Visualizzazione post con etichetta terra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terra. Mostra tutti i post

mercoledì 30 novembre 2016

"Genesi" secondo Salgado: fotografia e scrittura per immagini ( ai Musei S. Domenico, Forlì)












"Genesi" per Salgado  è viaggio alla ricerca del mondo delle  origini, la natura tale che ha preso forma e si è manifestata per secoli prima che l’organizzazione delle società moderne iniziasse ad allontanarci, e renderci estranei ad essa, inconsapevoli della nostra originaria provenienza. Le immagini di “Genesi” esposte attualmente ai musei S. Domenico di Forlì scattate da Salgado dal 2003 al 2011 nel corso di 25 viaggi e  riproposte presso le più importanti istituzioni d’arte del mondo da Parigi, a New York, da Milano a Buenos Aires raccontano perlopiù di paesaggi terrestri e marini, sconfinano in regioni remote della terra dove la natura domina limpida, incontaminata nel silenzio della sua magnificenza; attraversano le foreste pluviali e tropicali dell’Amazzonia, la vastità delle savane o i deserti roventi d’Africa, le distese di ghiaccio nel grande nord delle zone antartiche più rigide della terra oppure le isole solitarie del Pacifico. Regioni troppo fredde o troppo aride perché la vita umana possa insediarsi se non in contingenze estreme o attraverso le sue forme più resistenti: specie rare di animali, piante e tribù indigene di popolazioni insediatesi lì da secoli a stretto contatto e in perfetta sintonia con le  leggi prime della natura. Come scrive Salgado: “nel corso di otto anni in cui ho viaggiato attraverso il mondo per questo progetto ho imparato a lavorare con altre specie che quella umana …non come fossi un etnologo o un giornalista ma per scoprire, mettere in luce, esplorare o dare voce, visibilità e bellezza al pianeta. Il paesaggio è vivo, immanente all’umano, come i minerali, i vegetali, gli animali, il pianeta è intrinsecamente connesso in tutte i suoi elementi, vivente a tutti i livelli. Ho capito quanto rispetto gli dobbiamo, un rispetto immenso”.  

In questo senso la fotografia per Salgado diviene nelle sue parole “ una lettera d’amore scritta al cosmo , verso una natura in cui gli umani devono sentirsi parte integrante ”,e, dunque, nel corso degli anni un grido di allarme, un monito sempre più chiaro perché il pianeta non  divenga oggetto di distruzione incondizionata da parte dell’uomo, esposto ai profondi disequilibri del suo eco-sistema generati ogni volta che si perde quella connessione profonda al mondo naturale perché si impone una logica di sfruttamento, di profitto incondizionato, di  uso e abuso senza limiti della straordinaria ricchezza di risorse che esso ci offre.

Salgado decide nel corso di un viaggio durato una vita di percorrere il mondo a piedi, a bordo di piccoli aerei, di barche, di canoe e persino d’una mongolfiera per fotografare “ l’immensa bellezza del continente”, i suoi santuari naturali, le sue isole.
In primo luogo si tratta di “incontrare il pianeta, “addentrandosi nelle zone più remote della terra o verso le sue estremità meno raggiungibili; contemplare il mondo dalle cime più alte agli abissi più profondi- minerali, vegetali e degli esseri animati-, vedere come gli uomini erano all’inizio della storia e come in essi si manifesti ancora, secondo Salgado, la parte più istintiva e viscerale dell’umano, quella che ci ricollega direttamente alla vita, alla sopravvivenza e alle leggi di natura negate portando all’eccesso l’individualità puramente razionale e logocentrica dell’individuo.
“Ho visto ciò che eravamo prima di lanciarci nella violenza della città dove il nostro diritto allo spazio, all’aria, al cielo e alla natura si è perso tra i muri delle case. Abbiamo eretto barriere che ci separano gli uni dagli altri, dal mondo naturale. Di colpo non siamo più in grado di vedere di sentire..di osservare. “Genesi” mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione siamo diventati animali molto complicati e che, diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi”.  Il progetto “Genesi” si inscrive come un messaggio chiaro inviato all’umanità, una sorta di imperativo, grido o certezza inequivocabile  che tornare all’essenziale, al cosmo e al rispetto e delle sue leggi, della sua implicita e perfetta armonia sia il solo modo di garantire all’uomo la libertà, allo stesso tempo il rispetto dell’essere umano sulla terra contro il processo inverso di disintegrazione in atto prodotto da forze che implicitamente avversano i cicli naturali dell’esistenza.

Ancora le parole di Salgado mirano a dare un senso ultimo e unitario,  una visione poetica umanitaria e politica insieme a un progetto estesosi negli anni e sconfinato  attraverso i quattro continenti ai poli più estremi del pianeta: “Genesi mi ha insegnato che tutto è legato e tutto vive senza farmi dimenticare degli umani, perché anche loro sono parte di questa natura meravigliosa”.  

I- Il Pianeta Sud, l’antartico e le sue isole

Iceberg nel mare di Weddell tra l’isola di Paulet e le Shetland, (Antartide 2005)



Sono fluttuanti forme di ghiaccio in movimento, danzanti  su una immensa bianchezza d’eternità, poi la corrosione divorante delle medesime come se una schiuma o mousse soffice e spumosa fosse stata scavata e ritagliata dagli agenti atmosferici o dalle forze naturali in azione. Un bianco cielo di ghiaccio si riflette a specchio sulla superficie brillante e quasi immobile dell’oceano, nero petroleum nell’effetto del chiaro-oscuro estremo voluto dall’immagine in bianco e nero . Contemplare l’idea di perfezione attraverso la natura, opera e strumento nelle mani della divinità,  fonte di ispirazione  o di trasmutazione estetica per l’artista. Contemplare semplicemente le forze di creazione in atto in un estremo incontaminata dell’universo, la penisola antartica.

Dove esattamente finisce la terra, inizia l’acqua? Le leggi della natura vi agiscono innate, in maniera a noi quasi inconsapevole . Grandi blocchi antartici si staccano dai massi originari e fluttuano attraverso i mari del sud al largo delle Shetland australi. Dall’oceano emerge una grandiosa montagna di ghiaccio intagliata, internamente scavata e svuotata, corrosa dagli agenti del tempo o della materia: arco, rilievo, apice di iceberg ghiacciato sorge, elevandosi in un turbinio di flutti, onde e  rollii di correnti nordiche. Dove esattamente è il confine, dove finisce la terra e inizia l’acqua, dove l’oceano si perde a vista allo sguardo, domina e regna incondizionato, dove inizia quel luogo originario, della terra alle origini nel mentre della creazione, Genesi descritta nell’Antico testamento o grande diluvio biblico mandato come punizione divina su tutta l’umanità? Il vento passa attraverso le onde disegnando fluttuazioni, orbite cosmiche, sorprendenti circoli d’energia d’impronta divina sull’acqua.
La forma è là granitica, immota come una soglia che sorge attraverso l’oceano, un antro, un luogo di passaggio verso un altrove, quasi fosse il limite ultimo d’una dimora o castello di ghiaccio all'estremo della terra mentre immoti circoli d’energia si perpetuano in forma ciclica sulla superficie dell’acqua.


Antartico II





La terra è là granulare, granitica, squamosa come la pelle di una serpe, come quando sassi e limo restano pesantemente depositati al suolo, violentemente portati  a riva dalle correnti marine sulla banchina sottile che separa l’acqua dalla sabbia. La creatura marina, un elefante d’acqua dei mari antartici, ugualmente appare distesa a riva come fosse essa stessa un’epidermide rugosa in continuità con l’altra, a squame grigiastre incise sul suolo. Poi la sabbia invade lo spazio dell’immagine ovvero un amalgama di sassi e limo e l’acqua, elemento primario, avanza e irrompe: l’oceano-mare ovunque intorno. La forma immensa dell’animale sul suolo granulare e sgretolante si staglia in rilievo con un volto dai tratti quasi umani simile a una creatura preistorica, un fossile o un anfibio d’acqua magnificamente adagiato sulla terra mentre una marea invadente avanza fino a noi per guazzi, ondate e sciabordii di moti ondosi. Un equilibrio perfetto e sottile, in sé stesso indisturbato vige in quello scenario naturale dove tutti gli elementi si corrispondono di uno stato di purezza, di innocenza primigenia ritrovata al momento della fotografia. Là, lo sguardo del fotografo pare fondersi con quello del paesaggio e la costruzione dell’immagine riemerge, nitida di fronte agli occhi mentre tutti gli elementi si rispondono, magicamente si ricompongono in un equilibrio perfetto: le linee, le forme, il vento, gli esseri, lo sfondo e la luce che gioca attraverso, incidendo le sue trame in riflessi e  ombre su quello.

II. Santuari

Sulle isole Galapagos o in Madagascar queste fotografie  raccontano di una vegetazione endemica, originaria dei luoghi minacciata dagli insediamenti urbani invasivi: specie di animali e piante rare come le orchidee o i lemuri,  di dune naturali di sabbia scavate dal mare e letti di fiumi prosciugati, di immense tartarughe d’acqua o correnti di lava in eruzione attraverso i vulcani attivi. Superfici calcaree e taglienti come vetro in frantumi appaiono ricoperte da conchiglie e stalagmiti di accumuli minerali, foreste pluviali e colonne di fumo si stagliano verso l’alto attraverso l’aria disegnandosi in linee grigiastre all’orizzonte dagli insediamenti degli indigeni autoctoni.

Iguana Marina, Galapagos (2004)

Fotografata un primissimo piano nel corso di un reportage alle Galapagos  Salgado racconta a proposito dell’iguana al momento dello scatto: “ guardando una delle sue zampe anteriori improvvisamente ho visto la mano d’un guerriero del medioevo. Le sue squame mi hanno fatto pensare a una giubba di maglia di ferro sotto la quale ho visto dita simili alle mie". La zampa espansa e enorme dell’animale in primo piano ci fa pensare a una mano del tutto umana, istrionica, ricoperta di alluminio quasi o di acciaio rigido e grigio come indossasse appunto un guanto o una maglia metallica per proteggersi dai predatori o dagli agenti atmosferici esterni. Artigliata fende la terra, al fondo della medesima affonda l’unghia nel vivo della carne o del suolo. Artigliata appare simile, tuttavia, a una mano umana vista come un scintillante magnete di metallo in una postura d’allerta o di vigile posizionamento. E’ insieme la corazza dell’animale che ci portiamo addosso e la parte istintiva e viscerale presente al più vivo dell’umano.
Come sottolinea il fotografo: “con Genesi ho voluto raccontare la dignità e la bellezza della vita nelle sue diverse forme e mostrare come abbiamo tutti la stessa origine.”  Il termine non assume infatti per lui una connotazione prettamente religiosa ma indica “ quell’ armonia delle origini che ha permesso la diversificazione della specie. Ovvero, il prodigio di cui facciamo tutti parte”.

Ritratti di  indigeni



Un volto-maschera appare scavato dal tempo e dalla ardue condizioni di vita nella foresta amazzonica per questo primo piano scattato tra le popolazioni indigene con cui Salgado entra in contatto nel corso di uno dei sui innumerevoli viaggi nelle isole indonesiane della Nuova Guinea.
Volto sciamanico, sguardo scintillante di ardore, di vita contro  la secchezza scavata dei suoi tratti, incisi sulla pelle come sull’aridità d’un suolo prosciugato di vita, dissecato da una calura intensa o da una siccità esperita nel tempo al massimo grado. Pigmenti di colore bianco simile a una vernice naturale ne coprono il viso  ad eccezione degli occhi, intensamente scintillanti e diamantati sul fondale opaco. L’uomo fissa il proprio sguardo dritto di fronte all’obbiettivo in primissimo piano, vigile, attento, forse incuriosito dalla macchina, con questa sua intelligenza manifesta del corpo in ascolto e in affinità intima con ogni minima vibrazione o movimento che gli accade intorno, lui detentore inconsapevole di tale conoscenza sottile delle leggi e dei segreti del mondo naturale  che lo circonda.

Nella fotografia successiva due indigeni della Nuova Guinea sono sorpresi o ripresi dalla macchina durante una cerimonia rituale di danze e canti ancestrali denominata “sing-sing” apparendo come dei veri e propri performer avant- lettera intenti a suonare i loro flauti rudimentali modellati nel legno della foresta. Cappelli piumati, volti ricoperti di maschere di bianca vernice, moltitudine di colori cui allude la fotografia, i corpi appaiono decorati dai loro propri oggetti e collane rituali scintillanti in metallo pesante, i capelli acconciati in una sorta di parrucca naturale decorata di piume,  lo sguardo centrato all'obbiettivo in una presenza scenica ineluttabile; loro, essenzialmente intenti a intonare o accordare gli strumenti nel corso della cerimonia . Ornamento, essenza e presenza totale della loro aurea luminosa confluiscono insieme in un’immagine in sé stessa perfetta, compiuta senza necessitare d’ altro commento o traduzione.



 “Baia di Moramba” in Madagascar (2010)

Isola vulcanica sospesa come una grande nuvola artificiale,
un’eruzione dal mare o dal sottosuolo, una visione, un sogno, un’immagine, irreale fluttuante a tratti nella memoria si materializza, si rende manifesta, riappare lì d’un tratto come in un sogno ad occhi aperti. Grandi, immensi alberi secolari ricoprono il suolo dell’isola, uno in particolare al centro con le sue radici profonde che si gettano e diramano  dentro la terra fino a raggiungere le profondità del sottosuolo per ritornare all’oceano e ricongiungersi alla liquidità prima dell’origine. Le chiome ramificano verso l’alto in una radiazione luminosa e clorofilliana di presenza, della loro primaria verde-smeraldo natura.
Una zolla di terra resta fluttuante e sospesa in mezzo all’oceano, al largo della Baia di Moramba; sorge quasi come un Eden terrestre, una piccolo pezzetto di suolo o isola proliferante di vita in mezzo alla vastità calma e piatta dell’oceano al largo del Mozambico.Come una  nuvola di vita si innalza e prende corpo
_ sgretolante di secolari radici e ricoperta di una verde proliferazione di piante-
come un’impronta a sé, l’ultimo baluardo di salvezza tra la vastità immobile dell’acqua e l’involucro pesante e grigio del cielo, incendiario, carico sopra la terra di tempesta.


III Africa

Documenta un’Africa eterna abitata da tribù ancestrali e vista attraverso paesaggi maestosi e una natura selvaggia. Viaggia attraverso il deserto del Sahara nei tredici stati che attraversa considerato porta d’accesso all’Africa. Dai suoi primi viaggi in Ruanda, Burundi, Zaire e Kenya Salgado ritrova in Africa quella vastità selvaggia che egli considera “ l’altra metà del suo continente”: la stessa vegetazione, gli stessi minerali, le stesse origini per quegli schiavi che dalle coste africane venivano condotti dai portoghesi in America latina, infine una simile maniera di vivere, parlare, alimentarsi e mettersi in relazione nella comunità. E’ lì, nel corso di trent’anni di viaggi e innumerevoli progetti fotografici che Salgado si trova faccia a faccia con paesaggi di una ineguagliabile bellezza ma anche di fronte ad emergenze umanitarie estreme documentate dai reportage come la siccità in Sudan,  gli esodi di massa dei profughi dal Mali, il Ciad o l’Etiopia, infine le atrocità perpetuate in paesi come il Ruanda nel corso della guerra civile. E’ lì in quel continente stigmatizzato e insieme sconfinato che Salgado scopre la propria voglia di mettersi in gioco, la passione assoluta e ineguagliabile per la fotografia fino a farne la professione di tutta una vita. I numerosi viaggi portano coerenza al suo lavoro,divengono a poco a poco strumento per vedere, comprendere, seguire i cambiamenti di uno stato di luoghi nel tempo e nello spazio e mostrarli attraverso le immagini, infine un modo di convertire il  piacere dell’istante in progetti umanitari di lunga durata. La sua fotografia si esplica nello specifico come una forma di scrittura appassionante attraverso la luce ma, anche, nelle sue parole, come "un linguaggio molto potente, universale come solo può esserlo quello dell’immagine perchè non necessita d’altra traduzione e si situa innegabilmente nell’attualità del presente".  

Zambia


D’ inverno nello Zambia le notti sono fredde, all’alba l’acqua dei laghi ancora tiepida per il sole della giornata precedente evapora e condensa in affascinanti banchi di nebbia che lievi versano sopra il paesaggio avvolgendolo completamente della loro tenue effusione  sullo sfondo desertico e spoglio  della savana. Una vastità immensa, un mare liquido di foschia, traslucido e riflettente simile a uno stagno di riflessi argentei ne emerge. Sole poche chiome in alto restano ancora visibili, forse il profilo di altorilievi o arbusti appena riconoscibili a distanza, mentre tutta la visione in primo piano appare completamente sommersa e avviluppata da questo deserto apparente d’acqua, di fumo o di lava argentea, liquida allo sguardo. Una sola strada sottile è tracciata là al centro in un zigzagare di bianco che procede verso l’orizzonte e lo incide, lo taglia, lo appropria in mezzo a quel manto lucido e scintillante d’acqua e melma apparente.
Ancora dall’ Africa del sud, vicino al deserto del Kalahari sono i ritratti di volti ripresi in mezzo alle tribù ancestrali dei Boscimani che vivono sul territorio.
Nella loro più importante danza rituale in Namibia le donne cantano e battono le mani in circolo mentre gli uomini danzano in un cerchio più ampio intorno a loro  su uno spiazzo circolare al centro del villaggio; il ritmo frenetico della musica che si instaura sullo sfondo degli arbusti e dei cespugli nella savana accompagna lo sciamano attraverso il suo viaggio rituale verso l’aldilà. L’immagine coglie il  senso di una danza sacra che riconnette il singolo alla comunità, e disegna un scenario simbolico, di passaggio attraverso il quale il mondo materiale entra in contatto  con quello spirituale o l’uomo si riconnette alle forze sottili della natura che muovono il cosmo.

Ritratto di una donna dalla tribù Himba   (Angola)

Si dice che le donne restavano sole nel villaggio, assumendo tutto il potere su di loro quando gli uomini partivano per lunghe trasumananze alla ricerca di acqua e nuovi pascoli con tutto il loro bestiame.
Questa donna appare seduta sulla terra  in posa meditativa, scorta di profilo obliquamente alla macchina eppure a distanza ravvicinata d’essa, forse intenta a una sorta di preghiera o invocazione silenziosa ad occhi chiusi per il ritorno degli uomini. Salgado la sorprende in tale  sguardo estatico, nel silenzio della sua postura, nella solitudine essenziale della sua figura volta  verso l’interno, ripiegata su sé stessa in atteggiamento di silenziosa contemplazione o, semplicemente di attesa, nella sospensione del momento presente. Ne emerge la dignità  solitaria e l’intrinseca bellezza di un ritratto quasi regale sottratto al fluire consueto del tempo nel villaggio.  I capelli sono intrecciati e accuratamente acconciati con ciocche in rilievo secondo lo stile locale, bracciali argentei scintillano maestosamente ai suoi polsi mentre il corpo resta per metà scoperto, denudato secondo l’usanza indigena.


Genesis, the origin of creation


Una mandria di bufali è vista dall’alto, riunirsi  in un grande branco al centro di una terrapieno nel parco nazionale dello Zambia. La foto scattata silenziosamente a distanza da una mongolfiera per non interferire con i movimenti degli animali appare immersa in un effetto pittorico quasi astratto. Vediamo questo piano infinito attraversato da onde e fluttuazioni di branchi, pensiamo a spostamenti di animali in massa a distanza, a orme di passi viste dall’alto, all'immagine d’uno sciame, d’uno scorrimento di acque, d’un fiume in espansione e straripamento verso un immaginario orizzonte oceanico al fondo della foto, quasi a una grande superficie mossa e movente tinteggiata nelle tonalità argentee del grigio, del bianco e del nero  fino all’orizzonte. Al di sopra un cielo carico, trafitto da una luce irradiante per punti di intensità attraversa le nubi al tramonto. E’ a partire da quella luce  d’origine quasi divina, scendendo dall’alto come una rivelazione o un’apertura dall’infinito verso la terra più in basso che Salgado crea la potenza dell’immagine e, insieme, coglie l’idea  di genesi come di un ritorno all’origine della creazione.  Nel testo biblico della Torah , Javé, il Dio dell’Antico Testamento creò l’universo, la terra in sei giorni e il settimo si fermò a contemplare l’esito della propria creazione. E' anche ciò di cui parla “Genesi “ di Salgado nella foto: il grande mistero della creazione del mondo, le forze della natura al lavoro, Dio al di sopra di esse, l’inizio e la fine di tutto quello che esiste come leggiamo all’inizio della Genesi:“Io sono colui che io sono. Questo è il mio nome per sempre, questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.”
 “L’io sono”, il primo nome dato a Dio nella Torah qui è figurato, colto come questa luce che scende dall’alto e irradia simile a una rivelazione divina al fondo di un  cielo coperto e oscurante al tramonto, mentre disegna il suolo, la superficie del mondo, con linee di vita che proseguono verso il loro proprio infinito e iscrivono parole su un Libro Sacro, quello dell’universo: il tessuto significante della terra.    



lunedì 18 luglio 2016

Notes from Abadiania ( viaggiando attraverso l'America del Sud)











Il tramonto: è la prima cosa che ti colpisce, che vedi arrivando dall’aeroporto di Brasilia sull’autostrada per giungere al piccolo villaggio sperduto di Abadiania a un’ora e mezza circa dalla grande città. Basso, denso e pesante discende come un involucro greve, oscurante a vista e, tuttavia, irradiato dalle tonalità accese dei rossi e dei carmini, dei porpora e degli aranci frammiste all’argento del fondo. Striature blu e luminose frapposte alle tenebre precipitano rapidamente sulla terra fino a coprirla, avvilupparla della sua densa presenza. Niente a che vedere con i nostri cieli limpidi nelle sere d’estate tenui e avvolgenti dove lentamente il sole scivola via per lasciare venire prima la graduale assenza di luce, poi, lentamente la sera che fa capolino quasi controvoglia e senza che ci se ne renda conto mentre l’ultimo lembo di sole arancio è ancora visibile al fondo dell’orizzonte. Paesaggi immensi si distendono sotto quel cielo disceso pesantemente sulla terra del Goias, piane e colline quasi disabitate ricoperte di lussureggiante vegetazione. I cespugli, gli alberi e gli arbusti si stagliano nei loro contorni insidiosi e appena riconoscibili attraverso l’oscurità ormai discesa mentre percorriamo un’autostrada ritagliata dal nulla su quello sfondo disabitato. Illuminata solo dai fari delle auto nella notte incrociamo saltuarie stazioni di servizio, un centro commerciale, desolanti villaggi.






Ci si sveglia presto ad Abadiania fin dal primo giorno, il sole entra attraverso le grandi vetrate senza persiane delle porte-finestre dando sul patio, attraverso le tende beige e da quella luce mattinale non si può che essere risvegliati, sorpresi, stranamente incantati. Si insinua lentamente come un chiarore concentrato su un punto luminoso e irradiante che si leva all’orizzonte dietro le colline bluastre, ancora sbiadite e immerse nel tepore della semi-oscurità. Inesorabile sale sempre più e irradia, si espande, si impone come un fulcro luminoso che viene a rischiare e dare vita a tutta la terra intorno. Paesaggio popolato di presenze, porta in sé spiriti e segni divini ovunque quasi si manifesti come l’impronta silenziosa d’una forza spirituale immensa e onnipresente qui tangibile, a diretto contatto con l’umano fino a colmare l’aria, l’etere e il suolo delle sue impronte luminose e divine.





Passeggiata sulla terra di Goias, arbusti e natura vivente


Si parte la mattina presto poco prima del sorgere del sole per andare ad esplorare i paesaggi circostanti. All’alba ancora i colori non sono nitidi e le tonalità appaiono smorzate, sfumate come la mente di chi a metà tra il sonno e la veglia si trova ad avanzare, a vagare alla ricerca di un sentiero mentre il resto delle persone partite prima sono già scomparse all’orizzonte. Assenza di luce, torpore mattinale di un corpo ancora in parte assopito, il vento fresco e mattutino arriva a folate improvvise ancora privo del calore del giorno. La terra battuta del sentiero si infiltra attraverso i sandali aperti,granulare, polverosa come il cammino fatto di terra, pietre e sassi dispersi. Segui il sentiero: avanza, sale, poi svolta in una discesa improvvisa senza sapere esattamente dove ti porterà; segui il cammino passo a passo nell’incertezza, nell’apprensione imprevista del trovarti solo in mezzo a quelle vallate, nella speranza di incontrare qualche altro viandante mattutino, quando, d’un tratto, il chiarore mattinale come una luminosità pervasiva e tenue, diffusa dietro il profilo delle colline si affaccia mentre il sole, astro nascente sorge come presenza ineluttabile, invisibile e, insieme, ovunque manifesta. Promette salvezza, sembrerebbe, al solitario viaggiatore permeando la terra della sua aurea luminosa, impronta prima dell’anima universale. Allora i colori divengono nitidi, chiari d’un tratto, verdi, ocra, e terre riflesse nella trasparenza di sfere, ombre e cristalli di luce e tutto si rende visibile, leggibile anche il non-manifesto mentre il sentiero prosegue rossiccio, ocra e polveroso oltre il nostro sguardo, segretamente animato, sembra, dagli spiriti sacri che vivono lì tra quelle vallate. Le case del villaggio sono a distanza come un’apparizione vaga e incerta e i cespugli parlano la lingua segreta delle creature, i tronchi ritagliati e incisi portano la memoria secolare della loro permanenza, gli arbusti sono viventi e sussurrano parole incomprensibili attraverso il vento. Le ombre si impongono, i segni dell’invisibile divengono più presenti dell’umano, il mondo sottile si affaccia lì tra le linee per chi voglia essere attento ad ascoltarlo.




Terra rossa




Sgretola lungo i sentieri polverosi, calda e del colore avvolgente della madre terra d’Africa; il suolo sabbioso e rossiccio porta in sé il riflesso e il calore del sole basso all’orizzonte. Cristalli riflettono ovunque, ugualmente, nei negozi e nei bazar lungo la strada principale, nelle case e al’ingresso delle pousadas: grandi, piccoli, trasparenti, intagli di pietre semi-preziose o non levigate, cristalli di tutte le dimensioni e forme oppure della trasparenza verde o rosata dei quarzi, della vibrazione rossa del topazio, del giallo- arancio vitale dell´opalina, dell´agata ambrata e madreperlacea, infine nelle cavità chiuse, geodi dentro le quali coaguli o distese violacee d’ametista affiorano. Gli intagli dei quarzi si trasformano, poi, in pendenti di pietre opache e sfumate mosse dal vento, in croci, arbusti levigati, contorni piramidali vorticanti di energia, collane o bracciali decorativi, infine in rosari per il culto religioso.







Una strada si disegna in mezzo alla savana, al “cerrado” o alle vallate intorno, da un lato ricongiungendosi all’autostrada e al resto dell’abitato urbano, dall’altro al limite opposto, con la Casa spirituale di S.Ignazio, la casa bianca e blu di Abadiania: l’ingresso e la tenuta, il giardino meravigliosamente custodito con i suoi vialetti e aiuole, il patio esterno, la piccola cappella con le piramidi di energia mediatrice alle entità, i piccoli antri di ritiro solitario, gli angoli di profonda meditazione e preghiera.

Patio e giardino di giorno: è oasi di pace, calore del sole che viene a riscaldarvi dentro un corpo intorpidito sulla panchina, irrigidito da tutti i suoi mali. Lievi folate di vento portano con sé i messaggi dell’invisibile. Serena armonia di un giardino zen, pace insperata, inattesa al margine delle lamentazioni dell’essere. E' rigoglio di piante verdi, silenziosa e muta perfezione del ritrovarsi, interi, intatti, integri insieme al senso della propria perduta esistenza. Quiete insperata ai margini della tempesta ancora nei suoi lembi a trascinarvi. Quando volendo scappare siete indotti, gentilmente rapiti e obbligati a restare, in quella serena stasi dell’anima, qualche volta avvicinandovi allo stato di indolenza a metà tra la meditazione e il riposo, in quasi abbandono dal vostro io cogitante. 

Patio alla discesa della sera. Nel controluce d’ombra del tramonto mentre le nuvole gravano pesantemente sul cielo bluastro e argenteo, basso sulla terra, il patio appare nei suoi contorni esterni riconoscibili come architettura insieme al profilo dei visitatori sul fondale limpido e argenteo. E' contemplazione del divino attraverso l’anima della natura, un tutto cosmico risvegliato, vivente in spiriti e orbe di luce notturna, vortici di energia e lievi passaggi di brezza brumosa. Rendono i contorni liquidi all’orizzonte come la vastità d’una bassa marea contro il paesaggio collinare.

 La cascata

 Il sentiero discende come un valico dietro la Casa, la terra è arsa, polverosa mentre i cespugli del "Cerredo" appaiono rigogliosamente verdeggianti nelle mille sfumature ai lati.
All’ ingresso della zona sacra c'è un momento di stazionamento, di pausa e distacco dal precedente brusio della conversazione; un silenzio improvviso è imposto quasi lì d’un tratto dagli spiriti della natura, dalle entità benefiche della Casa e dalle forze sacre del luogo. Si entra in silenzio, quasi in punta di piedi, trattenendo il respiro mentre si percorre la banchina in legno. Rami d’alberi si intrecciano sopra la vostra testa a guisa di porta o soglia verso un rituale di passaggio, di purificazione o rinascita.

Secondo stazionamento: dopo essersi tolti i vestiti si discende ulteriormente verso la sorgente sacra. Il primo ponte è quello degli addii al passato, della cancellazione o lavaggio via di quello che era prima, nel secondo ponte si attraversa il qui e l’ora, il momento presente dell’accadimento, della trasformazione simile a un rito quasi di passaggio. Nel terzo ponte lo sguardo è volto verso un presente che si proietta già nell' a-venire di un prossimo compimento. Scivoli sulle pietre massicce e levigate dall’acqua vicino alla sorgente tenendoti alla barriera in legno; sei a un passo dalla sorgente, immergi le mani e le braccia sotto quell’acqua limpida, cristallina al primo contatto gelida, incredibilmente, inaspettatamente raggelante al tatto, poi d’un tratto come per una decisione improvvisa,  e con una determinazione decisiva e irreversibile immergi l`intera testa, i capelli, la nuca gridando al contatto; sei raggelato, stupido, graziato, risvegliato. Immergi ancora la testa con i capelli fino alle spalle e il viso, tutto il volto, una secchiata d’acqua gelida e cristallina, bevi e sputi, una due, tre volti, ti immergi ora braccia e gambe, tutti i punti del corpo dove senti il bisogno o la necessità di rigenerarti, lavarti, purificarti in una infinito processo di liberazione. Resti ancora sotto quel getto d’acqua con la sensazione ora che non sia più tanto fredda, ma invece semplicemente fresca, rigenerante, pura, proveniente dalle radici misteriose del sacro. Ne esci lavato, risvegliato, rianimato e insieme riempito di gratitudine e amore verso quel dono ricevuto, generosamente concesso dagli antri segreti dal mondo spirituale gravitante in quel luogo.



"Fogafogo Park and natural lake" (foto non possibili alla Cascata)


La domenica sera il villaggio è deserto, completamente svuotato, i negozi chiusi, la maggior parte dei visitatori partiti, il viale di ingresso della Casa solitamente colmo di persone vestite in bianco quasi vuoto. I pochi visitatori rimasti sono rifugiati dentro le loro pousadas; il cielo bluastro e grigio discende basso su di noi mentre il sole sta scomparendo in un angolo remoto dell’orizzonte e la notte cala d’un tratto senza che ce ne rendiamo conto. Una strana solitudine si impone allora, il senso d’essere perduti in mezzo a un nulla della savana o del deserto, d’un villaggio d’America latina smarrito chissà dove, di case sorte lì da un giorno all’altro precariamente e senza un motivo preciso. Eppure la sensazione non è angosciante ma lieve quanto i colori del cielo ancora rossiccio e caldo a quell’ora, dei sentieri e degli intonaci esterni delle case che riflettono nelle mille tonalità del blu pastello, giallo luce, viola indaco palpitante, arancio chiaro e verde brillante .




La Casa, la trasformazione, la via della guarigione










Venerdì è ultimo giorno di incontri alla Casa. La hall è stracolma di gente quel giorno in piedi in attesa, nel cortile esterno ugualmente una folla vestita in bianco. I primi arrivati sono seduti già in meditazione, altri non sono ancora completamente risvegliati, presenti, altri sono già in stato di abbandono consapevole, di preghiera o di interna sospensione, dallo spirito alla materia alla ricerca di connessione, contatto, unione con le forze di luce e di amore prevalenti nel luogo. Molti, soprattutto gli autoctoni brasiliani giunti in giornata per vedere il medium appaiono inquieti, ansiosi, in cerca forse di un intervento divino, d’una visibile trasformazione, d’una risposta, un aiuto o un semplice incoraggiamento. A lato della sala il volto d’un giovane Cristo profeta e mistico in ritiro nel paesaggio desertico presso il lago di Genesare fissa con i suoi occhi chiari della limpidità e trasparenza del creatore i visitatori; a braccia aperte vi accoglie con il suo sguardo puro, celestiale, vestito d'una tunica bianca e una stola rossa in postura meditativa. I volti delle entità di luce, dei santi o dei medici spirituali che si manifestano alla Casa sono giovani e viventi, dipinti nei colori puri del blu, del rosa o dell’ocra,“a plat” nei ritratti restituendo il senso di una spiritualità talmente presente, di forze divine sottili, invisibili che agiscono a diretto contatto con il piano dell’umano. Ci parla di un modo di vivere la religiosità, quella cristiana in primo luogo, fuori dal formalismo della chiesa ufficiale, qui vitale e immediata quanto impregnata di spiritualità e fuori da tanta ufficiosità della tradizione occidentale. Una giovane Vergine Maria dal volto puro, presente e animato in primo piano,  si impone al centro dipinta "à plat" nel ritratto. I suoi occhi vi parlano, la giovinezza e la freschezza dei suoi tratti in uno sguardo nuovo, umano, la sua divinità diretta al vostro sguardo.


Nella hall stracolma al mattino presto prima che inizino le operazioni alla Casa si intuisce un senso di attesa, di aspettativa, di una sospensione carica di speranze e domande inviate all’ alto: insieme un aspettare e un aspettarsi. Essere lì in ascolto di sé, in stato di svuotamento dal proprio ego onnipresente, di riconnessione al proprio centro e all’ alto, al sé profondo e nell’unità al divino in noi. Invocare la presenza di Cristo, di un Cristo giovane, umano, vicino all’ uomo e in diretta connessione a lui attraverso la parola del Figlio di Dio contro gli stati di smarrimento o perdizione del proprio corpo-spirito. Pregare intensamente di fronte a un volto dallo sguardo riempito d’amore e di luce, oppure chiudere gli occhi e raggiungere, nel tempo, quello stato meditativo di svuotamento e assenza di sé, di riconnessione a un sé più antico, più vasto e primo unito al tutto, infine di dialogo con le entità di amore e luce presenti nel luogo. Una corrente vibratoria si crea allora attraverso l’unione di tante singole energie meditative e spirituali nelle sale di meditazione in modo particolare per sostenere e far scorrere come una corrente di vita e d’amore il piano energetico e spirituale che sottendono le presenze benefiche alla Casa . Ha inizio la preghiera di apertura della giornata con un’invocazione al potere di Dio che solo guarisce mentre si ode la proclamazione: “Questa è una Casa di luce, di pace e d’amore, una Casa che lavora con l’energia della presenza divina universale che sana in noi non i sintomi ma le cause prime e profonde che li hanno generati fino a renderli malessere, dolore o malattia. Le persone arrivano qui con le loro richieste di aiuto, il loro carico di speranza o disperazione, la loro ricerca di fede o spiritualità. Entità d’amore e di luce benefiche all’umanità li assistono nel loro processo di evoluzione, cura, trasformazione o guarigione. Questo accade su diversi piani, a diversi livelli, profondamente nell’individuo, lentamente chiamando in causa o andando a ripristinare tutti i suoi strati dell’esistenza fisica, sensibile, mentale e spirituale fino a ricongiungersi con quella divina. E’ dentro quell’energia che tiene connesso e unito insieme tutto l’universo, presente nell’anima universale di ciascuno di noi, che risiede forse il segreto o il nodo della guarigione: noi creature e co- creatori insieme al divino e a sua immagine del senso e la forma della nostra esistenza sulla terra.


venerdì 3 giugno 2016

da "Silencio Vivo, artiste dall’America Latina", ( esposizione al Padiglione d'arte contemporanea di Ferrara)









Il  “silenzio è vivo”, abitato, portato fuori attraverso un grido dirompente nel grande affresco di Teresa Margolles ospitato per Biennale Donna alla mostra ferrarese, collettivo di giovani artiste provenienti da diversi paesi dell’America latina. O ancora, è esasperato attraverso la non-parola d’uno  stile individuale lasciato all’espressività unica di singole voci femminili differenti quanto connesse da un filo conduttore che attraversa tutta la zona geo-politica e culturale presa in considerazione. Tematiche ricorrenti alla realtà sud-americana  attuale sono l’esperienza dell’emigrazione, dello sradicamento e della mobilità obbligata di masse di individui, le dinamiche di censura e persecuzione o la privazione di libertà politica e individuale imposta dalle dittature militari che hanno segnato la storia recente di questi paesi, infine la criminalità o la violenza diffusa nei confronti delle fasce più marginali della popolazione, fomentata dall’ instabilità politica e dalla fragilità del tessuto sociale.
Dunque a quali voci appartiene questo silenzio, da dove proviene e a chi prestano la parola, l’espressione, il corpo queste giovani artiste sud-americane? Il silenzio è in primo luogo quello imposto dalle dittature del passato, in Brasile per esempio, come vediamo nel lavoro di Anna Maiolino trasferitasi lì negli anni ’60 e sperimentando direttamente la situazione di pericolo, alienazione e censura imposte dal regime militare in atto dal 1964 alla fine degli anni '70. Oppure, è il silenzio raggelante, l’alone di incredulità e shock emotivo prodotti dal tessuto di criminalità generalizzata e distruttiva, da quella violenza gratuita e diffusa che investe quotidianamente e in maniera particolare le donne nella società messicana  come ci racconta Teresa Margolles. O ancora, è il silenzio alienante della condizione del migrante, del profugo, di colui che si sposta, emigra, fugge o perde le proprie radici per ragioni politiche o economiche, per scelta o destino. Tale condizione identitaria appartenente a molti individui in questa parte del mondo è filtrata, per esempio, attraverso l’esperienza di Anna Mendieta nata all’Avana nel ‘48 e costretta a emigrare negli Stati Uniti nel ‘61  in seguito alla svolta collaborazionista e anti-rivoluzionaria del padre.
Il silenzio, infine, è il polo opposto all’altro estremo d’una comunicazione espansa all’ennesima potenza nelle società occidentali e non solo oggi: quella ipertrofia di immagini, informazioni e messaggi resi possibili dalla rete globale, l’iper-connettività su un piano mondiale e a tutti i livelli_ economico, dei media e delle culture_ la cui altra faccia è spesso l’assenza di una autentica comunicazione o d’un veritiero scambio umano nelle nostre società.   
Dunque tali voci femminili intendono rompere volutamente e criticamente questo silenzio, ciascuna secondo una cifra stilistica propria, tuttavia, sicuramente sempre nella sperimentazione dei linguaggi, nella contaminazione tra video, installazione e scultura, nel sincretismo tra le estetiche contemporanee e il recupero di radici o memorie proprie alle culture autoctone, infine con la costante di parlare, incarnare o esprimere un punto di vista femminile sull’ arte: la voce di donne artiste.

Anna Maria Maiolino, sculture da “Entre o Dentro e o Fora” e “Little snakes”, (2015)








Modellate in assenza o temporanea messa tra parentesi di una reale rappresentazione  del corpo, Maiolino realizza qui sculture che come espressione di forze generatrici e primarie all’individuo si traducono in parti o pezzi di “corpi estranei” mimando o rimandando agli organi interni del corpo. Appaiono come visceri, masse o canali di scorrimento, forme modellate di intestini o stomaci organicamente visti in primo piano o canali di circolazione corporea rovesciati dal vuoto al pieno, dall’interno all’esterno in una materia scolpita, ben visibile, e presente.  Processo attraverso cui l’istantaneità dell’azione viene riassorbita e trattenuta nel gesto della scultura. La pietra diviene malleabile nella forma contorta e sinuosa del suo darsi nonostante l’aspetto granitico e per sua natura immutabile della medesima,  ciò che incarna insieme la potenza viscerale dell’umano e il corpo nella sua capacità di mettersi in relazione con il mondo. Sono interni di intestini ma potrebbero anche essere canali di scorrimento di qualsiasi tipo, reti neuronali del cervello come i connettori nervosi diffusi su tutta la superficie dell’epidermide umana. In una installazione successiva le stesse forme di visceri o intestini vengono portate in esterno e rimodellate attraverso la materia del mondo, infine deposte in massa ordinata su un tavolo d’esposizione museale. Sono marmitte d’auto arrugginite, pezzi riciclati e combinati insieme, tubi di scappamento di vecchie auto in disuso come erano i precedenti pezzi d’intestino, oppure ancora, grondaie rotte o tubature di vecchi canali sotterranei assumendo forme circolari, perturbanti e contorte. Sono materie povere, materiali di riciclo o di recupero simili a scorie del corpo o del mondo che necessitano in qualche modo d’essere riconvertite,riutilizzate, trasformate in altro e altro ancora per poter essere re-immesse nel ciclo vitale.
Sono forme avvolte morbidamente insieme, piegate dal loro moto interno e fusionale e poi fissate rispetto a quel movimento nel gesto e nell’atto della scultura: “ready-made” se vogliamo sulla scia di Duchamps  ma in un processo continuo di duplicazione, di rovesciamento dall’interno all’esterno degli organi e viceversa, di riempimento e svuotamento della materia nel passaggio incessante tra creazione e distruzione. 
La scultura per Maiolino è scavo e svuotamento degli organi, del corpo, dell’argilla fino a far apparire in esterno una materia mutevole, ambigua nella sua configurazione che si tenta, infine, di fissare nel posizionamento ultimo della scultura. Essa assorbe, traduce e trattiene l’azione, il movimento imponendolo in una forma statica, indelebile e modellata come tale per l’eternità. 
In una scultura adiacente della  serie la massa nella sua compattezza diventa scavo, svuotamento e, ancora una volta, l’interno è mostrato o reso accessibile all’esterno. Scolpire è, allora, entrare nei visceri dell’opera come in quelli del corpo attraverso una fenditura che diventa apertura e cavità per risalire quasi alla genealogia della materia, alle radici della storia, alla provenienza più antica e primordiale del gesto scultoreo, forse agli antecedenti della forma. Scavare è togliere, andare verso lo svuotamento della massa, la decostruzione dell’aspetto compatto e levigato dell’opera finita per cercare “nell’indietro”,  nel prima, nell’anteriorità al complesso massiccio e unico della pietra.

Anna Maria Maiolino, “In-Out”, 1973-2010 ( dal video Antropofagia),

Sei immagini in primissimo piano raffiguranti alcune bocche maschili e femminili sono viste nel tentativo di esprimersi ma sistematicamente ostacolate o impedite da elementi esterni o intrusivi: un uovo, un groviglio di fili, una massa di fumo o un semplice filo serrato tra le labbra ora spalancate ora digrignanti. Impedimenti si interpongono in maniera intrusiva all’immagine visiva mentre la bocca è vista nell’atto di ingurgitare voracemente qualcosa fino a divenire un canale ostruito da una parola non-detta o a metà trattenuta. Allo stesso modo il post-colonialismo appare divorare o cannibalizzare la cultura coloniale precedente nel tentativo di espellerla e liberarsi d’essa. Il lavoro dell’artista fa riferimento qui apertamente al clima repressivo del regime totalitario instauratosi in Brasile negli anni ’60  che  letteralmente toglie voce all’individuo e che la Maiolino sperimenta direttamente come migrante. Al di là dell’investimento politico le bocche viste in tale primissimo piano evocano forme perturbanti, sessuate, orifizi aperti o chiusi innestati d’altri elementi intrusivi, spalancate, ora digrignanti o serrate volutamente dando vita a immagini ambigue, aperte, disturbanti alla coscienza del visivo. In fotografie successive che documentano una performance dell’artista nel ’74, “What is left” forbici  sono viste su un volto in primissimo piano; inesorabili si avvicinano al naso prima, in procinto della bocca e della lingua poi e, ancora minacciando il volto in una sorta di violazione perpetuata, taciuta e auto-imposta dall'io al corpo della performer. L’ambientazione appare asettica, la luce fioca nella stanza vuota, in assenza d’ogni altro segno di rilievo se non il volto ripreso a distanza ravvicinata dalla cinepresa. Le lacerazioni prodotte dalla violenza politica, il silenzio imposto dalla censura, l’oppressione e il senso di pericolo diffusi si traducono attraverso la medianità d’un corpo-strumento, istintivamente espressivo, brutalmente nudo e diretto nel proprio darsi sia come oggetto di aggressione che come atto di resistenza. Esso si erge in una implicita sfida alla violenza perpetuata dal regime incarnando su di sé nell’atto dell’ auto-mutilazione il duplice ruolo di vittima e di aggressore.
      
“Entrevidas”, 1981-2010 (Between lives)






(Trittico fotografico tratto dalla performance de 1981)


La strada è disseminata di centinaia di uova, difficile da percorrere a piedi nudi sul cemento. I piedi avanzano lentamente, si muovono su un campo minato. La distesa è d’asfalto, il suolo è lastricato, grigio, improntato di segni dei piedi nudi che camminano, avanzano tra i nuclei bianchi o le piccole forme sferiche più tardi riconoscibili in primo piano come uova. Un percorso a ostacoli: le gambe sono viste avanzare a fatica tutelando i propri passi, camminano su un terreno minato dove gli oggetti appaiono sul punto di esplodere, rompersi, saltare in aria da un momento all’altro. Si allude chiaramente alla minaccia subita in una situazione di repressione politica e al senso diffuso di pericolo immanente quanto non localizzabile come se uno sguardo dall’alto, invisibile e onnipresente fosse là a incarnare il volto più subdolo e repressivo del potere. Tuttavia, nella performance, l’effetto visivo del bianco nella costellazione dei punti disseminati sulla superficie di cemento rompe il grigiore atono e incolore imposto dalla monotonia della scena creando aloni luminosi malgrado tutto, tracce depositarie di vita o  di possibili nuove ri-generazioni, ciò che politicamente darebbe vita a ipotizzabili rivolgimenti in un distante ma non troppo lontano a-venire. I punti bianchi infrangono visivamente la distesa piatta di cemento estendendosi in prospettiva oltre il limite del nostro sguardo  per dare adito e canalizzare un’ altra primordiale energia o forza creatrice. 
I piedi marcano il territorio al passaggio, stranamente qui l’aspetto inalterabile del cemento si imprime di impronte oscuranti allo stesso modo in cui un percorso esistenziale resta marcato o inciso dai segni e le tracce di un'esperienza. Si avanza attraverso quei campi minati fino a farli divenire campi di giocoleria danzando su ostacoli  virtualmente pronti a esplodere fino a renderli  palline o sfere luminose di impensata possibilità, d'altra nuova creatività per assurdo ritrovata.  

Anna Mendieta , “Volcano Series 2” (1979-99)




L’esilio forzato negli Stati Uniti e la consapevolezza di “non-appartenere” si contrappongono nel lavoro dell’artista messicana Anna Mendieta  al bisogno di trovare nuovo radicamento spirituale, forse di inventarsi una nuova identità multiculturale e, insieme, di colmare quella perenne frattura. La terra ritorna e costantemente appare nei lavori performativi della Mendieta come primaria e viscerale forma di appartenenza o innato ritorno all’originario: sublime fusionalità con la totalità del vivente, con la natura intesa come forza animata e partecipe d’ogni aspetto di vita nel cosmo. Il profilo della figura inserito nel paesaggio messicano incontaminato si fonde, mimetizza quasi con la purezza degli elementi circostanti: arbusti, cespugli, rocce, terra granitica che sgretola all’irrompere delle fiamme e nuvole di fumo viste in primo piano sul paesaggio retrostante. La terra è femminile come il corpo dell’artista e la sua energia si vuole per Mendieta creatrice e feconda. Il fuoco emerge nell’eruzione vulcanica come una potenza esplosiva e primaria, visto nella sua duplicità di forza generatrice e distruttrice . Il profilo del corpo_ sagoma svuotata dell’io e aurea irradiante che emana dalla sua volatile presenza_ diviene un tutt’uno, si pone quasi in unione complementare con la terra percepita sia come luogo di nascita che di sepoltura.
Il cratere infuocato appare in tre momenti successivi: la figura arde nel fuoco ritornando alla terra e al suo stadio fusionale primo, in seguito la presenza divorante, la forza vulcanica incontenibile e distruttrice del fuoco si impone, infine l’aurea luminosa del corpo svapora e resta il contorno nero e svuotato nel suo esterno involucro. Il cratere vuoto della terra è culla volta a tomba: ciò che generato dalla terra, arde nel suo fuoco e poi consumandosi si distrugge per ritornare al ciclo primario di natura.

Anima “Firework Piece” 1976
 
Come in un rituale sacrale, la “silueta” simulacro e corpo-profilo  dell’artista si accende, inizia ad ardere lentamente, intensamente nell’oscurità, diviene una fiammata divampante, incessante che appare consumarsi poco a poco nel buio della notte. “Fuochi d’artificio” come Mendieta li definisce accesi nel paesaggio desolante e desertico della regione messicana lasciano residui di polvere e fumo dissolvendo in aria, poi disperdono nella terra per re immergersi e fondere con la natura circostante. L’intera immagine-simulacro brucia, arde e si consuma nel corso d’una notte fino a apparire come una piccola fiammella vista a distanza tra le montagne blu, i paesaggi indaco mossi dal vento e le piane messicane aride e brulle. La combustione è vista come fuoco rituale, il profilo  brucia lungo tutto il suo contorno in una fiamma viva per ricongiungersi al ciclo cosmico di vita-morte mentre solo l’ossatura dei supporti esterni resta dopo la combustione; all'orizzonte un piccolo baluardo che affievolisce nel paesaggio desertico in lontananza.

Amalia Pica




La comunicazione attraverso la rete globale supportata dai continui avanzamenti tecnologici si presenta oggi come sempre più ambigua, volatile, simulata anziché reale afferma Amalia Pica attraverso le sue installazioni; insieme esasperata e svuotata, appare espansa all’ennesima potenza nel suo uso e abuso senza tuttavia portare a effettivi scambi intellettuali e umani;  infine è soggetta a frequenti deformazioni mediatiche, a manipolazioni o a letture spesso parziali o contraddittorie. In molti casi  i canali del linguaggio risultano ostruiti o interrotti, oppure, ancora, il messaggio non giunge a destinazione pur attraversando il canale perché resta mal-compreso, mal-interpretato,  erroneo nella forma se non nel contenuto o inviato all’errato ricevente. Come sotto-intende il lavoro performativo di Amalia Pica l’ ipertrofia di comunicazione nelle nostre società attuali, l’esasperazione quasi nello scambio di messaggi digitali o telefonici, di informazioni, immagini e notizie in tempo reale spesso nasconde, nell’altra faccia della sua medaglia, l’assenza di una reale o effettiva comunicazione. Come l’immagine è espansa all’ennesima potenza, così la notizia, l’informazione o il messaggio diviene rapido, svuotato, moltiplicato e quasi volatilizzato rispetto al suo effettivo contenuto per rendersi pura connessione o link ad altre interfacce multimediali. L’artista d’origine argentina stabilitasi a Londra sperimenta nella commistione costante di stili e linguaggi passando  in maniera versatile dal disegno alla fotografia, all’installazione nel tentativo di aprire dialoghi possibili o  virtuali reti di interazione sociale basati sul linguaggio in una società schiacciata da una compulsione all’informazione che diviene nel suo polo opposto assenza di un sostanziale dialogo.

L’installazione “The Wireless Way in Low Visibility” (2003) riprende in un omaggio a Marconi un palloncino bianco gonfiato ad elio, connesso a un filo dorato e a una bobina di carico quale primo sistema sperimentale di trasmissione senza fili. Il sistema restò all’epoca un semplice esperimento e il palloncino finì un giorno per volare in aria con la leggerezza di un aquilone staccandosi dal suolo per ritrovarsi libero in alto nell’atmosfera. Il pallone ad elio riproposto da Pica appare, oggi, come anticipatore di tutte le connessioni senza fili rese possibili dalle nostre reti "wireless" nel mondo intero, ma, anche, allude a ogni forma di comunicazione sensibile, sottile, vibrazionale o per affinità di intenti e di intelletti capace di creare connessioni travalicando i limiti spazio-temporali della nostra più concreta esistenza. Resta,  infine, un omaggio al gioco dell’infanzia e al suo modo di lasciare libero spazio alle ali della fantasia, dell’immaginazione o di un’esperienza che unisce per sentire comune nella metafora del gioco, del volo, della migrazione o della fuga verso l’alto, sia essa d’una piccola bolla di sapone o d’un immenso pallone aerostatico.

L’installazione “Switchboard”, (2011-12) ugualmente, recupera una passata invenzione comunicativa, un centralino utilizzato all’inizio del secolo e si ripresenta come uno spazio performativo ironico e giocoso creato da due pareti fittizie bucherellate, da barattoli in latta di riciclo e fili che li collegano in maniera casuale dall’uno all’altro lato insieme a onde sonore che si creano nel passaggio.  Nel reticolo i fili  si moltiplicano o si perdono allo sguardo rendendo difficile o impossibile capire quali siano i punti emettenti effettivamente collegati tra loro mentre i buchi vuoti sulle pareti forate in esterno fanno pensare a una dispersione di suono, a effetti voluti di ambiguità nel consegnare o perdere un messaggio. L’interno dello spazio si presenta, tuttavia, come un corridoio sonoro, una camera acustica e di espansione dei suoni, un centralino aleatorio dove alcune estremità sono collegate casualmente al altre seguendo il percorso intricato di fili che ora si confondono ora si connettono per portare o meno il messaggio a destinazione. 
Il dialogo, dunque, in questo gioco è lasciato alla connessione aleatoria delle parti ma, anche, a inaspettate interruzioni o interferenze che possono intercorrere lungo il tragitto; il messaggio può giungere o meno a destinazione, essere recapitato a un interlocutore differente oppure arrivare cifrato o indecifrabile al ricevente. Tutto è affidato a questo reticolo di fili nell'ambiguità del caso o del momento.    




Nell’azione performativa “On education” (2008) l’artista ridipingeva la statua equestre della città di Montevideo in vernice bianca facendo coincidere una credenza popolare latino-americana sul colore dei cavalli di tanti condottieri eroici con la realtà generata dalla sua azione pittorica. Si trattava, ancora una volta, d’un modo ironico per ribaltare un luogo comune volgendo uno stereotipo del linguaggio in una nuova o seconda verità.  Nel video girato in occasione della performance la statua equestre in pietra scolpita è presa a colpi di pennellate, di spatola, ricoperta per gettiti di vernice bianca come se sprazzi di nuova vita, di nuovo colore fossero gettati sul modello scolpito fino a infondervi linfa vitale . Pica versa quella mano di vernice sulla statua parlando di “istruzione”  quasi volesse formulare un pensiero partendo da un posizionamento critico: versare una distesa di bianco è già rinnovare ,  semplicemente rendere visibile un 'altra idea di  trasmissione o meglio formazione dell'individuo “not to impose but to speak the way I think and feel”.   
                                                                      


         
Teresa Margolles, “Pesquisas”, 2016 (Investigations)






E’ un realismo impregnato di morte, della risonanza e dell’idea di sparizione nell'interfaccia tra memoria e oblio quello che si rivela attraverso il grande affresco murale o collage di volti creato dalla messicana Margolles appositamente per l’esposizione. Il lavoro è ispirato all’uccisione di tante giovani donne nel 2008 a Ciudad Juàrez una delle provincie messicane con il più alto tasso di femminicidio  dove la violenza al femminile e, insieme l’impunità contro la medesima si sperimentano ogni giorno nella  realtà quotidiana.  Per effettuare la sua “Indagine” Margolles recupera i vecchi annunci “cercasi” delle ragazze scomparse attaccati dai famigliari in vari punti e luoghi della città. Usurati o graffiati dal tempo, alcuni resi illeggibili dalle intemperie, i manifesti sono incollati uno di seguito all’ altro sulla parete immensa di una stanza in una sorta di montaggio poetico dove essi si confondono e si sovrappongono come tracce appena riconoscibili impresse dalla lotta tra il passaggio del tempo e la memoria.
Volti inumani di giovani donne, ragazze o “poco più che bambine” riemergono sulla parete. Giovani attraenti e piene di vita, di bellezza ancora ma slavate dal passaggio del tempo e dall'oblio  nella loro già parziale cancellazione come veri ritratti. I volti appaiono ricoperti da un alone di silenzio e di morte, in parte staccati o rigati, soggetti a un progressivo  processo di dileguamento e, insieme, fissati nella sospensione violenta di un istante, l'istante anche della fotografia: implicito riscatto della vita sottratta e fissata in un'illusione d'eternità nella sua interfaccia costante alla morte come l'inesorabile consumarsi del tempo e del ricordo . Allo stesso modo che nelle serigrafie di Warhol tali ritratti sono visti in una ripetizione seriale che li consegna a poco a poco all’oblio dell’inevitabile loro cancellazione. Giungono a noi, tuttavia, immensi sulla parete della galleria dal fondo del loro grido, silenzioso, immanente, stranamente inumano, quasi l’artista abbia voluto dare una voce a questi volti per rompere il silenzio entro il quale erano  rimasti troppo a lungo imprigionati: intrappolati nell'istante di sospensione delle loro vite violentemente spezzate.