Visualizzazione post con etichetta Elisa Castagnoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elisa Castagnoli. Mostra tutti i post

giovedì 25 aprile 2019

SURREALIST, LEE MILLER ( fotografia a Bologna, Palazzo Pallavicini)









Surrealista il suo modo di osservare il mondo, il ricorso a metafore e paradossi visivi per raccontare attraverso le immagini, ancora il rivelarsi a tratti sorprendente di una bellezza inattesa scavando sotto l’usura del quotidiano; tale lo sguardo surrealista per ispirazione e stile dell’artista Lee Miller nel corso di tutta una vita pur nell’evoluzione delle immagini e degli accadimenti. Tanti volti in un sol volto, tante sfaccettature in una sola personalità, nel corso degli anni la musa ispiratrice diviene fotografa, Parigi diviene New York poi il resto del mondo, la ricerca modernista pura astratta si trasforma nella fotografia documentaria durante l’epilogo tragico del secondo conflitto mondiale. La retrospettiva “Surrealist Lee Miller” attualmente a Palazzo Pallavicini a Bologna raccoglie le immagini più significative di una carriera, da quelle iconiche e d’una perfezione stilistica ineguagliabile entrate a pieno titolo nella storia della fotografia moderna e quelle che come tracce, segni o punti incidenti marcano la storia del nostro ultimo secolo di guerre in Europa. 



L’eleganza innata della figura, i tratti puri e raffinati del volto, l’atteggiamento distante e altero, Lee Miller diviene dagli inizi della sua carriera il nuovo volto della moda Newyorkese sulle copertine di Vogue dove lavora a partire dal 1927 con Condé Nast. Approda a Parigi l’anno successivo inviata da Nast per incontrare il fotografo surrealista più in voga dell’epoca Man Ray iniziando con lui una collaborazione proficua come modella e musa al centro dei suoi più noti ritratti. E’ allora che Miller si inizia al lavoro fotografico sotto la guida dell’eccezionale maestro: vuole che lui le trasmetta i segreti della camera oscura, la perfezione della presa di immagine o la sua voluta distorsione; sperimentando con la nuova estetica dell’avanguardia giungono a sviluppare la tecnica della solarizzazione. “Oggetti trovati” del quotidiano, immagini dai contrasti tonali esasperati nella sovrapposizione luminosa, particolari estraniati dal proprio contesto per divenire altri, misteriosi e perturbanti, tali le immagini che accomunano la ricerca estetica degli anni più propriamente surrealisti.


Nude bent forward” ( nudo piegato in avanti) ne è l’esito più evidente. Il nudo femminile visto di schiena in primissimo piano ingigantito e ripiegato su sé stesso al centro genera un’ immagine equivoca, astratta e insieme perturbante allo sguardo. Allude a rotondità sensuali e tondeggianti, ondulatorie e sinuose evocando nell’inconscio una chiara simbologia sessuale al femminile e insieme avvolgendola di un’aurea di mistero e inconoscibilità. Altre volte sono contorni iconici di volti o figure resi in maniera assoluta, epurati in linee essenziali dalla realtà che come moderne icone pop, espongono sé stessi in una simulata nudità di superficie. Tuttavia, l’ottica surrealista permane sullo sfondo, l’idea che l’arte debba attraversare le soglie del cosciente, del convenzionale o consueto, esplorare il sogno e ogni altra manifestazione dell’inconscio come l’irriducibile del razionale e del senso comune. E, ancora, cercare come voleva Baudelaire, la poesia della realtà in segrete, misteriose corrispondenze parte di una totalità cosmica pre-esistente. 



























1929. La musa diviene fotografa e rende soggetto fotografato il maestro. I ruoli si invertono e lo sguardo di Miller sorprende e immortala il volto di Ray a metà coperto di schiuma nell’atto di radersi. Il suo volto appare a metà nitido e intagliato in linee incisive nell’effetto solarizzato, a metà liquidato, tratteggiato e in parte rimosso, reso nebbia o fumo dalla distesa del bianco. Sul nero della capigliatura, sullo sguardo unico, intenso e presente di Ray, sulla fissità del medesimo che si proietta lontano oltre il momento presente il bianco e nero si compongono in una perfetta simbiosi come un’impronta di presenza e su un fondo di cancellazione preesistente. 
Ancora il volto di Ray irrompe di fronte all’obbiettivo sorpreso in primo piano, spiato contro il suo volere dalla fotografa attenta a coglierne le sfumature, il controluce d’ombra, il risvolto sottile di ciò che il ritratto-icona non svelerebbe. Surrealisti in questo senso sono gli inconsueti scorci fotografici di Lee in quegli anni: scarpe pietrificano in ghiaccio, pietre si rivelano masse animate simili a mani, sabot tracciano impronte lievi di passi al suolo, infine un volto resta intrappolato dentro una campana di vetro trasparente e crudele. In “ritratto allo specchio” una donna è colta di profilo oltre la patina della fotografia convenzionale di moda. Pensosa, avvolta da un lungo cappotto di feltro in una posa statica ed elegante da un lato dello specchio_ immagine inflazionata della moda parigina_ si rivela quasi in un controluce discordante e inquieto si sé dall’ altro lato. Quasi volesse oltrepassare la soglia di realtà e correre lontano oltre lo specchio per ricongiungersi all’altro segreto e recondito ritratto di sé. E’ lì nell’ assenza o nell’ attimo di improvviso smarrimento, nell’infelicità inspiegata e momentanea di un istante, in uno spazio-tempo altro non della vita ma propriamente dell’anima.

Negli anni 30 Lee Miller si trasferisce al Cairo in seguito all’ inaspettato matrimonio con un ricco imprenditore egizio per ritornare a Parigi nel 1937 e ritrovare la vecchi cerchia di amici surrealisti, da Picasso a Ernst, da Cocteau a Mirò. Degli anni in Egitto sono gli scenari di villaggi e rovine nel deserto sub-sahariano all’ ombra delle monumentali piramidi. 







Portrait of space”, Ritratto dello spazio: come percepirlo se non attraverso l’apertura, lo strappo inatteso, la fenditura lieve di una tenda, velo o zanzariera. Un’apertura verso l’al di fuori, l’idea di irrompere e aprire una breccia, oltrepassare i confini, i limiti fisici e di pensiero per andare oltre, verso il deserto, la nuova frontiera di libertà e esplorazione come ci si gettasse in un mare aperto oltre i limiti della stanza. La foto apre a questa dimensione altra dello sguardo e dell’immaginazione immergendoci alla ricerca di tale spazio, personale e di movimento, di libertà e d’azione mentre dischiude un piccolo varco, una breccia semplicemente entro l’orizzonte conosciuto del nostro mondo abituale. Piccola cornice, grande apertura forse attraverso la maglia rotta di una rete , là è andare verso l’aperto in senso surrealista secondo Lee Miller.

Dalla cima di una grande piramide” un’ombra immensa e spaventosa si espande e si propaga, discende in tutta la sua altezza e rende il villaggio un arido deserto, il suolo assolato e brullo ricoperto della consistenza di una grande ombra , un’oscurità densa e abitata, che dilaga come una minacciosa presenza in mezzo al vuoto circostante.

La fotografa si trova a Londra allo scoppio della guerra rifugiatasi lì con il nuovo amante Roland Penrose in fuga dal precedente matrimonio. Fotoreporter durante la seconda guerra mondiale diviene corrispondente di guerra accreditata dalle forze armate americane perseguendo una fotografia di reportage nuda e spietata agli antipodi della precedente estetica surrealista. Documenta durante quegli anni tragici e atroci i bombardamenti su Londra, l’Europa ricoperta di macerie, il ruolo inedito e coraggioso svolto dalle donne durante la guerra, le operazioni di liberazione da parte delle truppe alleate americane nei giorni dello sbarco a San Malò e in quelli successivi, Lee in prima linea sul fronte insieme ai soldati.




Una visione cupa di Londra intorno al 1940, ombreggiata come l’edificio che si erge al centro della foto fa presagire lo spettro del nazi-fascismo in Europa con l’invasione della Polonia insieme allo scoppio imminente della guerra. Dello stesso anno è la visione molto più simbolica di “Revenge on culture” (vendetta sulla cultura): le statue classiche greco-romane dei templi cadute a pezzi insieme ai libri sono deposte al suolo avvolte da un nastro nero. Dal poema di Eliot l’ammasso di immagini infrante della civiltà occidentale, frammenti di umanità dispersa e pezzi naufragati di cultura lottano per sopravvivere in un mondo oscurato da forze infernali scatenatesi come bufera su questa “terra desolata”, privata d’acqua e di vita perché immersa in una aridità pietrificante.



Una macchina da scrivere esplosa appare con molle, lettere e tasti saltati in aria in seguito alla detonazione di una bomba in “Remington silent”: cavi strappati, pezzi di ferro, lettere esplose, parole rimaste intrappolate nel “linguaggio rotto o fatto a pezzi” dalla guerra. E ancora seguono le rovine di Londra, il tetto crollato della University College, donne reporter o infermiere dai volti completamente occultati e coperti da maschere protettive eppure tanto più reali e presenti ora nella loro umanità che non i ritratti puri e denudati, limpidi e iconici degli anni venti. Lee Miller in prima linea su fronte schierata tra i soldati, indossa abiti militari e una maschera antigas, mostrandosi pronta all’attacco, ferma e determinata, tra mine e esplosioni imminenti all’ingresso della fortezza di san Malò in un volto inedito mai visto prima per la fotografa.


La guerra è finita, Hitler sconfitto, l’Europa è devastata dai bombardamenti e coperta di macerie; l’orrore e la rabbia dei crimini di guerra ancora pervadono, possenti, impossibili da affrontare, redimere o in qualche modo liquidare. In una visione di Parigi la città è coperta di neve e ghiaccio, le ombre di morte e l’oscurità imperanti. Figure spettrali e oscure si allungano sull’ampio sentiero di Chaillot ricoperto di bianca neve mentre la torre Eiffel scompare come una silhouette sbiadita all’orizzonte; sulla superficie di morte il bianco manto dell’ oblio discende invocando la luce della dimenticanza.

In Germania Lee Miller fu tra i primi insieme alle truppe americane alleate, certamente la prima fotografa donna ad entrare nei campi di concentramento evacuati di Dachau e Buchenwald nel 1945. Tra i primi si trova di fronte alle pile di cadaveri, all’odore nauseabondo e l’orrore dei forni crematori di Dachau. Tra gli scatti documentari più spietati e atroci del momento il corpo di una guardia SS trucidato, fluttuante tra le acque di un canale a Dachau; ancora, deportati uccisi nel tentativo di fuggire, visti come un mucchietto d’ossa e d’abiti laceri accanto ai binari di una ferrovia; infine prigionieri liberati scavano tra i rifiuti alla ricerca di cibo. Sono le gambe e i piedi unicamente fotografati nelle divise di alcuni sopravvissuti rilasciati da Buchenwald, senza volto, senza busto o testa, senza individualità alcuna in questo dettaglio di corpi scarni al limite della sopravvivenza. Forni crematori e mucchi d’ossa e polvere, guardie SS in ginocchio catturate in abiti civili nel tentativo di fuggire e ancora la fiorente cittadina tedesca a pochi chilometri dai campi.

 

Hitler’s house on fire set by SS troupe” Una delle dimore di Hitler messa a fuoco dalle SS è vista bruciare, ardere, andare in fumo mentre le fiamme divampano al centro dell’immagine lasciata in oscurità sullo sfondo. Sancisce la fine di un incubo di terrore e distruzione che ha devastato l’Europa e il mondo nel corso di un quinquennio, il simbolo della fine di uno sterminio indicibile, infernale, inspiegabile altrimenti. Infine, forse nel suo scatto più celebre la fotografa si auto-immortala nella vasca da bagno di uno degli appartamenti del Fuhrer quasi in un atto di iconoclastia voluta rispetto a un innegabile simbolo di potere implicitamente rovesciato per proclamare la fine del regime.

Miller dopo la fine della guerra ritornerà a vivere negli Stati Uniti insieme al marito Roland Penrose. Fotografa e reporter di fama internazionale, non riuscirà mai a cancellare o meglio a scrollarsi di dosso gli incubi e i mali della guerra. In una degli ultimi scatti della mostra “the hostess takes it easy” Lee appare avvolta da una coperta sul divano di casa sua in California, forse sotto l’effetto dell’ alcool di cui fa uso sempre più frequentemente. Anche lei “ sopravvissuta” della guerra, anche lei liberata come i molti prigionieri dei campi ma mai completamente liquidata dai traumi e la memoria di quegli anni tragici e atroci.




martedì 2 maggio 2017

Patti Smith, "Higher Learning" ( esposizione fotografica a Parma)









Patti Smith a proposito di “Higher Learning” la mostra fotografica a lei consacrata in occasione della Laurea Ad Honorem ricevuta il 3 maggio a Parma afferma:


“In termini di formazione è l'omaggio a un altra forma di sapere, l'università della vita, dei libri, dei poeti e dei viaggi”.

“Queste immagini”, spiega la Smith introducendo la raccolta inedita di centoventi polaroid in bianco e nero, poi di citazioni e opere letterarie che hanno ispirato il suo lavoro nel corso degli anni “sono rappresentazioni visive del pellegrinaggio e della gratitudine, un infinito amore e rispetto per quelli che rappresentano le voci della nostra cultura attraverso le loro più grandi opere e l'umiltà dei loro più piccoli gesti o strumenti”.


Le immagine, scattate con una vecchia macchina fotografia Land 250 Polaroid e stampate in copia argentea ad edizione limitata di dieci copie raccontano i viaggi, le peregrinazioni, gli spostamenti, tracciano la storia delle influenze letterarie, la serie di voci poetiche e artistiche che hanno accompagnato o seguito il cammino della compositrice punk rocker e poetessa Patti Smith nel corso degli anni. Scandagliano, in particolare, i dettagli, gli oggetti, una serie di indici e indizi visivi che ci pongono sulle tracce di una storia culturale condivisa e insieme personale della Smith come in una inedita creazione letteraria nata da tali peregrinazioni attraverso il globo.


Vi compaiono manoscritti, macchine da scrivere, interni di atelier o abitazioni dove scrittori e artisti-amici hanno impresso le stigmate della loro vita e opere, poi corsetti, stampelle, medicinali, dettagli di luoghi che si riallacciano simbolicamente a singole biografie - uno per tutti la sedia rilegata in pelle lucida dall’eleganza assoluta e ineguagliabile di Roberto Bolano, infine i sepolcri dove scrittori e poeti hanno lasciato la loro memoria per l’eternità.

E ancora sono polaroid in autoritratto, una vestaglia discinta distesa su un letto, l’abito nero appeso di Beuys, la bandana di William Borrough, istantanee riprese nel corso dei diversi viaggi in Europa, una croce vicino al mare, le insegne dei caffè che hanno segnato il percorso dell’artista da Detroit a Berlino, da Venezia a Marsiglia; infine l’eterno Café Ino, nello scorcio tra il tavolino d'angolo e la finestra. Là è l’antro silenzioso dove la scrittrice si rifugiava a leggere, riflettere o semplicemente osservare e lasciar fluire di fronte agli occhi sorseggiando caffè nero in solitudine.



Una più alta idea di formazione apre il percorso di “Higher learning” intesa come processo di apprendimento non solo di un sapere ma dell'esistenza tutta attraverso le multiple esperienze del cammino, del viaggio, dell'esplorazione e della perdita, tracciano in ogni caso un percorso, accidentato o meno, fatto di accelerazioni, ascese, sospensioni o vicoli ciechi, soste obbligate, deviazioni e ritorni sotto la guida delle invisibili grandi voci, poetiche e umane che, in filigrana hanno accompagnato come i maestri la nostra esistenza tutta: 

menti, cuori e lavoro di mani che hanno continuato e continuano a contribuire al calderone di conoscenza di un più alto sapere.”

 Come nel collage di oggetti appesi all’ingresso della prima sala, una bacheca si trasforma in un ipnotico scrittoio, un tavolo di lavoro aleatorio dove si ricongiungono disordinatamente appunti, note, disegni o schizzi solo accennati, stralci di libri o frammenti di poesie, pagine scritte o bozze appena corrette.





Perché, come afferma il testo della canzone nella prima sala, "i figli dispersi sulla terra", un bambinetto perso nel mondo, ma anche i semi deposti scavano profondamente il suolo; sedimentano dentro la terra e, ogni volta sommersi, in apparenza non visti lasciano generare, crescere e attecchire germogli dentro l’innato humus del mondo.

 “Ogni volta che diamo aggiungiamo una parola, lasciamo udire un respiro, gettiamo una nota, lasciamo germogliare un nuovo bocciolo o attecchire una piccola perla sul bracciale di tutta la conoscenza del mondo”[1]. 

Allo stesso modo la poetessa depone simbolicamente un filo di minuscole perle trasparenti e azzurrine sul sepolcro di Rimbaud a Charleville - quelle pietruzze che venivano dall’Abissinia dove non era potuto tornare morendo a Marsiglia prima del suo ultimo viaggio- e più tardi raccoglie sassi sul sepolcro di Genet ricordando che quelle piccole polaroid racchiudevano una “missione stessa che aveva dimenticato da tempo”[2].


Come Patti Smith scrive nella biografia pubblicata nel 2016 “M train ”: 


Per come la vedo io, tutto è possibile. La vita è in fondo alle cose e la fede in cima mentre l’impulso creativo dimorando al centro dà forma a tutto(…) Quando i miei figli erano piccoli costruivano bastimenti come quello: Li facevo navigare anche se non salivo a bordo. Raramente lasciavo il perimetro della casa. La sera recitavo le mie preghiere in riva al canale coperto da antichi salici piangenti. Le cose che toccavo erano vive. Le dita di mio marito, i soffioni, un ginocchio sbucciato. Non cercavo di incorniciare quei momenti, passavano senza souvenir. Ma Adesso attraverso gli oceani al solo scopo di possedere un’unica immagine, il cappello di paglia di Robert Graves, la macchina da scrivere di Hesse, gli occhiali di Beckett, il letto in cui giaceva  Keats”[3].






Le immagini si susseguono silenziose e senza commenti una sala dopo l’altra incorniciate in piccole dimensioni- rigorosamente in bianco e nero- su un fondale bianco, poi sulle pareti svuotate della galleria.



  La macchina da scrivere di Herman Hesse. Una tastiera nera, immensi bottoni bianchi, candidi e circolari procedono verso l’infinito e poi di ritorno come candele o bianche fiamme inviando a un più alto sé spirituale. Il solco diviene passaggio, cammino sul sentiero infinito della scrittura.



 


 Il manoscritto non-finito di Genet: una stele e una sindone impressa di sangue e sudore, impronte di dita di un corpo invisibile, dileguato e scomparso, crocifisso sulla pagina. Una pagina scritta come una croce, minuscoli caratteri ridisegnano in controluce l’impronta a vivo di un corpo trasudante di parole e stigmate sulla superficie combusta di una pergamena sofferta come la sua esistenza.



  Il letto di Keat: una distesa piumata, un paradiso soffice e rigoglioso rigurgitante di vita e di passione, la lotta a ridosso della malattia in nottate insonni e travagliate di attacchi e crisi respiratorie. Un copriletto chiaro, una massa lieve, morbida e ascendente come parole di poesia. Immerso nell’oscurità ma trafitto da punti di luce. Bianca ispirazione abbeverandosi direttamente alle fonti della creazione.

Un fiume corre, l’Ouse, ripreso in fotografia su una strada aperta verso un infinito della natura: grigio-bianca vallata d’acqua, un letto aperto perdendosi oltre il nostro sguardo.

Oggetti simbolici e insieme fonti di riferimento letterarie scorrono sui muri: le stampelle di Frida Khalo ovvero arte e vita annodate nel laccio serrato dell'esistenza dolorosamente esperita e della pittura come trasmutazione. Incorniciate, appaiono accanto al bastone da passeggio di Virginia Woolf, uncinato contro un muro neutrale come segno opaco, intransitivo e assoluto evocando tutto un universo poetico  e di scrittura al di sotto. E ancora, il corsetto di un corpo simbolico, indice di creazione in Frida Khalo impresso delle sue mutilazioni, mutazioni, protesi e trasmutazioni in autoritratto. Vediamo la sua stanza da letto e ancora un copriletto bianco, un ammasso di coltri spiegazzate, impresse a vivo dello scheletro smantellato e ricomposto del suo corpo. Lenzuola vi appaiono trasudanti e segnate, violate e stigmatizzate a immagine dello scheletro di una figura anatomica appesa al di sopra.

Nella polaroid accanto il letto bianco è ricomposto nella perfezione immacolata di una tela ricamata a vivo sui rovi della sua bianca immobilità. Una croce luminosa lo trafigge trasversalmente come luce che rifrange tracciando la sua diagonale all’angolo della finestra.

Le pagine fotografate, ancora, sono quelle degli Atlanti di viaggio sfogliati, maneggiati e accartocciati di Rimbaud evocando le alchimie immaginarie, i deliri o la potenza di visione, poetica e folgorante, delle sue Illuminazioni. Scrive la Smith in M Train: “Quello che ho perso e non riesco a ritrovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo. Lavorando su una sequenza di impulsi, sfiorando l’illuminazione”.

Nel lavoro di Patti Smith l’impulso poetico dalla musica alla fotografia alla scrittura è proprio questa 
legge o necessità interiore, questo fluire e scorrere di un sentire e di un corpo, di un ritmo e di un linguaggio che si impone come un richiamo essenziale permettendole di mettersi in contatto con un più alto sé, divino e spirituale in essenza, per riuscire a "toccare o abbracciare il cuore delle persone" attraverso le esperienze o le immagini  più semplici e straordinarie :“qualche volta solamente guardare il cielo, un pezzo di lavoro che componi e trovi eccezionale , una persona che ami o ancora vedere i tuoi figli”.

Nella serie di polaroid “My house” è come un occhiello aperto su un fondale oscuro, un primo piano su una casa vista attraverso una lente di ingrandimento fotografico. La casa è un rifugio, una costruzione in legno fatiscente a un solo piano, isolata, vuota, ma gli antri aperti e luminosi dell’esterno portano verso l’interno come verso gli antri segreti del proprio essere .
 Aprono questa via luminosa a uno spazio vuoto dell’interno, lo svuotare e il lasciar fluire o affiorare nella solitudine, nel silenzio, nella sottrazione di presenza e di materia come se un lungo papiro di carta si dispiegasse giorno dopo giorno di fronte ai nostri occhi scrivendo. Un passaggio attraverso un deserto immutato.

La casa è uno scrittoio. L'amalgama di un sogno. Casa è i gatti, i miei libri, il mio lavoro che non faccio mai. Tutte le cose perdute che potranno un giorno chiamarmi, le facce dei miei figli che un giorno mi chiameranno. Forse non possiamo materializzare le nostre fantasie ne trovare uno sperone impolverato ma possiamo raccogliere il sogno stesso e riportarlo nella sua unica integrità”[4].






Attraverso la fotografia, afferma la Smith, possiamo raccogliere un sogno, la vertigine di qualcosa di infinitesimale, sfuggente, invisibile ad occhio nudo e mostrarlo o riportarlo visivamente alla sua integrità. Come il primo piano su antri aperti conduce verso l'interno della psiche e del pensiero, le pietre sepolcrali con i fiori deposti intorno e sopra simbolicamente restituiscono un pezzetto dell'anima, del nome di chi lì  riposa.


 Fiori deposti intorno al sepolcro di Sylvia Plath, sulla pietra selvaggia e spoglia di Jean Genet; una croce piantata sull'ammasso di terra di Dylan Thomas. Una rosa per Samuel Becket sulla sua pietra spoglia sprovvista d'ogni altro carattere se non la data di vita e morte incise sulla pietra di Montparnasse. Un angelo scrive sulla tomba di Rubin, un altro veglia su quella di Mozart a Vienna. Una pistola nera, traslucida e riflettente in primo piano appare, quella con cui Verlaine sparò a Rimbaud nell’abisso di una “stagione all'Inferno”. 
L'abito bianco di un fanciulletto, poi la colonna lapidare dell'amico scrittore Wiliam Borrough, dai caratteri maiuscoli e incisi mentre lei,  minuscola in remissione appare seduta accanto . Infine un omaggio a Pasolini: sulla pietra slavata dell'immagine un mazzo di fiori e una luce iridescente rischiarano il nome inciso a caratteri chiari, maiuscoli e magnificenti.

Dall' autobiografia M Train : “Credo nel movimento. Credo in quel pallone spensierato: il mondo. Credo nella mezzanotte e nel mezzogiorno. Ma in cos'altro credo? Certe volte a tutto, certe volte a niente. Fluttua come luce che volteggi su uno stagno. Credo nella vita che un giorno ciascuno di noi perderà. Da giovani pensiamo che non accadrà, che siamo diversi. Da bambina pensavo che non sarei mai cresciuta se lo volevo. E poi ho capito, abbastanza di recente, che avevo oltrepassato una linea, nascosta inconsapevolmente nella verità della mia cronologia. Adesso sono più vecchia del mio amore, dei miei amici scomparsi..ma continuerei ugualmente a vivere, rifiutando di consegnare la penna”.



In “Self-portrait” il volto appare a raso dell'obbiettivo quasi uscendo dall'inquadratura per vedersi osservare il mondo, scrutare, ricevere o gettare il proprio sguardo all'esterno per fare traccia, incidere l'esperienza, rendere alla poesia il proprio segno ritmico, musicale, visivo o propriamente del linguaggio poetico. Il primo piano su un viso di una piccola polaroid in bianco e nero. 
 Gli occhi socchiusi, il volto colto a scorcio nella semi-oscurità. Sfuggente si rende schivo alla visione diretta, frontale e luminosa della macchina . 
E' nella ricerca di sé, nella captazione dell'istante, 
nel fluire del movimento vitale, nella ritorsione da un io condiscendente e borghese, nella rivolta voluta o invocata attraverso l'idea democratica di tecnologia e potere riscattato dalle persone. 
Si dona a noi obliquamente, indirettamente anche se in primissimo piano come un volto e una voce dell'inquietudine creatrice, della tormentata non-quietezza dell'essere; lei, nell'interrogativo sull'esistenza ma, soprattutto, nell'invocazione costante alla bellezza e alla forza di vita.











[1] Cfr. Patti Smith, “Higher Learning”
[2] Patti Smith, M Train, p. 233
[3] Ibid., pag. 233
[4] Ibid., Smith, p. 235