Barcellona
sfolgorante e vitale attraverso lo sguardo dei grandi artisti che l’anno
rappresentata è la protagonista indiscussa della mostra “da Gaudi a Picasso.
Capolavori della collezione Carmen Thyssen” attualmente esposta a Palazzo
Albergati di Bologna fino al prossimo 29 marzo 2027. Il percorso appare fissare lo sguardo su una
città che cambia e si trasforma radicalmente dalla fine dell’ottocento ai primi
del ‘900 abbracciando la modernità e come tale la rivoluzione dell’arte messa
in atto da artisti fondamentali quali Picasso, Dalì o Mirò ai loro esordi
nonché dagli illustri maestri come Gaudì, Casas ecc. Viaggio affascinante alla
scoperta della pittura catalana di inizio XX secolo dove l’installazione multimediale
all’ingresso del percorso sembra ricondurci in un salto indietro nel tempo. Le
architetture fantasmagoriche di Gaudì che ancora oggi plasmano in modo imprescindibile
il volto di Barcellona, i suoi palazzi pittoreschi e fantasiosi appaiono ingigantiti
e proiettati a specchio sulle pareti della prima sala. Lo stile Art Nouveau ci
riporta a quel tempo di inizio secolo dove forme organiche e fluide ispirate
alla natura si riflettono in rifrazioni di luce insieme agli ori, i rossi, i
gialli o i blu di un mondo desueto nei primi del ‘900 in Spagna.
Il
viaggio della pittura catalana si snoda nella mostra in quattro grandi momenti
storici: si parte dalle vedute ancora di tipo realista/naturalista dominate da
vivaci mercati, lo sfolgorio delle luci nel porto, nevicate che imbiancano la
costa e la vita borghese della città. Ci si addentra poi nel pieno Modernismo
spagnolo incentrato intorno al Caffè “Quatre Gats” ritrovo di giovani artisti
bohemien che si spostano tra Parigi e Barcellona; lì la creatività, il fervore
di nuove idee e l’energia di un mondo in
trasformazione si incrociano insieme ai pittori della giovane generazione e l’arte
prende la via di una ricerca personale e cosmopolita sulla scia
dell’avanguardia europea. Segue la parentesi luminosa del Neucentisme con
pittori come Joaquim Sunyer che invoca un ritorno all’ordine, alla classicità e
all’eleganza inondata dalla luce calda e dalle atmosfere serene del
Mediterraneo; si approda, infine, definitivamente alla rottura delle
Avanguardie nella più totale libertà espressiva tra astrazione, surrealismo e
cubismo con artisti come Mirò e Picasso.
Luis
Graner, “Scena portuale”(1890) e,
Santiago Rusiñol “La croce di confine”( 1892)
Nella
visione dal sentore quasi impressionista
della città a distanza, i riflessi delle luci nel porto si confondono nella
semi-oscurità del tramonto e le barche attraccate al molo si cullano l’una con l’altra nello sfolgorio delle luci
serali sullo sfondo. A distanza la vita rifulge vaga, indistinta eppure colma
di attese.
La
veduta di Sitges un piccolo borgo affacciato sul mar Mediterraneo: una strada
deserta, uno spiazzo bianco e vuoto in primo piano, il profilo chiaro del borgo
lontano sullo sfondo e, al centro, una croce di confine vista attraverso il suo
riflesso nel controluce bianco. Un cagnetto randagio riposa all’ombra a lato.
Sotto la luce intensa del mezzogiorno nel Mediterraneo la tela appare come una
contemplazione silenziosa del paesaggio nel silenzio pervasivo di quello spazio
meditativo, bianco e vuoto aperto dalla pittura.
Isidre Nonell, “Gitane “ (1902-1905) e Ramon Pichot, “Tre amiche”( 1898)
Nella
serie “gitane” Nonell si concentra su figure femminili perlopiù marginali nei
quartieri poveri di Barcellona: donne abbandonate a sé stesse, immerse in
tonalità oscure o bluastre, colte con sguardo introspettivo e mai scontato,
sovente segnate da un velo di profonda malinconia. Una giovane donna incinta
ripiegata su sé stessa si staglia contro il paesaggio brullo sotto un cielo
crepuscolare; il contorno marcato del suo profilo nell’oscurità accentua insieme
all’angoscia l’isolamento e la povertà dell’ardua condizione sociale.
Da
un altro punto di vista in Ramon Pichot tre volti di donne andaluse, tre figure
differenti e complementari sembrano ricomporsi in un equilibrio perfetto di
forme e colori in “Tre amiche”. Vestite con abiti tradizionali spagnoli
all’interno di un giardino
dell’Andalusia celebrano nel primo Modernismo catalano gli archetipi
tradizionali rivisitati in chiave moderna. Ancora una volta sono «Manolas»,
giovani gitane ma, questa volta, avvolte in sontuosi scialli decorati di Manila
e grandi fiori tra i capelli in una
celebrazione della bellezza e dell’unicità femminile sui loro volti espressivi.
La scelta del colore à plat, l’equilibrio e l’armonia dell’insieme tra le
figure eleganti e sospese rinvia a una dimensione prettamente simbolista.
Uno
spazio particolare è dedicato nella mostra alla figura di Antoni Gaudì nella
ricorrenza del centenario della sua morte (1926-2026)attraverso un’installazione
multimediale consacrata alle sue opere nell’anno del completamento della
Sagrada Familia a Barcellona. Lui, genio
indiscusso e visionario di un’architettura nuova all’inizio del 900 in Spagna
ha saputo conciliare la più totale libertà creativa, una concezione organica
ispirata alla natura con l’osservazione e lo studio rigoroso delle forme
architettoniche in un progetto di estrema complessità quale la maestosa ed
eclettica cattedrale ancora oggi icona della cultura spagnola.
Joan
Cardona, «giovani parigine» (1903) e Ramon Casas, «Arlecchino» ( s.d.)
Due giovani donne dell’alta borghesia parigina sedute in un café ritratte come protagoniste al centro della tela: grandi cappelli piumati, lunghi abiti dai toni caldi e avvolgenti, il giallo e arancio sulle piume di una pelliccia bianca. Siamo nel fulcro della Belle Epoque parigina dominata dall’ottimismo e la vitalità di una classe agiata al centro di una vita mondana e gioiosa che non teme ancora la minaccia di una Grande guerra. Del modernismo catalano sono i colori vibranti, la pennellata fluida e corposa, infine la fascinazione per la capitale francese punto di riferimento per la nuova arte in quel costante interscambio tra Parigi e Barcellona in cui transitano i giovani artisti.
Un
«Arlecchino» desueto ritratto come
figura seduta in primo piano all’esterno appare nella tela di Casas: il volto
ricoperto di bianco , il copricapo nero, un fiore rosso sull’abito a rombi appena
accennati. Solitario in questa posa è
colto appena uscito di scena accasciato a riposare. La maschera nuda di sé
stesso trapela in un momento di solitudine e abbandono, là dove la maschera
della commedia dell’arte cede il posto alla nudità dell’artista e
dell’individuo: saltimbanco e insieme malinconico e solitario giocoliere della vita.
Le
avanguardie
Le
prime opere di Jean Mirò, gli esordi di
Salvador Dalì e la ricerca pittorica di artisti come Josep de Togores
aprono nuove vie di espressione legate al rinnovamento del linguaggio dell’arte
sia in senso surrealista che su un versante più astratto o cubista là dove Barcellona
si ricongiunge alle correnti internazionali dell’Avanguardia a inizio XX secolo.
Jean
Mirò, «Eremo di Sant Joan de Horta»( 1917) e Salvador Dalì, « Natura morta
d’avanti a una finestra»(1920)
Il legame profondo e viscerale del giovane Mirò alla ricerca ancora di un proprio stile con la terra catalana e i suoi paesaggi spirituali immersi nella natura permane al centro di questa tela di chiara influenza fauvista. L’eremo si staglia immerso nello sfondo naturalistico ma il luogo assume una presenza simbolica attraverso l’uso di colori vivaci, saturi e puri in una semplificazione volumetrica delle forme di impronta cezanniana. In «Natura morta davanti a una finestra» Salvador Dalì allo stesso modo mostra la scena all’interno dove degli oggetti sul tavolo sono collocati mentre attraverso la finestra aperta si scorge all’esterno la baia di Cadaqués, un’unica striscia di blu intenso quanto il Mediterraneo. Oltre la finestra, la fitta vegetazione dei rami rossastri e il fogliame verde scuro. Appare visibile l’influenza del post-impressionismo nei contorni sfumati e nella scelta cromatica di colori vividi che ritroveremo nei futuri quadri surrealisti di Dalì, infine il rifrangere della luce sul vetro e sulla tovaglia nella strutturazione geometrica di Cézanne.
Joan
Mirò, “Donna e cane di fronte alla luna”,(1935), “
due donne”(1931) e
“personaggi su fondo nero”(1948)
In
una tavolozza dai colori primari , giallo, rosso , blu o nero definiscono il
contorno astratto della donna, del cane e gli altri elementi celesti in chiave
onirica e simbolica. L’immagine resta aperta, le forme biomorfe ed elementari,
le linee sinuose là dove sulla tela è il segno, attraverso linee spontanee e
colori complementari a divenire “scrittura pittorica” di un universo astratto
fatto di immaginazione e poesia.
Sono
due linee aperte che sfociano l’una nell’altra dando vita a un sistema astratto
di energia e segno pittorico. “Due donne”sono forme primitive e linee fluide
che proseguono l’una nell’altra, infine geometrie essenziali del rosso e del
blu combinate con segni neri su uno sfondo neutrale. Ancora, in “Personaggi su
sfondo nero” è la totale libertà espressiva a generare sulla tela una danza di
astri, linee filiformi ed elementi zoomorfi su sfondo nero. In tale spazio
mentale i segni non descrivono una realtà ma delimitano un universo poetico, o
meglio lo inventano, lo abitano, lo plasmano a propria misura. Come altrove nella composizione “pittura” pochissimi segni essenziali fluttuano
su uno sfondo materico marrone-ocra: una stella blu cosmica a quattro punte,
una forma bianca e leggera come una foglia, un piccolo occhio giallo che ricorda
una cellula o un embrione. Insieme creano un sistema aperto dando vita allo
spazio indefinito del sogno o dell’inconscio: una calligrafia libera che oscilla costantemente tra scrittura, danza e un
tracciato di costellazioni cosmiche.
Picasso,
Autoritratto (1967 guache e inchiostro di china su carta)
Il
volto può essere letto come “luogo del dolore” in questo autoritratto tardivo
di Picasso, l’opera forse più iconica a chiusura della mostra; è un campo aperto
dove l’intensità drammatica di un momento storico preciso _la repressione
franchista in Spagna_ e l’introspezione psicologica si riflettono in una
singolare rappresentazione del sé. Il ritratto, quasi monocromo, sfrutta le
sfumature dominanti del nero, del grigio e del bluastro che creano ombre pregnanti
sul volto mentre una linea nera ne marca
indissolubilmente il confine. La
scomposizione in linee stilizzate del
naso, della fronte o della bocca di derivazione post-cubista si contrappone all’intensità
emotiva dello sguardo, vivo, intenso, abitato. Come in altri noti ritratti di
donne legate alla vita di Picasso, anche in questo caso, il volto diviene quel
campo di sperimentazione totale dove l’artista scompone e reinventa
costantemente la figura umana, perfino sé stesso; la divora e la assimila rigurgitandola
come pura ricerca di forme pittoriche che, allo stesso tempo, riflette le angosce
e le speranze di un’epoca.


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