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lunedì 18 luglio 2016

Notes from Abadiania ( viaggiando attraverso l'America del Sud)











Il tramonto: è la prima cosa che ti colpisce, che vedi arrivando dall’aeroporto di Brasilia sull’autostrada per giungere al piccolo villaggio sperduto di Abadiania a un’ora e mezza circa dalla grande città. Basso, denso e pesante discende come un involucro greve, oscurante a vista e, tuttavia, irradiato dalle tonalità accese dei rossi e dei carmini, dei porpora e degli aranci frammiste all’argento del fondo. Striature blu e luminose frapposte alle tenebre precipitano rapidamente sulla terra fino a coprirla, avvilupparla della sua densa presenza. Niente a che vedere con i nostri cieli limpidi nelle sere d’estate tenui e avvolgenti dove lentamente il sole scivola via per lasciare venire prima la graduale assenza di luce, poi, lentamente la sera che fa capolino quasi controvoglia e senza che ci se ne renda conto mentre l’ultimo lembo di sole arancio è ancora visibile al fondo dell’orizzonte. Paesaggi immensi si distendono sotto quel cielo disceso pesantemente sulla terra del Goias, piane e colline quasi disabitate ricoperte di lussureggiante vegetazione. I cespugli, gli alberi e gli arbusti si stagliano nei loro contorni insidiosi e appena riconoscibili attraverso l’oscurità ormai discesa mentre percorriamo un’autostrada ritagliata dal nulla su quello sfondo disabitato. Illuminata solo dai fari delle auto nella notte incrociamo saltuarie stazioni di servizio, un centro commerciale, desolanti villaggi.






Ci si sveglia presto ad Abadiania fin dal primo giorno, il sole entra attraverso le grandi vetrate senza persiane delle porte-finestre dando sul patio, attraverso le tende beige e da quella luce mattinale non si può che essere risvegliati, sorpresi, stranamente incantati. Si insinua lentamente come un chiarore concentrato su un punto luminoso e irradiante che si leva all’orizzonte dietro le colline bluastre, ancora sbiadite e immerse nel tepore della semi-oscurità. Inesorabile sale sempre più e irradia, si espande, si impone come un fulcro luminoso che viene a rischiare e dare vita a tutta la terra intorno. Paesaggio popolato di presenze, porta in sé spiriti e segni divini ovunque quasi si manifesti come l’impronta silenziosa d’una forza spirituale immensa e onnipresente qui tangibile, a diretto contatto con l’umano fino a colmare l’aria, l’etere e il suolo delle sue impronte luminose e divine.





Passeggiata sulla terra di Goias, arbusti e natura vivente


Si parte la mattina presto poco prima del sorgere del sole per andare ad esplorare i paesaggi circostanti. All’alba ancora i colori non sono nitidi e le tonalità appaiono smorzate, sfumate come la mente di chi a metà tra il sonno e la veglia si trova ad avanzare, a vagare alla ricerca di un sentiero mentre il resto delle persone partite prima sono già scomparse all’orizzonte. Assenza di luce, torpore mattinale di un corpo ancora in parte assopito, il vento fresco e mattutino arriva a folate improvvise ancora privo del calore del giorno. La terra battuta del sentiero si infiltra attraverso i sandali aperti,granulare, polverosa come il cammino fatto di terra, pietre e sassi dispersi. Segui il sentiero: avanza, sale, poi svolta in una discesa improvvisa senza sapere esattamente dove ti porterà; segui il cammino passo a passo nell’incertezza, nell’apprensione imprevista del trovarti solo in mezzo a quelle vallate, nella speranza di incontrare qualche altro viandante mattutino, quando, d’un tratto, il chiarore mattinale come una luminosità pervasiva e tenue, diffusa dietro il profilo delle colline si affaccia mentre il sole, astro nascente sorge come presenza ineluttabile, invisibile e, insieme, ovunque manifesta. Promette salvezza, sembrerebbe, al solitario viaggiatore permeando la terra della sua aurea luminosa, impronta prima dell’anima universale. Allora i colori divengono nitidi, chiari d’un tratto, verdi, ocra, e terre riflesse nella trasparenza di sfere, ombre e cristalli di luce e tutto si rende visibile, leggibile anche il non-manifesto mentre il sentiero prosegue rossiccio, ocra e polveroso oltre il nostro sguardo, segretamente animato, sembra, dagli spiriti sacri che vivono lì tra quelle vallate. Le case del villaggio sono a distanza come un’apparizione vaga e incerta e i cespugli parlano la lingua segreta delle creature, i tronchi ritagliati e incisi portano la memoria secolare della loro permanenza, gli arbusti sono viventi e sussurrano parole incomprensibili attraverso il vento. Le ombre si impongono, i segni dell’invisibile divengono più presenti dell’umano, il mondo sottile si affaccia lì tra le linee per chi voglia essere attento ad ascoltarlo.




Terra rossa




Sgretola lungo i sentieri polverosi, calda e del colore avvolgente della madre terra d’Africa; il suolo sabbioso e rossiccio porta in sé il riflesso e il calore del sole basso all’orizzonte. Cristalli riflettono ovunque, ugualmente, nei negozi e nei bazar lungo la strada principale, nelle case e al’ingresso delle pousadas: grandi, piccoli, trasparenti, intagli di pietre semi-preziose o non levigate, cristalli di tutte le dimensioni e forme oppure della trasparenza verde o rosata dei quarzi, della vibrazione rossa del topazio, del giallo- arancio vitale dell´opalina, dell´agata ambrata e madreperlacea, infine nelle cavità chiuse, geodi dentro le quali coaguli o distese violacee d’ametista affiorano. Gli intagli dei quarzi si trasformano, poi, in pendenti di pietre opache e sfumate mosse dal vento, in croci, arbusti levigati, contorni piramidali vorticanti di energia, collane o bracciali decorativi, infine in rosari per il culto religioso.







Una strada si disegna in mezzo alla savana, al “cerrado” o alle vallate intorno, da un lato ricongiungendosi all’autostrada e al resto dell’abitato urbano, dall’altro al limite opposto, con la Casa spirituale di S.Ignazio, la casa bianca e blu di Abadiania: l’ingresso e la tenuta, il giardino meravigliosamente custodito con i suoi vialetti e aiuole, il patio esterno, la piccola cappella con le piramidi di energia mediatrice alle entità, i piccoli antri di ritiro solitario, gli angoli di profonda meditazione e preghiera.

Patio e giardino di giorno: è oasi di pace, calore del sole che viene a riscaldarvi dentro un corpo intorpidito sulla panchina, irrigidito da tutti i suoi mali. Lievi folate di vento portano con sé i messaggi dell’invisibile. Serena armonia di un giardino zen, pace insperata, inattesa al margine delle lamentazioni dell’essere. E' rigoglio di piante verdi, silenziosa e muta perfezione del ritrovarsi, interi, intatti, integri insieme al senso della propria perduta esistenza. Quiete insperata ai margini della tempesta ancora nei suoi lembi a trascinarvi. Quando volendo scappare siete indotti, gentilmente rapiti e obbligati a restare, in quella serena stasi dell’anima, qualche volta avvicinandovi allo stato di indolenza a metà tra la meditazione e il riposo, in quasi abbandono dal vostro io cogitante. 

Patio alla discesa della sera. Nel controluce d’ombra del tramonto mentre le nuvole gravano pesantemente sul cielo bluastro e argenteo, basso sulla terra, il patio appare nei suoi contorni esterni riconoscibili come architettura insieme al profilo dei visitatori sul fondale limpido e argenteo. E' contemplazione del divino attraverso l’anima della natura, un tutto cosmico risvegliato, vivente in spiriti e orbe di luce notturna, vortici di energia e lievi passaggi di brezza brumosa. Rendono i contorni liquidi all’orizzonte come la vastità d’una bassa marea contro il paesaggio collinare.

 La cascata

 Il sentiero discende come un valico dietro la Casa, la terra è arsa, polverosa mentre i cespugli del "Cerredo" appaiono rigogliosamente verdeggianti nelle mille sfumature ai lati.
All’ ingresso della zona sacra c'è un momento di stazionamento, di pausa e distacco dal precedente brusio della conversazione; un silenzio improvviso è imposto quasi lì d’un tratto dagli spiriti della natura, dalle entità benefiche della Casa e dalle forze sacre del luogo. Si entra in silenzio, quasi in punta di piedi, trattenendo il respiro mentre si percorre la banchina in legno. Rami d’alberi si intrecciano sopra la vostra testa a guisa di porta o soglia verso un rituale di passaggio, di purificazione o rinascita.

Secondo stazionamento: dopo essersi tolti i vestiti si discende ulteriormente verso la sorgente sacra. Il primo ponte è quello degli addii al passato, della cancellazione o lavaggio via di quello che era prima, nel secondo ponte si attraversa il qui e l’ora, il momento presente dell’accadimento, della trasformazione simile a un rito quasi di passaggio. Nel terzo ponte lo sguardo è volto verso un presente che si proietta già nell' a-venire di un prossimo compimento. Scivoli sulle pietre massicce e levigate dall’acqua vicino alla sorgente tenendoti alla barriera in legno; sei a un passo dalla sorgente, immergi le mani e le braccia sotto quell’acqua limpida, cristallina al primo contatto gelida, incredibilmente, inaspettatamente raggelante al tatto, poi d’un tratto come per una decisione improvvisa,  e con una determinazione decisiva e irreversibile immergi l`intera testa, i capelli, la nuca gridando al contatto; sei raggelato, stupido, graziato, risvegliato. Immergi ancora la testa con i capelli fino alle spalle e il viso, tutto il volto, una secchiata d’acqua gelida e cristallina, bevi e sputi, una due, tre volti, ti immergi ora braccia e gambe, tutti i punti del corpo dove senti il bisogno o la necessità di rigenerarti, lavarti, purificarti in una infinito processo di liberazione. Resti ancora sotto quel getto d’acqua con la sensazione ora che non sia più tanto fredda, ma invece semplicemente fresca, rigenerante, pura, proveniente dalle radici misteriose del sacro. Ne esci lavato, risvegliato, rianimato e insieme riempito di gratitudine e amore verso quel dono ricevuto, generosamente concesso dagli antri segreti dal mondo spirituale gravitante in quel luogo.



"Fogafogo Park and natural lake" (foto non possibili alla Cascata)


La domenica sera il villaggio è deserto, completamente svuotato, i negozi chiusi, la maggior parte dei visitatori partiti, il viale di ingresso della Casa solitamente colmo di persone vestite in bianco quasi vuoto. I pochi visitatori rimasti sono rifugiati dentro le loro pousadas; il cielo bluastro e grigio discende basso su di noi mentre il sole sta scomparendo in un angolo remoto dell’orizzonte e la notte cala d’un tratto senza che ce ne rendiamo conto. Una strana solitudine si impone allora, il senso d’essere perduti in mezzo a un nulla della savana o del deserto, d’un villaggio d’America latina smarrito chissà dove, di case sorte lì da un giorno all’altro precariamente e senza un motivo preciso. Eppure la sensazione non è angosciante ma lieve quanto i colori del cielo ancora rossiccio e caldo a quell’ora, dei sentieri e degli intonaci esterni delle case che riflettono nelle mille tonalità del blu pastello, giallo luce, viola indaco palpitante, arancio chiaro e verde brillante .




La Casa, la trasformazione, la via della guarigione










Venerdì è ultimo giorno di incontri alla Casa. La hall è stracolma di gente quel giorno in piedi in attesa, nel cortile esterno ugualmente una folla vestita in bianco. I primi arrivati sono seduti già in meditazione, altri non sono ancora completamente risvegliati, presenti, altri sono già in stato di abbandono consapevole, di preghiera o di interna sospensione, dallo spirito alla materia alla ricerca di connessione, contatto, unione con le forze di luce e di amore prevalenti nel luogo. Molti, soprattutto gli autoctoni brasiliani giunti in giornata per vedere il medium appaiono inquieti, ansiosi, in cerca forse di un intervento divino, d’una visibile trasformazione, d’una risposta, un aiuto o un semplice incoraggiamento. A lato della sala il volto d’un giovane Cristo profeta e mistico in ritiro nel paesaggio desertico presso il lago di Genesare fissa con i suoi occhi chiari della limpidità e trasparenza del creatore i visitatori; a braccia aperte vi accoglie con il suo sguardo puro, celestiale, vestito d'una tunica bianca e una stola rossa in postura meditativa. I volti delle entità di luce, dei santi o dei medici spirituali che si manifestano alla Casa sono giovani e viventi, dipinti nei colori puri del blu, del rosa o dell’ocra,“a plat” nei ritratti restituendo il senso di una spiritualità talmente presente, di forze divine sottili, invisibili che agiscono a diretto contatto con il piano dell’umano. Ci parla di un modo di vivere la religiosità, quella cristiana in primo luogo, fuori dal formalismo della chiesa ufficiale, qui vitale e immediata quanto impregnata di spiritualità e fuori da tanta ufficiosità della tradizione occidentale. Una giovane Vergine Maria dal volto puro, presente e animato in primo piano,  si impone al centro dipinta "à plat" nel ritratto. I suoi occhi vi parlano, la giovinezza e la freschezza dei suoi tratti in uno sguardo nuovo, umano, la sua divinità diretta al vostro sguardo.


Nella hall stracolma al mattino presto prima che inizino le operazioni alla Casa si intuisce un senso di attesa, di aspettativa, di una sospensione carica di speranze e domande inviate all’ alto: insieme un aspettare e un aspettarsi. Essere lì in ascolto di sé, in stato di svuotamento dal proprio ego onnipresente, di riconnessione al proprio centro e all’ alto, al sé profondo e nell’unità al divino in noi. Invocare la presenza di Cristo, di un Cristo giovane, umano, vicino all’ uomo e in diretta connessione a lui attraverso la parola del Figlio di Dio contro gli stati di smarrimento o perdizione del proprio corpo-spirito. Pregare intensamente di fronte a un volto dallo sguardo riempito d’amore e di luce, oppure chiudere gli occhi e raggiungere, nel tempo, quello stato meditativo di svuotamento e assenza di sé, di riconnessione a un sé più antico, più vasto e primo unito al tutto, infine di dialogo con le entità di amore e luce presenti nel luogo. Una corrente vibratoria si crea allora attraverso l’unione di tante singole energie meditative e spirituali nelle sale di meditazione in modo particolare per sostenere e far scorrere come una corrente di vita e d’amore il piano energetico e spirituale che sottendono le presenze benefiche alla Casa . Ha inizio la preghiera di apertura della giornata con un’invocazione al potere di Dio che solo guarisce mentre si ode la proclamazione: “Questa è una Casa di luce, di pace e d’amore, una Casa che lavora con l’energia della presenza divina universale che sana in noi non i sintomi ma le cause prime e profonde che li hanno generati fino a renderli malessere, dolore o malattia. Le persone arrivano qui con le loro richieste di aiuto, il loro carico di speranza o disperazione, la loro ricerca di fede o spiritualità. Entità d’amore e di luce benefiche all’umanità li assistono nel loro processo di evoluzione, cura, trasformazione o guarigione. Questo accade su diversi piani, a diversi livelli, profondamente nell’individuo, lentamente chiamando in causa o andando a ripristinare tutti i suoi strati dell’esistenza fisica, sensibile, mentale e spirituale fino a ricongiungersi con quella divina. E’ dentro quell’energia che tiene connesso e unito insieme tutto l’universo, presente nell’anima universale di ciascuno di noi, che risiede forse il segreto o il nodo della guarigione: noi creature e co- creatori insieme al divino e a sua immagine del senso e la forma della nostra esistenza sulla terra.


sabato 19 ottobre 2013

Arturo Martini, “Creature, Il sogno della terracotta”, Palazzo Fava, Bologna













Degli anni 1930-32 sono le grandi opere e i capolavori scultorei di Arturo Martini esposti attualmente a Palazzo Fava a Bologna, “Creature, il sogno della terracotta”,   opere che sanciscono la piena maturità artistica dello scultore, modellate a Vado Ligure dove lavora in solitario, in autonomia, in totale indipendenza da correnti e scuole usufruendo della piena disponibilità di materia  d’argilla messagli a disposizione da Ilva Refrattari e d’una fornace dove può modellare direttamente le terrecotte di grandi dimensioni senza dover incorrere nei rischi degli spostamenti; le medesime gli varranno il riconoscimento alla Quadriennale di Roma nel ’31, e nel ’32 alla Biennale di Venezia. Come ogni grande lavoro artistico le sue opere degli anni ‘30 toccando i vertici della  scultura europea del primo ‘900 travalicano i limiti d’un mondo, la contingenza d’un tempo e d’uno spazio, l’attualità d’un momento storico o d’una singola individualità per farsi veicolo d’una verità atemporale, per aprire la via verso una verità plastica auto-generaratasi, pare, dal suo proprio luogo d’esistenza.  

E’ energia intuitiva la scultura, nasce come in Martini da una materia prima spinta, sospinta, portata verso il suo limite ultimo di verità, d’una propria interna verità, stilistica o poetica; nasce dallo spazio informe d’una materia espressiva- la terracotta in primo luogo sentita come elemento originario per sua natura primigenia- che come la scultura si espande a contatto con il mondo dell’artista, si nutre dell’esperienza intrinseca del medesimo, è plasmata dai suoi sensi fino a quando riesce a rielaborarsi in una forma compiuta.  Intrinsecamente, dunque, essa intende posizionarsi al di là di un’arte decorativa, dell’accademismo d’una tradizione definita “lingua morta” da Martini agli inizi del ‘900 o del falso classicismo tramandato dall’epoca, perseguendo l’espressione d’una sua implicita autenticità. Si dà, come la creazione per ogni grande scultura, di un’ “immagine primaria” plasmata dal fondo della sua propria massa sensibile, definita dal rigore d’un preciso ordine plastico  e, capace, tuttavia, ancora da quella sua originaria oscurità di “ parlarci d’anima”. Lì asserita, inconfutabile passando dalla contingenza del momento presente a un fuori dal tempo, una scultura appunto a stretto contatto con l’esperienza interiore che aspiri o guardi attraverso la trasmutazione poetica a un’altra realtà, se così possiamo dire.
 Duplice l’influenza in questo senso riconosciuta nel suo stile personalissimo da parte delle avanguardie, elaborata attraverso l’adesione alla rivista “Valori plastici” negli anni ’30:  il rinnovamento formale e di pensiero proveniente dalla metafisica dechirichiana nel suo aspetto atemporale di scenari immobili fuori dal tempo come in un luogo d’assenza o d’attesa, in scenari completamente onirici abitati da presenze sospese, statue, manichini e lunghe ombre rinviando a un piano secondo di realtà. Dall’altro, appaiono ugualmente importanti le suggestioni che arrivano dalle sperimentazioni futuriste, soprattutto nei valori plastici di dinamismo,  in Boccioni l’esplorazione delle forme in movimento nello spazio, delle forze centripete o centrifughe in atto nella composizione scultorea, infine il rifiuto della tradizione e l’ispirazione proveniente da valori e immagini dalla modernità in atto.
Ne scaturisce uno stile dalla connotazione fortemente poetica, assimilato in qualche modo al versante alla poesia “pura”, aspra ed essenziale d’un cento ermetismo italiano del primo novecento (Ungaretti);   da una parte “aspro” sobrio ed epurato dall’aspetto decorativo, dal falso formalismo d’una certa scultura, dall’altro sintetico, essenziale ritornando a questa “immagine primaria” della creatura ritrovata attraverso la pietra. “Struggente”, infine, perché vibrante d’anima, avvicinandosi come è stato  detto alla ricerca d’una parola poetica scarna, pura ed essenziale come nei poeti ermetici italiani dello stesso periodo, Ungaretti per primo.

Le “creature” di Martini scaturite dal suo “sogno di terracotta” attraversano riferimenti che vanno dalla scultura etrusca alla statuaria classica greca tuttavia mantenendo ben presente l’intuizione che la figura deve essere riportata al suo valore ancestrale di “creatura”, primaria, incarnata, abitata d’anima, cioè del respiro di vita come d’una qualità del vivente, infine scaturire dall’incontro o meglio dall’esperienza interiore ricevuta rispetto alla medesima. E’ “creatura” perché aderendo profondamente alla materia impura e densa di vita dell’umano nella sua intensità quanto nella sua manchevolezza resta attraversata da una qualità d’anima  che deve trasmettersi attraverso la terracotta nel lavoro scultoreo. La funzione dell’artista non sarebbe altro, infine secondo Martini che “purificare una passione, distruggere una materia e portarla a Dio”, dunque trasformare senza sosta attraverso il lavoro scultoreo, vale a dire epurare l’aspetto contingente dell’esperienza fenomenologica portandola fuori dal momento presente in una sorta di dimensione fuori dal tempo, d’incontro con l’assoluto  nell’evento o il fulcro stesso della creazione.




 
“Gare invernali", (1931)

All’ingresso della mostra come su una soglia in attesa o forse in una qualche sospensione atemporale tra un prima e un dopo, un dentro e un fuori l’avvenimento,  in questo luogo enigmatico dell’apparire, restando in margine, in uno spazio in limine alla loro incarnazione, al loro prendere esistenza in figure compiute come nei successivi lavori. Simili a custodi o numi tutelari, tali delle presenze vigili tornate alla luce da una materia prima recalcitrante, refrattaria-  la creta nella terra rossiccia del corpo femminile, in quella ocra del maschile- si tengono a lato come apparizioni guardandoci, guardate da questa soglia che apre alla realtà onirica e insieme alla concretezza materica di tutte le altre creature d’argilla. 

“Chiaro di luna" (1932)


Lo sguardo è rivolto verso l’alto, al cielo stellato da parte di due figure appena delineate nei tratti del volto, portate verso l’alto in questo loro proiettarsi oltre i limiti del contingente in contemplazione silenziosa.  Non è evocazione o allegoria plastica d’un incontro con la notte stellata o con la divinità ad essa sottesa quanto cogliere la figura in quell’esperienza interiore:  coglierla nell’atto di volgere lo sguardo verso alto, nel momento forse epifanico o in attesa di tale esperienza per darne una visione essenziale, “non mediata”, epurata da ogni formalismo esteriore.     Protese su un balcone appaiono due  giovani donne, similari come sorelle, sfiorate appena dal vento nel tratteggio lieve degli abiti, protese verso l’alto nella contemplazione lunare. I volti appaiono già a metà cancellati dal moto che li tende verso il cielo stellato,  nel drappeggio lieve indotto dal vento, portati verso l’alto come in un’esperienza d' ascesi estetica o sacra.

“La Veglia” (1932)

Angolo della stanza, la camera è riprodotta in grandi dimensioni in terracotta, a sinistra un tendaggio discende fino al pavimento, a destra dall’apertura d’una finestra si sporge una figura volta alle nostre spalle, della quale non vediamo che il retro del corpo nudo proteso in avanti, la nuca e le punte dei capelli discendere sulle sue spalle. Non sappiamo quello che sta guardando dall’altra parte, non abbiamo accesso alla sua visione, la finestra mette in comunicazione con un altrove a noi precluso dove spazio e tempo si dilatano oltremisura, oltre lo scorrimento del tempo degli orologi, come sprofondando in un interno della psiche o della memoria attraverso  un varco sulla sua parte d’ombra, recesso del corpo-desiderio che s’apre oltre il panneggio occludente della tenda. Tale piccolo teatrino anatomico del corpo  si proietta in un’oscurità, suggerita, non visualizzabile se non in questa zona d’ombra che s’apre verso un’altra realtà, sogno o memoria, nei recessi non conoscibili d’un io razionale e cosciente.

“Il cielo, le stelle”, 1932)




Gruppo scultoreo dalle imponenti dimensioni ispirato al complesso ateniese di Fidia con Fiona e Afrodite dal pantheon greco; la plasticità dei corpi figura attraverso il loro trattamento espressionista, espressivamente dato come fossero danzatrici agli inizi del xx secolo. Modellate attraverso il panneggio grandioso delle vesti sui corpi immensi con una parvenza di morbidezza, di plasticità, di fluidità nel dare forma a queste figure estremamente presenti dalle dimensioni importanti, più importanti loro che non le teste, una mancante e l’altra assente, portata in contemplazione verso l’altro . Ci colpisce l’audacia espressiva, il potere di presenza, la predominanza plastica di queste figure più nelle vesti-corpi che non nei visi, nella carnalità dell’abito modellato da una creta resa fluida, plasmabile come cera, resa malleabile e poi fissata nella forma finita di corpi di danzatrici su scena. 

"Donna al sole", (1930)
 
Risalta il carattere melodico della sua linee, la sensualità sottile con cui è guardata la figura che possiede insieme la grazia d’una scultura settecentesca, bianca e levigata e la leggerezza della venatura ironica che la connota nella piena naturalezza delle sue forme. Colta nel sonno in piena luce meridiana nel sole della creta che la raccoglie e la riverbera la figura è intera, integra non mancante di parti, tali i tratti del viso spesso assenti nelle opere precedenti, e solare, nella piena luce del giorno simile a lucertola strisciante al sole, a bestiolina uscendo dalla terra umida, fredda e invernale per cercare il calore del sole all’esterno. Liquida nel corpo, allungata, distesa, poi semi-raccolta come disegnando una linea di danza in sé, con la possibilità o la consapevolezza di tale movimento sinuoso e continuo, è corpo della solarità alla ricerca di luce, inebriandosi, compiacendosi gratificata  al tiepido riflesso della medesima.
La massa plastica si allunga e si distende, s’avvolge e si crogiola al sole d’inverno come bestiolina uscita fuori dalla terra allo scoperto alla ricerca di un soffio caldo di vita contro il cemento livido e freddo degli edifici ad accerchiarla. A lato un piccolo nudo del 1930 sembra porsi ai suoi antipodi: assorta, ermeticamente chiusa, avvinta in un modellato aspro, vivo ed espressivo, la figura appare molto più piccola, reclinata su sé, appesantita da questo fardello che la fa tendere verso il basso, precipitare come gravata da un'invisibile macchia o peso sulle spalle; aspra, avvizzita nelle mammelle, avvinta al suolo dalla sua propria forza di gravità.

“Venere dei Porti”  (1930)

E' seduta in diagonale, protesa verso l’esterno, guarda fuori, lontano, oltre la finestra, dall’interno d’una bettola dando su un vicino porto all’attracco delle imbarcazioni, su una sedia in attesa di clienti, i tratti aspri del viso, la posa malinconica. Guarda lontano, fuori oltre la finestra, verso il mare. La figura è a tutto tondo,  pensata con un ampio respiro, espansa nella sua volumetria in piena presenza, e insieme, fortemente connotata d’un radicale espressionismo. Salta agli occhi il contrasto tra il corpo nudo, ghermito, intagliato e in qualche modo consunto dall’epidermide ruvida e scabra, dalle mammelle di pietra avvizzite, offerte all’uso o alla vendita e il volto dallo sguardo assente, lontano, d’ un indifferente distacco, d’una strana estraneità, proiettato oltre il qui e l’ora dell’abbozzo disfatto della figura, verso una temporalità altra. Nella fuga o perdita del proprio fulcro vitale, in una assenza del sé come d'un anima fuggita o imprigionata altrove,  al di là di quello sguardo.

 “La lupa” (1930-31)



Una freccia le trapassa la schiena e il costato bloccando  la lunga chioma alle sue spalle, i capelli tirati indietro, tesi, rimasti serrati attraverso quella . A carponi sulle proprie gambe e braccia simile a fiera ferita, in agonia, sul punto di lanciare il proprio grido, sotto di sé grandi pietre, massi della durezza implacabile di rocce refrattarie che non potrà lanciare. Il proprio grido tra le mani puntato su quello sguardo di morte. Il corpo scarno, in tensione, palpitante d’ira  o di vita arrestata al suo punto culminante è quello d’una creatura felina, selvaggia, quasi antropomorfa in contatto con le forze fisiche e istintuali d’un l’innato potere del femminile: passionale, indomito stadio d’una femminilità liberata quanto sottratta in quel punto di morte. Il volto è quello della ferita lancinante, del colpo alle spalle non visto, del grido a metà trattenuto o ancora non del tutto fuoriuscito. La potenza, l’agilità del corpo femminile visto nella linea scavata e tesa del profilo rinviano alla sensualità, all’aspetto felino del puma o ghepardo, il volto è quello della lacerazione, la bocca dischiusa, le membra in tensione, gli occhi semi-cancellati divenuti un tutt’uno con il moto delle chiome tese all’indietro in questa sferzata violenta. Il suo vortice d’energia tensiva, acuta e improvvisa trova il proprio contraccolpo nella retroversione di testa e schiena , il proprio culmine in questa punta di freccia avvelenata, lancinante, conficcata a morte nel petto fino a trapassarle il costato.
In agonia in quel dolore proveniente da un punto oscuro al di là del suo sguardo e del quale non vede l'origine, il corpo si erge scarno, sensuale sul volto di fiera rabbiosa, trafitta d'ira, indomita nel dolore.

"La convalescente", (1932)



Smagrita e pallida distesa su una sedia a sdraio d’ un pallido interno borghese, intenta nella lettura in una  veste quotidiana la figura appare agli esatti antipodi della precedente, la “lupa”fiera e selvaggia sensuale e ugualmente trafitta,  in agonia. In un ambiente asettico, il corpo femminile estenuato, inerte, semi-dormiente, è privato d’ogni forza vitale di passione o sensualità. La veste appare ugualmente svuotata nei tratti di presenza del drappeggio, il volto distaccato sotto l'affetto d’uno strano non-dolore, assente d’una assenza d’anima a sé stessa. E’ creatura d’anima fuggita, partita, andata via da qualche altra parte in seguito a un accidente, un incidente, un terrore, oppure irretita, catturata nella gabbia interiore dove da qualcun altro è trattenuta, anima rubata e nell’impossibilità di tornare. Qualunque la causa, l'anima ha disertato il suo  corpo e questa creatura martiniana senza più soffio vitale, senza più respiro a renderla pietra viva, vivente è lasciata in giacenza su una sedia a sdraio dove noi lo incontriamo, ceduta a questo limbo di non-memoria, nell’esilio dalla sua piena esistenza. L’argilla refrattaria di Marini risponde, aderisce al sentito incisivo, aspro ed essenziale della fragile età dell’adolescenza.

"L’aviatore", (1931)


Influenzato dall’aero-pittura futurista, agli antipodi della retorica celebrativa del regime fascista che utilizza ampiamente i mezzi dell’aviazione in un ottica di conquista durante la prima guerra, l’aviatore”” di Martini,è scultura sospesa nel vuoto poggiando in un sol punto invisibile a contatto con la terra, sospesa come per sovvertire in qualche modo i criteri di staticità, le basi stesse d’una linguaggio scultoreo spento e accademico guardando al passato. L’aviatore sfida con le proprie energie le forze di gravità riducendo in un sol punto il contatto con la terra; il corpo nudo, tensivo a un punto legato alla terra, a un altro puntando verso l’alto, verso la contemplazione dell’assoluto. Atletico, teso, scolpito in fasci muscolari di presenza, è l’energia assoluta, la potenza al massimo grado dalla fibra dell’essere, l’individuo nuovo che si auto-genera, si auto-erige, esiste nella piena affermazione di sé, dei propri interni valori, si libera del fardello dell’innata colpa, della materia morta del passato, dei vuoti simulacri della divinità sfidando la retorica celebrativa strumentalizzata dal regime. E’ l’uomo superiore, auto-generato che esiste ponendo fine alla condizione di schiavitù morale precedente, alla sua cecità o perdita di senso in un rovesciamento che è insieme elevazione e auto-affermazione della sua nuova esistenza. Con il costato trafitto come Cristo nel cammino della passione,  questo corpo performativo si auto-rappresenta, si mette in scena, parla in lui solo, si  scolpisce nelle sue membra d’anima-animale  volto al cielo. E’ fascio di nervi e anima con lo sguardo rivolto verso l’alto  simile a danzatore teso verso l’assoluto, sospeso con la terra che fa a lui leva in un sol punto. 


"La madre folle", (1929)


La figura umana in movimento della scultura classica si unisce alle potenzialità espressive della terracotta martiniana filtrando l'eredità etrusca  attraverso la tecnica di composizione detta “a sfoglia”. Concepita come fosse soffiata dall'interno in un disordine dirompente, sconvolta da una potente forza centrifuga inviata da un moto vorticante simile a vento di tempesta, la madre folle di Martini si erge improvvisa e coinvolgente come un'apparizione dai tratti arcaici  nelle suggestioni che rinviano dalla tradizione etrusca e , insieme, estremamente innovatori nel dar vita a una “creatura” di pietra oltre i limiti del naturalismo dell'epoca. Volto, braccia e busto  sono ricavati direttamente al tornio e poi modellati o intagliati, la parte della gonna  costituita ugualmente da un vaso centrale come un grande lenzuolo di creta a cui in seguito è stato aggiunto il panneggio. La figura è presa in questo vortice o forza centrifuga portando dall'interno verso l'esterno del corpo in un disordine atemporale o moto aspirante che conduce verso il sublime d'una martire o d'una furia indomita. Esiste forse solo in questo vorticare d'energia intorno al suo centro dove punto focale resta il busto della donna scolpito in una sola forma con addosso il  nuovo nato, piccolo involucro indeterminato, appendice di sé che la madre tiene stretto al petto, serrata alla vita con una delle due braccia. Lei preda, sembra, di questo vortice d'energia che la riporta all'archetipo o all’immagine prima della furia urlante, della martire ribelle o della madre folle o terrificante nel suo lato di abissale oscurità;  in  ogni caso all’esternazione teatrale d’un sé reso a figura lirica su scena. L'involucro del neonato stretto al petto, il moto vorticante che la porta in alto, fuori di sé, l'ascesi, infine, al sublime romantico rendono qui la pietra carne, la creta materia viva, espressiva.












1- Cfr Livia Velani, « La scultura come poesia » in Arturo Martini, Milano, Skira, 2006