“Le donne contribuivano ad alimentare la fabbrica dei
sogni non a crearli, il che significava che tutte le carriere dietro la
macchina da presa erano indiscutibilmente riservate agli uomini.” Così scrive Anne Morin, curatrice della
mostra presentata per la prima volta a Bologna incentrata sulla figura ancora
poco conosciuta in Italia della fotografa e regista statunitense Ruth Orkin (
1921-85) esposta in un’ampia retrospettiva
a Palazzo Pallavicini fino al prossimo 19 Luglio. Tale conclamata impossibilità nel proseguire una carriera da
cineasta per una donna all’inizio del XX secolo condizionerà inevitabilmente il
lavoro della fotografa dando vita a una commistione originalissima tra i due
generi_ l’immagine in movimento del cinema plasma la sua immagine fotografica e
viceversa_ che appare ancora oggi come la cifra più originale e distintiva del
lavoro della Orkin.
Ruth Orkin nasce a
Boston nel 1921 e cresce a Hollywood negli anni ’30 figlia di un’attrice del
cinema muto; negli anni ’40 studia fotogiornalismo al Los Angeles City College
e inizia ad intraprendere una carriera di fotoreporter per importanti riviste
americane tra cui LIFE, Look ecc. La passione per il cinema traspare costantemente
dai suoi primi scatti fotografici come la volontà di sperimentare con l’idea di
durata derivante dall’ “l’immagine in movimento”, vale a dire l’intenzione
sottile di portare qualcosa del cinema dentro la fotografia permane come un
richiamo, un’eco costante nel suo lavoro di fotografa. L’immagine è vista da
Orkin come“una scintilla, un’impronta che racchiude in sé un effetto filmico di
durata”, seppur apparente, ricreata attraverso tecniche visive da lei
predilette quali la sequenza, la duplicazione di uno stesso soggetto, la
simultaneità nella visione all’incrocio
tra fotogramma immobile e illusione di movimento.
Al di là della sperimentazione visiva,
l’aspetto forse più saliente della fotografia di Orkin traspare, ancora oggi tuttavia,
come l’ascolto, l’empatia, l’attenzione al mondo che la circonda, quella specie
di “appetito verso la vita” che spinge l’artista a scegliere la strada come set cinematografico
e osservare il mondo con umorismo e resilienza lasciandosi sorprendere
dall’evenienza inaspettata del quotidiano; semplicemente nell’“incanto del
guardare”. Come la definisce Anne Morin:
Ruth Orkin è “una donna che guarda, si
muove, racconta il mondo in totale libertà”.
“Ritratti”
Una serie di
ritratti celeberrimi di personalità note negli anni ‘50 come Albert Einstein,
Robert Capa, o Woody Allen spicca in questa prima sezione. Fondamentale
traspare la complicità con il soggetto fotografato come lo svelarsi di un
qualcosa di essenziale, genuino e autentico che trapela da in ognuno di questi
ritratti a metà strada tra umanità svelata e un loro autentico carisma messo in
luce. Woody Allen per esempio è visto in contrasto parodico con il ritratto di
un nobile del XVIII secolo sullo sfondo, in un rimbalzo ironico di sguardo e
postura tra i due pur nel salto temporale dall’abito a corpetto e calzamaglia
settecenteschi alla giacca e cravatta moderni. Allen cita qui, in maniera
ironica, il modello del passato a cui pure diametralmente si oppone mettendo in luce, nella foto, quella dose di
intelligenza e humour che lo contraddistingue. La fotografa definisce il
ritratto come uno “scomparire pur rimanendo presenti” restando “all’ascolto”
per cogliere “il carisma del personaggio”, la sua essenziale verità. Con la
stessa silenziosa attenzione si avvicina in punta di piedi alla personalità
idiosincratica del grande fisico Albert Einstein lasciando a poco a poco
dispiegarsi il suo ritratto con naturalezza di fronte all’obbiettivo. Coglie il
suo sguardo geniale, un po’ folle ma di quella follia fatta di curiosità e sete
di conoscenza, motore stesso della ricerca e della vita ,totalmente assorbito
nel definire un nuovo modello di relatività per l’universo. L’incarnazione di
un puro potere creativo e intellettuale spinti all’unisono al limite della
ricerca scientifica.
“Fotografie dall’alto"
In questa serie
Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dall’alto di una finestra di
Manhattan rendendo la strada e i passanti
soggetti inconsapevoli del proprio racconto. Tale sperimentazione fotografica
rappresentava soprattutto il tentativo di distorcere la prospettiva usuale,
come volesse mostrare “un mondo alla rovescia” dall’alto o visto “al contrario”
cercando altri punti di vista o interponendo una distanza inusuale tra il
soggetto e l’obbiettivo. Così, di una coppia a passeggio lungo la strada
vediamo dall’alto non i volti ma i capelli ricci, espansi e ribelli di lei come
il cranio dai capelli corti e rasati di lui. Nella giravolta una bambina vola
tra le braccia di un’altra e, ancora, vediamo una scia di gatti randagi
sgattaiolare fuori richiamati dal cibo anziché i volti delle signore a
nutrirli. Un buco nero e profondo dentro
un materasso gettato in strada dall’alto si scopre, infine una serie di cappelli bianchi e simmetrici
ripresi in linea a distanza al posto dei volti dei marinai.
“American girl in Italy” ( 1952)

A Firenze nel 1951
Orkin realizza un’intera serie di fotografie aventi come sfondo l’Italia in una
sorta di vero e proprio fotoromanzo fotografico pubblicato nel 1952 con il
titolo: “ American girl in Italy”. Tra
Napoli, Roma e Venezia l’Italia diviene
scenario privilegiato per Orkin, luogo sinonimo di sensibilità estetica
e libertà creativa. La protagonista Jinx Allen simile a un’icona del cinema
hollywoodiano ricondotta al formato del fotogiornalismo interpreta momenti del
suo viaggio in Italia con enfasi ed espressività cinematografiche. Il suo volto
nitido e attraente in primo piano_ espressivo oltremisura _ l’esagerazione delle pose, la gestualità
del corpo amplificano il racconto dando piena potenza narrativa all’immagine in
luogo della parola.
Orkin rende qui
l’esperienza del viaggio narrazione, l’immagine volutamente costruita e
condivisa, connotata con precisi stereotipi culturali italiani e americani,
diffusa in maniera virale sui rotocalchi dell’epoca anticipando quello che
avviene oggi con la condivisione dell’immagine
digitale sui social media. Così, tale serie di scatti iconici entrano
nell’immaginario collettivo dell’Italia negli anni ’50: la giovane americana
condotta in vespa attraverso le strade lastricate e le più note piazze italiane,
ora in giro tra i monumenti di Roma oppure camminando sotto lo sguardo
indiscreto di ammiratori e passanti tra glamour, esposizione di sé e
vulnerabilità al giudizio altrui.
“Jim tells a story”(1953)
Orkin attraverso la
“cronofotografia” sperimenta con la scomposizione di una sequenza filmica in
una serie di molteplici immagini
statiche che vengono disposte cronologicamente una di seguito all’altra _ quasi per l’effetto di un photomaton_
restituendo l’idea del tampo che passa proprio nel raccordo tra un’istantanea e
l’altra come si trattasse di fotogrammi filmici. Così, in questa sequenza, i
gesti del bambino scorrono uno di seguito all’altro, mutano le espressioni dei
volti mentre da un primo piano all’altro si dispiega la narrazione per immagini.
Jim racconta in pose salienti all’amico una storia sorprendente,o, altrove, i
gesti di tre bambine assorte nel gioco si
disputano una partita a carte.
Simultaneità e
ritratti
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Due figure quasi
identiche si presentano spesso nelle fotografie della Orkin come doppi o simili
con una minima differenza che si frappone tra loro nell’intervallo di un gesto
o di uno sguardo: il passaggio da un fotogramma all’altro nel cinema. L’obbiettivo
si pone a una certa distanza come un osservatore invisibile della scena senza
nascondere, tuttavia spesso, una certa dose di ironia velata di humour o di satira sociale. Così, per esempio, due donne corpulente
vestite di nero sono viste di schiena osservare
i quadri in un museo d’arte moderna con una simile postura inquisitoria
e scettica. Ancora, due bambine quasi identiche fissano il loro sguardo verso
un punto lontano sorprendente e magico oltre la folla. Due anziane turiste americane_ copia
imperfetta l’una dell’altra_ sono colte
indugiare sedute nel Caffè di una piazza italiana, infine “due donne ubriache” siedono
sulle scale allo stesso modo estranee al presente, senza speranze verso il
futuro. Ci raccontano nella differenza minimale di pochi secondi qualcosa che
accade, una storia che si espone lì sotto i nostri occhi con lo sguardo ironico
o il sorriso divertito di Orkin celato dietro l’obbiettivo.
La città come
spazio per la fotografia
New York, la città per eccellenza crogiolo multiforme di vita e movimento compare nell’ultima parte della mostra come spazio del vissuto, attraversata e esperita attraverso lo sguardo piuttosto che come astrazione geometrica di linee e forme essenziali nello spazio. Le strade divengono per Orkin teatro del quotidiano, i bambini spesso colti in scorci privilegiati di immediata spontaneità e naturalezza, le stazioni sempre più luoghi di transito e movimento dove gli individui e le storie si incrociano e si fissano nella fotografia, le più svariate e diverse tra loro. Ancora, le strade sono crocevia per eccellenza dove bianchi e neri, classi altolocate e popolari, marginali e élite, adulti e bambini si confondono restituendo un vero e proprio spaccato sociale dell’America degli anni ‘50. Tra le più emblematiche immagini in bianco e nero compare un piccolo “lustrascarpe” intento a lucidare le scarpe di un ricco passante inquadrate dal basso verso l’alto dal punto di vista del bambino. Ancora i volti di tre giovani donne “rifugiate ebree all’aeroporto” occupano l’intero l’oblò di un finestrino, quasi schiacciate in primo piano contro il vetro sorprese a guardare fuori con un senso di ansia e paura verso una minacciosa realtà all’esterno . Bambini per strada appaiono sprofondare nella lettura dei fumetti, perduti dentro l’incanto del momento e la magia del gioco che li assorbe; altrove una piccola allunga una mano per chiedere l’elemosina. Alla stazione seduta sulla propria valigia una donna nera attende spossata insieme alla figlioletta un treno che tarda ad arrivare o ancora una giovane donna si arresta in una sosta improvvisata sui bagagli nella medesima piazza lì, stanca, soprappensiero in attesa di qualcosa o qualcuno che sembra mai dover sopraggiungere. Lì in quello sguardo sincero attento a sorprendere scorci di vita e volti tra la folla emerge la visione più autentica della fotografa, un po' flaneur tra le strade di New York, un po' testimone del proprio tempo mentre con leggerezza e poesia, qualche volta con ironia o humour racconta le fragilità dell’esistenza come le disparità tra classi sociali nell’America del dopoguerra con un’attenzione particolare sempre all’incanto dell’infanzia











