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domenica 15 marzo 2015

Le "Sacre" di Virgilio Sieni: alla ricerca del "gesto primo" ( Bologna, Teatro Comunale)






Tappeto rosso fucsia vivo slavato di luce, irradiato da un riflesso assoluto, elettrico e opalescente proveniente dalla sfera dei colori freddi nel gioco contrastivo tra il rosso-violaceo del piano-superficie distanziante, il nero assoluto del fondo e l’essenzialità dei corpi stagliandosi in una quasi nudità, nella neutralità voluta di una quasi non-personalizzazione. Alonati di luce appaiono nell’ incarnato appena visibile dei costumi che li riporta a una forma essenziale, primaria, quasi elementare di vita.

Sei danzatrici nel “Preludio” su una composizione per violoncello di Daniele Roccato si danno a noi nella nudità apparente, nella ricerca d’un quasi “archi-gesto” o archi-traccia sul continuum fluido del movimento coreografato; una moltitudine di micro- gesti appaiono, esplorati richiamati alla memoria, riportati alla superficie da uno “sconosciuto del corpo”,  poi la messa in tensione dei medesimi attraverso un ascolto attento tra le danzatrici,  in una trasmissione d’eco di singole frasi o partiture dall’una all’altra, da un duo all’altro in un costante passaggio di testimone, in un gioco tensivo e concentrato tra il dare e il ricevere. Il Preludio è atto iniziale e propriamente voluto per entrare nell’universo coreografico di Sieni quanto nel suo linguaggio, nell’atmosfera di questo Sacre che si distanzia tuttavia fortemente dalla dimensione rituale e dionisiaca della tradizione nel balletto di Stravinskij. Sieni lo definisce una vera e propria “iniziazione dei danzatori al gesto”, il tentativo quasi di tracciare a ritroso un “primo atlante gestuale”, scavando indietro all’interno d’un sorta di memoria cellulare del corpo come per risalire all’origine di un primo movimento, di un primo passo, agli albori di quello che muove un corpo nel suo atto primo d’esserci percettibilmente nel mondo; quasi si volesse rispondere alla domanda “da dove sorge”, “come si inizia a camminare, a muovere un passo la prima volta, scoprendo il corpo come “quel luogo dove non ero mai stato e mi accorgo d’esserci nato”.  La danza infatti per Sieni può solo situarsi oltre la destrutturazione della figura o di un’abitudine codificata al linguaggio coreografato accogliendo quel “gesto primo”, originario o imprescindibile che scaturisce dallo stare dentro il proprio corpo, “dall’abitarlo sin nel lato più oscuro e sconosciuto di sé”, dal situarsi in “quelle pieghe” della pelle dove si situa anche l’ incrinatura dell’individuo in quanto costruzione e identità , del movimento in quanto forma codificata, del danzatore in quanto figura formalmente data. Per arrivarci si tratta, secondo il coreografo d’esplorare e ripercorrere la propria interna “archeologia ossea”, del discendere nelle pieghe della pelle, dei tessuti, nell’esplorazione delle proprie articolazioni, giunture e loro cedimenti, nella messa in risonanza d’un movimento da un piano all’altro del corpo, dalla circolarità all’ orizzontalità, dell’attingere infine a un bagaglio di gesti non-riflessi che porteremmo in noi virtualmente come patologia, lì nelle fessure del desiderio, nelle impulsioni primarie d’una corporalità inconscia, nella memoria cellulare e attraverso le soglie e i livelli di scorrimento d’energia degli strati sottili che ci  costituiscono. 




 In una nudità essenziale dello spazio, in una quasi liquidità iniziale sei danzatrici danno corpo nel “Preludio” a queste forme organiche, molecolari alla ricerca di quei gesti primi che ci riportano a un luogo originario “dell’esserci”, tale il fondale astratto e violaceo della scena, irradiante e atemporale attraverso i riflettori  dove un intrecciarsi di movimenti nati dalla gratuità, dall’ascolto, dalla messa in risonanza reciproca dei danzatori in scivolamenti e diffrazioni al suolo  evocano un “luogo d’esserci” del corpo, una sua inedita postura, un suo modo di “stare nel mondo” attraverso il movimento.

Nella composizione de “La Sagra” che segue saranno vere e proprie “costellazioni di corpi” a disegnarsi su scena a partire da questa primaria asserzione , ad aggregarsi e disgregarsi in una complessa orchestrazione coreografica, in partiture simultanee e coesistenti di dodici interpreti che accadono e scorrono contemporaneamente in un caleidoscopio di immagini di fronte allo spettatore. 
Corpi neutri, epurati d’ogni individualizzazione e resi quasi forme di vita primordiale si compongono e dissolvono in figure geometriche rapide e fugaci intessendosi l’una all’altra sull’onda della risonanza, nell’eco d’un movimento da corpo a corpo, in duetti o terzetti; altrove permangono in pose immobili arrestati nello spazio di pochi istanti come lasciandosi sorprendere da questi passaggi nel vuoto o momenti di sospensione, come rapiti da questa forza tensiva carica d’attesa, d’ascolto, prima di ripartire verso nuovi camminamenti.

Se l’immagine per Sieni è quella d’un “bosco popolato d’una moltitudine di gesti e movimenti”,  la visione d’uno spazio scenico ordinato e prospettico allo sguardo, al limite tridimensionale si frammenta costantemente in un caleidoscopio di schegge o meteoriti in costellazione libera nello spazio, in un caos ordinato e ricomposto di astri e punti celesti un po’ come ci trovassimo di fronte a una scomposizione cubista del quadro in una serie di sfaccettature, di visioni simultanee e coesistenti accadendo insieme , scorrendo l’una nell’altra prima di ricomporsi in cerchio o in linea retta per poi tornare a scorrere e frammentarsi in una miriade di coaguli di punti, ammassi ordinati, contigui o paralleli. 
La sola apertura estatica possibile per Sieni resta, infine, in questa sua rivisitazione del “rito della primavera”, quella che può scaturire dall’ instaurarsi d’un meccanismo gestuale inconscio, auto-generatosi in un automatismo “fuori dalla soggettività”, nelle pieghe del corpo molecolare come una forza che scaturisce da dentro un movimento puro, sprovvisto d’ogni interpretazione personale quanto legato all’instaurarsi d’una risonanza propria al gesto: la sua “messa in opera” nel corpo per quello che arriva a lui d’inatteso, dal quale vuole lasciarsi lui stesso sorprendere nel fare di un "gesto primo". 

Perché, come nelle sospensioni e nelle pause immobili che costellano la coreografia di Sieni più importante resta questa “tensione al dono” all’attesa che si traduce in un “ascolto attento e concentrato”, in una qualità d’energia particolare alla sua danza, in una predisposizione mentale e spirituale al ricevere, all’accogliere nella gratuità di quello che arriverà a lui d’inatteso dal corpo, che non nel risultato a priori atteso o in sè stesso finalizzato alla  composizione di un' opera.

 (  Bologna, Teatro Comunale, 12 marzo 2015)


giovedì 17 settembre 2009

Gesto, teatro, improvvisazione


























U
n gesto lascia un’impronta invisibile. Amo l’idea che si possa lasciare nello spazio una successione di segni come se il movimento si cancellasse nell’atto stesso di prodursi ma lasciasse un solco, una traccia anche se invisibile.
Rendere un gesto significante, caricarlo di un movimento di senso, “farne un vettore per suscitare un sentimento o risvegliare in noi un frammento di incosciente1

Un gesto deve in primo luogo trovare un proprio posto nello spazio, deve essere purificato, sbarazzato del superfluo. Più semplice e diretto sarà più apparirà naturale. Perché in sé il movimento non é che un “involucro, una conchiglia vuota ”.
Il lavoro é quello di riempirlo, di nutrirlo di senso, restituirlo come materia sensibile, imprimerlo, infine, della densità stessa dell’esistenza. Difficile ingannare qui, evitare di mettersi a rischio, in gioco, in pericolo fino al fondo di sé anche e là soprattutto dove non abbiamo voglia di discendere.
“ Il nodo della questione é il dono”. E’ l’essere umano che si svela dietro il costume, attraverso la maschera e al di là della forma: una maschera neutra, la maschera di quello che puo’ divenire un viso investito di un’insistenza interiore , un corpo proiettato nell’altro di sé, nell’altrove di una visione o di un’immagine ricorrente che ritorna.
E’ l’anima delle cose, degli esseri, la complessità del vissuto individuale di ciascuno di noi,
lo spessore, la densità dell’esistenza che vogliamo vedere non solo i movimenti ben fatti
il prolungamento del corpo nell’anima, il malessere, la distruzione anche
la grazia e l’eleganza che é la non si vede, che si esprime come un sapere innato,
un intuizione che s’apre in noi in modo incosciente, improvvisamente,
il senso di bellezza che ci sfiora in qualche raro istante.






Non potrei immaginare un lavoro che sia perfetto da un punto di vista formale, vale a dire nel dominio assoluto del linguaggio, della composizione e dell'esecuzione, ma che sia sprovvisto di un’ investimento nell’ordine dell’umano, d’un umanesimo che si carica implicitamente d’un valore politico senza tuttavia voler divenire un’aperta presa di posizione ideologica.
Mettersi a rischio, in discussione, in gioco in ogni caso, cosi' immagino il senso del teatro intuitivamente; usare la propria esperienza, umanità o intelligenza nel senso di una comprensione profonda delle cose per non restare imprigionati nelle gabbie dell’accademismo, dell’estetismo puro o al servizio della rentabilità del mercato,
del divertissement finalizzato a sé stesso.
L’ironia che salva, il riso che libera e non risparmia nulla e nessuno, l’intelligenza di un umorismo che distrugge le false apparenze e corrode i luoghi comuni vestendosi di un'insostenibile leggerezza d’essere. Ma anche questa sorta di sesto senso o visione a tre dimensioni: momento in cui si tocca all'essenziale, attingendo al vuoto denso e abitato che é in noi come alla radice di ogni creazione.




Più di ogni altra arte la danza puo' esprimere il disequilibrio: un corpo disincarnato che é là senza esserci veramente, che é là senza crederci veramente, che perde una parte di sé stesso come fosse trasparente,
che sente il vuoto come lo ingoiasse fino a divorarlo
che si irrigidisce, si blocca, rifiuta di muoversi
preso in un gesto di prostrazione, nella follia aperta del corpo , oppure in un atto assurdo, estraneo, improvvisamente disconnesso dal contesto dell'attuale.
La danza come arte del sensibile risveglia in noi una storia che non ci appartiene ma che é iscritta al fondo del nostro corpo come una stigmate. “ Come gli avvenimenti si iscrivono nella nostra carne e ci trasformano, questo é il filo conduttore del lavoro. Lo chiamiamo teatro del corpo perché consideriamo il corpo come rivelatore dei sogni, dell’immaginario, della memoria e dell’incosciente di ciascuno di noi”
[1].

[1] Pietragalla, Simmonet, La femme qui danse , Seuil 2008, p. 175
2 Ibid.,


sabato 16 maggio 2009

Gesto e improvvisazione II











Ritrovare un’immagine del passato attraverso il più semplice dei gesti: ritrovarla dentro un atto o una parola che riscopro casualmente all’incrocio di azioni e percezioni risvegliate, lasciate affiorare in superficie attraverso un'esercizio di improvvisazione danzata.

Trasfiguro l’esperienza ordinaria; strappo al mondo gesti e atti apparentemente insignificanti.
La poesia la si trova anche nello spazio di un passo, di un cammino, oppure nell’immobilità di in uno sguardo, nella non-azione di un gesto trattenuto.
Approfondire , andare a vedere dove parte, dove esso mi conduce. Essere lì completamente, infinitamente dentro il momento.

Improvvisazione danzata

Peso in abbandono del corpo, inerte, ripiegato su sé stesso, addormentato o come avesse perso ogni segno di una precedente individuazione. Radiazione luminosa sul volto. La testa si risveglia per prima, si solleva come ricordasse d’un tratto, apre gli occhi poi ripiomba in una sorta di sonno ipnotico: letargia, o incomprensibile perdita di sensi. Le dita intirizzite incominciano a muoversi, si risvegliano uno a una, la vibrazione lentamente passa dalle mani, ai polsi, alle braccia che si distendono, si allungano, si protraggono nel vuoto disegnando, tracciando lo spazio come lo riscoprissero, l' inventassero per la prima volta. L’onda vibratoria si propaga, attraversa le spalle, la spina dorsale, il torso, la colonna per arrivare al bacino. I piedi e le gambe restano ancora immobili, la voce inudibile ancora, solo il respiro.
La tensione, l'allungamento estremo delle braccia e del torso attraversati da un’onda fluida, energetica e vitale contro l’oblio immobilizzante della base. I momenti d’arresto improvviso, l’amnesia dove il corpo è rigettato in una sorta d'immobilità si alternano ai gesti d’apertura violenti, avvolgenti, ai movimenti ampi, ondulatori del bacino, delle braccia, del busto.

Linee curve, volutamente morbide: lotta appassionata di forze contrarie, quelle che si ergono in altezza, quelle che ci riportano al suolo, quelle che si disperdono verso l’esterno, quelle che ritornano al centro.
Composizione fatta di forze antagoniste; tensioni che animano le forme inerti. Lentamente, mangrado il loro volere, aprendosi lo spazio come in uno slancio inatteso,
aprendosi un cammino, scavando il vuoto come ne disegnassero un percorso improbabile o incerto, allucinatorio forse, avanzando e retrocedendo a tratti, con gli occhi chiusi poi aperti, con le braccia e le bambe che si protraggono e si ritirano, lentamente portate dall’onda primordiale del movimento. Qualcosa si libera nel fare come per un intervento del caso .

“E’ questa coscienza acuta del movimento, questa concentrazione assoluta sul gesto che permette di introdurre una verità, una dimensione personale nel lavoro senza cadere nel patetico. Canalizzato dal lavoro fisico”[1] e distaccato dalla dimensione psicologica pura e semplice- cito Pippo Delbono- diventa un segno poetico, accede alla dimensione danzata. Un linguaggio personale si elabora cosi’ a poco a poco.

“Un attore cammina su una scena vuota; non fa nient’altro che camminare ma lo fa con una tale precisione, una tale forza nel suo cammino che attira l’attenzione come camminasse su un filo”[2]. (Presenza)
Poi, d’un tratto apre un ventaglio, niente di più che quel piccolo gesto d’aprire un ventaglio, ma lo fa al momento giusto, drammaticamente giusto. (Sente i ritmi del teatro naturalmente).
Esso si prolunga nel tempo, assume la consistenza, una densità, una presenza nello spazio.
Non è più il sentimento, la sensazione psicologica presso l’attore ma l’impulso organico che agisce. Intuitivamente sente che quello è il momento giusto. “E’ il corpo che risponde, non la testa.”[3]Sviluppare una coscienza, una concentrazione prima su ogni istante del movimento.
La danza di tutto il corpo fa sorgere la drammaticità. Mantenendo una tensione, anche nell’immobilità.

Lavorare sulla poesia insita nel movimento produce sulla scena non una storia ma una “poetic vision” come la definisce Carolyn Carlson. La terra, l’acqua, le forze che muovono il cosmo, ogni gesto che inventiamo per un nostro intimo bisogno di espressione nasce da un’interna idea o “visione”. All’inizio non ne abbiamo che una nozione imprecisa, un abbozzo sfuocato di materia inerte che comincia a emergere dalla massa oscura, dai tentativi vaghi di improvvisazione, li’ dove ci gettiamo a corpo perso, con gli occhi chiusi, letteralmente alla cieca senza sapere esattamente dove ci porti, in quale logica più ampia di composizione andrà a iscriversi.

Un’energia mi fa attraversare, prende corpo nello spazio per raggiungere qualcuno che è pronto a riceverla dall’altra parte, attraverso la potenza del suo darsi,
vale a dire la sua intrinseca presenza e precisione.

La pienezza e il vuoto al cuore della scena: questa economia del vuoto è una ritmica fondamentale che agisce in teatro come nella vita.
Il vuoto come il tempo dell’attesa, dell’oblio o della sospensione dolorosa si contrappone al tempo dell’azione, della passione, dell’istante vissuto e fino in fondo abitato:
l’euforia fulminea del momento, l’avventura gioiosa o estemporanea dell’attuale.






[1] Cfr Pippo Belbono, Il corpo dell’ attore
[2] Ibid.
[3] Ibid.

venerdì 13 marzo 2009




L’improvvisazione e i quattro elementi. La coscienza di esistere nell’acqua, nell’aria, a contatto con la terra: come cambia la mia percezione degli oggetti, del peso corporeo, la mia relazione allo spazio esterno, al movimento partendo da tale coscienza?
L’acqua mi fa pensare a un’immersione musicale, a un movimento continuo,
a una sensazione di generosità, di lasciare la presa, cedere, lasciarsi portare…
Movimenti ampi, frasi musicali che si dispiegano come onde sonore, fluide e avvolgenti. La libertà dove il corpo si abbandona completamente: la densità acquatica dove le articolazioni, la massa muscolare, ogni minimo atto o gesto sono pienamente presenti, organicamente toccati, abitati, ma allo stesso tempo liberati dalla pesantezza dell’esistere terrestre, dalla forza di gravità che tiene legati alla superficie, immobilizza, blocca o inibisce l’azione. Di lì si attinge la musicalità della danza E’ forse la prima fonte di ispirazione per ogni coreografia.

Coscienza dell’istante: concentrazione, disponibilità, immersione nel transitorio del processo creativo. Rendersi totalmente a questa apertura della sensibilità, all’ascolto del proprio essere impulsivo; captare il respiro di quello che ci circonda di uno spazio-tempo abitati di luce, movimento, presenza, voci e colori, forze centripete e spinte centrifughe. Riconoscere, possedere, abitare questo spazio-tempo; esplorarlo,contenerlo, scavarlo attraverso i sensi, poi cominciare a viverlo senza paura.
Ritornare al primordiale di una materia psichica raggiunta partendo dalla densità della carne: il corpo agente-agito, la prima scena del movimento dove si svolge il teatro all’origine.

“Cartografare” scrive Lourence Louppe in Poetica della danza contemporanea è dare a leggere un corpo, un individuo, un soggetto attraverso i suoi atti fisici, poetici o sovversivi: di rifiuto, di abbandono, di rabbia, di scusa, di frustrazione, di angoscia o di solitudine. Fare questa cartografia in controluce di un io-corpo agente e agito è andare dall’inizio contro il gesto codificato, riconoscibile, direttamente leggibile, contro il movimento troppo giusto, ideale, corretto; contro i codici della verosimiglianza, della rappresentazione, del realismo. Il corpo si da a leggere ma, allo stesso tempo rifiuta ogni facile leggibilità: un’aurea lo avvolge, lo circonda isolandolo anche in qualche modo dall’esterno. Lo rende permeabile e esposto oltre la linea della propria pelle, sempre e comunque sparso, diffuso entro il suo centro mobile, non riconducibile a un semplice contorno: l’immagine che gli altri vogliono dare di noi, la linea che ci trattiene, ci limita e circoscrive.
La testa immersa sotto il livello dell’acqua, un mondo espanso s’agita al di sotto…
Siamo questa superficie sensoriale che non s’arresta un solo istante di respirare e dunque di muoversi soggetta a infinite modificazioni anche quando dormiamo e forse li’, ancora di più, nella sua parte d’incoscienza.

Essere tutt’uno con il vivente al rischio della propria de-figurazione. Cosa succede quando si porta questa mappatura del corpo al limite della decostruzione? Quando viene messa in gioco la certezza stessa dell’identità di un soggetto, la sua immagine all’esterno? Quando si trova spinto, sospinto verso questo margine dove non sa più d’essere , quando si trova spinto, sospinto verso questo stato di__disseminato, disgiunto, contaminato, infranto.

L'aurea: l’energia vibratile, espansiva, invadente e in eccesso del corpo isterico domandando dépense, spesa, consumo, speco, investimento anche come produzione di qualcosa dell’ordine di una presenza, d’un atto: qualcosa di fisico, tangibile,concreto come un gettare fuori, espellere, estromettere quello che può in questo modo rientrare nel circolo significante in luogo di subirne i movimenti d’eccesso, di mancanza, di vuoto-pieno del suo turbinio inarrestabile.
Aurea dunque: qualcosa che si diffonde, tocca, arriva, contamina, inquina, sempre e comunque coinvolge l’altro oltre i confini della mia pelle. L’aurea dell’ oggetto distrutto dalla sua riproducibilità secondo Benjamin; l’aurea del poeta caduta, insozzata nel fango nella strada nell’immagine di Baudelaire; l’aurea che si infrange allora, e trascina insieme ad essa nel fango, nello stato scivoloso dell’anima,
melma che mi assorbe, mi insozza,mi dissipa, preda di me stesso, dell’Altro che non saprei dire, dei mille altri che non saprei controllare.

Il corpo perturba sempre per la sua carica di intensità”, scrive ancora L. Louppe; porta in sé la “cosa” del sacro, dell’indefinibile che è anche quella dell’inquietante, dell’estraneo nella sua dimensione di incoscienza. Perturba in primo luogo per “l’intensità del suo atto di presenza” che non trovo così netta, inesorabile, immediata altrove. Sono dentro i miei atti prima ancora che dentro le mie parole o forse anche quelle allora diventano atti scenici: energia fisica della voce, del suono, ritmo primo che si libera dal corpo in una cadenza, una scansione, un respiro ora enunciato, ora portato fuori in una voce, ora semplicemente sussurrato in un ansito leggero . Come se appunto qui ritrovassimo la presenza del soffio vitale, del respiro poetico che da il tempo all’azione, alla parola, al gesto- il teatro nel suo primo atto. Il senso di quello che si scrive verrebbe solo dopo, passerebbe quasi in secondo piano, la bellezza formale del linguaggio anche, e sarebbe questo respiro a portarci, a farci attraversare, a muoverci e a fare senso. Di qui, un’assoluta semplicità della frase, del linguaggio liberato dal peso che ogni parola assume nel solco della tradizione perché non è a quella che si rifà ma a un respiro più antico, mai sottomesso, misterioso e inconoscibile ancora.

Danzare nella definizione di Daniel Dobbels: l’esperienza singolare dove qualcosa “nous arrive” ci accade attraverso questo corpo e per suo mezzo. Perturbato, resta come in una sorta di sospensione, di non azione, di immobilità apparente dalla quale sorgerebbe il “gesto inatteso” secondo Nikolais. L’intervallo, la sospensione, allora, è questo momento di una messa tra parentesi del pensiero, dell’intenzione, dove qualcosa si libera, si ritira, retrocede e lascia spazio. Lascia fare all’inatteso di sé : l’illimitato, l’imprevedibile, il vuoto, l’aereo nella sua carica di gesti refulés, rimossi, rimasti non detti. Strati antichi, respinti in zone di memoria inaccessibili alla coscienza che andiamo a toccare, a risvegliare forse, attraverso il movimento…

"Corpo a venire" Materia fisica e psichica di carne e pensiero insieme, si rende sempre più malleabile, mobile, in-sottomessa, risvegliata, in atto, in gioco, senza pretese, senza difese, semplicemente in questo movimento inarrestabile, spinta, sospinta da forze e contro-forze
contraddittorie, violente, in vita.