giovedì 23 aprile 2026

Ruth Orkin : "the illusion of time" ( Palazzo Pallavicini, a Bologna)










“Le donne contribuivano ad alimentare la fabbrica dei sogni non a crearli, il che significava che tutte le carriere dietro la macchina da presa erano indiscutibilmente riservate agli uomini.”  Così scrive Anne Morin, curatrice della mostra presentata per la prima volta a Bologna incentrata sulla figura ancora poco conosciuta in Italia della fotografa e regista statunitense Ruth Orkin ( 1921-85) esposta  in un’ampia retrospettiva a Palazzo Pallavicini fino al prossimo 19 Luglio. Tale conclamata  impossibilità nel proseguire una carriera da cineasta per una donna all’inizio del XX secolo condizionerà inevitabilmente il lavoro della fotografa dando vita a una commistione originalissima tra i due generi_ l’immagine in movimento del cinema plasma la sua immagine fotografica e viceversa_ che appare ancora oggi come la cifra più originale e distintiva del lavoro della Orkin. 

Ruth Orkin nasce a Boston nel 1921 e cresce a Hollywood negli anni ’30 figlia di un’attrice del cinema muto; negli anni ’40 studia fotogiornalismo al Los Angeles City College e inizia ad intraprendere una carriera di fotoreporter per importanti riviste americane tra cui LIFE, Look ecc. La passione per il cinema traspare costantemente dai suoi primi scatti fotografici come la volontà di sperimentare con l’idea di durata derivante dall’ “l’immagine in movimento”, vale a dire l’intenzione sottile di portare qualcosa del cinema dentro la fotografia permane come un richiamo, un’eco costante nel suo lavoro di fotografa. L’immagine è vista da Orkin come“una scintilla, un’impronta che racchiude in sé un effetto filmico di durata”, seppur apparente, ricreata attraverso tecniche visive da lei predilette quali la sequenza, la duplicazione di uno stesso soggetto, la simultaneità  nella visione all’incrocio tra fotogramma immobile e illusione di movimento.

 Al di là della sperimentazione visiva, l’aspetto forse più saliente della fotografia di Orkin traspare, ancora oggi tuttavia, come l’ascolto, l’empatia, l’attenzione al mondo che la circonda, quella specie di “appetito verso la vita” che spinge l’artista a  scegliere la strada come set cinematografico e osservare il mondo con umorismo e resilienza lasciandosi sorprendere dall’evenienza inaspettata del quotidiano; semplicemente nell’“incanto del guardare”.  Come la definisce Anne Morin: Ruth Orkin è “una donna che guarda, si muove, racconta il mondo in totale libertà”.

“Ritratti”






















Una serie di ritratti celeberrimi di personalità note negli anni ‘50 come Albert Einstein, Robert Capa, o Woody Allen spicca in questa prima sezione. Fondamentale traspare la complicità con il soggetto fotografato come lo svelarsi di un qualcosa di essenziale, genuino e autentico che trapela da in ognuno di questi ritratti a metà strada tra umanità svelata e un loro autentico carisma messo in luce. Woody Allen per esempio è visto in contrasto parodico con il ritratto di un nobile del XVIII secolo sullo sfondo, in un rimbalzo ironico di sguardo e postura tra i due pur nel salto temporale dall’abito a corpetto e calzamaglia settecenteschi alla giacca e cravatta moderni. Allen cita qui, in maniera ironica, il modello del passato a cui pure diametralmente si oppone  mettendo in luce, nella foto, quella dose di intelligenza e humour che lo contraddistingue. La fotografa definisce il ritratto come uno “scomparire pur rimanendo presenti” restando “all’ascolto” per cogliere “il carisma del personaggio”, la sua essenziale verità. Con la stessa silenziosa attenzione si avvicina in punta di piedi alla personalità idiosincratica del grande fisico Albert Einstein lasciando a poco a poco dispiegarsi il suo ritratto con naturalezza di fronte all’obbiettivo. Coglie il suo sguardo geniale, un po’ folle ma di quella follia fatta di curiosità e sete di conoscenza, motore stesso della ricerca e della vita ,totalmente assorbito nel definire un nuovo modello di relatività per l’universo. L’incarnazione di un puro potere creativo e intellettuale spinti all’unisono al limite della ricerca scientifica. 


 “Fotografie dall’alto"











In questa serie Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dall’alto di una finestra di Manhattan  rendendo la strada e i passanti soggetti inconsapevoli del proprio racconto. Tale sperimentazione fotografica rappresentava soprattutto il tentativo di distorcere la prospettiva usuale, come volesse mostrare “un mondo alla rovescia” dall’alto o visto “al contrario” cercando altri punti di vista o interponendo una distanza inusuale tra il soggetto e l’obbiettivo. Così, di una coppia a passeggio lungo la strada vediamo dall’alto non i volti ma i capelli ricci, espansi e ribelli di lei come il cranio dai capelli corti e rasati di lui. Nella giravolta una bambina vola tra le braccia di un’altra e, ancora, vediamo una scia di gatti randagi sgattaiolare fuori richiamati dal cibo anziché i volti delle signore a nutrirli. Un buco nero e profondo  dentro un materasso gettato in strada dall’alto si scopre, infine una  serie di cappelli bianchi e simmetrici ripresi in linea a distanza al posto dei volti dei marinai.

“American girl in Italy”  ( 1952)












A Firenze nel 1951 Orkin realizza un’intera serie di fotografie aventi come sfondo l’Italia in una sorta di vero e proprio fotoromanzo fotografico pubblicato nel 1952 con il titolo: “ American girl in Italy”.  Tra Napoli, Roma e Venezia l’Italia diviene  scenario privilegiato per Orkin, luogo sinonimo di sensibilità estetica e libertà creativa. La protagonista Jinx Allen simile a un’icona del cinema hollywoodiano ricondotta al formato del fotogiornalismo interpreta momenti del suo viaggio in Italia con enfasi ed espressività cinematografiche. Il suo volto nitido e attraente in primo piano_ espressivo oltremisura  _ l’esagerazione delle pose, la gestualità del corpo amplificano il racconto dando piena potenza narrativa all’immagine in luogo della parola.

Orkin rende qui l’esperienza del viaggio narrazione, l’immagine volutamente costruita e condivisa, connotata con precisi stereotipi culturali italiani e americani, diffusa in maniera virale sui rotocalchi dell’epoca anticipando quello che avviene oggi con la condivisione  dell’immagine digitale sui social media. Così, tale serie di scatti iconici entrano nell’immaginario collettivo dell’Italia negli anni ’50: la giovane americana condotta in vespa attraverso le strade lastricate e le più note piazze italiane, ora in giro tra i monumenti di Roma oppure camminando sotto lo sguardo indiscreto di ammiratori e passanti tra glamour, esposizione di sé e vulnerabilità al giudizio altrui.   

“Jim tells a story”(1953)

Orkin attraverso la “cronofotografia” sperimenta con la scomposizione di una sequenza filmica in una serie di molteplici  immagini statiche che vengono disposte cronologicamente una di seguito all’altra _  quasi per l’effetto di un photomaton_ restituendo l’idea del tampo che passa proprio nel raccordo tra un’istantanea e l’altra come si trattasse di fotogrammi filmici. Così, in questa sequenza, i gesti del bambino scorrono uno di seguito all’altro, mutano le espressioni dei volti mentre da un primo piano all’altro si dispiega la narrazione per immagini. Jim racconta in pose salienti all’amico una storia sorprendente,o, altrove, i gesti di tre bambine  assorte nel gioco si disputano una partita a carte.  

 

 

Simultaneità e ritratti












Due figure quasi identiche si presentano spesso nelle fotografie della Orkin come doppi o simili con una minima differenza che si frappone tra loro nell’intervallo di un gesto o di uno sguardo: il passaggio da un fotogramma all’altro nel cinema. L’obbiettivo si pone a una certa distanza come un osservatore invisibile della scena senza nascondere, tuttavia spesso, una certa dose di ironia velata di humour o
di satira sociale. Così, per esempio, due donne corpulente vestite di nero sono viste di schiena osservare  i quadri in un museo d’arte moderna con una simile postura inquisitoria e scettica. Ancora, due bambine quasi identiche fissano il loro sguardo verso un punto lontano sorprendente e magico oltre la folla.  Due anziane turiste americane_ copia imperfetta l’una dell’altra_  sono colte indugiare sedute nel Caffè di una piazza italiana, infine “due donne ubriache” siedono sulle scale allo stesso modo estranee al presente, senza speranze verso il futuro. Ci raccontano nella differenza minimale di pochi secondi qualcosa che accade, una storia che si espone lì sotto i nostri occhi con lo sguardo ironico o il sorriso divertito di Orkin celato dietro l’obbiettivo. 

La città come spazio per la fotografia




New York, la città per eccellenza crogiolo multiforme di vita e movimento compare nell’ultima parte della mostra come spazio del vissuto, attraversata e esperita attraverso lo sguardo piuttosto che come astrazione geometrica di linee e forme essenziali nello spazio. Le strade divengono per Orkin teatro del quotidiano, i bambini spesso colti in scorci privilegiati di immediata spontaneità e  naturalezza, le stazioni sempre più luoghi di transito e movimento dove gli individui e le  storie si incrociano e si fissano nella fotografia, le più svariate e diverse tra loro. Ancora, le strade sono crocevia  per eccellenza dove bianchi e neri, classi altolocate e popolari, marginali e élite, adulti e bambini si confondono restituendo un vero e proprio spaccato sociale dell’America degli anni ‘50. Tra le più emblematiche immagini in bianco e nero compare un piccolo “lustrascarpe” intento a lucidare le scarpe di un ricco passante inquadrate dal basso verso l’alto dal punto di vista del bambino. Ancora i volti di tre giovani donne “rifugiate ebree all’aeroporto”  occupano l’intero l’oblò  di un finestrino, quasi schiacciate in primo piano contro il vetro sorprese a guardare fuori con un senso di ansia e paura verso una minacciosa realtà all’esterno . Bambini per strada appaiono sprofondare nella lettura dei fumetti, perduti dentro l’incanto del momento e la magia del gioco che li assorbe; altrove una piccola allunga una mano per chiedere l’elemosina. Alla stazione seduta sulla propria valigia una donna nera attende spossata insieme alla figlioletta  un treno che tarda ad arrivare o ancora una giovane donna  si arresta in una sosta improvvisata sui bagagli nella medesima piazza lì, stanca, soprappensiero in attesa di qualcosa o qualcuno che sembra mai dover sopraggiungere. Lì in quello sguardo sincero attento a sorprendere scorci di vita e volti tra la folla emerge la visione più autentica della fotografa, un po' flaneur tra le strade di New York, un po' testimone del proprio tempo mentre con leggerezza e poesia, qualche volta con ironia o humour racconta le fragilità dell’esistenza come le disparità tra classi sociali nell’America del dopoguerra con un’attenzione particolare sempre all’incanto dell’infanzia




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