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domenica 7 aprile 2019

“UNFORGETTABLE CHILDHOOD”…Indimenticabile infanzia (al Museo Ebraico di Bologna)





Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita significa forse conservare il piacere fine a sé stesso o meglio la noncuranza assoluta e gioiosa del gioco infantile, l’uso incondizionato dell’immaginazione e ancora le ali illimitate della fantasia. Nel bambino è la capacità di guardare al mondo senza i limiti stringenti della ragione, del razionalismo e della legge di casualità nel pensiero dell’adulto . Del bambino ancora è il vivere l’eterno presente come un tempo che si dilata illimitato al suo sguardo senza la consapevolezza di un inizio e di una fine, la capacità di guardare la vita senza attribuirgli  un senso altro, un fine secondo ma semplicemente nel suo scorrere eterno e vitale, nel suo essere in divenire.


Perché, inevitabilmente, l’infanzia è per gli artisti di “Unforgetable Childhood” a Bologna, come per molti di noi ancora, l’innocenza gioiosa e senza finalità del gioco, il tutto possibile dell’immaginazione, l’indefinito di ogni singolo istante che si dilata come una temporalità senza limiti dove primariamente è il principio del piacere a dominare. L’infanzia, richiamando il pensiero di Nietzsche è l’arte, artista preso nel gioco della creazione, il fanciullo primigenio e creatore in ciascuno di noi.



Giorgio di Palma, "coni gelato"








Tale l’omaggio, fantasioso e ironico, spesso, irriverente e gioioso  al tema dell’infanzia nella mostra allestita in varie città da Tel Aviv a Ravenna a Matera,  ora al Museo ebraico di Bologna nello sguardo di sessanta artisti contemporanei tra l’Italia e Israele. Diversi gli echi delle singole voci ma  comuni gli oggetti, i segni o le suggestioni provenienti da archetipi universali che si rivestono dei colori di singoli luoghi agli antipodi sulla terra.
Coni gelati finiti a terra, schiacciati o dissipati al suolo di fronte forse al volto incredulo di chi dall’altra parte guardava esplodendo in un pianto irrefrenabile e burrascoso, nell’istallazione di  Giorgio di Palma.

 Ancora nel “disastro annunciato” un orsetto di ceramica posto insieme ad altri suppellettili fragili e preziosi finisce a pezzi al suolo, forse disintegrato dalla furia gioiosa del gioco infantile, dall’impulso creativo del bambino come dell’artista di toccare, sperimentare, fare a pezzi, dalla curiosità innata di far esplodere o esplorare. E, ancora, ricompaiono tra i diversi lavori barchette di carta ripiegate, rifatte in ceramica e poi lasciate scivolare su un immenso foglio bianco e liscio come la scia disegnata su una marea solitaria,  una libreria composta da mille copertine colorate, un elefante in gesso, una scatola in ceramica ingigantita con i quattro colori primari, un secchiello rosso su una spiaggia nuda e  oggetti inflazionati della memoria infantile come ghiaccioli, gomme da masticare,  merendine, liquirizie, palloncini svolazzanti o bolle di sapone .


"Endless Love” nell’affresco su tela juta di Valerio Berruti è la pacificazione del sonno, il riposo sicuro dell’infanzia mentre l’artista osserva i suoi figli “abbracciati, avvinghiati, uniti in un intrigo di braccia e gambe che, non a caso, ricorda il filamento del DNA». E’ la carezza di questo riposo pacificante e sereno amplificato, ingigantito, all’ennesima potenza come un affresco affiorato di per sé su una tela dove le due piccole figure appaiono trasportate, avvolte, completamente immerse nelle braccia del sonno come in un avvolgente stretta materna. 

Adi Kichelmacher
Roberta Savelli

Per Roberta Savelli sono lavori onirici, istantanee fotografiche arrestate in punti incidenti della memoria d’infanzia e ricreate, fatte rivivere come dipinti vividi, incisi in cera su una eterea tela di garza. Là i segreti sono sussurrati all’orecchio, gli occhi bendati tra le due bambine, e le parole disvelate ricreando questo immaginario di un mondo scomparso, fragile e segreto fatto di legami, giuramenti e tacite corrispondenze in qualche modo ritrovate, intuite o captate sulla tela come l’anacronismo di un tempo altro.



Adi  Kichelmacher:“My childhood dreams”(2018). 
 Il mio sogno d’infanzia, racconta questo dipinto, si espande all’ennesima  potenza dal suo fondo rosa intenso, acceso e violaceo, ora indaco e fucsia. Si espande a raggiera, in raggi multipli e brillanti, in linee incantatorie come per l’effetto di un qualche alchimia da queste mani di bambina sorprese nel mentre del meraviglioso. Il mondo è per lei tale spazio illimitato e senza fine che si crea dalle sue mani, che prende forma e si colora di un indaco  gioioso. Tutto si muove intorno a lei nell’infinito moto della creazione,  nel varco aperto dal gioco in un continuo dove creare e distruggere divengono una e la stessa cosa.  In un’altra versione è “ la ragazzina con il sole nelle proprie mani” dove tutto si colora di giallo e arancio, raggi solari espandendosi in una radiazione della solarità e dell’infinito.




Orly Aviv: “Come, fly with me”Lo scenario è immerso nell’oro e nell’arancio, l’immaginario quello di un sogno ad occhi aperti. Le due piccole figure, una l’ombra dell’altra reale ritratta nella foto, aleggiano, si muovono, danzano nel sole, nella vibrazione rilucente e dorata dove sono immerse, nella tempestata di punti fluttuanti come uno stormo disperso nell’orizzonte risplendente del cielo, come piccole foglie verdi, eteree e leggere, che corrono, si inseguono e volteggiano in quel mare d’oro.  Stessa luce, stessa immersione in ambiente liquido e luminoso, questa volta è lo scenario di una città moderna e metropolitana, Milano forse, vista nella stessa irradiazione di una luce oro, giallo-arancio luminosa e riflessa dai fari dei lampioni elettrici.  Attraverso un grande arco è la porta d’accesso alla città, disegnata dalle linee dei  tram che circolari si intrecciano portando verso questa scia di luce lontana oltre il mostro sguardo.

In Eran Shakine lo scenario dell’infanzia emerge dal dopo la tempesta, dopo l’alluvione che ha sradicato e portato il caos, lo sconquasso di forme di vita, il groviglio di piante e alberi sradicati tutti intorno:  multipli mondi da un mondo, il rovesciamento dall’ordine precedente, un nuovo ordine ancora a trovare, cespugli, braccia e rami, sullo scenario di un post-diluvio universale.
 Il nero pennello  ritaglia    il contorno di un piccolo corpo naufragato, ridipinto sulla solitudine del fondo boschivo sul piano nudo di legno.



 
 


“Stitches” (Dado Schapira) sono i punti di sutura che ricuciono e tengono insieme le fotografie dell’infanzia di Schapira. Come un taglio sula pelle aperto e ricomposto attraverso dei punti chirurgici, come si ricuce il tempo tra passato e presente nel tentativo di riannodare i fili tagliati o interrotti della propria storia, come si sutura l’istante e si ricompongono i pezzi, i frammenti o gli anelli mancanti dalle proprie passate esistenze, così si riempiono le immagini  di Shapiro di reali, fisici, tangibili punti di sutura sulla tela ritrovando il bambino che si era nei giochi più comuni come corse, scivolate e capriole immortalate dalle pellicole.



Conclude l’allestimento il grande affresco colorato di materiali compositi, tutti i colori, tutti i rimasugli in plastica ritrovati e ricomposti insieme usando pezzetti di palloncini scoppiati, esplosi o fatti saltare in aria. Un circuito è visto cortocircuitare, come un palloncino esplodere lasciando residui di plastica qui ricomposti in una nuova composizione irriducibile e gioiosa, colorata e multiforme che si sporge fuori dalla forma circolare dell’istallazione sulla parete simile a un bouquet o omaggio floreale a un'infanzia ritrovata in un modo proprio per ciascuno di questi artisti. Una finzione possibile,  re-immaginata a posteriori di un mondo disperso o mai esistito altrimenti, irraggiungibile se non attraverso il gioco del fanciullo o il passaggio alchemico del lavoro d'arte.











martedì 11 dicembre 2018

…VIAGGIO, RACCONTO, MEMORIA, attraverso le fotografie di Ferdinando Scianna




All’inizio di questo viaggio per immagini nella retrospettiva “Viaggio, Racconto, Memoria” ai Musei san Domenico di Forlì è la miriade di scatti e storie, racconti e memorie legati all'universo fotografico di Ferdinado Scianna: la quintessenza del suo stile, il suo essere attraverso la fotografia a stretto contatto con il mondo, in presa diretta con la vita e parte in causa della storia che in maniera estemporanea documenta nel lavoro di reportage. La selezione di immagini dedicate a Bagheria nella prima sala rende testimonianza alla sua terra natale, la Sicilia, luogo d’appartenenza e di radici, di fughe obbligate nel corso degli anni ed ossessivi ritorni, di salti in avanti nel tempo al presente e riecheggiamenti di un mondo arcaico e vagheggiato  simile a scintille di memoria dall'infanzia o dalla prima giovinezza 
ritrovate in fulminei istanti di fuga dal presente. 





Bagheria, l’odiato-amato paese in cui sono nato, dove ho passato la mia infanzia, in provincia di Palermo, dove ho vissuto fin ai 23 anni, dolce e terribile luogo dell’anima dove ho scattato ben più fotografie di quanto non sospettassi. Ho continuato a fotografare a Bagheria nel corso degli anni, negli innumerevoli,  desiderati ora temuti, felici ora dolorosi, qualche volta inevitabili ritorni”[i].

La questione ossessiva quanto inevitabile per Scianna sull’essere siciliano si lega alla ragione prima, all’essenza stessa del fotografare  che per lui è indiscutibilmente un modo, forse il solo di approcciarsi alla realtà, di esserci e guardare il mondo nel tentativo di comprendere, fosse solo qualche istante decisivo, e di raccontarlo attraverso il mezzo fotografico . Cosa significa essere nati in quel luogo , isolato e isolano, impregnato di anacronismi e tradizioni, riempito di rituali e affondato in un immobilismo fuori dal tempo, letargico e fatale, poi andare via, allontanarsene per gettarsi nel maelstrom del vivente da Milano a Parigi collaborando con un’agenzia internazionale e e prestigiosa come Magnum o nei vari reportage in giro per il mondo , eppure continuare a guardare, a esplorare la realtà con occhi da siciliano. 

Quando partiamo la nostalgia comincia a tormentarci, il lavoro di trasfigurazione della memoria in un ritorno tanto sognato quanto reso impossibile. Dalla Sicilia si scappa ma non si lascia mai l’ossessione delle origini..”.





Origini, radici, la terra di Sicilia





Le fotografie della prima sala scattate negli anni ’60 dalle inquadrature altamente cinematografiche ricreano ambientazioni, atmosfere, stati emozionali dell’intrinseca identità dell’isola evocando in scorci suggestivi immagini giunte dagli anni dell’infanzia o della  della prima giovinezza in Sicilia. In “maestro d’acqua”: un uomo di età avanzata appare 


seduto tra gli arroccamenti a ridosso del mare sulle coste  palermitane intento a sorvegliare un gregge. Solitario, asettico, inerte all’ azione, il suo sguardo appare gettato lontano oltre gli altopiani, pensatore  estraniato dal presente. Palermo velata da una tenda è inquadrata in un’altra fotografia. Dietro quella il profilo di una donna si intravvede tenendo per mano il figlioletto in primo piano: tendaggi, schermi o reti mediano lo sguardo e separano, oscurano, pongono dei filtri visivi alla memoria rendendo quel mondo lontano e fittizio, più distante e remoto. Un gruppo di uomini in un bar avvolti da una coltre densa e grigiastra di fumo aspirano lentamente dai loro sigari mentre si soffermano indolenti e solitari a giocare a carte e  a scommettere sul nulla del proprio presente. Bagheria sono le case arroccate sugli scogli in prossimità del mare, scavate dentro la pietra in un piccolo borgo solitario e resistente, lì da secoli esposto alle intemperie e alle tempeste, alla durezza della vita dei pescatori, costruite l’una a ridosso dell’altra a strapiombo sulla costiera. E’ lo sguardo di una donna anziana lucido e acuto in primissimo piano dagli occhi tempestati di nera ematite rilucente di ghiaccio. Sono i volti di donne avvolti da veli neri nel sole accecante del mezzogiorno a ridosso delle case del villaggio. Sono orizzonti, “dalla terrazza della casa dei miei nonni si vedevano agrumeti fino al mare, dalla cappella di s. Giusipuzzu la Villa Rosa si stagliava libera contro il monte Pellegrino”.









Le feste, ugualmente appaiono tra i soggetti più frequentemente fotografati e affascinati per Scianna che già all’età di ventun anni collabora con lo scrittore Sciascia pubblicando il suo primo saggio in immagini “Feste religiose in Sicilia”.  Patronali o liturgiche, barocche o religiose, riferite a santi o patroni di un paese,  un villaggio, o una contrada come la  notte del fuoco rigeneratore di S. Giuseppe, le feste ricorrono nelle fotografie di Scianna come momenti catartici, eventi rituali nella vita di un gruppo, momenti di estasi collettiva o insieme riti regolatori e purificanti di una comunità, infine , nelle parole del fotografo: “ il solo momento in cui il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, del suo vigilante e doloroso super-io per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.” 
I volti estasiati e sorpresi di una folla di giovani e bambini attendono con gli sguardi volti verso l’alto in un'unica direzione nella prima di queste immagini l’accendersi del fuoco rigeneratore, l’inizio del falò rituale che brucerà in ogni piazza, in ogni angolo di strada  “mobilio e roba vecchia” danzando per rigenerare speranze ed energie collettive nel mezzo dell’inverno. Sono ancora le sfilate patronali con i volti celati degli adulti e i bambini coperti da vesti sacramentali per riappropriare l'evento della passione del Cristo, interpretata e ritualizzata come scena di catarsi collettiva nelle strade del paesino.  


 A Lourdes, in contrasto sulla stessa parete un uomo porta tra le braccia in primissimo piano un giovane probabilmente infermo e la dimensione della fotografia sfiora d’un tratto l’altro estremo del rituale religioso tacito, silenzioso e interiorizzato: il volto in cerca di redenzione, l’infermità esposta in attesa della straordinaria presenza del divino, l’intervento del miracoloso. Qui non è più la folla, il caos, l’esasperazione del rito collettivo e catartico ma il gesto silenzioso dell’offrirsi totalmente per questo singolo corpo infermo e senza difese al divino: l'abbandonarsi alla grazia salvifica e rigeneratrice. Le due singole figure, una portando tra le braccia l’altra, inerte, sembrano rischiarate da una misteriosa fonte di luce giunta sulla scena come un’ irradiazione del divino  sullo sfondo lasciato all'oscurità circostante.


Reportage di viaggio

“La speranza di vita a Kami, meno che un villaggio era un accampamento di minatori aggrappato a quattromila metri sulle Ande boliviane, era di 31 anni. Distrutti dalla fatica, abbrutiti dalla chica e dalla coca, quando rientravano, spesso troppo ubriachi per trovare il loro casotto di lamiera, crollavano per strada..Eppure ogni giorno, soprattutto in quelli di festa le donne passavano ore a pettinarsi i densi capelli neri ed a agghindarsi per loro.

“Veniva da un villaggio lontano ed era arrivato con un mulo e un lama. Il suo volto concentrato nella fatica e nella paura aveva sfaccettature da scultura lignea medievale.” (Scianna,  Visti e scritti)


Sono le Ande boliviane dove ignoti individui, uomini e donne nei secoli hanno scavato oro, argento, stagno e metalli per far risplendere i palazzi e i gli splendori degli imperi colonizzatori che li hanno dominati. E, ancora, in Etiopia nei campi profughi i bambini in emergenza di guerra e di carestia morivano ogni giorno sotto gli occhi del fotografo, infine, tutte le zone della terra colpite da emergenze politiche o umanitarie dove i mandati documentari hanno condotto il fotografo nel corso degli anni.

 Scianna in un’intervista a proposito degli scatti in Etiopia ricorda la stretta atroce che lo paralizza,  nell'impossibilità di fotografare di fronte all'ineluttabile evidenza della sofferenza atroce dei molti, della morte toccata con mano in quel campo profughi dove a migliaia, soprattutto bambini, morivano ogni giorno di stenti e malnutrizione nelle condizioni più miserabili. Come Scianna afferma ciò che lo spinse ad attraversare quel muro di silenzio, a superare la parete invalicabile della sofferenza atroce di quella realtà  e ritrovare così una motivazione al suo lavoro fu  la risposta immediata e intuitiva del corpo nel suo innato sapere, il suo grido primordiale verso la vita più impellente e pervasivo di ogni fragilità o blocco psichico vissuto di fronte alla tragedia dei molti.
Come egli afferma a questo proposito: 

“Nelle fotografie metti il tuo dolore, la tua pietà. Non cercare di fuggire, non tentare di cambiare il mondo. Usa la tua fragilità, il corpo nel suo bisogno primordiale, nel suo istinto primo di vita più forte dell’angoscia o della paura del momento”.

 La necessità fisica quasi, l’impulso alla vita  in quel faccia a faccia diretto e inequivocabile alla morte. I volti di Kami (1986) in questo senso non sono la semplice documentazione di sfruttamento o miseria per i minatori delle Ande Boliviane ma inseguono negli scatti più belli questo grido alla vita, svelando una forma di sorprendente bellezza insita nel volto di una giovane donna colta di profilo nell'atto di pettinarsi o sciogliersi i capelli scuri sulla pelle olivastra, ondeggianti al vento. Lei avvolta in uno scialle di lana di tessitura indigena appare in una sorta di innata sensualità come il ragazzo nell'immagine accanto in una inesorabile malinconia, ben al di là del reportage giornalistico sullo sfruttamento in atto.

Ossessioni: gli oggetti al centro della fotografia

“Se queste fossero le fotografie, immagini fuggite dagli specchi per vivere di vita propria. Un tentativo della cultura occidentale di dare una risposta sulla domanda fondamentale relativa all’ esistenza, al mondo e a noi stessi”.

“Forse le fotografie sono davvero le memorie di tutti gli specchi che hanno riflesso le cose, i volti o le immagini di tanti uomini(..) Per una volta non siamo noi che abbiamo rotto gli specchi per andarvi a cercare dentro chissà quale verità nascosta di noi stessi o del mondo ma è la labile verità delle immagini che è uscita per invadere il mondo, per invadere i nostri album di famiglia, per problematizzare il nostro rapporto con la memoria sino all'inflazione nullificante che oggi viviamo”.


Le cose rappresentano per il fotografo un modo di guardare il mondo nella sua miriade di sfaccettature che rimandano spesso proiezioni conflittuali o contraddittorie, e, a partire da quelle,   di ricostruire un’idea unitaria di sé stesso rispetto ad esso. Le immagini di Scianna nascono in una continuità tra il vedere, sentire e pensare, convocando spesso citazioni visive di imprescindibili maestri come Cartier-Bresson. Le cose, gli oggetti del mondo, ciò in cui ci si imbatte o che si incontra accidentalmente fino a divenire “occasione” in senso poetico per la fotografia restano sempre al centro del suo lavoro: “ piccole cose di poco prezzo, senza importanza. Le cose raccontano, ci raccontano, le fotografie fanno parte di questo racconto”.



Foglie viste con sguardo ravvicinato ci avvolgono come un panno avviluppante di bianco tessuto che diventa fogliame, lenzuolo in filigrana di madreperlacea, avvolgente memoria su un fondale oscuro. Uova di struzzo come bianche rotondità candide e preziose su una terra inaridita di siccità a Dijbuti sono ammonticchiate in primo piano ai piedi consunti dal cammino di una donna  africana. Accanto e' un paniere ricolmo di cannucce. Scintillanti si stagliano come oggetti preziosi investiti di un’aurea fuori dall'ordinario, quasi reperti archeologici bizzarri e introvabili, preziosi e magnificenti nel loro bianco candore.





Fotografare i dormienti

Al sonno ci si abbandona quasi di nascosto, in luoghi protetti, al riparo dallo sguardo d’altri per trovare quiete, riposo, rigenerarsi dopo una lunga giornata di affannoso vorticare del corpo e nello spirito, magari per proiettarsi in sogno o svegliarsi invece tormentati da intrusioni insidiose della mente, dai margini oscuri di una psiche risvegliata da inusitate intrusioni dell’inconscio. Nelle fotografie di Scianna ci si abbandona letteralmente al sonno, e in uno o nell’altro versante; gli scatti rubano momenti in cui il flusso della vita si interrompe e il tempo in divenire di un eterno presente si arresta e attende di fronte al miracolo della quiete naturale ritrovata.
Un bambino dorme in Mali avvolto sulla spiaggia e cullato dalle onde di una bassa marea lentamente avanzante , avvolto e cullato quasi da un lenzuolo intessuto sulle acque che lo avviluppano come una grande foglia nel palmo di una mano. Una natura primordiale e matrigna qui pare ancora accoglierlo, lui parte di quella unità totalizzante.  .
Si dorme trovando quiete, una donna in un luogo di detenzione su una panca di legno intagliata da scanalature di acciaio opache. Si dorme ancora sulla panchina di un parco a New York per un ragazzo nero della strada trovando qui per un attimo pace dallo stridore e frastuono di un intollerabile al di fuori. Si dorme sui sedili delle metropolitane o dei parchi, nelle stazioni, nei luoghi meno avvenenti in Scianna, nei margini di abbandono, a lato degli spazi pubblici mondani contro la ricchezza  platealmente  esposta di un capitalismo che esilia e marginalizza gli individui rimasti esterni all’ingranaggio del sistema. Oppure si dorme sulle rive del mare in Malì abbracciati alla forza primordiale di una natura benigna in continuità con il vivente, distaccati dal tumulto invadente del mondo altro, esterno all'inquadratura. La fotografia, allora, salva istanti di vita nel momento stesso in cui li arresta, li fissa e li immobilizza in immagini che portano in sé ciò che non è più come scriveva Barthes: il divenire di uno sguardo, un volto o l’apparire di un evento in un istante unico e irripetibile, l'immagine offerta al mondo in luogo di una reale sparizione del soggetto.

                 
I luoghi


“Ho sempre pensato che faccio fotografie perché il mondo è là…questi luoghi non mi sembra di averli cercati, li ho incontrati vivendo, poi ho scelto tra le fotografie realizzate alcune in cui riconoscermi”.

Riconoscere quasi, intuitivamente qualcosa dei luoghi, scorci che lo connettono alla sorgente dell’immagine e della memoria, in qualche modo del fare fotografia per Scianna. Il camminare è parte integrante del lavoro del fotografo, cioè il vagare attraverso i luoghi e le cose cercando momenti significativi per cogliere “ il sentimento che il mondo, la vita in quel momento ci offre ."

Viaggiare, camminare, percorrere a piedi, perdersi e ritornare sui propri passi; la ricerca non è mai semplicemente documentaria ma ontologica, esistenziale in questo ossessivo, insensato e necessario vagare.
Come afferma Scianna: “ogni viaggio è sempre anche un viaggio spirituale  se andando altrove si viaggia anche dentro sé stessi”.

I luoghi parlano di identità, posseggono la tacita consapevolezza d’essere insieme viventi e abitati, propagano il  sentore delle persone, degli eventi che li attraversano, qualche volta l’afflato disperante di una scena di morte o distruzione. Così vediamo il volto di un giovane boliviano dagli occhi e capelli corvini con addosso un cappello e una giacca nera ai margini della foto contro il miraggio dall’altra parte della strada di una vetrina con tv, stereo, manichini e oggetti della cultura consumistica occidentale. 
E' l’immagine di un bambino morente in Etiopia stretto al seno della madre sullo sfondo di un campo profughi durante l’emergenza umanitaria della carestia etiope dell’1984.

Uno scenario da sogno in un elegante giardino parigino è visto attraverso lo schermo distanziante di una finestra , come si trattasse di un sogno guardato attraverso le linee nere degli infissi che separano e filtrano l’immagine proiettandola in una dimensione surreale e psicanalitica. La giovane coppia elegantemente abbigliata in bianco è vista abbracciarsi, stingersi  intrappolata nello specchio al di là del nostro sguardo. Ancora Milano appare avvolta nella nebbia, e un tracciato di tram è inciso a terra sulla distesa bianca e incontaminata dopo una nevicata imminente. 



Valencia è l’abbraccio appassionato e clandestino, la stretta sensuale di due giovani amanti contro  un muro scrostato, trasudante di scritte in vernice contro le inferriate della cella di una prigione o un vecchio edificio di reclusione . Infine New York appare nell’immagine emblematica dall’interno di un fast-food frequentato dai  neri d’America in primissimo piano. Al suono tintinnante di un banco di fronte a un cassiere  un uomo nero ordina hot dogs e un altro se ne sta seduto, espanso e magnificente nella sua carnalità, obeso e inerte dall’altra parte del tavolo, sazio e impassibile di fronte a un piatto vuoto.





“Se parli della vita, la vita ti regalerà le fotografie”

“La fotografia contro l’indeterminato del flusso mediatico” rappresenta per Scianna l’arresto, il punto nodale, la presa di posizione critica e poetica, l’interrogarsi e insieme la scelta, anche se mai completamente consapevole su quello che la realtà offre o espone ai suoi occhi al momento dello scatto.

 “Prima viene il tuo rapporto con la vita, poi la fotografia: ciò che ti parla, ti preme, ti indigna o ti fa reagire, ciò che tu come artista vuoi raccontare. Usi la fotografia per dirlo perché se parti dalla vita e non dalla forma la vita ti regalerà le più belle fotografie”.

 Sono immagini trovate o ritrovate secondo Scianna e non costruite, scoperte vagando attraverso gli oggetti o gli eventi del quotidiano oppure che risvegliano in lui, come in noi spettatori, una qualche intrinseca memoria, antica, forse a noi stessi a priori inconoscibile. Le stesse hanno il potere di raccontare una storia attraverso un istante fissato sulla pellicola come una “verità delle immagini uscita per invadere il mondo” al di là della volontà del singolo di manipolarla o arrestarla_ quello che Cartier-Bresson chiamava l’istante decisivo. 



Egitto, (1989)

Nata come foto di moda l’immagine esula dai limiti del mandato commerciale e coglie nell'istante stesso dello scatto la quintessenza di un moto verso la vita.Traspare immediatamente l’ebrezza leggera della libertà nella corsa della donna attraverso l’arido deserto, nel gioco e nelle risa dei bambini sullo sfondo. L’insostenibile leggerezza dell’essere al centro della fotografia, essa in primis arte dell’istante, dell’effimero e del transitorio fissato come impronta di luce sulla pellicola in negativo: istantanea traccia sul fluire indeterminato del vivente.   

La giovane donna  in tayeur bianco aperto a v avanza nella corsa in sospensione aerea quasi sollevando i piedi calzati da saldali e a metà immersi  ancora nella sabbia del deserto egiziano.  Nel salto gioioso e leggero celebra la bellezza dell’istante sradicando i piedi dalle sabbie immote del deserto accompagnata dalla grazia di questi bambini egiziani forse del vicino villaggio. Il movimento traspare sullo sfondo del deserto, delle rocce e dei rilievi,  contro il villaggio visto a distanza, sulla povertà che trapela tra le linee, sullo sfondo  dei promontori, delle case di terra dissecata e della sabbia arida del deserto. 





[i] Tutte le citazioni sono tratte dal catalogo della mostra, “Ferdinando Scianna, viaggio, racconto, memoria” a cura dei Musei  San Domenico di Forlì, 2018.

mercoledì 20 giugno 2018

Meta-morphosis, Zhang Dalì,( a Palazzo Fava a Bologna)



















E’ una storia di metamorfosi, di transizioni  e ri-creazioni quella che l’artista cinese contemporaneo Zhang Dalì racconta nella mostra attualmente in corso a Bologna a Palazzo Fava, una storia in cui il senso di cambiamento è pervasivo e a diversi livelli: politico ed economico nella Cina globalizzata d’oggi, urbanistico nelle demolizioni e rifacimenti massici della capitale, poetico nella capacità dell’artista di dare voce e corpo alla transizione del paese verso una nuova forma di capitalismo globale con tutti i traumi e contraddizioni che in esso si riflettono.  Il “realismo estremo” di Dalì esprime per l’artista la necessità di guardare alla realtà d’oggi del suo popolo, del suo paese, e riflettere, esaminare, dare voce a una coscienza critica, nella frattura anche tra realtà e individuo perché, come egli afferma: “l’arte ha il dovere di esprimere il proprio scetticismo verso la brutalità che esiste nel mondo reale”. 

“Penso che l’artista contemporaneo senza una presa di posizione netta non possa creare nessuna grande opera. Deve prendere una posizione che gli permetta di distinguere tra bene e male e dare un giudizio di valore. La creazione artistica incarna un’ideologia così come un’umanità. Se non c’è compassione, amore ma solo l’idea di arte come giullare di corte allora l’artista sarà uno snob e uno speculatore”[1].

L’arte contemporanea in Cina dal suo punto di vista può solo essere un’arte di ribellione, perché senza tale presa di posizione sarà l’interesse a condurre il gioco o la pura logica del profitto. L’artista, secondo Dalì, è colui che riesce a dare una voce, una coscienza critica e espressiva a quello che sente manifestarsi intorno a sè nel mondo nella società, nella vita che lo circonda e al quale i molti non possono dare voce. Di qui, la necessità di comunicare, condividere con la maggior parte o dare visibilità al massimo grado attraverso la fotografia, l’installazione o i graffiti in modo da rendere palese una verità o una visione che viene dal profondo senza incorrere in una mistificazione del reale che conduce a in un’arte elitaria, complessa o distaccata dalle persone.

“AK-47”, auto-ritratto

Il mio volto è questo ritratto espanso e reso attraverso una miriade di punti, unità luminose, pixel quasi dell’immagine elettronica  nella litografia stampata. Ricoperto dal marchio indelebile di un nome, logo di un’arma da fuoco e cancellato dalla medesima come dall’ evidenza esposta di una violenza innegabile per quanto celata, dissimulata in maniera sottile  o resa invisibile nella società d’oggi. Tuttavia, anche, è uno sguardo che  penetra e attraversa la fitta maglia di questa rete densa e occlusiva per vedere attraverso e giungere, incisivo come un obiettivo al punto focale dell’immagine, tale lo sguardo dell’artista sul reale.

Human world, Red, Black and white series

Colori a olio rosso, bianco e nero sono distesi a plat su una striscia verticale di fine carta di lino come nella tipica arte calligrafica cinese. “Red to paint green trees”, rosso per dipingere alberi verdi, nero per dipingere un sole, ora una luna bianca a  seconda dello stato che emanano i singoli oggetti o che noi da essi riceviamo; dipingere la tonalità della loro anima in vibrazione con il nostro più interno sentire, noi stessi nella loro rifrangenza. 
 Il mondo umano è un proliferare di forme, rosse tracce di corpi alla deriva: braccia, gambe o teste fluttuanti si intrecciano in un flusso continuo fino a ricongiungersi a un’onda di vita in movimento su uno sfondo nero ora bianco a seconda dell’accento dominante nella tela. L’idea del rosso fluire della vita mentre la notte è una luna bianca su carta di lino nero e due libellule volano via in alto aprendo la strada alla libertà del disegno.

“Dialogue and demolition” (1998-99)







Dalì tornando nel proprio paese dopo alcuni anni di vita passati a Bologna assiste alla metamorfosi profonda e rapida del tessuto urbano pechinese; i vicoli dell’antica città-labirinto fatta di mura grigie e piccole case basse e fatiscenti sono ora segnate per la demolizione,  i vecchi hutongs, tradizionali dimore Pechinesi vengono rasi al suolo nel giro di una notte per lasciar posto ai cantieri della nuova e forzata urbanizzazione. Nel movimento caotico della città, uomini d’affari si affrettano in corsa uscendo dagli hotel di lusso mentre fiumi di sozzura trapelano nei vicoli retrostanti e rifiuti  si accumulano ai margini delle porte posteriori. Fiumi di nero esalano l’ odore acre e nauseabondo dei rifiuti , pezzi di plastica  si rincorrono al vento alla deriva, pile di immondizie per le strade si accumulano all’ombra del miraggio di una rapida ricchezza sotto gli scintillanti grattaceli in vetro e acciaio riflesso. L’artista si sposta di notte in bicicletta e incide sui muri segnati da una croce il suo profilo disegnato in spray con la firma ak-47  marchio di una nota  arma da fuoco_ un kalashnikov_ quasi volesse porre radicalmente la questione, aprire l’interrogativo sulla legittimità del processo in atto imprimendo un segno, il proprio, per gettare la prima scintilla incendiaria al dibattito di lì a poco acceso. La serie fotografica “Dialogue and Demolition” esprime l’urgenza di aprire attraverso questi varchi scavati sui muri in demolizione sullo sfondo dei nuovi grattacieli un dialogo con lo spazio urbano e suoi abitanti. Passaggi, aperture, vie percorribili allo sguardo nelle fotografie conducono anche simbolicamente oltre la tabula rasa del presente per riconnettere  l’individuo alla propria storia e identità.







“Demolition-forbidden city” (fotografie
)

Dinamite sulla parete bianca come se qualcuno ne abbia scavato proprio questa apertura al centro lasciando ai piedi una scia di sassi, macerie e terra esplosa. Un altro volto anonimo del paese appare, quello che perde la propria identità per rincorrere l’eldorado dorato del capitalismo come di una ricchezza facile e immediata da ottenere, cui segue l’occupazione forzata dello spazio urbano in superfici colonizzate dalle multinazionali in ardite speculazioni e investimenti finanziari . Un palazzo imperiale dell’antica dinastia cinese magnificente e splendido si intravvede attraverso un varco che pare un volto, attraverso il profilo di un uomo che guarda invisibile e trasparente dentro quel passaggio e non ha che una sola voce per parlare, l’epifanica apparizione di una macchina da scrivere. Lì, intagliata sulla pietra grezza in mezzo alle macerie la voce di un uomo invisibile e senza volto diviene parola scrivente e scritta di quella macchina apparsa per caso in mezzo alla scia dei sassi e detriti.   La storia è qui in fondo non cancellata ma solo rinviata, vista più indietro e più lontano, scintillante e riflessa attraverso questo antro dorato in cui si stagliano come per un miraggio di presenza i tetti dell’antica e purpurea “città proibita”:  il palazzo imperiale delle millenarie dinastie Ming e Qinq. L’immagine poetica trapela  attraverso una fessura, uno spiraglio che diviene  il varco di una finestra aperta sul passato.



Cianotipo, ombre e anti-materia





Il cianotipo è un fotogramma prodotto nelle singolari tonalità bluastre derivanti dai sali ferrici applicati su un foglio di carta bianca al passaggio della luce attraverso il suo negativo e senza l’ausilio di una macchina fotografica. Il singolare uso di tale tecnica in Dalì  produce immagini non alterabili né modificabili capaci di catturare in un singolo istante l’oggetto divenuto la sua ombra o ricongiunto ad essa. Le opere della serie, in questo senso,  lasciano affiorare una realtà fatta di ombre che intrinsecamente smaterializzano le presenze e gli oggetti reali.
Ombre cinesi in Dalì raccontano una anti-storia in immagini. Il colore di tale emergenza è il blu, la tonalità è quella dell’etereo, del volo oceanico, la libertà del vento o dell’aria che muove le bandiere sventolanti e leggere come i fili d’erba delle piante, le cannucce di bambù o i fiori che si dischiudono nelle prime ore notturne.
Come mostra l’artista nelle opere più politiche la verità è spesso manomessa o cancellata dai sistema di controllo e sorveglianza del governo cinese, la censura tacitamente agisce così come l’informazione è manipolata dai media controllati dall’establishment. Allo stesso modo, in questa vicenda di metamorfosi e cancellazioni subitanee della storia spesso l’essenziale si perde lasciando il posto alle sue ombre o ai suoi riflessi sbiaditi. Le cose sfuggono, le identità si confondono, la verità diviene ombra. “World’s shadows” è il risvolto interno, l’altra faccia di una realtà mostrata nelle demolizioni estemporanee di interi quartieri di Pechino o nei volti anonimi dei contadini-lavoratori giunti in massa dalle campagne per assimilarsi al flusso migratorio delle grandi città.
Eppure tali ombre dileguate nelle tonalità del blu, del bianco o dell’ indaco perdono qui una connotazione strettamente politica per diventare fotogrammi poetici dove l’anti-materia si fa da subito un inno alla leggerezza, un simbolo di libertà, l'esaltazione dell'insostanziale   natura dell’esistenza.   
Come Dalì afferma:  

Il mondo sotto il nostro controllo è solo una piccola parte dell’universo, certamente non tutto. Le ombre che documento esistono solo per un breve tempo ma attraverso la tecnica del fotogramma esse continuano a esistere per un tempo assai più lungo sotto il nostro sguardo. Le ombre[..]godono di una propria esistenza e valore intrinseco, non sono una riproduzione o una copia del mondo degli oggetti materiali, piuttosto una specie di anti-materia che demarca lo spazio occupato dagli oggetti sotto il sole.[2]












Indaco, blu è ancora il colore di qualcuno che guarda mentre il suo profilo appare nell’iridescenza di luce del bianco. La sua immagine si proietta come quella di un film senza voce su un fondale blu all’aperto del cielo. Il mondo qui è quello del cinema muto di Chaplin o Mélies in immagini filmiche in movimento: fiori escono dai cappelli, farfalle blu svolazzano sul fondale indaco, ruote di bicicletta girano espandendosi in forme concentriche mentre il profilo di un giovane resta fermo a guardare  il mondo piegarsi alla propria interna metamorfosi poetica. Ogni cosa si colora di una luce blu intenso-oltremare, colombi si liberano dai cappelli sui cieli immensi e immobili di un planetario  costellato di bianco. Il suo essere si espande al tempo e al passo della sua visione; come in un gioco di illusionismo la realtà si trasforma a suo piacimento, a suo ritmo e spazio poetico. In altre versioni della serie, fiori di luce diventano sprazzi poetici di un blu rosato, lampi e scintille di un cielo in tempesta impressi nel contro-luce intenso e quasi abbagliate del fondale blu.


AK-47 (ritratti)




Nel 2000 andai in piazza Tienanmen perché pensavo ci fossero dei fuochi d’artificio e un’atmosfera festosa per celebrare l’arrivo del nuovo millennio. [..]Nei pressi della piazza un poliziotto mi disse in modo brusco di levarmi di torno e di non fermarmi. D’un tratto l’atmosfera festosa era stata distrutta. Tornavo a casa inizia a dipingere. AK-47 è un simbolo di violenza. Ho usato questo simbolo per vedere attraverso i volti che vidi quella notte. Volevo dipingere proprio quel tipo di volti, e così ho continuato a fare oggi.” [3]

I ritratti del 2000 emergono dal contrasto di sfumature cromatiche sulla sigla ak-47; foto-tessere di volti anonimi appaiono stampati  in acrilico sulla tela di vinile impressa direttamente della sigla a ripetizione. La violenza del marchio stesso _il nome di un kalashnikov strumento di guerra e distruzione_ resta lì in qualche modo scritta, presente e indelebile fin dentro le cellule di quei corpi e, tale realtà probabilmente non sarebbe visibile o rappresentabile senza quel marchio, non potrebbe esistere altrimenti. Non siamo più di fronte alla patina eterea e svaporata, indaco e immateriale percepita attraverso la lente del sogno precedente ma su una tela iscritta e marcata, impressa da arma da fuoco che parla la lingua di una violenza espletata nel tacito controllo del linguaggio, dei media o della stampa da parte delle autorità cinesi , qui implicitamente esposta. I volti mai neutrali di Zhang Dali’ mai incolumi o limpidi nella loro traccia sempre e comunque appaiono plasmati nella pasta del mondo, segnati dal suo segno, impressi della sua sostanza compromessa e alterata quanto la realtà stessa. Unico modo possibile di guardare  a quegli individui in sé stessi "disabitati", insostanziali simulacri di presenza.

Dal 2008 ( nella serie “Slogan”)  i volti di Dalì si ricoprono dei caratteri calligrafici della propaganda  di massa del governo in favore delle Olimpiadi nel suo paese. Ancora una volta appaiono in serie nella varietà dei diversi ritratti,  “mappati” attraverso gli slogan ripetuti, de-umanizzati dalla loro stessa storia e identità.  I volti giungono a noi come emanazioni sottili, circolari e concentriche che propagano dalla testa, al centro dallo sguardo a tutto il resto della figura. Sono letteralmente presi di mira come attraverso il mirino di un obbiettivo, il kalashnikov della propaganda mediatica cinese, del lavaggio del cervello di un “quasi regime”  all’apparenza democratico che lentamente mira a riconvertire, o meglio allineare il pensiero individuale, singolo o dissidente a quello dell'establishment al potere. I tratti si perdono sempre più, velati e distanti come icone nel processo di tacita appropriazione da parte della propaganda governativa. Loro, anonimi e senza gioia, senza umanità apparente, appaiono ricoperti di slogan pervasivi messi in circolo fino a plasmarne dalla periferia del viso il centro della mente .


 



Chinese offspring (2004-2010 installazione)

Sono venuti in città in cerca di lavoro; sono contadini, operai, migranti, esuli o braccianti parte della massa anonima arrivati in proporzioni inimmaginabili dai villaggi sperduti, desolati delle lontane province cinesi per abbracciare la nuova e forzata urbanizzazione.
Sono sculture a testa in giù: “Offspring”, progenie cinese come titola l’installazione ma anche “off-head”, “off-memory”, “off-past”, senza più storia, memoria né passato,  senza i valori dei grandi maestri e saggi che li hanno preceduti nella loro cultura. Appesi e sospesi a testa in giù come “macchine di un ingranaggio di cui non hanno più il controllo” essi si presentano all’infinito come parti di un meccanismo a ripetizione senza finalità o ideale altro che non la loro sopravvivenza e sussistenza quotidiana.
Scrive Dalì:
Come conosciamo il valore della vita degli individui se non attraverso la cultura che hanno prodotto? Solo un popolo che crede veramente in sé stesso può esprimere il proprio potenziale creativo e piena vitalità nel pensiero. L’anima di un popolosi trova nella propria cultura. La linea di fondo che separa l’esistenza dalla morte di un gruppo non è l’estinzione etnica ma l’annientamento di una cultura”.[4]

Pendenti a testa in giù simili a statue o manichini legati per i piedi attendono su questa scena vuota dove le ombre ingigantite appaiono divoranti in quel che resta della loro perduta umanità. Gli arti contratti o piegati, i corpi segnati di rossa vernice, i calchi dei volti inespressivi. “Faceless”, “Thoughtless”, “speechless”,  Numeri o cifre scritti sulla loro schiena rinviano immediatamente alle immatricolazioni dei prigionieri ebrei nel regime nazista. Sospesi nel vuoto, senza umanità né voce, senza sesso né reale corpo si scrutano l’un l’altro e sottilmente ci guardano, rinviando a noi il nostro vuoto di coscienza e identità quando a volte perdiamo la nostra vera esistenza.
                                   






[1] Zhang Dalì, “Intervista” Catalogo Meta-morphosis, p. 31
[2] Zhang Dalì, Catalogo Meta-morphosis, p. 93
[3] Ibid., Dalì p.71
[4] Ibid., Dalì, p. 63