mercoledì 4 febbraio 2026

Chagall, il sogno e la storia ( partendo da "Chagall" a Palazzo dei Diamanti, Ferrara)



 

“The only land that is mine is the one within my soul: I enter it without a passport there where my soul is”:  la sola terra che mi appartiene veramente è quella della mia anima” afferma Chagall “dove poter entrare senza passaporto, lì dove la mia anima risiede”.  Con tale citazione si è aperto il percorso espositivo visitabile fino al prossimo 8 febbraio a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dove ancora una volta l’opera di Chagall emerge nella sua potenza di visione, onirica e poetica insieme, in grado di trasfigurare la realtà e ricondurla al puro universo sincretico della sua pittura, forse sua unica vera patria.  Dal legame imprescindibile con la terra russa dell’infanzia, agli anni della giovinezza  sul suolo francese, fino alla fuga negli stati Uniti durante la guerra Chagall trova forse quell’ unico approdo certo da ogni esilio nello spazio poetico e immaginativo  della propria pittura.

Sono più di 200 le opere esposte nella mostra ferrarese che spazia  in un ampio percorso trasversale esteso nel tempo e nello spazio organizzato più per nuclei tematici che non per eventi cronologici. Dipinti, disegni, incisioni e due installazioni immersive ci restituiscono la lettura inedita di un artista  poliedrico, insieme visionario e ancorato nella storia del XX secolo,“testimone del suo tempo”, come titola la mostra ma dallo sguardo assolutamente immaginativo.



Il filo conduttore soprattutto nella prima sezione, “Eterna Memoria  resta quello della rivisitazione poetica del passato in tele dove la memoria dell’infanzia si fonde costantemente con la cronaca del presente, le radici russe della città natale con i boulevard di Parigi,  la memoria di Bella_ eterna musa e ispiratrice del pittore anche dopo la sua prematura scomparsa_ e quella di Vava nella continuità di un amore che sopravvive al tempo. Infine i riferimenti ai racconti biblici e quelli alle persecuzioni antisemite nel XX secolo si sovrappongono nello sguardo di Chagall dove il tempo è totalmente percepito come interiore e lo spazio ravvicina simboli e volti dal passato al presente in una pittura sempre sospesa tra sogno e memoria.

“In cammino, l’asino rosso” (1978)



Sullo sfondo sono le cupole ortodosse, le casupole di Vitebsk, in primo piano la presenza di animali simbolici dal carattere quasi magico in Chagall come il gallo o l’asino rosso  citazioni della città natale: “l’essenza di quella terra nativa” che sempre permane trasfigurata nelle sue tele. In primo piano il ricordo vivido dell’esilio appare con le tre figure_ citazione biblica degli ebrei nella fuga in Egitto_ ma la visione è  volutamente dissimulata: un asino rosso, le figure viola, il mondo in preda al caos, rovesciato dal tumulto delle persecuzioni. Il tratto appare rapido, breve, incisivo; la prospettiva inesistente, l’atmosfera onirica, quasi dentro una visione dischiusa dallo spiraglio di una serratura.

 



“Nuvola nuda”( 1945/46)



In questa tela del 1945 Bella, moglie e musa ispiratrice di Chagall appare come in un sogno negli anni più difficili e oscuri della sua vita, immediatamente dopo la scomparsa. Un’aurea dorata, splendente avvolge i corpi dei due amanti dentro un abbraccio fusionale sullo sfondo di una città immersa nell’oscurità tra simboli cari a Chagall quali un asino che guarda il cielo suonando un violino e una donna misteriosa avvolta in un manto blu-violaceo ai loro piedi. La città sullo sfondo, coperta da un velo di tristezza e silenzio, si oppone anche visivamente all’alone di luce giallo-brillante intenso che avvolge i due amanti. L’apparizione di lei in sogno, il solo modo per riportarla in vita attraverso la pittura .

“Villaggio con sole offuscato” (1940)


Un sole rosso ingigantito e minaccioso irradia e avvolge in un clima di sospensione e paura tutta la scena. La sposa in bianco è visibile a sinistra in primo piano stretta alle braccia del pittore. Sotto tale cielo rosso d’esilio che emana un senso di inquietudine diffusa solo un pesce guizza con un mazzo di fiori e un saltimbanco fluttua insieme a un violino sullo sfondo di una città immobile e offuscata.

“Exodus” (1947)


“L’esodo” evocato dalla tela di Chagall unisce l’eco del racconto biblico_ la fuga degli ebrei in Egitto_ alla storia contemporanea nell’evento della nave “Exodus”carica di ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista diretta verso la Palestina che nel 1947  fu fatta poi dirottare e rientrare in Europa. La struttura verticale dell’imbarcazione simile a un’arca appena abbozzata carica di esuli si erge sullo sfondo; una fiamma verde avvolge un’anima in fuga  giustapposta alla croce: Cristo crocifisso al centro unendo in modo sincretico Antico e Nuovo Testamento. In primo piano nella più totale assenza di prospettiva ricompare la sposa dal velo bianco con in braccio il bambino, accanto la figura dell’ ebreo errante; il caos come la tragedia di un popolo disperso, perseguitato, in fuga dominano sulla tela. La dimensione altamente simbolica del quadro attraverso pochi tratti essenziali in un ritmo rapido e  sincopato rinvia immediatamente al tema dell’esodo, della persecuzione di interi popoli dal mito alla storia, dal passato al presente  spesso secondo logiche di potere in sé stesse incomprensibili e oscure in una riflessione sull’essere umano che assume qui un carattere universale. 

Affresco all’Opéra Garnier di Parigi




Nell’installazione immersiva di questa sala all’interno di un magico cerchio di luce affiorano e si proiettano a tratti di fronte allo spettatore le figure, i dettagli che compongono l’immenso affresco  sul soffitto dell’Opéra Garnier di Parigi riprodotte e espanse in primissimo piano con l’ausilio dell’immagine digitale. Allo stesso modo la tela “Ricordo del flauto magico”(1976) dello stesso periodo incarna attraverso colori lievi e pastelli rosati tutta la leggerezza del teatro visto come una melodia gioiosa e, insieme, una danza libera. Dentro il profilo di una grande figura alata fluttuano strumenti musicali, un pianoforte, un violino e altri funamboli e danzatori sospesi mentre l’essenza della musica riempie l’atmosfera e lo spirito della scena rendendo omaggio a un senso più lieve dell’esistenza.

Parigi dopo l’esilio



Negli anni cinquanta Chagall ritorna nella capitale francese dopo un lungo periodo di esilio forzato, pubblicando una serie di litografie dal titolo “Parigi”sulla rivista “Derrière le miroir” (1954). Sempre più la città con la quale mantiene il legame di tutta una vita diviene “riflesso del suo cuore”, luogo interiore dove le più note architetture emergono come forme essenziali e vivide nella sua visione, metamorfosi poetiche in  una ritrovata libertà espressiva. Raggiunta la piena maturità artistica Chagall riesce a rendere la memoria personale linguaggio universale; “oltre lo specchio” il sole diventa rosso infuocato e la città immersa in un verde smeraldo fiorito, in definitiva dentro una storia rivisitata a distanza in una visione totalmente immaginativa e  propria attraverso il colore.

 “La sposa sopra Parigi” appare immersa nella bianchezza del campo cromatico dominante, sinuosa con il figlioletto vicino,  avvolta nel candore della maternità. La figura iconica emerge sospesa come in una sacra rappresentazione sulla densa atmosfera mentre la città si intravvede ai suoi piedi; il violista, gli animali cari a Chagall a lato in un’inedita interpretazione.

Volti e riflessi



L’io non è mai ciò che appare in Chagall là dove l’identità emerge in questa serie di volti e ritratti influenzati dalle sperimentazioni delle avanguardie come, complessa e sfaccettata. Nei suoi ritratti più innovativi compaiono  per esempio due profili dello stesso volto che si guardano, volti che si sovrappongono, immagini che si moltiplicano nel tentativo di comprendere l’essere umano come complessità irriducibile a un’univoca rappresentazione. Mentre l’eco del periodo blu picassiano risuona in diverse di queste tele ispirate al mondo circense la duplicità si manifesta emblematicamente nell’immagine della maschera del clown: la sua smorfia  buffa nasconde la fatica dell’esistenza, le acrobazie dei saltimbanchi la precarietà del vivere quotidiano mentre un uso sempre più pervasivo del colore restituisce da una tela all’altra stati emotivi mutevoli quanto l’animo   umano.

I quadri e i loro riflessi attraverso specchi posizionati nella sala si confondono con quelli dei visitatori in una molteplicità di volti sdoppiati  volutamente in questa sezione.  “La sposa dai due volti” ( 1927)per esempio- la tela più emblematica della mostra- rivela ambiguamente sfaccettature inedite dell’essere umano: là, il maschile e il femminile, la luce e l’ombra, il volto e la maschera coesistono l’uno di fronte all’altro nella sposa vestita con un abito bianco e lungo sulla nudità dei seni scoperti e accanto a un mazzo rose espanse e fiorite.

Le vetrate di Hadassah (1960-62)  





Un’atmosfera densa e misteriosa contraddistingue  l’istallazione immersiva alla fine della mostra che presenta le dodici vetrate realizzate da Chagall per la sinagoga di Gerusalemme tra il 1960-62 combinando temi dell’iconografia biblica con la straordinaria potenza cromatica  voluta da Chagall. La luce potente e immateriale filtra attraverso le vetrate intarsiate nei temi del rosso, del blu , del verde o del giallo immerse dentro la più totale oscurità della galleria sulle note ipnotiche del compositore Durand mutevoli cangianti come la luce che vi passa attraverso a seconda dei momenti del giorno. Tale ancora una volta la visione poetica , totalmente soggettiva e immersa nel colore di Chagall.

La Pace (1949)


Un messaggio di pace è scelto simbolicamente a conclusione della mostra. “La pace” dipinto del 1949 all’indomani della guerra e dell’esilio, al ritorno in Europa dopo il lungo periodo americano affida il proprio messaggio di speranza a una colomba bianca espansa in primissimo piano ,macchiata del rosso del sangue versato. In basso riemergono i profili dei tetti di Vitebsk legame imprescindibile con l’infanzia russa, a lato la coppia degli amanti incarnando la forza dell’amore che muta e si preserva attraverso il tempo , infine un libro aperto sulle cui pagine si leggono “la vie”, “la paix”. Qui, ancora una volta in Chagall, la metamorfosi poetica trasforma e colora la realtà anche nei suoi frangenti più dolorosi mentre l’amore e la memoria restano le uniche armi contro l’oblio.







domenica 4 gennaio 2026

Jeff Wall, “Living, working, surviving” ( al Mast di Bologna)

 

















“ The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine  perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le cornici luminose di Jeff Wall fotografo canadese esposto al Mast di Bologna fino al prossimo 8 Marzo nella personale “Living, working, surviving”:  una selezione di vent’otto opere in grande formato tra “lightbox” e stampe a colori o in bianco e nero che ripercorrono gran parte del suo lavoro artistico dagli anni ottanta ad oggi.  Le lightbox si presentano perlopiù come enormi diapositive illuminate a neon simili alle insegne tipiche delle fermate dei mezzi di trasporto pubblici nel nord America. Si ergono espanse lì di fronte ai nostri occhi come volessero portarci dentro l’immagine, nella sua immediatezza di una quasi tridimensionalità di visione su semplici fatti quotidiani ma più spesso su scene ricostruite in studio che mostrano eventi mai accaduti ispirati al reale. 


I lightbox in cui ci imbattiamo nel percorso espositivo solo lì a rivelarci qualcosa come si trattasse di cornici luminose verso cui il nostro occhio è attratto, costretto a soffermarsi, quasi ci trovassimo di fronte a una composizione “cinematografica, dettagliata della scena che richiama impliciti riferimenti ai grandi maestri della pittura classica da Velasquez a Delacroix. I soggetti spaziano nella vastità della gamma umana dalla classe media agli individui più marginali, dai gesti del quotidiano posti sotto una lente di ingrandimento alle contraddizioni della società contemporanea sullo sfondo urbano di conflitti economici e sociali. Tali “circostanze” fotografiche emergono senza mai un’aperta presa di posizione critica dell’artista. Come afferma Jeff Wall: “queste immagini possono considerarsi un  momento di verità sociale ottenuto grazie agli strumenti della poesia”.

The Well ( Il pozzo, 1989)


Scavare un pozzo nella scena ricostruita in dettagli iperrealisti_ vediamo una giovane donna colante di sudore intenta a aprire un varco al suolo con una pala e un piccone_ è forse l’atto ermeneutico di andare a fondo, cercando dentro quella superficie piatta e incolore di anonima realtà . Scavare, estrarre, portare alla luce è, ancora, aprire una strada, cercare un varco verso un pozzo d’acqua sotterranea, una sorgente di vita cui abbeverarsi. Siamo letteralmente trasportati dentro l’immagine, in questa scena fittizia a colori vivi illuminata a giorno da un’intensa luce a neon, ingigantita e ricreata di fronte ai nostri occhi simile a un varco concettuale aperto lì per porre lo spettatore di fronte a un interrogativo, un nodo problematico che inevitabilmente tende a innescare una riflessione critica sulla realtà .

A Vancouver, ancora in “Still Creek”è la trasparenza irradiante dell’acqua di un fiume visto attraverso il suo scorrere sotto un ponte in striature argentee e rossicce, scintillanti sotto un sole di ghiaccio. E’ ancora nel punto di vista scelto dal fotografo  l’idea di cercare un passaggio, percorrere un tunnel sotterraneo che conduca o riveli qualcosa fino ad allora non visto o escluso dal campo della visione qui attraverso il lussureggiante svelarsi della natura  o lo scorrere lucente delle acque.

“Sunseeker” (2021)
















In cerca di sole, gli occhi chiusi, la donna seduta in postura meditativa sopra il cruscotto di un’auto attende che il sole si posi sulle sue palpebre socchiuse come una carezza, dolce e di quiete in una ancora fredda mattinata invernale.  Attende, osserva, chiude gli occhi cercando quello stato di contemplazione silenziosa della mente, di estatica pausa dai sensi e dal turbinante moto ondoso del pensiero. Siamo portati dentro l’immagine attraverso la posa raccolta della donna a quel momento di distacco dall’io e di pura contemplazione dell’esistere, nel primo raggio di sole invernale.

Un uomo in strada: due fotogrammi ricostruiscono l’immagine in una quasi sequenza filmica. L’uomo appare ferito sul volto, sanguinante nelle mani, colpito forse in faccia da un pugno oppure finito in strada per qualche sconosciuto motivo in una sequenza quasi filmica della scena a colori . Non esiste un collegamento tematico evidente tra le diverse fotografie del percorso espositivo quanto per Wall la necessità di produrre questa esperienza immersiva, in altre parole di condurre lo spettatore dentro la scena come dentro un’immagine in 3D espansa in grandi dimensioni di fronte ai nostri occhi. Simile all’entrare in un tunnel segreto o tuffarsi in un’immersione improvvisa  nel varco che l’immagine o l’installazione lascia intravvedere.

Office Hallway ( Spring Street, Los Angeles 1997)

















Un corridoio visto in controluce, un gioco d’ombre oscure si delinea dove porte di uffici  simili l’una all’altra si aprono come forme squadrate in controluce. La scena evoca l’idea di essere precipitati dentro un cunicolo dal quale difficilmente l’individuo vagando a testa bassa possa trovare una via d’uscita  intrappolato dentro quell’antro oscuro in  un gioco d’ombre che rinviano l’una all’altra senza possibile via di fuga.


Le grandi stampe fotografiche

Nell’ultima parte della mostra siamo confrontati a stampe in grande formato perlopiù in bianco e nero che occupano l’intere pareti delle sale espositive. Wall rivendica qui l’idea di una totale “libertà artistica” per la fotografia lasciando che l’immagine sia “ pura energia soggettiva”, nell’implicazione personale e istantanea dello sguardo di chi la riceve come fosse posto di fronte a una composizione ambigua e sfaccettata, un enigma concettuale che lascia volutamente allo spettatore l’ultima parola.

“The Cyclist” ( 1996)

















E’ la composizione istantanea di un corpo nello spazio su uno sfondo oscuro lì nella stampa in bianco e nero. E’ un uomo accasciato su una vecchia bicicletta  addormentato, forse ubriaco o abbandonato a sé stesso sotto un ponte, colto in quel momento di assenza dalla vita, di disperazione in fondo a un tunnel oscuro dove ancora una volta il fotografo si affaccia e ci lascia gettare il suo sguardo intimo e insieme impersonale, sprovvisto di ogni esplicita critica o giudizio sociale.  Sulla parete opposta “un sollevatore di pesi”( 2015) è colto nel momento che precede lo sforzo disumano del sollevamento, nella concentrazione dell’attimo presente, nella forza estrema dei muscoli in tensione un istante prima della presa del carico. Ancora nell’immagine successiva in bianco e nero traspare l’abnegazione, l’umiltà, la presenza semplice ed essenziale di un volontario in un centro diurno lavando il suolo con uno straccio lercio e consunto. Un gesto quotidiano come prestare servizio in un luogo pubblico desolato dove  individui ai margini della società stazionano viene posto sotto una lente di ingrandimento fotografico quasi quella realtà venisse volutamente ingigantita e esposta al rallentatore nella più totale sospensione di giudizio.



















In “Overpass (“Cavalcavia”, 2001) sono individui di schiena visti partire, allontanandosi a piedi su questo enorme ponte in cemento in primo piano. Camminano rapidi sul grigio dell’asfalto dando a noi le spalle con i loro bagagli di vita e di speranze, lavoratori in trasferta o migranti non sappiamo verso dove, uomini e donne che come molto spesso avviene oggi sono visti spostarsi in fuga o in viaggio, per necessità o per scelta, per una qualche “circostanza” di vita che si realizza e diviene qui immagine fotografica, significante in un proprio senso poetico.

Le ultime stampe in grande formato della mostra focalizzano sulla realtà sociale sordida dei sobborghi nella provincia canadese. Povertà, indigenza, squallore fisico e morale trapelano nel retro di abitazioni fatiscenti date in affitto. In “Rear 304”è l’immagine di una ragazzina chiusa fuori, esclusa forse dai rumori di una lite o altro che sta avvenendo all’interno mentre vediamo la sua figura sul retro del cortile appoggiata alla porta dalla cui fessura  intravvede la scena all’interno senza poter far altro che subire, aspettare, restare lì inerte; percependo tutto dal buco rotto di una serratura.  Trapelano, ancora una volta attraverso l’immagine  enigmatica lasciataci da Wall  le contraddizioni delle classi urbane più marginali in scorci di esistenze che si intravvedono nei sobborghi più esterni della città. Immersi nell’apatia e nello squallore di una realtà che in sé stessa appare impossibile a cambiarsi.   

                                                                   

 

 

 

lunedì 8 dicembre 2025

Letizia Battaglia : la verità di uno sguardo ( ai Musei san Domenico, Forlì)


















Chi ha in mano una macchina fotografica ha un mezzo potente e meraviglioso per esistere, per essere, per incontrare il mondo. E ha anche una grande responsabilità”.”La fotografia diventa o, meglio, è la vita raccontata” afferma Letizia Battaglia e in tale binomio imprescindibile tra il mondo e  il suo modo di diventare immagine_ significante, intuitiva, poetica_  vive oggi più che mai tutta la sua opera fotografica visitabile in retrospettiva fino al prossimo 11 gennaio al Museo san Domenico di Forlì. Un percorso creativo visto in molteplici sfaccettature dagli esordi ai primi anni duemila  ma sempre e comunque legato dal filo rosso dell’impegno civile imprescindibile dal suo lavoro artistico.











Negli esordi a Milano agli inizi degli anni ’70 Battaglia entra nel dibattito culturale dell’epoca realizzando reportage sull’evoluzione dei costumi italiani. Immortali restano di quest’epoca alcuni primi piani su Pasolini alla Palazzina Liberty di Milano insieme ad altri intellettuali e artisti noti di cui trapela l’intensità di un volto segnato dal dolore e dall’ardore dell’esistenza, pregnante di idee, intellettualità e poesia, designandosi iconico nella memoria collettiva. A partire dal 1974 la fotografa torna definitivamente nella sua terra d’origine, la Sicilia che diviene a Palermo fonte prima di ispirazione e imprescindibile necessità documentaria, in definitiva soggetto esclusivo per la sua fotografia. Battaglia inizia la sua storica collaborazione con il quotidiano  “L’ora” da un lato schierandosi politicamente attraverso la denuncia e la lotta contro la mafia nel territorio, dall’altro documentando la realtà sociale delle classi più indigenti. Un’immagine poliedrica e sfaccettata di Palermo ne emerge, messa a nudo nei suoi reconditi di violenza, illegalità e miseria come d’altronde intrisa di bellezza e poeticità nei suoi volti, luoghi, e scorci di vita che solo un’artista visceralmente legata alla propria terra avrebbe potuto restituire.    

Palermo

Negli anni ‘70 quando ho cominciato a lavorare come fotografa volevo raccontare la mia città, Palermo e le sue contraddizioni, in particolare il divario di classe tra i ricchi e i poveri. Non mi sentivo ne pensavo di essere un’artista, facevo fotografie per mantenermi e fermare in immagini quello che mi suscitava rabbia, pietà, amore e bellezza,”




La città in Battaglia vive attraverso la fotografia, pulsa di vita propria negli scatti sorpresi in strada di volti limpidi e meravigliosi ma incarna, anche, nel reportage di denuncia sociale le miserrime condizioni di vita in cui verteva la frangia ultima del sottoproletariato urbano. In un’immagine simbolica un gatto e un topo sono immortalati alla stessa stregua per strada, sazi vicino ai rifiuti lasciati nei cassonetti: né vincitori né vinti, tutti vittime della stessa corruzione politica e sociale in un’immagine fortemente critica e oppositiva al potere. Le fotografie in bianco e nero mostrano con taglio incisivo abitazioni fatiscenti, una stanza senza acqua né luce dove vivono una madre e i suoi sette figli, un neonato morsicato da un ratto mentre dormiva insieme ai fratelli, infine una bambina al lavoro come lavapiatti in una trattoria. Da un altro punto di vista, la sincerità delle immagini in bianco e nero dallo stile nitido, puro e definito di ispirazione quasi neorealista_ una bambina sorpresa a mangiare un pezzetto di pane  appena acquistato nel rione Kalsa di Palermo_ rivela attraverso il suo volto una  grazia e bellezza inattese al cuore di un mondo senza speranza e senza voce. Un gesto dalla poeticità innata che sublima forse quel reale dalla sua effettiva condizione di nefandezza e miseria.  










La mafia
Un vetro del cruscotto di un’auto infranto da una pallottola di cui resta solo il foro insieme a una miriade di minuscole schegge infrante che si propagano da quel punto iniziale dove il proiettile ha colpito la vettura. Tale immagine fortemente simbolica (

Palermo, 1977)apre la sezione fotografica  incentrate sul tema della mafia in Sicilia. A partire dalla metà degli anni ’70 Battaglia inizia la sua storica collaborazione con il quotidiano “L’ora” documentando in un lavoro di reportage quotidiano_ unica donna reporter n quel contesto prettamente maschile_  i crimini che si  susseguono in maniera violenta e tragica per più di un decennio tra Palermo e il resto della Sicilia nella più totale assenza di uno stato forte o di Istituzioni che non fossero colluse con la medesima. Come scrive Battaglia: “Tutto è precipitato, è iniziata la guerra civile: da un lato giudici, polizia e popolo onesto, dall’altro i mafiosi con le loro armi micidiali”(…) Ho iniziato a fotografare questa carneficina con una modesta camera, fotografavo i mafiosi e le vittime con il cuore in tumulto, con un’angoscia che negli anni è diventata disperazione.”.





In quegli anni Battaglia fotografa omicidi di personaggi noti come di perfetti sconosciuti eseguiti per mano mafiosa,  tra gli altri l’uccisione di Boris Giuliani capo della squadra mobile di Palermo quello di Piersanti Mattarella (1980) trovato assassinato nella propria auto di fronte alla moglie e ai figli e lì soccorso dal fratello Sergio, infine l’omicidio dell’attivista politico Peppino Impastato. Fotografa quelle morti avvicinandosi il più possibile alla scena con un taglio incisivo, netto, estraniante rispetto al soggetto esasperando i contrasti tra luci e ombre come se non ci fosse spazio per altro commento o compianto se non la necessità di denunciare, esporre, rendere palesi i crimini perpetuati, le vittime innocenti, i politici collusi, i giudici a rischio della propria incolumità, infine i personaggi integerrimi che perderanno la vita come il generale Dalla Chiesa.  La morte è mostrata nelle foto di Battaglia come parte del quotidiano in quella Palermo insozzata, bagnata dal sangue di infiniti delitti in un sistema di esecuzioni e vendette, di mandati e mandanti, tra le linee più banali della vita per strada come nelle aule di Giustizia o nei tribunali.   Una per tutte spicca l’immagine del giudice Falcone al funerali del Generale Dalla Chiesa(  1982): lui camminando in primo piano con il vento in faccia sullo sfondo delle forze dell’ordine e dell’esercito schierati a commemorare Dalla Chiesa nella gravità tragica del momento forse già presentendo, sulla scia dell’amico, l’ombra di un destino comune.  












Tra le  pagine più oscure e sanguinose della storia italiana Battaglia ci lascia sprofondare attraverso il suo obbiettivo  come precipitando dentro un buco nero e senza fondo; fino all’inizio degli anni ’80 nel suo integerrimo e rigoroso lavoro di messa a nudo fotografica continua a documentare la lotta per il potere tra i due più potenti clan di “Cosa Nostra” cui segue l’avvio di maxi-processi fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio con le tragiche morti di Falcone e Borsellino. E’ allora che Battaglia sospende temporaneamente la sua attività di reporter stremata dalla violenza e dall’omertà della propria terra.

Ritratti, anni ‘80

 Ho usato la fotografia come mezzo non solo per documentare ma per restituire forza ai più deboli, soprattutto alle vittime, agli emarginati, a quelli considerati “matti”, agli ammalati di solitudine in cerca di ascolto. Era come se ogni volta fotografassi me stessa, in ogni fotografia ci sono, da qualche parte, anche io”.

Palermo per Letizia Battaglia diviene un universo a tutto tondo nelle sue contrastanti e inconciliabili sfaccettature, dove si intrecciano l’attualità raccontata attraverso la macchina fotografica e la vita stessa: “i morti ammazzati, le vittime e le loro famiglie” così come “le bambine dagli occhi gravi e sognanti”. Il reportage, afferma Battaglia, non implica la necessità di andare altrove quanto quella di “scavare, andare a fondo, cercare il nucleo segreto delle persone, delle cose nel luogo in cui vivi” perché non è il soggetto scelto ma la forza di uno sguardo a rendere grande la fotografia, così come “la voglia di onorare il mondo e raccontarlo”.  

Nella sezione “ritratti” a Palermo negli anni ‘80  è “l’incanto dell’infanzia” ma anche  le sue crepe di tristezza o inquietudine lì tra le linee celate; la povertà e insieme “l’arroganza della ricchezza”, nelle classi più agiate, infine i volti di bambini e ragazzi nei quartieri popolari. Sono scene di svago e momenti di gioia sulle spiagge vicino a Palermo o primi piani di volti in strada in controcanto allo spargimento di sangue dei delitti mafiosi. Sullo sfondo di abitazioni fatiscenti emergono scorci colmi di leggerezza: una famiglia in vespa, bimbi semi-nudi nei viottoli del rione Kalsa, volti limpidi e meravigliosi di bambine e altri ancora a rischio di vita simulando con armi giocattolo una gang malavitosa nei quartieri popolari di Palermo. Indimenticabile nella memoria collettiva  resta indelebile l’immagine de “la bambina con il pallone”( 1980).  in quel primo piano sul suo volto “ indomabile e selvaggio” ritratto per caso a Monreale la fotografa rivede forse sé stessa, “ la bellezza e il coraggio della bambina che ero” ribelle e gioiosa, soave e seriosa insieme che ancora a distanza di anni “insegue i suoi sogni malgrado tutto”, lì sorpresa in un bianco e nero perfetto ed essenziale, spogliato di ogni superfluo.    

Rosaria Schifano



“La fotografia da sola,purtroppo, non ha il potere di cambiare il mondo, ma come un buon libro può contribuire a far luce nelle coscienze delle persone. Di lì può partire il cambiamento”. 

Con la macchina fotografica ma anche con l’attivismo politico e civile e l’impegno editoriale Battaglia ha perseguito tutta la vita la lotta e la denuncia contro il sistema mafioso in Sicilia attraverso una poetica ispirata dalla vita che si rivela all’obbiettivo nella sua bellezza inconfutabile nonostante la miseria o l’orrore, con il coraggio, infine, di difendere i propri ideali nella piena libertà personale .  L’immagine scelta per chiudere il percorso espositivo incarna perfettamente tale visione: il ritratto di Rosaria Schifani vedova dell’agente di scorta Vito in primo piano in controluce a una finestra che ne illumina a metà il volto lasciando l’altra metà nella più totale oscurità; una foto scattata a pochi giorni dall’omicidio del giudice Falcone e di tutta la sua scorta. Luce e ombra, vita e morte lì sul suo volto come due metà perfette e imprescindibili, lei con gli occhi chiusi  in una sorta di tragica e muta contemplazione. Battaglia cerca l’essenziale per arrivare a raccontare “ il dolore delle donne”, ciò che di più tragico e irreparabile accade come il momento della perdita lasciando parlare il contrasto netto tra luce e ombra come la lotta tra  vita e morte sul suo volto figurate. Ancora una volta l’immagine in Battaglia coincide con la vita e contiene in sé stessa un mondo, una narrazione, una poesia.