“The
only land that is mine is the one within my soul: I enter it without a passport
there where my soul is”: la sola terra che mi appartiene veramente è
quella della mia anima” afferma Chagall “dove poter entrare senza passaporto,
lì dove la mia anima risiede”. Con tale
citazione si è aperto il percorso espositivo visitabile fino al prossimo 8
febbraio a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dove ancora una volta l’opera di
Chagall emerge nella sua potenza di visione, onirica e poetica insieme, in
grado di trasfigurare la realtà e ricondurla al puro universo sincretico della
sua pittura, forse sua unica vera patria.
Dal legame imprescindibile con la terra russa dell’infanzia, agli anni
della giovinezza sul suolo francese, fino
alla fuga negli stati Uniti durante la guerra Chagall trova forse quell’ unico approdo
certo da ogni esilio nello spazio poetico e immaginativo della propria pittura.
Sono più di 200 le opere
esposte nella mostra ferrarese che spazia in un ampio percorso trasversale esteso nel
tempo e nello spazio organizzato più per nuclei tematici che non per eventi
cronologici. Dipinti, disegni, incisioni e due installazioni immersive ci
restituiscono la lettura inedita di un artista
poliedrico, insieme visionario e ancorato nella storia del XX
secolo,“testimone del suo tempo”, come titola la mostra ma dallo sguardo
assolutamente immaginativo.
Il filo conduttore
soprattutto nella prima sezione, “Eterna
Memoria” resta quello della
rivisitazione poetica del passato in tele dove la memoria dell’infanzia si
fonde costantemente con la cronaca del presente, le radici russe della città
natale con i boulevard di Parigi, la
memoria di Bella_ eterna musa e ispiratrice del pittore anche dopo la sua
prematura scomparsa_ e quella di Vava nella continuità di un amore che
sopravvive al tempo. Infine i riferimenti ai racconti biblici e quelli alle
persecuzioni antisemite nel XX secolo si sovrappongono nello sguardo di Chagall
dove il tempo è totalmente percepito come interiore e lo spazio ravvicina simboli
e volti dal passato al presente in una pittura sempre sospesa tra sogno e
memoria.
“In
cammino, l’asino rosso” (1978)
Sullo sfondo sono le
cupole ortodosse, le casupole di Vitebsk, in primo piano la presenza di animali
simbolici dal carattere quasi magico in Chagall come il gallo o l’asino
rosso citazioni della città natale: “l’essenza
di quella terra nativa” che sempre permane trasfigurata nelle sue tele. In
primo piano il ricordo vivido dell’esilio appare con le tre figure_ citazione
biblica degli ebrei nella fuga in Egitto_ ma la visione è volutamente dissimulata: un asino rosso, le
figure viola, il mondo in preda al caos, rovesciato dal tumulto delle
persecuzioni. Il tratto appare rapido, breve, incisivo; la prospettiva inesistente,
l’atmosfera onirica, quasi dentro una visione dischiusa dallo spiraglio di una
serratura.
“Nuvola nuda”( 1945/46)
In questa tela del 1945
Bella, moglie e musa ispiratrice di Chagall appare come in un sogno negli anni
più difficili e oscuri della sua vita, immediatamente dopo la scomparsa.
Un’aurea dorata, splendente avvolge i corpi dei due amanti dentro un abbraccio
fusionale sullo sfondo di una città immersa nell’oscurità tra simboli cari a
Chagall quali un asino che guarda il cielo suonando un violino e una donna
misteriosa avvolta in un manto blu-violaceo ai loro piedi. La città sullo
sfondo, coperta da un velo di tristezza e silenzio, si oppone anche visivamente
all’alone di luce giallo-brillante intenso che avvolge i due amanti. L’apparizione
di lei in sogno, il solo modo per riportarla in vita attraverso la pittura .
“Villaggio
con sole offuscato” (1940)
Un sole rosso ingigantito
e minaccioso irradia e avvolge in un clima di sospensione e paura tutta la
scena. La sposa in bianco è visibile a sinistra in primo piano stretta alle
braccia del pittore. Sotto tale cielo rosso d’esilio che emana un senso di
inquietudine diffusa solo un pesce guizza con un mazzo di fiori e un
saltimbanco fluttua insieme a un violino sullo sfondo di una città immobile e
offuscata.
“Exodus”
(1947)
“L’esodo” evocato dalla
tela di Chagall unisce l’eco del racconto biblico_ la fuga degli ebrei in
Egitto_ alla storia contemporanea nell’evento della nave “Exodus”carica di
ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista diretta verso la Palestina che nel
1947 fu fatta poi dirottare e rientrare
in Europa. La struttura verticale dell’imbarcazione simile a un’arca appena
abbozzata carica di esuli si erge sullo sfondo; una fiamma verde avvolge
un’anima in fuga giustapposta alla croce:
Cristo crocifisso al centro unendo in modo sincretico Antico e Nuovo Testamento.
In primo piano nella più totale assenza di prospettiva ricompare la sposa dal
velo bianco con in braccio il bambino, accanto la figura dell’ ebreo errante; il
caos come la tragedia di un popolo disperso, perseguitato, in fuga dominano sulla
tela. La dimensione altamente simbolica del quadro attraverso pochi tratti
essenziali in un ritmo rapido e sincopato
rinvia immediatamente al tema dell’esodo, della persecuzione di interi popoli
dal mito alla storia, dal passato al presente
spesso secondo logiche di potere in sé stesse incomprensibili e oscure
in una riflessione sull’essere umano che assume qui un carattere
universale.
Affresco all’Opéra Garnier di Parigi
Nell’installazione
immersiva di questa sala all’interno di un magico cerchio di luce affiorano e
si proiettano a tratti di fronte allo spettatore le figure, i dettagli che
compongono l’immenso affresco sul soffitto
dell’Opéra Garnier di Parigi riprodotte e espanse in primissimo piano con
l’ausilio dell’immagine digitale. Allo stesso modo la tela “Ricordo del flauto
magico”(1976) dello stesso periodo incarna attraverso colori lievi e pastelli
rosati tutta la leggerezza del teatro visto come una melodia gioiosa e,
insieme, una danza libera. Dentro il profilo di una grande figura alata
fluttuano strumenti musicali, un pianoforte, un violino e altri funamboli e
danzatori sospesi mentre l’essenza della musica riempie l’atmosfera e lo
spirito della scena rendendo omaggio a un senso più lieve dell’esistenza.
Parigi
dopo l’esilio
Negli anni cinquanta
Chagall ritorna nella capitale francese dopo un lungo periodo di esilio
forzato, pubblicando una serie di litografie dal titolo “Parigi”sulla rivista “Derrière
le miroir” (1954). Sempre più la città con la quale mantiene il legame di tutta
una vita diviene “riflesso del suo cuore”, luogo interiore dove le più note
architetture emergono come forme essenziali e vivide nella sua visione,
metamorfosi poetiche in una ritrovata
libertà espressiva. Raggiunta la piena maturità artistica Chagall riesce a
rendere la memoria personale linguaggio universale; “oltre lo specchio” il sole
diventa rosso infuocato e la città immersa in un verde smeraldo fiorito, in
definitiva dentro una storia rivisitata a distanza in una visione totalmente immaginativa
e propria attraverso il colore.
“La sposa sopra Parigi” appare immersa nella
bianchezza del campo cromatico dominante, sinuosa con il figlioletto vicino, avvolta nel candore della maternità. La figura
iconica emerge sospesa come in una sacra rappresentazione sulla densa atmosfera
mentre la città si intravvede ai suoi piedi; il violista, gli animali cari a
Chagall a lato in un’inedita interpretazione.
Volti
e riflessi
L’io non è mai ciò che
appare in Chagall là dove l’identità emerge in questa serie di volti e ritratti
influenzati dalle sperimentazioni delle avanguardie come, complessa e
sfaccettata. Nei suoi ritratti più innovativi compaiono per esempio due profili dello stesso volto
che si guardano, volti che si sovrappongono, immagini che si moltiplicano nel tentativo
di comprendere l’essere umano come complessità irriducibile a un’univoca rappresentazione.
Mentre l’eco del periodo blu picassiano risuona in diverse di queste tele
ispirate al mondo circense la duplicità si manifesta emblematicamente
nell’immagine della maschera del clown: la sua smorfia buffa nasconde la fatica dell’esistenza, le
acrobazie dei saltimbanchi la precarietà del vivere quotidiano mentre un uso
sempre più pervasivo del colore restituisce da una tela all’altra stati emotivi
mutevoli quanto l’animo umano.
I quadri e i loro riflessi
attraverso specchi posizionati nella sala si confondono con quelli dei
visitatori in una molteplicità di volti sdoppiati volutamente in questa sezione. “La sposa dai due volti” ( 1927)per esempio- la
tela più emblematica della mostra- rivela ambiguamente sfaccettature inedite
dell’essere umano: là, il maschile e il femminile, la luce e l’ombra, il volto
e la maschera coesistono l’uno di fronte all’altro nella sposa vestita con un
abito bianco e lungo sulla nudità dei seni scoperti e accanto a un mazzo rose
espanse e fiorite.
Le vetrate di Hadassah (1960-62)
Un’atmosfera densa e
misteriosa contraddistingue
l’istallazione immersiva alla fine della mostra che presenta le dodici
vetrate realizzate da Chagall per la sinagoga di Gerusalemme tra il 1960-62 combinando
temi dell’iconografia biblica con la straordinaria potenza cromatica voluta da Chagall. La luce potente e
immateriale filtra attraverso le vetrate intarsiate nei temi del rosso, del blu
, del verde o del giallo immerse dentro la più totale oscurità della galleria
sulle note ipnotiche del compositore Durand mutevoli cangianti come la luce che
vi passa attraverso a seconda dei momenti del giorno. Tale ancora una volta la
visione poetica , totalmente soggettiva e immersa nel colore di Chagall.
La
Pace (1949)

Un messaggio di pace è
scelto simbolicamente a conclusione della mostra. “La pace” dipinto del 1949 all’indomani
della guerra e dell’esilio, al ritorno in Europa dopo il lungo periodo
americano affida il proprio messaggio di speranza a una colomba bianca espansa
in primissimo piano ,macchiata del rosso del sangue versato. In basso riemergono
i profili dei tetti di Vitebsk legame imprescindibile con l’infanzia russa, a lato
la coppia degli amanti incarnando la forza dell’amore che muta e si preserva attraverso
il tempo , infine un libro aperto sulle cui pagine si leggono “la vie”, “la
paix”. Qui, ancora una volta in Chagall, la metamorfosi poetica trasforma e
colora la realtà anche nei suoi frangenti più dolorosi mentre l’amore e la
memoria restano le uniche armi contro l’oblio.







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