giovedì 23 aprile 2026

Ruth Orkin : "the illusion of time" ( Palazzo Pallavicini, a Bologna)





















“Le donne contribuivano ad alimentare la fabbrica dei sogni non a crearli, il che significava che tutte le carriere dietro la macchina da presa erano indiscutibilmente riservate agli uomini.”  Così scrive Anne Morin, curatrice della mostra presentata per la prima volta a Bologna incentrata sulla figura ancora poco conosciuta in Italia della fotografa e regista statunitense Ruth Orkin ( 1921-85) esposta  in un’ampia retrospettiva a Palazzo Pallavicini fino al prossimo 19 Luglio. Tale conclamata  impossibilità nel proseguire una carriera da cineasta per una donna all’inizio del XX secolo condizionerà inevitabilmente il lavoro della fotografa dando vita a una commistione originalissima tra i due generi_ l’immagine in movimento del cinema plasma la sua immagine fotografica e viceversa_ che appare ancora oggi come la cifra più originale e distintiva del lavoro della Orkin. 

Ruth Orkin nasce a Boston nel 1921 e cresce a Hollywood negli anni ’30 figlia di un’attrice del cinema muto; negli anni ’40 studia fotogiornalismo al Los Angeles City College e inizia ad intraprendere una carriera di fotoreporter per importanti riviste americane tra cui LIFE, Look ecc. La passione per il cinema traspare costantemente dai suoi primi scatti fotografici come la volontà di sperimentare con l’idea di durata derivante dall’ “l’immagine in movimento”, vale a dire l’intenzione sottile di portare qualcosa del cinema dentro la fotografia permane come un richiamo, un’eco costante nel suo lavoro di fotografa. L’immagine è vista da Orkin come“una scintilla, un’impronta che racchiude in sé un effetto filmico di durata”, seppur apparente, ricreata attraverso tecniche visive da lei predilette quali la sequenza, la duplicazione di uno stesso soggetto, la simultaneità  nella visione all’incrocio tra fotogramma immobile e illusione di movimento.

 Al di là della sperimentazione visiva, l’aspetto forse più saliente della fotografia di Orkin traspare, ancora oggi tuttavia, come l’ascolto, l’empatia, l’attenzione al mondo che la circonda, quella specie di “appetito verso la vita” che spinge l’artista a  scegliere la strada come set cinematografico e osservare il mondo con umorismo e resilienza lasciandosi sorprendere dall’evenienza inaspettata del quotidiano; semplicemente nell’“incanto del guardare”.  Come la definisce Anne Morin: Ruth Orkin è “una donna che guarda, si muove, racconta il mondo in totale libertà”.

“Ritratti”





















Una serie di ritratti celeberrimi di personalità note negli anni ‘50 come Albert Einstein, Robert Capa, o Woody Allen spicca in questa prima sezione. Fondamentale traspare la complicità con il soggetto fotografato come lo svelarsi di un qualcosa di essenziale, genuino e autentico che trapela da in ognuno di questi ritratti a metà strada tra umanità svelata e un loro autentico carisma messo in luce. Woody Allen per esempio è visto in contrasto parodico con il ritratto di un nobile del XVIII secolo sullo sfondo, in un rimbalzo ironico di sguardo e postura tra i due pur nel salto temporale dall’abito a corpetto e calzamaglia settecenteschi alla giacca e cravatta moderni. Allen cita qui, in maniera ironica, il modello del passato a cui pure diametralmente si oppone  mettendo in luce, nella foto, quella dose di intelligenza e humour che lo contraddistingue. La fotografa definisce il ritratto come uno “scomparire pur rimanendo presenti” restando “all’ascolto” per cogliere “il carisma del personaggio”, la sua essenziale verità. Con la stessa silenziosa attenzione si avvicina in punta di piedi alla personalità idiosincratica del grande fisico Albert Einstein lasciando a poco a poco dispiegarsi il suo ritratto con naturalezza di fronte all’obbiettivo. Coglie il suo sguardo geniale, un po’ folle ma di quella follia fatta di curiosità e sete di conoscenza, motore stesso della ricerca e della vita ,totalmente assorbito nel definire un nuovo modello di relatività per l’universo. L’incarnazione di un puro potere creativo e intellettuale spinti all’unisono al limite della ricerca scientifica. 


 “Fotografie dall’alto"





In questa serie Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dall’alto di una finestra di Manhattan  rendendo la strada e i passanti soggetti inconsapevoli del proprio racconto. Tale sperimentazione fotografica rappresentava soprattutto il tentativo di distorcere la prospettiva usuale, come volesse mostrare “un mondo alla rovescia” dall’alto o visto “al contrario” cercando altri punti di vista o interponendo una distanza inusuale tra il soggetto e l’obbiettivo. Così, di una coppia a passeggio lungo la strada vediamo dall’alto non i volti ma i capelli ricci, espansi e ribelli di lei come il cranio dai capelli corti e rasati di lui. Nella giravolta una bambina vola tra le braccia di un’altra e, ancora, vediamo una scia di gatti randagi sgattaiolare fuori richiamati dal cibo anziché i volti delle signore a nutrirli. Un buco nero e profondo  dentro un materasso gettato in strada dall’alto si scopre, infine una  serie di cappelli bianchi e simmetrici ripresi in linea a distanza al posto dei volti dei marinai.

“American girl in Italy”  ( 1952)











A Firenze nel 1951 Orkin realizza un’intera serie di fotografie aventi come sfondo l’Italia in una sorta di vero e proprio fotoromanzo fotografico pubblicato nel 1952 con il titolo: “ American girl in Italy”.  Tra Napoli, Roma e Venezia l’Italia diviene  scenario privilegiato per Orkin, luogo sinonimo di sensibilità estetica e libertà creativa. La protagonista Jinx Allen simile a un’icona del cinema hollywoodiano ricondotta al formato del fotogiornalismo interpreta momenti del suo viaggio in Italia con enfasi ed espressività cinematografiche. Il suo volto nitido e attraente in primo piano_ espressivo oltremisura  _ l’esagerazione delle pose, la gestualità del corpo amplificano il racconto dando piena potenza narrativa all’immagine in luogo della parola.

Orkin rende qui l’esperienza del viaggio narrazione, l’immagine volutamente costruita e condivisa, connotata con precisi stereotipi culturali italiani e americani, diffusa in maniera virale sui rotocalchi dell’epoca anticipando quello che avviene oggi con la condivisione  dell’immagine digitale sui social media. Così, tale serie di scatti iconici entrano nell’immaginario collettivo dell’Italia negli anni ’50: la giovane americana condotta in vespa attraverso le strade lastricate e le più note piazze italiane, ora in giro tra i monumenti di Roma oppure camminando sotto lo sguardo indiscreto di ammiratori e passanti tra glamour, esposizione di sé e vulnerabilità al giudizio altrui.   

“Jim tells a story”(1953)

Orkin attraverso la “cronofotografia” sperimenta con la scomposizione di una sequenza filmica in una serie di molteplici  immagini statiche che vengono disposte cronologicamente una di seguito all’altra _  quasi per l’effetto di un photomaton_ restituendo l’idea del tampo che passa proprio nel raccordo tra un’istantanea e l’altra come si trattasse di fotogrammi filmici. Così, in questa sequenza, i gesti del bambino scorrono uno di seguito all’altro, mutano le espressioni dei volti mentre da un primo piano all’altro si dispiega la narrazione per immagini. Jim racconta in pose salienti all’amico una storia sorprendente,o, altrove, i gesti di tre bambine  assorte nel gioco si disputano una partita a carte.  

 

 

Simultaneità e ritratti












Due figure quasi identiche si presentano spesso nelle fotografie della Orkin come doppi o simili con una minima differenza che si frappone tra loro nell’intervallo di un gesto o di uno sguardo: il passaggio da un fotogramma all’altro nel cinema. L’obbiettivo si pone a una certa distanza come un osservatore invisibile della scena senza nascondere, tuttavia spesso, una certa dose di ironia velata di humour o
di satira sociale. Così, per esempio, due donne corpulente vestite di nero sono viste di schiena osservare  i quadri in un museo d’arte moderna con una simile postura inquisitoria e scettica. Ancora, due bambine quasi identiche fissano il loro sguardo verso un punto lontano sorprendente e magico oltre la folla.  Due anziane turiste americane_ copia imperfetta l’una dell’altra_  sono colte indugiare sedute nel Caffè di una piazza italiana, infine “due donne ubriache” siedono sulle scale allo stesso modo estranee al presente, senza speranze verso il futuro. Ci raccontano nella differenza minimale di pochi secondi qualcosa che accade, una storia che si espone lì sotto i nostri occhi con lo sguardo ironico o il sorriso divertito di Orkin celato dietro l’obbiettivo. 

La città come spazio per la fotografia




New York, la città per eccellenza crogiolo multiforme di vita e movimento compare nell’ultima parte della mostra come spazio del vissuto, attraversata e esperita attraverso lo sguardo piuttosto che come astrazione geometrica di linee e forme essenziali nello spazio. Le strade divengono per Orkin teatro del quotidiano, i bambini spesso colti in scorci privilegiati di immediata spontaneità e  naturalezza, le stazioni sempre più luoghi di transito e movimento dove gli individui e le  storie si incrociano e si fissano nella fotografia, le più svariate e diverse tra loro. Ancora, le strade sono crocevia  per eccellenza dove bianchi e neri, classi altolocate e popolari, marginali e élite, adulti e bambini si confondono restituendo un vero e proprio spaccato sociale dell’America degli anni ‘50. Tra le più emblematiche immagini in bianco e nero compare un piccolo “lustrascarpe” intento a lucidare le scarpe di un ricco passante inquadrate dal basso verso l’alto dal punto di vista del bambino. Ancora i volti di tre giovani donne “rifugiate ebree all’aeroporto”  occupano l’intero l’oblò  di un finestrino, quasi schiacciate in primo piano contro il vetro sorprese a guardare fuori con un senso di ansia e paura verso una minacciosa realtà all’esterno . Bambini per strada appaiono sprofondare nella lettura dei fumetti, perduti dentro l’incanto del momento e la magia del gioco che li assorbe; altrove una piccola allunga una mano per chiedere l’elemosina. Alla stazione seduta sulla propria valigia una donna nera attende spossata insieme alla figlioletta  un treno che tarda ad arrivare o ancora una giovane donna  si arresta in una sosta improvvisata sui bagagli nella medesima piazza lì, stanca, soprappensiero in attesa di qualcosa o qualcuno che sembra mai dover sopraggiungere. Lì in quello sguardo sincero attento a sorprendere scorci di vita e volti tra la folla emerge la visione più autentica della fotografa, un po' flaneur tra le strade di New York, un po' testimone del proprio tempo mentre con leggerezza e poesia, qualche volta con ironia o humour racconta le fragilità dell’esistenza come le disparità tra classi sociali nell’America del dopoguerra con un’attenzione particolare sempre all’incanto dell’infanzia








martedì 17 marzo 2026

JOHN GIORNO, "The performative word" ( al Mambo di Bologna)









Grandi tele monocrome in diversi colori su cui si stagliano versi ipnotici a grandi caratteri incisi a metà tra mantra e haiku giapponesi accolgono i visitatori nella mostra che il Mambo di Bologna dedica a una delle figure più eclettiche dell’avanguardia newyorkese: il poeta e performer John Giorno nella prima grande retrospettiva italiana a lui dedicata  visitabile fino al prossimo tre maggio al museo bolognese.

Il lavoro di Giorno si intreccia a partire dagli anni sessanta con artisti di primo piano dell’avanguardia newyorkese tra cui Andy Warhol, Robert Rauschenberg, William Borroughs posizionandosi in quello spazio di sperimentazione  al crocevia tra poesia come parola sulla pagina scritta e pratica performativa restituita attraverso la voce, il corpo, il suono e, in alcuni casi, contaminandosi con la musica oppure nell’ambito di azioni performative in scenari pubblici come le strade, le linee telefoniche ecc.

Come sottolinea il curatore Lorenzo Balbi la sua poesia si fa “ esperienza del mondo che abita il corpo, la voce, lo spazio aprendosi alle forme e ai linguaggi dell’arte contemporanea” per una delle opere più “influenti e trasversali del secondo novecento che ancora risuona di sorprendente attualità”. 



 Le tele “Perfect flowers” nella prima sala ispirate alla raccolta poetica “Welcoming the flowers”(2004) trasformano visivamente i versi scritti in una serie di dipinti poetici che si stagliano come lettere a grandi caratteri colorati su tele lucide e scintillanti in diversi sfondi. Le parole dipinte si rifanno alla pittura di genere cinese di “fiori e uccelli” ma soprattutto all’essenzialità poetica degli haiku giapponesi evocando l’interesse di Giorno per la spiritualità buddista. Le parole prendono corpo sulla tela in versi che associano ai fiori una connotazione prettamente carnale, erotica o sensuale attraverso innumerevoli metafore che evocano tuttavia anche, in altri casi, il carattere transitorio dell’esistenza, il ciclo di vita morte e reincarnazione, infine il concetto di  trasformazione incessante insito nelle cose. Così le giunchiglie sono “battezzate nel burro” e  i lillà “ lascivamente leccano l’aria”mentre i fiori di ciliegio sono delle “lame affilate”mentre il glicine “afferra il vuoto” e tutti i fiori profumano di buono tanto che il poeta si dice “risucchiato dalla loro bontà carnosa e terrena”.  Dunque in Giorno la ricerca di spiritualità buddista_ il fiore simboleggiando qui l’armonia del percorso verso l’illuminazione_ si fonde con la cultura pop/punk americana nelle tele dai colori vividi, infine nei riferimenti dissacratori alla controcultura d’avanguardia.

Dial a Poem




Una serie di telefoni neri d’altri tempi  posizionati  in linea  orizzontale al centro dell’istallazione ridanno vita all’opera interattiva originariamente prodotta da Giorno nel 1969 “ Dial a poem” e presentata l’anno successivo al MoMA di New York. Sopra di essi, sulla parete centrale, la lista degli interpreti che hanno dato vita nelle diverse lingue alla lettura ad alta voce dei componimenti poetici. Come in un grande archivio poetico una pluralità di voci nelle diverse lingue interpretano i testi scritti rendendo il telefono fisso da strumento oggi desueto di comunicazione sincronica a oggetto simbolico di diffusione poetica su larga scala, e, allo stesso modo, la poesia un evento orale, partecipativo e immerso nel suono. “Dial a poem” diviene un numero di telefono da comporre in ogni paese attraverso il quale nell’edizione italiana curata da Caterina Molteni si può riascoltare la voce di poeti o artisti quali Milo de Angelis, Antonella Anedda, Valerio Magrelli interpretare le proprie composizioni in una inedita lettura.

Poetry in action

Portare la poesia fuori dalla pagina scritta, nei corpi e nelle voci, intrecciandola alla musica, all’improvvisazione o alla performance in diversi luoghi nel mondo; tale  il progetto di ispirazione innovativa voluto da Giorno per la diffusione della poesia legato alla fondazione nel 1965 della Giorno poetry system una piattaforma no-profit dove la parola si intreccia alla musica, alle arti visive nella creazione di reading poetiche e performance di cui restano registrazioni audio e video, poster e fotografie visibili nella sezione della mostra dedicata ai materiali d’archivio.


THANK 4 NOTHING

Nella video-installazione del 2015 realizzata in collaborazione con Ugo Rondinone, compagno dell’artista fino alla sua scomparsa, Giorno è ritratto da diverse angolazioni su duplice schermo attraversando la scena, smoking bianco, ora all’opposto nero mentre interpreta l’omonima poesia su un palcoscenico vuoto rivolgendosi al pubblico virtuale che lo segue da tutta una vita. Il poeta scalzo in smoking elegante si offre agli spettatori completamente immerso nello spazio nudo della scena mentre attraverso la voce, le pause e il respiro, attraverso il  ritmo della parola intona un vero e proprio rito di commiato: un mantra di ringraziamento verso la vita, il mondo, il suo essere poeta nell’intensità emotiva del tempo vissuto. “Thanks for allowing me to be a poet, a noble effort dude”, grazie recita il suo canto, per avermi permesso di essere un poeta, grazie per tutto quanto dato e ricevuto, per le persone incontrate e l’amore scambiato, per il bene e il male, per l’errore e lo sbaglio, per ogni riflesso di vita accaduta e qui convocata. Il grazie va anche a quel “nulla” o vuoto che nella tradizione buddista non è sinonimo di svuotamento ma, al contrario, di una luminosa potenzialità in grado di superare le dicotomie oppositive del pensiero dominante tendendo verso un più alto stato d’illuminazione.

BLACK AND WHITE PAINTINGS & RAINBOW PAINTINGS


Nell’ultima parte del percorso ci imbattiamo in una intera galleria di tele in bianco e nere o a colori dove risuonano e fanno eco l’un l’altro grandi lettere a carattere stamapto di testi poetici brevi a metà tra mantra e slogan pubblicitari dal forte impatto visivo che rivelano e assemblano molteplici influenze nell’opera di Giorno: dalla cultura pop alla contro-cultura dell’avanguardia newyorkese, dalla pratica buddista alle suggestioni politiche contemporanee. In “ Black and white paintings”, il contrasto netto dei caratteri neri su sfondo bianco si imprime agli occhi dello spettatore in modo audace e provocatorio con parole gettate come uno schiaffo in pieno volto, un taglio su una tela, un’incisione volutamente aperta sul bianco della superficie. L’effetto è quello di scuotere, provocare una reazione, un’eco, una risposta emotiva nello spettatore sia essa empatica o oppositiva spesso anche attraverso la scelta di un tono ironico o paradossale in frasi come “I resign myself bying here”( mi rassegno ad essere qui), “life is a killer”, “Bad news is always true”( le cattive notizie sono sempre vere) mentre l’esterno è visto sempre più restringersi e comprimere lo spazio vitale del poeta nelle parole “Space forgets you”( lo spazio ti dimentica).

L’intento performativo si intreccia in Giorno in modo decisivo soprattutto nell’ultima parte della sua vita all’impegno politico, come emerge dalla selezione “Rainbow Paintings” dove l’artista sceglie di utilizzare come sfondo ai propri versi poetici i colori arcobaleno della comunità LGBTQ+ mentre già a partire dagli anni ’80 aveva fondato l’Aids Treatment project a sostegno degli artisti affetti da tale malattia.  Risuonano in questa ultima serie versi profetici che riassumono in qualche modo la poetica sfaccettata e multidimensionale di Giorno capace di unire politica, spiritualità e vita personale. Sono evocate, insieme, l’esperienza del limite e la ricerca di spiritualità in una singola esistenza nonché la volontà di infrangere stereotipi di genere e identità,  convenzioni sociali o ipocriti moralismi. 


Un verso per tutti risuona come lascito alla posterità per Giono :“you got to burn to shine” (“devi bruciare per risplendere) Il poeta evoca nella metafora del fuoco il processo di distruzione e metamorfosi proprie all’esistenza e alla creazione per lasciare libero spazio, infine,  a una poetica della voce_ oltre la pagina scritta_ attraverso il corpo e il respiro che riconduce direttamente al cuore dell’esperienza contemporanea.  

 





mercoledì 4 febbraio 2026

Chagall, il sogno e la storia ( partendo da "Chagall" a Palazzo dei Diamanti, Ferrara)



 

“The only land that is mine is the one within my soul: I enter it without a passport there where my soul is”:  la sola terra che mi appartiene veramente è quella della mia anima” afferma Chagall “dove poter entrare senza passaporto, lì dove la mia anima risiede”.  Con tale citazione si è aperto il percorso espositivo visitabile fino al prossimo 8 febbraio a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dove ancora una volta l’opera di Chagall emerge nella sua potenza di visione, onirica e poetica insieme, in grado di trasfigurare la realtà e ricondurla al puro universo sincretico della sua pittura, forse sua unica vera patria.  Dal legame imprescindibile con la terra russa dell’infanzia, agli anni della giovinezza  sul suolo francese, fino alla fuga negli Stati Uniti durante la guerra Chagall trova forse quell’ unico approdo certo da ogni esilio nello spazio poetico e immaginativo  della propria pittura.

Sono più di 200 le opere esposte nella mostra ferrarese che spazia  in un ampio percorso trasversale esteso nel tempo e nello spazio organizzato più per nuclei tematici che non per eventi cronologici. Dipinti, disegni, incisioni e due installazioni immersive ci restituiscono la lettura inedita di un artista  poliedrico, insieme visionario e ancorato nella storia del XX secolo,“testimone del suo tempo”, come titola la mostra ma dallo sguardo assolutamente immaginativo.



Il filo conduttore soprattutto nella prima sezione, “Eterna Memoria  resta quello della rivisitazione poetica del passato in tele dove la memoria dell’infanzia si fonde costantemente con la cronaca del presente, le radici russe della città natale con i boulevard di Parigi,  la memoria di Bella_ eterna musa e ispiratrice del pittore anche dopo la sua prematura scomparsa_ e quella di Vava nella continuità di un amore che sopravvive al tempo. Infine i riferimenti ai racconti biblici e quelli alle persecuzioni antisemite nel XX secolo si sovrappongono nello sguardo di Chagall dove il tempo è totalmente percepito come interiore e lo spazio ravvicina simboli e volti dal passato al presente in una pittura sempre sospesa tra sogno e memoria.

“In cammino, l’asino rosso” (1978)



Sullo sfondo sono le cupole ortodosse, le casupole di Vitebsk, in primo piano la presenza di animali simbolici dal carattere quasi magico in Chagall come il gallo o l’asino rosso  citazioni della città natale: “l’essenza di quella terra nativa” che sempre permane trasfigurata nelle sue tele. In primo piano il ricordo vivido dell’esilio appare con le tre figure_ citazione biblica degli ebrei nella fuga in Egitto_ ma la visione è  volutamente dissimulata: un asino rosso, le figure viola, il mondo in preda al caos, rovesciato dal tumulto delle persecuzioni. Il tratto appare rapido, breve, incisivo; la prospettiva inesistente, l’atmosfera onirica, quasi dentro una visione dischiusa dallo spiraglio di una serratura.

 



“Nuvola nuda”( 1945/46)



In questa tela del 1945 Bella, moglie e musa ispiratrice di Chagall appare come in un sogno negli anni più difficili e oscuri della sua vita, immediatamente dopo la scomparsa. Un’aurea dorata, splendente avvolge i corpi dei due amanti dentro un abbraccio fusionale sullo sfondo di una città immersa nell’oscurità tra simboli cari a Chagall quali un asino che guarda il cielo suonando un violino e una donna misteriosa avvolta in un manto blu-violaceo ai loro piedi. La città sullo sfondo, coperta da un velo di tristezza e silenzio, si oppone anche visivamente all’alone di luce giallo-brillante intenso che avvolge i due amanti. L’apparizione di lei in sogno, il solo modo per riportarla in vita attraverso la pittura .

“Villaggio con sole offuscato” (1940)


Un sole rosso ingigantito e minaccioso irradia e avvolge in un clima di sospensione e paura tutta la scena. La sposa in bianco è visibile a sinistra in primo piano stretta alle braccia del pittore. Sotto tale cielo rosso d’esilio che emana un senso di inquietudine diffusa solo un pesce guizza con un mazzo di fiori e un saltimbanco fluttua insieme a un violino sullo sfondo di una città immobile e offuscata.

“Exodus” (1947)


“L’esodo” evocato dalla tela di Chagall unisce l’eco del racconto biblico_ la fuga degli ebrei in Egitto_ alla storia contemporanea nell’evento della nave “Exodus”carica di ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista diretta verso la Palestina che nel 1947  fu fatta poi dirottare e rientrare in Europa. La struttura verticale dell’imbarcazione simile a un’arca appena abbozzata carica di esuli si erge sullo sfondo; una fiamma verde avvolge un’anima in fuga  giustapposta alla croce: Cristo crocifisso al centro unendo in modo sincretico Antico e Nuovo Testamento. In primo piano nella più totale assenza di prospettiva ricompare la sposa dal velo bianco con in braccio il bambino, accanto la figura dell’ ebreo errante; il caos come la tragedia di un popolo disperso, perseguitato, in fuga dominano sulla tela. La dimensione altamente simbolica del quadro attraverso pochi tratti essenziali in un ritmo rapido e  sincopato rinvia immediatamente al tema dell’esodo, della persecuzione di interi popoli dal mito alla storia, dal passato al presente  spesso secondo logiche di potere in sé stesse incomprensibili e oscure in una riflessione sull’essere umano che assume qui un carattere universale. 

Affresco all’Opéra Garnier di Parigi




Nell’installazione immersiva di questa sala all’interno di un magico cerchio di luce affiorano e si proiettano a tratti di fronte allo spettatore le figure, i dettagli che compongono l’immenso affresco  sul soffitto dell’Opéra Garnier di Parigi riprodotte e espanse in primissimo piano con l’ausilio dell’immagine digitale. Allo stesso modo la tela “Ricordo del flauto magico”(1976) dello stesso periodo incarna attraverso colori lievi e pastelli rosati tutta la leggerezza del teatro visto come una melodia gioiosa e, insieme, una danza libera. Dentro il profilo di una grande figura alata fluttuano strumenti musicali, un pianoforte, un violino e altri funamboli e danzatori sospesi mentre l’essenza della musica riempie l’atmosfera e lo spirito della scena rendendo omaggio a un senso più lieve dell’esistenza.

Parigi dopo l’esilio



Negli anni cinquanta Chagall ritorna nella capitale francese dopo un lungo periodo di esilio forzato, pubblicando una serie di litografie dal titolo “Parigi”sulla rivista “Derrière le miroir” (1954). Sempre più la città con la quale mantiene il legame di tutta una vita diviene “riflesso del suo cuore”, luogo interiore dove le più note architetture emergono come forme essenziali e vivide nella sua visione, metamorfosi poetiche in  una ritrovata libertà espressiva. Raggiunta la piena maturità artistica Chagall riesce a rendere la memoria personale linguaggio universale; “oltre lo specchio” il sole diventa rosso infuocato e la città immersa in un verde smeraldo fiorito, in definitiva dentro una storia rivisitata a distanza in una visione totalmente immaginativa e  propria attraverso il colore.

 “La sposa sopra Parigi” appare immersa nella bianchezza del campo cromatico dominante, sinuosa con il figlioletto vicino,  avvolta nel candore della maternità. La figura iconica emerge sospesa come in una sacra rappresentazione sulla densa atmosfera mentre la città si intravvede ai suoi piedi; il violista, gli animali cari a Chagall a lato in un’inedita interpretazione.

Volti e riflessi



L’io non è mai ciò che appare in Chagall là dove l’identità emerge in questa serie di volti e ritratti influenzati dalle sperimentazioni delle avanguardie come, complessa e sfaccettata. Nei suoi ritratti più innovativi compaiono  per esempio due profili dello stesso volto che si guardano, volti che si sovrappongono, immagini che si moltiplicano nel tentativo di comprendere l’essere umano come complessità irriducibile a un’univoca rappresentazione. Mentre l’eco del periodo blu picassiano risuona in diverse di queste tele ispirate al mondo circense la duplicità si manifesta emblematicamente nell’immagine della maschera del clown: la sua smorfia  buffa nasconde la fatica dell’esistenza, le acrobazie dei saltimbanchi la precarietà del vivere quotidiano mentre un uso sempre più pervasivo del colore restituisce da una tela all’altra stati emotivi mutevoli quanto l’animo   umano.

I quadri e i loro riflessi attraverso specchi posizionati nella sala si confondono con quelli dei visitatori in una molteplicità di volti sdoppiati  volutamente in questa sezione.  “La sposa dai due volti” ( 1927)per esempio- la tela più emblematica della mostra- rivela ambiguamente sfaccettature inedite dell’essere umano: là, il maschile e il femminile, la luce e l’ombra, il volto e la maschera coesistono l’uno di fronte all’altro nella sposa vestita con un abito bianco e lungo sulla nudità dei seni scoperti e accanto a un mazzo rose espanse e fiorite.

Le vetrate di Hadassah (1960-62)  





Un’atmosfera densa e misteriosa contraddistingue  l’istallazione immersiva alla fine della mostra che presenta le dodici vetrate realizzate da Chagall per la sinagoga di Gerusalemme tra il 1960-62 combinando temi dell’iconografia biblica con la straordinaria potenza cromatica  voluta da Chagall. La luce potente e immateriale filtra attraverso le vetrate intarsiate nei temi del rosso, del blu , del verde o del giallo immerse dentro la più totale oscurità della galleria sulle note ipnotiche del compositore Durand mutevoli cangianti come la luce che vi passa attraverso a seconda dei momenti del giorno. Tale ancora una volta la visione poetica , totalmente soggettiva e immersa nel colore di Chagall.

La Pace (1949)


Un messaggio di pace è scelto simbolicamente a conclusione della mostra. “La pace” dipinto del 1949 all’indomani della guerra e dell’esilio, al ritorno in Europa dopo il lungo periodo americano affida il proprio messaggio di speranza a una colomba bianca espansa in primissimo piano ,macchiata del rosso del sangue versato. In basso riemergono i profili dei tetti di Vitebsk legame imprescindibile con l’infanzia russa, a lato la coppia degli amanti incarnando la forza dell’amore che muta e si preserva attraverso il tempo , infine un libro aperto sulle cui pagine si leggono “la vie”, “la paix”. Qui, ancora una volta in Chagall, la metamorfosi poetica trasforma e colora la realtà anche nei suoi frangenti più dolorosi mentre l’amore e la memoria restano le uniche armi contro l’oblio.







domenica 4 gennaio 2026

Jeff Wall, “Living, working, surviving” ( al Mast di Bologna)

 

















“ The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine  perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le cornici luminose di Jeff Wall fotografo canadese esposto al Mast di Bologna fino al prossimo 8 Marzo nella personale “Living, working, surviving”:  una selezione di vent’otto opere in grande formato tra “lightbox” e stampe a colori o in bianco e nero che ripercorrono gran parte del suo lavoro artistico dagli anni ottanta ad oggi.  Le lightbox si presentano perlopiù come enormi diapositive illuminate a neon simili alle insegne tipiche delle fermate dei mezzi di trasporto pubblici nel nord America. Si ergono espanse lì di fronte ai nostri occhi come volessero portarci dentro l’immagine, nella sua immediatezza di una quasi tridimensionalità di visione su semplici fatti quotidiani ma più spesso su scene ricostruite in studio che mostrano eventi mai accaduti ispirati al reale. 


I lightbox in cui ci imbattiamo nel percorso espositivo solo lì a rivelarci qualcosa come si trattasse di cornici luminose verso cui il nostro occhio è attratto, costretto a soffermarsi, quasi ci trovassimo di fronte a una composizione “cinematografica, dettagliata della scena che richiama impliciti riferimenti ai grandi maestri della pittura classica da Velasquez a Delacroix. I soggetti spaziano nella vastità della gamma umana dalla classe media agli individui più marginali, dai gesti del quotidiano posti sotto una lente di ingrandimento alle contraddizioni della società contemporanea sullo sfondo urbano di conflitti economici e sociali. Tali “circostanze” fotografiche emergono senza mai un’aperta presa di posizione critica dell’artista. Come afferma Jeff Wall: “queste immagini possono considerarsi un  momento di verità sociale ottenuto grazie agli strumenti della poesia”.

The Well ( Il pozzo, 1989)


Scavare un pozzo nella scena ricostruita in dettagli iperrealisti_ vediamo una giovane donna colante di sudore intenta a aprire un varco al suolo con una pala e un piccone_ è forse l’atto ermeneutico di andare a fondo, cercando dentro quella superficie piatta e incolore di anonima realtà . Scavare, estrarre, portare alla luce è, ancora, aprire una strada, cercare un varco verso un pozzo d’acqua sotterranea, una sorgente di vita cui abbeverarsi. Siamo letteralmente trasportati dentro l’immagine, in questa scena fittizia a colori vivi illuminata a giorno da un’intensa luce a neon, ingigantita e ricreata di fronte ai nostri occhi simile a un varco concettuale aperto lì per porre lo spettatore di fronte a un interrogativo, un nodo problematico che inevitabilmente tende a innescare una riflessione critica sulla realtà .

A Vancouver, ancora in “Still Creek”è la trasparenza irradiante dell’acqua di un fiume visto attraverso il suo scorrere sotto un ponte in striature argentee e rossicce, scintillanti sotto un sole di ghiaccio. E’ ancora nel punto di vista scelto dal fotografo  l’idea di cercare un passaggio, percorrere un tunnel sotterraneo che conduca o riveli qualcosa fino ad allora non visto o escluso dal campo della visione qui attraverso il lussureggiante svelarsi della natura  o lo scorrere lucente delle acque.

“Sunseeker” (2021)
















In cerca di sole, gli occhi chiusi, la donna seduta in postura meditativa sopra il cruscotto di un’auto attende che il sole si posi sulle sue palpebre socchiuse come una carezza, dolce e di quiete in una ancora fredda mattinata invernale.  Attende, osserva, chiude gli occhi cercando quello stato di contemplazione silenziosa della mente, di estatica pausa dai sensi e dal turbinante moto ondoso del pensiero. Siamo portati dentro l’immagine attraverso la posa raccolta della donna a quel momento di distacco dall’io e di pura contemplazione dell’esistere, nel primo raggio di sole invernale.

Un uomo in strada: due fotogrammi ricostruiscono l’immagine in una quasi sequenza filmica. L’uomo appare ferito sul volto, sanguinante nelle mani, colpito forse in faccia da un pugno oppure finito in strada per qualche sconosciuto motivo in una sequenza quasi filmica della scena a colori . Non esiste un collegamento tematico evidente tra le diverse fotografie del percorso espositivo quanto per Wall la necessità di produrre questa esperienza immersiva, in altre parole di condurre lo spettatore dentro la scena come dentro un’immagine in 3D espansa in grandi dimensioni di fronte ai nostri occhi. Simile all’entrare in un tunnel segreto o tuffarsi in un’immersione improvvisa  nel varco che l’immagine o l’installazione lascia intravvedere.

Office Hallway ( Spring Street, Los Angeles 1997)

















Un corridoio visto in controluce, un gioco d’ombre oscure si delinea dove porte di uffici  simili l’una all’altra si aprono come forme squadrate in controluce. La scena evoca l’idea di essere precipitati dentro un cunicolo dal quale difficilmente l’individuo vagando a testa bassa possa trovare una via d’uscita  intrappolato dentro quell’antro oscuro in  un gioco d’ombre che rinviano l’una all’altra senza possibile via di fuga.


Le grandi stampe fotografiche

Nell’ultima parte della mostra siamo confrontati a stampe in grande formato perlopiù in bianco e nero che occupano l’intere pareti delle sale espositive. Wall rivendica qui l’idea di una totale “libertà artistica” per la fotografia lasciando che l’immagine sia “ pura energia soggettiva”, nell’implicazione personale e istantanea dello sguardo di chi la riceve come fosse posto di fronte a una composizione ambigua e sfaccettata, un enigma concettuale che lascia volutamente allo spettatore l’ultima parola.

“The Cyclist” ( 1996)

















E’ la composizione istantanea di un corpo nello spazio su uno sfondo oscuro lì nella stampa in bianco e nero. E’ un uomo accasciato su una vecchia bicicletta  addormentato, forse ubriaco o abbandonato a sé stesso sotto un ponte, colto in quel momento di assenza dalla vita, di disperazione in fondo a un tunnel oscuro dove ancora una volta il fotografo si affaccia e ci lascia gettare il suo sguardo intimo e insieme impersonale, sprovvisto di ogni esplicita critica o giudizio sociale.  Sulla parete opposta “un sollevatore di pesi”( 2015) è colto nel momento che precede lo sforzo disumano del sollevamento, nella concentrazione dell’attimo presente, nella forza estrema dei muscoli in tensione un istante prima della presa del carico. Ancora nell’immagine successiva in bianco e nero traspare l’abnegazione, l’umiltà, la presenza semplice ed essenziale di un volontario in un centro diurno lavando il suolo con uno straccio lercio e consunto. Un gesto quotidiano come prestare servizio in un luogo pubblico desolato dove  individui ai margini della società stazionano viene posto sotto una lente di ingrandimento fotografico quasi quella realtà venisse volutamente ingigantita e esposta al rallentatore nella più totale sospensione di giudizio.



















In “Overpass (“Cavalcavia”, 2001) sono individui di schiena visti partire, allontanandosi a piedi su questo enorme ponte in cemento in primo piano. Camminano rapidi sul grigio dell’asfalto dando a noi le spalle con i loro bagagli di vita e di speranze, lavoratori in trasferta o migranti non sappiamo verso dove, uomini e donne che come molto spesso avviene oggi sono visti spostarsi in fuga o in viaggio, per necessità o per scelta, per una qualche “circostanza” di vita che si realizza e diviene qui immagine fotografica, significante in un proprio senso poetico.

Le ultime stampe in grande formato della mostra focalizzano sulla realtà sociale sordida dei sobborghi nella provincia canadese. Povertà, indigenza, squallore fisico e morale trapelano nel retro di abitazioni fatiscenti date in affitto. In “Rear 304”è l’immagine di una ragazzina chiusa fuori, esclusa forse dai rumori di una lite o altro che sta avvenendo all’interno mentre vediamo la sua figura sul retro del cortile appoggiata alla porta dalla cui fessura  intravvede la scena all’interno senza poter far altro che subire, aspettare, restare lì inerte; percependo tutto dal buco rotto di una serratura.  Trapelano, ancora una volta attraverso l’immagine  enigmatica lasciataci da Wall  le contraddizioni delle classi urbane più marginali in scorci di esistenze che si intravvedono nei sobborghi più esterni della città. Immersi nell’apatia e nello squallore di una realtà che in sé stessa appare impossibile a cambiarsi.