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martedì 2 maggio 2017

Patti Smith, "Higher Learning" ( esposizione fotografica a Parma)









Patti Smith a proposito di “Higher Learning” la mostra fotografica a lei consacrata in occasione della Laurea Ad Honorem ricevuta il 3 maggio a Parma afferma:


“In termini di formazione è l'omaggio a un altra forma di sapere, l'università della vita, dei libri, dei poeti e dei viaggi”.

“Queste immagini”, spiega la Smith introducendo la raccolta inedita di centoventi polaroid in bianco e nero, poi di citazioni e opere letterarie che hanno ispirato il suo lavoro nel corso degli anni “sono rappresentazioni visive del pellegrinaggio e della gratitudine, un infinito amore e rispetto per quelli che rappresentano le voci della nostra cultura attraverso le loro più grandi opere e l'umiltà dei loro più piccoli gesti o strumenti”.


Le immagine, scattate con una vecchia macchina fotografia Land 250 Polaroid e stampate in copia argentea ad edizione limitata di dieci copie raccontano i viaggi, le peregrinazioni, gli spostamenti, tracciano la storia delle influenze letterarie, la serie di voci poetiche e artistiche che hanno accompagnato o seguito il cammino della compositrice punk rocker e poetessa Patti Smith nel corso degli anni. Scandagliano, in particolare, i dettagli, gli oggetti, una serie di indici e indizi visivi che ci pongono sulle tracce di una storia culturale condivisa e insieme personale della Smith come in una inedita creazione letteraria nata da tali peregrinazioni attraverso il globo.


Vi compaiono manoscritti, macchine da scrivere, interni di atelier o abitazioni dove scrittori e artisti-amici hanno impresso le stigmate della loro vita e opere, poi corsetti, stampelle, medicinali, dettagli di luoghi che si riallacciano simbolicamente a singole biografie - uno per tutti la sedia rilegata in pelle lucida dall’eleganza assoluta e ineguagliabile di Roberto Bolano, infine i sepolcri dove scrittori e poeti hanno lasciato la loro memoria per l’eternità.

E ancora sono polaroid in autoritratto, una vestaglia discinta distesa su un letto, l’abito nero appeso di Beuys, la bandana di William Borrough, istantanee riprese nel corso dei diversi viaggi in Europa, una croce vicino al mare, le insegne dei caffè che hanno segnato il percorso dell’artista da Detroit a Berlino, da Venezia a Marsiglia; infine l’eterno Café Ino, nello scorcio tra il tavolino d'angolo e la finestra. Là è l’antro silenzioso dove la scrittrice si rifugiava a leggere, riflettere o semplicemente osservare e lasciar fluire di fronte agli occhi sorseggiando caffè nero in solitudine.



Una più alta idea di formazione apre il percorso di “Higher learning” intesa come processo di apprendimento non solo di un sapere ma dell'esistenza tutta attraverso le multiple esperienze del cammino, del viaggio, dell'esplorazione e della perdita, tracciano in ogni caso un percorso, accidentato o meno, fatto di accelerazioni, ascese, sospensioni o vicoli ciechi, soste obbligate, deviazioni e ritorni sotto la guida delle invisibili grandi voci, poetiche e umane che, in filigrana hanno accompagnato come i maestri la nostra esistenza tutta: 

menti, cuori e lavoro di mani che hanno continuato e continuano a contribuire al calderone di conoscenza di un più alto sapere.”

 Come nel collage di oggetti appesi all’ingresso della prima sala, una bacheca si trasforma in un ipnotico scrittoio, un tavolo di lavoro aleatorio dove si ricongiungono disordinatamente appunti, note, disegni o schizzi solo accennati, stralci di libri o frammenti di poesie, pagine scritte o bozze appena corrette.





Perché, come afferma il testo della canzone nella prima sala, "i figli dispersi sulla terra", un bambinetto perso nel mondo, ma anche i semi deposti scavano profondamente il suolo; sedimentano dentro la terra e, ogni volta sommersi, in apparenza non visti lasciano generare, crescere e attecchire germogli dentro l’innato humus del mondo.

 “Ogni volta che diamo aggiungiamo una parola, lasciamo udire un respiro, gettiamo una nota, lasciamo germogliare un nuovo bocciolo o attecchire una piccola perla sul bracciale di tutta la conoscenza del mondo”[1]. 

Allo stesso modo la poetessa depone simbolicamente un filo di minuscole perle trasparenti e azzurrine sul sepolcro di Rimbaud a Charleville - quelle pietruzze che venivano dall’Abissinia dove non era potuto tornare morendo a Marsiglia prima del suo ultimo viaggio- e più tardi raccoglie sassi sul sepolcro di Genet ricordando che quelle piccole polaroid racchiudevano una “missione stessa che aveva dimenticato da tempo”[2].


Come Patti Smith scrive nella biografia pubblicata nel 2016 “M train ”: 


Per come la vedo io, tutto è possibile. La vita è in fondo alle cose e la fede in cima mentre l’impulso creativo dimorando al centro dà forma a tutto(…) Quando i miei figli erano piccoli costruivano bastimenti come quello: Li facevo navigare anche se non salivo a bordo. Raramente lasciavo il perimetro della casa. La sera recitavo le mie preghiere in riva al canale coperto da antichi salici piangenti. Le cose che toccavo erano vive. Le dita di mio marito, i soffioni, un ginocchio sbucciato. Non cercavo di incorniciare quei momenti, passavano senza souvenir. Ma Adesso attraverso gli oceani al solo scopo di possedere un’unica immagine, il cappello di paglia di Robert Graves, la macchina da scrivere di Hesse, gli occhiali di Beckett, il letto in cui giaceva  Keats”[3].






Le immagini si susseguono silenziose e senza commenti una sala dopo l’altra incorniciate in piccole dimensioni- rigorosamente in bianco e nero- su un fondale bianco, poi sulle pareti svuotate della galleria.



  La macchina da scrivere di Herman Hesse. Una tastiera nera, immensi bottoni bianchi, candidi e circolari procedono verso l’infinito e poi di ritorno come candele o bianche fiamme inviando a un più alto sé spirituale. Il solco diviene passaggio, cammino sul sentiero infinito della scrittura.



 


 Il manoscritto non-finito di Genet: una stele e una sindone impressa di sangue e sudore, impronte di dita di un corpo invisibile, dileguato e scomparso, crocifisso sulla pagina. Una pagina scritta come una croce, minuscoli caratteri ridisegnano in controluce l’impronta a vivo di un corpo trasudante di parole e stigmate sulla superficie combusta di una pergamena sofferta come la sua esistenza.



  Il letto di Keat: una distesa piumata, un paradiso soffice e rigoglioso rigurgitante di vita e di passione, la lotta a ridosso della malattia in nottate insonni e travagliate di attacchi e crisi respiratorie. Un copriletto chiaro, una massa lieve, morbida e ascendente come parole di poesia. Immerso nell’oscurità ma trafitto da punti di luce. Bianca ispirazione abbeverandosi direttamente alle fonti della creazione.

Un fiume corre, l’Ouse, ripreso in fotografia su una strada aperta verso un infinito della natura: grigio-bianca vallata d’acqua, un letto aperto perdendosi oltre il nostro sguardo.

Oggetti simbolici e insieme fonti di riferimento letterarie scorrono sui muri: le stampelle di Frida Khalo ovvero arte e vita annodate nel laccio serrato dell'esistenza dolorosamente esperita e della pittura come trasmutazione. Incorniciate, appaiono accanto al bastone da passeggio di Virginia Woolf, uncinato contro un muro neutrale come segno opaco, intransitivo e assoluto evocando tutto un universo poetico  e di scrittura al di sotto. E ancora, il corsetto di un corpo simbolico, indice di creazione in Frida Khalo impresso delle sue mutilazioni, mutazioni, protesi e trasmutazioni in autoritratto. Vediamo la sua stanza da letto e ancora un copriletto bianco, un ammasso di coltri spiegazzate, impresse a vivo dello scheletro smantellato e ricomposto del suo corpo. Lenzuola vi appaiono trasudanti e segnate, violate e stigmatizzate a immagine dello scheletro di una figura anatomica appesa al di sopra.

Nella polaroid accanto il letto bianco è ricomposto nella perfezione immacolata di una tela ricamata a vivo sui rovi della sua bianca immobilità. Una croce luminosa lo trafigge trasversalmente come luce che rifrange tracciando la sua diagonale all’angolo della finestra.

Le pagine fotografate, ancora, sono quelle degli Atlanti di viaggio sfogliati, maneggiati e accartocciati di Rimbaud evocando le alchimie immaginarie, i deliri o la potenza di visione, poetica e folgorante, delle sue Illuminazioni. Scrive la Smith in M Train: “Quello che ho perso e non riesco a ritrovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo. Lavorando su una sequenza di impulsi, sfiorando l’illuminazione”.

Nel lavoro di Patti Smith l’impulso poetico dalla musica alla fotografia alla scrittura è proprio questa 
legge o necessità interiore, questo fluire e scorrere di un sentire e di un corpo, di un ritmo e di un linguaggio che si impone come un richiamo essenziale permettendole di mettersi in contatto con un più alto sé, divino e spirituale in essenza, per riuscire a "toccare o abbracciare il cuore delle persone" attraverso le esperienze o le immagini  più semplici e straordinarie :“qualche volta solamente guardare il cielo, un pezzo di lavoro che componi e trovi eccezionale , una persona che ami o ancora vedere i tuoi figli”.

Nella serie di polaroid “My house” è come un occhiello aperto su un fondale oscuro, un primo piano su una casa vista attraverso una lente di ingrandimento fotografico. La casa è un rifugio, una costruzione in legno fatiscente a un solo piano, isolata, vuota, ma gli antri aperti e luminosi dell’esterno portano verso l’interno come verso gli antri segreti del proprio essere .
 Aprono questa via luminosa a uno spazio vuoto dell’interno, lo svuotare e il lasciar fluire o affiorare nella solitudine, nel silenzio, nella sottrazione di presenza e di materia come se un lungo papiro di carta si dispiegasse giorno dopo giorno di fronte ai nostri occhi scrivendo. Un passaggio attraverso un deserto immutato.

La casa è uno scrittoio. L'amalgama di un sogno. Casa è i gatti, i miei libri, il mio lavoro che non faccio mai. Tutte le cose perdute che potranno un giorno chiamarmi, le facce dei miei figli che un giorno mi chiameranno. Forse non possiamo materializzare le nostre fantasie ne trovare uno sperone impolverato ma possiamo raccogliere il sogno stesso e riportarlo nella sua unica integrità”[4].






Attraverso la fotografia, afferma la Smith, possiamo raccogliere un sogno, la vertigine di qualcosa di infinitesimale, sfuggente, invisibile ad occhio nudo e mostrarlo o riportarlo visivamente alla sua integrità. Come il primo piano su antri aperti conduce verso l'interno della psiche e del pensiero, le pietre sepolcrali con i fiori deposti intorno e sopra simbolicamente restituiscono un pezzetto dell'anima, del nome di chi lì  riposa.


 Fiori deposti intorno al sepolcro di Sylvia Plath, sulla pietra selvaggia e spoglia di Jean Genet; una croce piantata sull'ammasso di terra di Dylan Thomas. Una rosa per Samuel Becket sulla sua pietra spoglia sprovvista d'ogni altro carattere se non la data di vita e morte incise sulla pietra di Montparnasse. Un angelo scrive sulla tomba di Rubin, un altro veglia su quella di Mozart a Vienna. Una pistola nera, traslucida e riflettente in primo piano appare, quella con cui Verlaine sparò a Rimbaud nell’abisso di una “stagione all'Inferno”. 
L'abito bianco di un fanciulletto, poi la colonna lapidare dell'amico scrittore Wiliam Borrough, dai caratteri maiuscoli e incisi mentre lei,  minuscola in remissione appare seduta accanto . Infine un omaggio a Pasolini: sulla pietra slavata dell'immagine un mazzo di fiori e una luce iridescente rischiarano il nome inciso a caratteri chiari, maiuscoli e magnificenti.

Dall' autobiografia M Train : “Credo nel movimento. Credo in quel pallone spensierato: il mondo. Credo nella mezzanotte e nel mezzogiorno. Ma in cos'altro credo? Certe volte a tutto, certe volte a niente. Fluttua come luce che volteggi su uno stagno. Credo nella vita che un giorno ciascuno di noi perderà. Da giovani pensiamo che non accadrà, che siamo diversi. Da bambina pensavo che non sarei mai cresciuta se lo volevo. E poi ho capito, abbastanza di recente, che avevo oltrepassato una linea, nascosta inconsapevolmente nella verità della mia cronologia. Adesso sono più vecchia del mio amore, dei miei amici scomparsi..ma continuerei ugualmente a vivere, rifiutando di consegnare la penna”.



In “Self-portrait” il volto appare a raso dell'obbiettivo quasi uscendo dall'inquadratura per vedersi osservare il mondo, scrutare, ricevere o gettare il proprio sguardo all'esterno per fare traccia, incidere l'esperienza, rendere alla poesia il proprio segno ritmico, musicale, visivo o propriamente del linguaggio poetico. Il primo piano su un viso di una piccola polaroid in bianco e nero. 
 Gli occhi socchiusi, il volto colto a scorcio nella semi-oscurità. Sfuggente si rende schivo alla visione diretta, frontale e luminosa della macchina . 
E' nella ricerca di sé, nella captazione dell'istante, 
nel fluire del movimento vitale, nella ritorsione da un io condiscendente e borghese, nella rivolta voluta o invocata attraverso l'idea democratica di tecnologia e potere riscattato dalle persone. 
Si dona a noi obliquamente, indirettamente anche se in primissimo piano come un volto e una voce dell'inquietudine creatrice, della tormentata non-quietezza dell'essere; lei, nell'interrogativo sull'esistenza ma, soprattutto, nell'invocazione costante alla bellezza e alla forza di vita.











[1] Cfr. Patti Smith, “Higher Learning”
[2] Patti Smith, M Train, p. 233
[3] Ibid., pag. 233
[4] Ibid., Smith, p. 235

lunedì 17 marzo 2014

Giorgio Morandi, Tony Cragg e Rachel Whiteread: dalla poetica dell’oggetto alla sua dissolvenza (al Mambo di Bologna)







Giorgio Morandi, “Natura morta”, 1964

Sono una bottiglia, il volume rettangolare d’ un oggetto simile a scatola  squadrata e una piccola sfera li’ in primo piano d’avanti a quelli nella composizione mentre lunghe ombre cromaticamente si distendono a partire dagli oggetti come presenze velate e oscuranti su una superficie orizzontale incrociando perpendicolarmente l’ altra della parete retrostante. Arrivano a noi come una sostanza cromatica pura, in una pasta di colore opacamente, densamente distesa attraverso tonalità in gradazione tenue dal beige al grigio. 

Gli oggetti compaiono, si auto-rappresentano, arrivano a noi in primo piano come fossero in un’azione performativa,  auto-referenziale di loro stessi, quasi fossero una presenza colta da uno sguardo distante, impersonale, anonimo, e, insieme, assorbiti, catturati in parte da quel denso substrato pittorico; nella continuità cromatica, per esempio, che lega il fondale beige all’oggetto-bottiglia affusolato dai contorni smussati come fosse mosso da liquidi interni o attraversato da correnti d’aria che ne rendono la linea morbida, la pennellata mossa, fluida .

 Gli oggetti appaiono così nell’ultima natura morta di Giorgio Morandi nel 1964 prima della sua scomparsa, giungono a noi come lascito e via aperta alla sperimentazione plastica più recente nel loro questionamento dell’oggetto quale valore plastico e insieme dei limiti e delle possibilità dell’esperienza pittorica ad esso sottesa. 
Assorbiti e catturati, diluiti e irretiti, in dissolvenza nelle linee morbide dei contorni, nelle sagome sfumate e tuttavia ancora imprescindibili come forme certe e primarie di realtà, essi fondano una poetica che non prescinde o non giunge mai a lasciare il piano dell’oggettualità per spingersi nel puro magma materico e, ugualmente, tuttavia non resta mai come pura e astratta, sterile esperienza formale. 

E’ probabilmente quella tensione che lega lo sguardo del pittore all’oggetto nella distanza, nella messa in rilievo, nella sua osservazione costante e nell’interna visione del medesimo, in seguito, combinando i vari elementi in composizione libera sulla superficie piana seguendoli come attraverso una mappa di spostamenti, di ripetizioni, di montaggi possibili da una tela all’altra. 
Opaco, intransitivo, anonimo come lo sono questi volumi_ parallelepipedi, scatole, bottiglie o caraffe_ l’oggetto resta al centro del lavoro morandiano, fulcro e instancabile ossessione di un laboratorio visivo che non smette di analizzarlo e comporlo in paesaggi immobili: essenziale rigore e riduzione del dato realista,   pura forma geometrica, nell’ ultimo periodo dileguata attraverso la luce e il colore.
 Testimone e insieme presenza disinvestita d’ogni soggettività, esso è immerso nel puro gioco delle variazioni cromatiche o tonali, solitario ergendosi tuttavia al centro della scena, fatto vivere attraverso un’azione pittorica che nel gesto del dipingere lo concretizza come presenza viva, performativa nello spazio.

Come scrive Roberto Pasini a proposito dell’ultima fase della pittura morandiana denominata un “costruire dissolvendo[1]” : “l’immagine è vaporosa, al posto della forma c’è la nuance. Morandi interpone tra sé e il mondo infiniti veli, traduce l’oggetto in dissolvenza dopo averlo a lungo tenuto nel processo. Le forme cedono a una loro sostanza interna, si diluiscono in un umore che trova ancora la forza di arginarsi in un contorno ma vibra nel palpito dell’immagine come le scaglie impazzite, micro-erose, sparpagliate sulla tela dell’ultimo Cezanne.”

Solitari nell’assenza appaiono come sorte di simulacri d’oggetti reali, calchi di presenze svaporate o eluse, sebbene definiti ancora da un contorno, in un’apparente oggettività, in una forma di figurazione; restano, tuttavia, solo il pretesto d’una pittura realista ergendosi nel vuoto quasi metafisico dello spazio in cui sono immersi, interrogando la soglia del visibile, i limiti di realtà, l’essere e il luogo della pittura stessa come di un'altra esperienza del figuabile. Semplificati, appaiono tendere a forme essenziali e geometriche_ bottiglie, scatole, caraffe o altro_ ricondotte a volumi e parallelepipedi, sfere seppure ancor riconoscibili come provenienti da un lontano reale, e qui, allo stesso tempo attraversati da questa sorta di vibrazione interna che  rende la loro forma liquida attraverso il colore e la luce. 
Nelle ultime tele quella luce di provenienza interna all’oggetto coeso con il fondo, è, nella sua emanazione, un mezzo quasi di liquidare il medesimo in uno smussamento o dissolvenza parziale dei suoi contorni, anche se in maniera appena accennata.

 Dunque, se tale paesaggio , sulla scia di Cezanne, nasce dallo sforzo morandiano di isolare l’oggetto, di porlo là al centro d’una scena vuota, di sintetizzarlo, interrogarlo, vederlo nella sua piena volumetria, di erigerlo come valore plastico in sé  nella sintesi tra visione retinica e idealità plastica, di mostrarlo infine nel suo quid essenziale , esso appare tuttavia derivare in questa versione in una decostruzione del medesimo: il costruire sfocia nel decostruire, l’oggetto come presenza piena giunge alla sua erosione o vaporizzazione parziale mentre sono le ombre ad assumere consistenza corporea sulla tela. La luce diffusa, quasi endogena alle forme si pone in osmosi con il fondo, il colore dato per minuscoli pigmenti  genera una micro-erosione dei contorni degli oggetti, infine l’emanazione dei medesimi come presenze energetiche o performative resta fissata nella loro ultima, finale solitudine sulla tela.  




Tony Cragg, “Eroded landscape”


Bicchieri, bottiglie, vasi trascendono le loro relazioni funzionali di cose nello spazio per situarsi un una relazione immaginaria o emozionale al medesimo, per darsi in un’accumulazione sottile quanto studiata, in un incastro complesso quanto precario, in un fragile equilibrio di parti in sospensione aerea nell’installazione. Bottiglie, vasi o contenitori in vetro opaco sono appoggiati su lastre-supporti trasparenti dall’apparenza traslucida, ricoperta, vagamente riflettente come impilandosi un piano dopo l’altro nel tempo.

 Nel delicato gioco di equilibri l’installazione imponente, maestosa si erge al centro della sala in un cumulo di oggetti vari, trovati, perduti, li’ capitati per caso, in  una genealogia di strati su strati senza fine cumulatesi come cose su cose, ergendosi un piano dopo l’altro al passare dei giorni, degli anni, delle contingenze, delle forme e dei momenti del vivente.  Sempre più  portate da un moto sublime verso l’alto per divenire eteree, evanescenti o della consistenza stessa del sogno, in una spinta dinamica a partire dalla materia della scultura.
 Come afferma Cragg: “ sono un assoluto materialista, per me la materia è esaltante e sublime. Quando sono coinvolto nel processo scultoreo cerco un sistema di valori o di etica dentro materiali. Voglio che la materia abbia una dinamica, una spinta, che si muova e cresca da dentro la medesima.”
 




“Il paesaggio in erosione” di Gragg appare come una ri-elaborazione contemporanea del paesaggio immobile di Morandi, una messa in vita, un portare alla piena dimensione spaziale, tridimensionale e plastica la precedente pittura senza ispirarsene tuttavia direttamente. L’installazione si erge, chiede e prende spazio, si vuole come esubero, accumulazione di cose, il troppo pieno delle nostre vite, qui cose accatastate, sapientemente incastonate o appoggiate l’una all’altra, alcune volutamente rovesciate, altre incrinate, leggermente intaccate o corrose nell’apparenza opaca della materia. 

Il vetro sabbiato o ricoperto si rende impermeabile, traslucido, scivoloso schermo che non lascia passare il nostro sguardo; ugualmente le lastre di vetro-cemento di ergono su sei o più piani in studiatissimo incastro, in millimetrico equilibrio per dare vita a questo “paesaggio eroso”, persistente nelle forme del reale eppure estraneo, distante, circondato dalle ombre allungate delle tele circostanti del pittore bolognese cui pure pare tacitamente dialogare. 

Come la pittura di Morandi l’installazione erosa di Cragg si espande nella stessa dinamica di rigore e epurazione di forme tendenti all’essenziale, d’un effimero apparire dalle medesime, d’un distacco dalla realtà cui pure ancora appartengono che tende a svuotare quegli oggetti, a renderli eterei, pretesti o apparizioni, a renderli lasciti di reali presenze, frammenti plastici svaporati verso l’alto.    
Rachel Whiteread al museo Morandi




 



I paesaggi morandiani o i suoi studi sulle nature morte riecheggiano sotto forma di installazioni nello spazio nel lavoro di Rachel Whiteread, attraverso un linguaggio essenziale, minimalista, assolutamente epurato d’ogni commento o intrusione direttamente emozionale lasciando il compito di parlare alle cose o meglio, in questo caso, alle loro impronte in negativo. Si parte da oggetti comuni, quotidiani come rotoli di carta igienica, lattine di coca cola o partaceneri i cui interni solitamente non visibili, sono qui materializzati  da calchi di gesso liquidi colati entro forme vuote e poi lasciati solidificare come vere e proprie sculture togliendo via infine l’involucro esterno dell’oggetto. Allo stesso modo sono i calchi degli spazi non abitati, scorti sotto i mobili, negli interni degli armadi, nei vani delle stanze, nei vuoti delle case, lo spazio dato come rovesciamento del tangibile, dell’abitabile, d’ogni cumulazione di presenza.
In “Hoard”(cumolo) ispirata al lavoro di Morandi sono calchi in gesso di libri, scatole impilate in un mobile-libreria aperto come tanti piccoli volumi, parallelepipedi, forme cubiche, calchi d’oggetti anonimi che divengono presenze scultoree in sé, forme astratte essenzialmente date nell’opacità dei toni cromatici freddi dal beige, al bianco al grigio. I parallelepipedi essenziali, le scatole monocrome, le strutture svuotate dei libri rifatte in gesso compatto e collocate sugli scaffali ci riportano a queste impronte negative di presenza, a  questi rovesciamenti dei foderi o degli involucri dall’interno all’esterno, a queste tracce emerse come modo di trasporre il vuoto dentro e intorno alle cose in pieno, da una parte liquidando il reale referente plastico di realtà, dall’altra rendendo visibile o meglio interrogando l’esperienza pittorica, il sostrato che sottende al medesimo e precede la nozione di figura, la soglia o  il negativo dell’idea di rappresentazione.
Dunque sculture in negativo, calchi o interni di cose e spazi resi sculture, concrezioni plastiche nate a partire dal vuoto dell’oggetto. In altri collage su carta  Whithread apre gli oggetti e li mostra bidimensionalmente come se decostruisse la reale forma d’una scatola di cartone mostrandola al



suo interno in foglio di carta traslucida- carta sottile e ripiegabile e simile a quella utilizzata negli origami giapponesi- riflettente e argentea, e pezzi di celluloide incollati insieme ad essa, incorniciati a grafite da matita. Quasi che, le sue reali dimensioni, il suo volume esteso nello spazio fossero stati riassorbiti, ricondotti a mero contorno, intelaiatura appiattita incollata su foglio di carta bianca da parati, distesa nelle due sole dimensioni e, tuttavia, a noi mostrando il risvolto interno, l’impronta in negativo dell’oggetto ormai scomparso nella sua reale presenza.  





In altri disegni è la struttura nuda degli oggetti visti su misura millimetrica, guardati come attraverso una lente di ingrandimento, studiati, messi sotto esame, geometricamente amplificati e misurati attraverso acquarelli e inchiostro su riquadri di carta millimetrata. In “studio per una stanza” del 1993 l’edificio è visto come un parallelepipedo, scheletro vuoto, forma puramente geometrica  d’una casa  tridimensionalmente data nella sua ossatura primaria come struttura senza tetto dalle pareti aperte con riquadri o varchi geometrici al posto di porte e finestre.

 Casa, parallelepipedo svuotato, finestre, porte, varchi vuoti e aperti, passaggi, spazi di transito ma senza umanità alcuna quanto resi totalmente all’astrazione formale del disegno; la sua struttura aperta lasciandoci intravvedere il rovescio della facciata trasmette tuttavia, il senso d’una perdita, d’una espropriazione, d’un rovesciamento come dall’interno all’esterno delle sue pareti.
 Ci sono varchi aperti in uno spazio circoscritto da una forma geometrica tuttavia delimitata, iscritta sul piano di una carta millimetrica e astratta senza altro commento, altra intrusione possibile all’oggetto se non il lasciar parlare la sua traccia primaria, la sua archi-struttura che sottenderebbe alla casa-scultura finita e riconoscibile, umanizzata e reale; dileguata qui lasciando al suo posto solo passaggi aperti al sostrato del visibile.


“Clouds” (2010) sono piccoli buchi di forbici sulla carta da disegno, forme svuotate, ritagliate e intagliate, il profilo decostruito d’un edificio o castello su un cielo grigio  a tempera nebbioso, vaporizzato e denso, su questa terra fatta di reti e fori, di  intagli e ritagli di oggetti vuoti, di volumi svaporati e pellicole-ragnatela dense ricoprendo in un reticolo  intermittente il profilo d’una città scomparsa. Là, visibile solo attraverso maglie della rete nel suo intaglio in negativo sulla carta.








[1] Roberto Pasini, Morandi, Clueb, Bologna, p. 141

giovedì 6 dicembre 2012

Giuseppe Penone, "Alpi Marittime" (fotografie e altro, Mambo, Bologna)




Giuseppe Penone, (Scritti, 1968-2008)

“Il fiume trasporta la montagna, è il veicolo della montagna. I colpi, gli urti, le violente mutilazioni prodotte dal fiume sulle pietre più grandi con l’urto di quelle più piccole, l’insinuarsi dell’acqua nelle sottili congiunzioni, nelle crepe staccano delle parti di pietra e sbozzano quella forma che con un continuo lavoro di piccoli e grandi colpi si va lentamente formando perché il senso del fiume è quello di rivelare l’essenza, la qualità più pura, più segreta, la maggiore compattezza di ogni singola parte, forma che preesiste, è presente in tutte le pietre ed è la qualità d’ogni singola pietra. (..)E’ l’essere fiume la vera scultura di pietra.”

“Secondo me gli elementi sono fluidi, anche la pietra è fluida, una montagna si sgretola e diventa sabbia, è solo una questione di tempo. La nostra durata di vita permette di dare valori di “duro” e di “molle” ad alcune cose mentre il tempo le annulla. Facendo il lavoro della scultura, che è basato su un elemento duro che si avvicina a uno morbido, come lo scalpello al legno, sono costretto a riconsiderare molti di questi aspetti.”

 



Alpi marittime: La mia altezza, la lunghezza delle mie braccia, il mio spessore in un ruscello” (1968, serie fotografica)


Dentro uno stagno vuoto, dentro una cornice-quadro rettangolare con impresse le estremità del suo corpo, misura i suoi lati, i suoi limiti, l’estensione delle sue braccia, mani e gambe come matrice lasciata, impressa dal suo corpo sul letto di pietre del torrente. Più tardi, l’acqua scorrerà fino a colmare il vuoto dell’impronta della figura ora scomparsa proseguendo il suo cammino nell’infinità del proprio corso.
Immagine d’immobilità e di movimento insieme, la scultura secondo Penone è “l’essere fiume” della pietra, fatta della stessa materia di cui è fatto il fiume, della stessa acqua con i suoi detriti, pietre e scaglie, pulviscoli di terra e d’ossi, minerali, polveri e sassi che trasporta partendo dalla sensazione della materia prima della nostra “separatezza” d’essa, prima della figura, dell’invenzione della forma e del linguaggio . Esiste, secondo l'artista, un rapporto particolare della materia al tempo che “rende fluido il solido e solido il fluido”; la scultura è già là, prima d’ogni azione volontaria esercitata sulla materia per quello che d’essa emerge in questo suo contatto inesausto con il mondo, con le forze dell’esistente, lavorata dalla luce, dal passaggio delle stagioni, dalla corruzione degli agenti del tempo sulle forme. Si tratta, in primo luogo,di cercare una via d’accesso verso questa qualità fluida, mutevole e universale di cui tutti noi siamo fatti in qualche misura, da qualche parte come condizione primaria per iniziare a trattare la materia.





E’ dentro una vuota scatola rettangolare simile a cornice scavata nella terra e ricoperta di sabbia ; la stessa è ora sommersa a raso d'acqua e attraversata da piccoli flutti, guizzi e getti fino a ricomporsi in una superficie riflettente, specchio semi-immobile  tutt’uno con la linea di vita della vegetazione esterna di cui si fa riflesso.
Palate di terra sui bordi per togliere, scavare, portare via, realizzare l’incavo d’una forma dalla quale far emergere l’impronta primordiale del fiume e poi questa traccia lasciata dal corpo nel luogo del suo esistere come lo scavo, il solco del suo destino riassorbito qui da un’apertura più grande, più vasta di forze in gioco risvegliate dall'immanenza della natura.

Cosi’ l’artista inizia a portare via, spalare lontano cumuli di terra e fango impregnati d’acqua, melma densa e fangosa, impasto di terra e foglie, sassi e schegge di legno per lasciare libero corso “all’essere fiume” della scultura, allo scorrere delle acque: ruscello e torrente, ciottoli sul suo letto, lungo il suo corso, nel suo giaciglio naturale, li’ dove si era temporaneamente fatto una dimora, scelto un luogo per riposare con i suoi quattro arti estesi, espansi, misurati dalla lunghezza delle sue braccia.
Sopra la cornice del quadro tutto è lavato via, portato dallo scorrere infinito delle acque, dalla corrente naturale del suo corso.





Giuseppe Penone, “Alpi marittime: albero, filo di zinco e piombo”, (1968).
“I miei anni legati a un filo di rame in attesa di un fulmine”. Sono Impronte di mani su un tronco inciso, stretto, circondato da un filo di rame, su un fondo ghiacciato di montagne e neve intorno in attesa di un fulmineo risvegliato, folgore o folgorazione di luce, trapasso verso un’alterità d’esistere.




Alighiero Boetti, “Non parto, non resto”, (1984); sono in questo stato di non-essere, in questo stato di non essere mai partito, di non essere mai rimasto, in questo diagramma irrisolto tra due metà seriali inconciliabili, quasi identiche, non-vere, non-false, in questo stato di due metà logiche che confutano l’un'altra senza mai essere totalmente una, completamente l’altra. Sono su questi guizzi di nero inchiostro, sul diagramma di fondo della mia esistenza, testura simile a sabbia dipinta di nere onde, diagramma cartesiano con ascissa di lettere d’alfabeto e ordinata di variante libera lasciata alla tessitura possibile della mia esistenza.




Hidetoshi Nagasawa, “Il muro”, Come secchio di colore limpido, tenue, pastello buttato lì contro quella barriera a zig-zag di muro irto come sbarramento, limite, linea ultima d’arresto della parete per renderla umana, avvolgente, d’una vibrazione che calma e rassicura, distesa con spatola e pennellate ampie su campiture irregolare, gettate con foga contro una barriera piatta, bianca fatta di assi di legno a indelebile incastro e sottili lamelle, lamine dorate a ricoprirla; li’ gettata e rimasta in spazzi vivi, in colpi di spugna gioiosi e irregolari per ridare vita, a quel limite ultimo d’uno spazio, d’una atrio, d’una parete troppo immobile, bianca e regolare.