il pensiero proliferano, prendono vigore e forza in un esubero di vita  sul grigio del fondo ha a che fare con il teatro, con la ricerca verso nuove forme e linguaggi di creazione letteraria, artistica o performativa. L’arte tende a  illuminare tali spazi di vita, di presenza, di visione sul grigiore indistinto del fondo, su questa nebulosa dell’anima e astenia generalizzata del sentire, del volere, su questa narcosi indotta e continua, appena visibile di pensiero cui siamo tutti assuefatti senza rendercene conto. Da ogni parte, in ogni dove essa sogna di portare la deflagrazione di quella luce , lo spettacolo, il segno tangibile di quell'inondazione di colore, di creatività che ci guidi verso la sua piena affermazione sulla terra.


 




Allo stesso modo tre neon illuminati al centro dello spazio espositivo  (Sergio Limonta, senza titolo, 2015) fissati nei loro punti di intersezione da tre tuniche grezze di materiali chimici in riuso aprono all’improvviso uno spazio irradiante, luminoso e magnetico nella sala del museo creando un campo di forze elettrostatiche, la  faccia triangolare d’una piramide  al suolo. Lì, qualcosa deve accadere, un “primo luogo” verso cui il nostro sguardo è attirato come verso una fonte di luce bianca e incandescente al centro semplicemente utilizzando residui, scorie prodotte dai processi industriali con l’intento di portarle alla riconversione luminosa del lavoro creativo. 
Nella parete retrostante (Luca Vitone, "Finestra III") una tela dipinta appare come uno schermo occluso alla visione, impossibilitato o chiuso alla nostra richiesta di accedere in qualche modo, percepire o comprendere. Lì, lo sguardo è annebbiato, confuso o impedito, la superficie sabbiosa, opaca e granulare al tatto, la vista dissimulata dalla cortina beige, dalla patina di materia e distesa di colore che ricopre interamente la superficie della tela. Un’opera del non-vedere si concretizza così, dell’immobilità o della non-azione, d’una cortina di fumo spessa e inumana discesa sulla terra, dando vita a un suolo granulare dalla densità d’uno schermo spesso e occludente. Rimanda al vuoto nella mente, alla creatività occlusa  o quando non si ha accesso alle radici, alla sorgente prima, al fluido di pensiero che irradia e fa scorrere creatività  vitale.




,,   T



























“Da Michelangelo”, Tano Festa



Un volto ridisegnato a matita, rifatto a colori tenui o pastello, appare abbozzato a tratti e lasciato in altre parti al bianco del foglio: accennato, schizzato come bozza o lavoro preparatorio ispirandosi ai celeberrimi disegni e cartoni scultorei di Michelangelo. Anche qui il disegno resta in parte incompiuto, la linea del contorno appena accennata delinea semplicemente una parete retrostante differenziando i piani spaziali e sospende, invece, il volto su questo vacuo del fondo,  su questo spazio sottostante lasciato al bianco del cartoncino se non fosse per la linea disegnata, il tratto trasversale di matita ocra che ancora lo sostiene. Volto combattuto, appare nel contrasto tra le zone del verde e del  giallo distribuite tra viso e figura e il blu degli arti in dissolvenza sul fondo. Fa pensare a questo volto michelangiolesco dagli occhi socchiusi nell’abbozzo o nel non-finito della figura, i tratti marcati da pesanti ombre, lo stesso dell’artista che lotta contro una materia inerte al suo imprimersi in una forma o nel suo venire alla luce. Lui, come doppio del grande artista rinascimentale è forse nel pathos della messa in vita dell’opera, nella lacerazione del dubbio, dell’interrogativo costante contro il  limite dell’umano, del qui e ora, nell’angoscia del cercare e non trovare, nel tormento contro sé stesso, nel fuoco sacro o in quello estinto della creazione. Lui, ancora, contro l’inganno della realtà apparente, è visto nell’inesausta lotta per raggiungere l’idea, la verità in sé, nello sforzo forse  di conciliare gli opposti, di ricongiungere anima e materia nella forma assoluta della scultura. 







venerdì 1 gennaio 2016

Steve McCurry (II PARTE): Ritratti e volti dal mondo (dalla mostra "Icons and women” )









Herat, Afghanistan, 1992

Ha il volto scoperto questa giovane afgana, solo il capo avvolto da un velo bianco che le cinge le spalle fino al collo sopra una tunica di tela grezza, scura in netto contrasto con la bianchezza del velo. Le mani nude in primo piano, segnate dal sole o dal lavoro stringono al petto libri, quaderni, fascicoli, forse anche versetti e scritti del testo coranico. Una stella rossa, scintillante al centro delle pergamena  nitida e ocra, la ragazza stringe quei libri come fossero la sola ancora di salvezza, la sola via di affrancamento e libertà individuale, il solo appiglio verso una conoscenza possibile  e dunque una consapevolezza aggiunta, un reale scelto anziché imposto per una giovane donna afgana in un mondo dominato da uomini e sottomesso a gerarchie religiose e di potere imposte dalla società islamica. Insieme al volto i libri sono il solo punto focale su cui la  luce si sofferma e converge delineando due precise fonti luminose per l’immagine: il bianco e la luce come l’apertura verso un futuro immaginabile, una via tracciata per l’intelletto e il pensiero mentre il resto della figura e il fondale restano in ombra nella piena oscurità.



Rangoon, Birmania, 1995

Ann Sohn Sushin, leader carismatica birmana rilasciata dopo vent’anni di arresti domiciliari, siede oggi in parlamento e lotta per la libertà politica della Birmania, 
per l’avanzamento del suo paese verso un ordinamento sociale moderno e democratico.
Siede sullo sfondo della bandiera birmana al suo tavolo di lavoro; la vediamo in primo piano, un piccolo orologio dorato al polso, una penna alla mano veste un abito in tela grezza d’un colore chiaro, madreperlaceo quasi.  E’ d’una semplicità e rigore disarmanti, d’un eleganza naturale ineguagliabile. Il suo viso emana una grande calma, ponderatezza nel prendere decisioni, ma anche rigore, controllo, il senso d’una interna disciplina nell’agire quotidiano. Un’aurea luminosa riempie lo spazio della fotografia, la forza magnetica d’uno sguardo che attira il nostro divenendo punto focale dell’immagine, emanando una sua luce interiore, una sua preponderanza che in qualche modo ricopre e vanifica qualsiasi altro elemento inessenziale della composizione. La vediamo in tale sua idealità politica, in tale luce carismatica a illuminare il destino di un popolo, quasi investita d’un ruolo, posta lì da un volere divino a incarnare una lotta, un avanzamento seppur contrastato: il processo difficile, lento e combattuto di evoluzione democratica per il paese.

Wadi Hadramaut, Yemen 1999/ Tiguent, Mauritania




In una delle zone più remote della terra, un villaggio sperduto dello Yemen campi vedi d’agrifoglio si distendono sullo sfondo di case in terra e fango lasciato essiccare al sole a ridosso d’una montagna rocciosa. Le donne impegnate nella raccolta delle messi sono riprese a distanza volgendo a noi le spalle; d’esse percepiamo solo le figure chine a metà celate tra le piante verdi, le tuniche nere e i cappelli di paglia enormi intrecciati di fili, altissimi stagliandosi contro l’orizzonte in una perfetta distribuzione di linee dello spazio, in una casuale quanto assoluta simmetria di forme che si ripetono nell’imprescindibile ordine compositivo dell’insieme. 
Un mondo arcaico, remoto perduto fuori dal tempo e dalla storia ricompare così attraverso la simmetria di pochi elementi, il gioco di corrispondenze tra uno sfondo in terra battuta, il rigoglio della vegetazione in primo piano e le forme desuete dei tradizionali copricapo yemeniti.

Un gruppo di tre figure ugualmente appaiono su una distesa arida nel deserto di Mauritania, due donne avvolte in un copricapo e una tunica nere, il volto battuto dal vento e avvizzito dal tempo, la pelle bruciata dalla calura del deserto, tra loro un bambino in una tunica azzurra il volto baffuto e il copricapo bianco portando tre grandi pani sottobraccio attraversando la distesa desertica,
 il vento in faccia. Le figure appaiono riprese obliquamente a distanza  nel passaggio a piedi attraverso l’arido suolo mauritano, sbattute e travolte dalle folate di  vento. Quasi appartenessero a un mondo arcaico, 
remoto o fuori dal tempo, e fossero viste lì in una composizione quasi pittorica, arrestate nell’eternità d’un istante che racchiude in sé le tre generazioni, le due donne al tramonto e un giovane all’alba della vita, il passato e il futuro, l’essenza del tempo e di quel luogo distillato e arrestato nell’istante dello scatto fotografico.





Rio de Janero 2012/ Jaipur, India 2008/ Rajahastan, 2010  (nuova vita o seconda vista)

Si sporge da una terrazza, il loggiato d’un palazzo antico in blocchi granitici e pietre a vista; abbraccia la vita, la invoca a piene mani, la richiama a sé in un gesto aperto di braccia che accolgono, un volto irradiato di luce e d’amore verso il mondo: la giovinezza e l’entusiasmo irriflesso trapelano dai suoi occhi, emanano dai palmi aperti delle sue mani.
 
Saluta il mondo appena arrivato alla vita con la gioia d’esserci, minuscola creatura appena giunta alla luce inviata dal destino divino in un luogo un tempo precisi per iniziare il suo cammino. 
Mani si avvicendano intorno a lui, uno strumento per sentire il battito del suo cuore, un metro per misurare le sue dimensioni, il cordone ombelicale ancora attaccato alla vita. Grida a pieni polmoni in questo gioioso saluto alla terra, alla vita che gli è stata donata.

Appare avvizzita in volto, vecchia e avvolta da un copricapo colorato, questa donna indiana, coperta da un velo di splendenti colori e contornata da una madreperlacea collana. 
La pelle del suo volto è segnata, dissecata, impressa di profonde rughe e insenature come fosse una corteccia scavata dal tempo, eppure lo sguardo è stranamente limpido, giunge a noi , chiaro, luminoso, come fosse dotato d’una seconda vista a partire dalla sua apparente cecità, visionaria quasi nella limpidezza occultata che s’apre al fondo di tale privazione di sguardo.








Conflitti nel mondo

Mumbai, India ,  (donna ferma a un semaforo chiedendo elemosine)


Una donna sotto la pioggia con il figlioletto in braccio chiede elemosine, la pioggia torrenziale della stagione monsonica in India. L’immagine è ripresa da dentro un’auto, un vetro separa, spesso e opaco, rigato di gocce d’acqua. Gli occhi della bambina appaiono in primo piano, grandi, intensi e scintillanti sotto la pioggia, lei piccolo involucro grigio stretto, avvolto al corpo della madre, intensa visivamente nel contatto con il velo rosso. L’opacità del vetro rigato d’acqua leggermente aperto in alto da una fessura per lasciar passare le monete è visto dall’interno  dell’auto caldo e confortevole, lì dove la foto è stata scattata; documenta e restituisce tra le linee la misura di un paradosso, di un contrasto stridente e irrisolvibile tra due realtà inconciliabili, da una parte la povertà, la gente per strada, l’indigenza e lo sfruttamento  delle risorse per questi paesi satellitari all'epicentro dell'economia globale, dall’altra la ricchezza e l’indifferenza del mondo occidentale, dei grandi monopoli di potere capitalista.

Kabul, 2003 (L’Afghanistan dopo trent’anni di guerra)




Vende arance su un’auto distrutta della polizia a Kabul, sta lì e vende frutta dodici ore al giorno per pochi soldi. E’ pieno inverno, lui è senza guanti e senza cappello, sta semplicemente lì, aspettando che qualche cliente passi a comprare le sue arance per fare un po’ di soldi, forse aiutare la famiglia. L’auto è in decadimento, ricoperta di ferro e ruggine, senza più vernice né porte e finestrini; 
ne resta l’impalcatura esterna, la carcassa svuotata della sua originaria forma, la stessa sensazione trapela dall’ambiente circostante, dalla strada e i muri dell’edificio scrostato di calce, dalle lamiere a vista, dai ferrami e le macerie. Materia in dissoluzione, è soggetta al lavorio di distruzione del tempo e all’azione dell’uomo, della guerra nei suoi conflitti eterni e insolvibili, perpetuati senza finalità alcuna dalle forze distruttive messe in atto dall’umanità. Un lume, una lampada posta sul parabrezza illumina l’auto d’un chiarore lunare; illumina il manto, il  pezzo di tessuto su cui sono disposti con cura i frutti: tondi, colorati, arancio vivo percuotente, meravigliosi nel loro nitore espressivo sul decadimento della materia circostante.

Herat, Afghanistan 



“La città era stata bombardata per dieci anni, assomigliava a Dresda, tutto era distrutto fino all’orizzonte. Questa famiglia era appena tornata dall’Iran dove era fuggita e stava per ricostruire la propria casa, si può intravvedere la parte di un nuovo muro. Sono stato fermo in quel punto sette giorni e ho scattato la stessa foto in momenti diversi. Le persone erano sempre lì e io ho semplicemente fotografato la loro vita e le loro azioni quotidiane. Ho scelto uno scatto solo che era il simbolo per me della loro condizione di solitudine ma anche di coraggio e di caparbietà.”

La visione è suggestiva di mura diroccate, pezzi di case e squarci delle medesime o fondamenta rimaste intatte in cemento grezzo, terra essiccata e fango. La pietra e la terra si imprimono contro il cielo, rossicce e calde nei colori della sabbia, del deserto, degli accampamenti e dei fuochi di notte, dei coprifuochi anche nella memoria impressa dei bombardamenti. Sembrano quasi immergerci in una visione della Palestina, dei paesaggi medio - orientali o in una proiezione della Terra Santa qui devastata e rasa al suolo dalla guerra. Forme di materia in de-costruzione, in scomposizione  libera si impongono nello spazio e sul vuoto, poi un fuoco vivo, un punto focale , una fiamma luccicante e gente intorno al fuoco d’una famiglia ritornata in Afghanistan dopo la guerra. Tale il barlume di un nuovo inizio, un nucleo ricomposto, una fonte di luminosità e di calore dal quale iniziare a ricostruire o riscrivere una storia. Riaccendono un fuoco in mezzo alla desolazione d’una città fantasma, in mezzo all’ammasso di macerie e tra linee e le forme in decomposizione.
                                                           

Giappone, 2011

“L’assalto delle acque è stato implacabile durante il terremoto e lo tsunami del 2011”, racconta il fotografo, ha disperso migliaia di individui, lasciato innumerevoli vittime, raso al suolo interi villaggi, cancellato dalla faccia della terra intere locazioni e punti sulla carta geografica nel corso di qualche ora, poche notti e forse pochi più giorni.
Un’ombra nera appare riflessa in controluce su un vetro infranto. Alone oscurante, inconoscibile nell’effetto fotografico, il profilo del volto è accennato e reso ombra, fantomatica presenza, figura in parziale annebbiamento, immateriale apparizione dal regno dell'oscurità o dell'altrove. La traccia fotografica segue la linea del contorno riflesso nell’oscurità su uno specchio che è anche vetro rigato in schegge e fenditure. Come uno schermo ottico distorcente filtra e impedisce agli spettatori di raggiungere la nitida visione, la riconoscibilità del soggetto come presenza reale, storica e individuale spostando l'immagine a livello di metafora, figura, schermo simbolicamente rinviando ad altro. L’ombra di un evento, d’un passato, della storia d’un popolo come della tragedia avvenuta in Giappone in 2011 resta impressa attraverso l’immagine di quel profilo oscurato e nebbioso come un’impronta, un marchio indelebile, la minaccia di un’ombra oscurante quanto inconoscibile proiettata sui vetri d’uno specchio finito in frantumi.

Peshwar, Pakistan, 1985/2002 






Decide di ri- fotografare la giovane ragazza afghana, ripresa nel campo profughi di Peshwar a diciassette anni di distanza dall’immagine divenuta  simbolo e copertina del National Geographic nel 1985. “Attraverso i suoi occhi, afferma McCurry, abbiamo compreso parte della sofferenza del popolo afgano”. L’aveva notata all’angolo d’una tenda  adibita a scuola femminile nel campo di Nasir Bagh in Pakistan durante l’esodo del popolo afgano all'epoca dell'invasione sovietica dell'Afghanistan negli anni ‘80: in primissimo piano sono gli occhi verdi  grandi e espressivi, lo scialle rosso liso in alcuni punti ad avvolgerle il capo scivolando semplicemente dai capelli alle spalle, lo sguardo, infin,e fiero ma anche colto in una innaturale fissità, come intimamente scosso o spaventato da qualche invisibile terrore o minaccia. Gli stessi occhi ricompaiono a diciassette anni di distanza in primo piano nel ritratto della donna ritrovata ora madre. Decide di lasciarsi fotografare con il burka sollevato fin sopra la fronte; i suoi  grandi occhi fieri, limpidi e illuminati di speranza guardano al futuro con una nuova luce mentre il volto si mostra, infine, nudo, senza velo, autentico.  




lunedì 29 dicembre 2014

"Freezing painting", Lawrence Carroll ( esposizione al Mambo di Bologna e video on line)


Lawrence Carroll: "Ho conservato quest’idea per molti anni, l’idea di gelare qualcosa e tenerlo sospeso per un momento, con la possibilità che potesse riscendere e tornare  alla vita, differentemente, ancora una volta".



  Una tela distesa e' lasciata immergersi dentro questo bacino o cornice d’acqua raggelante al tatto (  prodotta da un meccanismo di raffreddamento posto sotto la medesima che a poco a poco la immerge in una massa incredibile d'acqua e la ricopre d'una pesante lastra di ghiaccio solida, sospesa per un tempo indeterminato, mantenuta in questa metamorfosi raggelante dell'acqua dal dispositivo di refrigeramento in atto.)


Bianco monocromo in strati successivi di pittura ad olio e cera su legno, la tela ricoperta di ghiaccio lascia trasparire tracce e aloni dove l’acqua s'addensa e solidifica a macchia, a coagulo, a nucleo aggrumante o in zone di livore dissecate dal gelo come bruciature d’un tempo  antico.


“Off-white colour", per Carroll "neutro non-colore portatore di memorie", il bianco intonaco sulla tela nelle sue molteplici sovrapposizioni dà all’artista la possibilità di azzerare  e sommare strato su strato, di coprire e lasciar trasparire, di sospendere nella glaciazione indeterminata e dissolvere allo stesso tempo la medesima perpetuandone, sommersa e velata, la sua  trama di vita. Nel video che filma la creazione dell'opera,  mani si immergono in quella vasca, divengono della patina assiderante dei ghiacci artici. Carroll evoca qui le idee di genesi e glaciazione: tenere qualcosa immobilizzato in una luce addensante e opaca, soffusa d’un livore come di bruciature di gelo, tenerlo sospeso per un tempo indefinito con la possibilità che possa tornare allo stadio precedente, e, ancora prima, più indietro, a uno stadio originario di creazione; quasi si volesse ripercorrere a ritroso dalla genesi d’una prima età glaciale sulla terra il processo inverso di  sommovimento degli oceani e delle masse solide nelle interne circonvoluzioni e spostamenti dei pianeti, nei grandi cambiamenti climatici, in un bagno di fuoco e  lava magmatica che come per i grandi cataclismi sopraggiunse nel passaggio da un'era all'altra sulla terra. In fasi alterne e cicliche lì a costituire e liquefare i blocchi antartici millenari fino a trasformare completamente il paesaggio terrestre esistente.





Le mani dell’artista si immergono nella coltre ghiacciata sovrastante la tela, muovono queste acque raggelanti al tatto fino al loro trasmutarsi in corpo e alone di ghiaccio con zone di intensificazione o slittamento dove l’acqua scivola in rigagnoli sotterranei, in trame intessute sulla superficie assiderante d'una tela-ragnatela monocroma.




Goccia a goccia ora si muove sul fondo dell’immagine-video oscurata: piccole gocce d'acqua all’ improvviso tintinnano nell’oscurità divendo tic-tac, coaguli di pioggia appena udibile, gocce cedute alla pioggia, rimbalzo d'un battito ritmico, regolare e appena accennato al suolo. Un gorgoglio d’acqua scorre e si ode divenire più chiaro, forte e nitido attraverso la corteccia immobile e spessa del ghiaccio, partendo da una fessura, da una zona di cedimento appena visibile della medesima, di lacerazione dove la pioggia si insinua e compie lentamente, il suo lavorio lento e graduale di liquefazione, di dissolvimento dei solidi raggelanti .

Acqua sgorgante, spring water,  fonte di vita appare come un piccolo gorgoglio zampillante verso l’alto nell’oscurità.  Mani si snodano da quella vasca immobile, articolazioni cominciano  a muoversi, a far saltare in aria i gettiti d'acqua zampillanti di vita. Battito di gocce nell’oscurità, primi passi di qualcosa che si muove, non visto, appena udibile, vagamente tintinnante e incerto nel buio all'albore di un suo nascere o al momento di un suo ritorno alla vita.