Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fotografia. Mostra tutti i post

domenica 4 gennaio 2026

Jeff Wall, “Living, working, surviving” ( al Mast di Bologna)

 

















“ The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine  perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le cornici luminose di Jeff Wall fotografo canadese esposto al Mast di Bologna fino al prossimo 8 Marzo nella personale “Living, working, surviving”:  una selezione di vent’otto opere in grande formato tra “lightbox” e stampe a colori o in bianco e nero che ripercorrono gran parte del suo lavoro artistico dagli anni ottanta ad oggi.  Le lightbox si presentano perlopiù come enormi diapositive illuminate a neon simili alle insegne tipiche delle fermate dei mezzi di trasporto pubblici nel nord America. Si ergono espanse lì di fronte ai nostri occhi come volessero portarci dentro l’immagine, nella sua immediatezza di una quasi tridimensionalità di visione su semplici fatti quotidiani ma più spesso su scene ricostruite in studio che mostrano eventi mai accaduti ispirati al reale. 


I lightbox in cui ci imbattiamo nel percorso espositivo solo lì a rivelarci qualcosa come si trattasse di cornici luminose verso cui il nostro occhio è attratto, costretto a soffermarsi, quasi ci trovassimo di fronte a una composizione “cinematografica, dettagliata della scena che richiama impliciti riferimenti ai grandi maestri della pittura classica da Velasquez a Delacroix. I soggetti spaziano nella vastità della gamma umana dalla classe media agli individui più marginali, dai gesti del quotidiano posti sotto una lente di ingrandimento alle contraddizioni della società contemporanea sullo sfondo urbano di conflitti economici e sociali. Tali “circostanze” fotografiche emergono senza mai un’aperta presa di posizione critica dell’artista. Come afferma Jeff Wall: “queste immagini possono considerarsi un  momento di verità sociale ottenuto grazie agli strumenti della poesia”.

The Well ( Il pozzo, 1989)


Scavare un pozzo nella scena ricostruita in dettagli iperrealisti_ vediamo una giovane donna colante di sudore intenta a aprire un varco al suolo con una pala e un piccone_ è forse l’atto ermeneutico di andare a fondo, cercando dentro quella superficie piatta e incolore di anonima realtà . Scavare, estrarre, portare alla luce è, ancora, aprire una strada, cercare un varco verso un pozzo d’acqua sotterranea, una sorgente di vita cui abbeverarsi. Siamo letteralmente trasportati dentro l’immagine, in questa scena fittizia a colori vivi illuminata a giorno da un’intensa luce a neon, ingigantita e ricreata di fronte ai nostri occhi simile a un varco concettuale aperto lì per porre lo spettatore di fronte a un interrogativo, un nodo problematico che inevitabilmente tende a innescare una riflessione critica sulla realtà .

A Vancouver, ancora in “Still Creek”è la trasparenza irradiante dell’acqua di un fiume visto attraverso il suo scorrere sotto un ponte in striature argentee e rossicce, scintillanti sotto un sole di ghiaccio. E’ ancora nel punto di vista scelto dal fotografo  l’idea di cercare un passaggio, percorrere un tunnel sotterraneo che conduca o riveli qualcosa fino ad allora non visto o escluso dal campo della visione qui attraverso il lussureggiante svelarsi della natura  o lo scorrere lucente delle acque.

“Sunseeker” (2021)
















In cerca di sole, gli occhi chiusi, la donna seduta in postura meditativa sopra il cruscotto di un’auto attende che il sole si posi sulle sue palpebre socchiuse come una carezza, dolce e di quiete in una ancora fredda mattinata invernale.  Attende, osserva, chiude gli occhi cercando quello stato di contemplazione silenziosa della mente, di estatica pausa dai sensi e dal turbinante moto ondoso del pensiero. Siamo portati dentro l’immagine attraverso la posa raccolta della donna a quel momento di distacco dall’io e di pura contemplazione dell’esistere, nel primo raggio di sole invernale.

Un uomo in strada: due fotogrammi ricostruiscono l’immagine in una quasi sequenza filmica. L’uomo appare ferito sul volto, sanguinante nelle mani, colpito forse in faccia da un pugno oppure finito in strada per qualche sconosciuto motivo in una sequenza quasi filmica della scena a colori . Non esiste un collegamento tematico evidente tra le diverse fotografie del percorso espositivo quanto per Wall la necessità di produrre questa esperienza immersiva, in altre parole di condurre lo spettatore dentro la scena come dentro un’immagine in 3D espansa in grandi dimensioni di fronte ai nostri occhi. Simile all’entrare in un tunnel segreto o tuffarsi in un’immersione improvvisa  nel varco che l’immagine o l’installazione lascia intravvedere.

Office Hallway ( Spring Street, Los Angeles 1997)

















Un corridoio visto in controluce, un gioco d’ombre oscure si delinea dove porte di uffici  simili l’una all’altra si aprono come forme squadrate in controluce. La scena evoca l’idea di essere precipitati dentro un cunicolo dal quale difficilmente l’individuo vagando a testa bassa possa trovare una via d’uscita  intrappolato dentro quell’antro oscuro in  un gioco d’ombre che rinviano l’una all’altra senza possibile via di fuga.


Le grandi stampe fotografiche

Nell’ultima parte della mostra siamo confrontati a stampe in grande formato perlopiù in bianco e nero che occupano l’intere pareti delle sale espositive. Wall rivendica qui l’idea di una totale “libertà artistica” per la fotografia lasciando che l’immagine sia “ pura energia soggettiva”, nell’implicazione personale e istantanea dello sguardo di chi la riceve come fosse posto di fronte a una composizione ambigua e sfaccettata, un enigma concettuale che lascia volutamente allo spettatore l’ultima parola.

“The Cyclist” ( 1996)

















E’ la composizione istantanea di un corpo nello spazio su uno sfondo oscuro lì nella stampa in bianco e nero. E’ un uomo accasciato su una vecchia bicicletta  addormentato, forse ubriaco o abbandonato a sé stesso sotto un ponte, colto in quel momento di assenza dalla vita, di disperazione in fondo a un tunnel oscuro dove ancora una volta il fotografo si affaccia e ci lascia gettare il suo sguardo intimo e insieme impersonale, sprovvisto di ogni esplicita critica o giudizio sociale.  Sulla parete opposta “un sollevatore di pesi”( 2015) è colto nel momento che precede lo sforzo disumano del sollevamento, nella concentrazione dell’attimo presente, nella forza estrema dei muscoli in tensione un istante prima della presa del carico. Ancora nell’immagine successiva in bianco e nero traspare l’abnegazione, l’umiltà, la presenza semplice ed essenziale di un volontario in un centro diurno lavando il suolo con uno straccio lercio e consunto. Un gesto quotidiano come prestare servizio in un luogo pubblico desolato dove  individui ai margini della società stazionano viene posto sotto una lente di ingrandimento fotografico quasi quella realtà venisse volutamente ingigantita e esposta al rallentatore nella più totale sospensione di giudizio.



















In “Overpass (“Cavalcavia”, 2001) sono individui di schiena visti partire, allontanandosi a piedi su questo enorme ponte in cemento in primo piano. Camminano rapidi sul grigio dell’asfalto dando a noi le spalle con i loro bagagli di vita e di speranze, lavoratori in trasferta o migranti non sappiamo verso dove, uomini e donne che come molto spesso avviene oggi sono visti spostarsi in fuga o in viaggio, per necessità o per scelta, per una qualche “circostanza” di vita che si realizza e diviene qui immagine fotografica, significante in un proprio senso poetico.

Le ultime stampe in grande formato della mostra focalizzano sulla realtà sociale sordida dei sobborghi nella provincia canadese. Povertà, indigenza, squallore fisico e morale trapelano nel retro di abitazioni fatiscenti date in affitto. In “Rear 304”è l’immagine di una ragazzina chiusa fuori, esclusa forse dai rumori di una lite o altro che sta avvenendo all’interno mentre vediamo la sua figura sul retro del cortile appoggiata alla porta dalla cui fessura  intravvede la scena all’interno senza poter far altro che subire, aspettare, restare lì inerte; percependo tutto dal buco rotto di una serratura.  Trapelano, ancora una volta attraverso l’immagine  enigmatica lasciataci da Wall  le contraddizioni delle classi urbane più marginali in scorci di esistenze che si intravvedono nei sobborghi più esterni della città. Immersi nell’apatia e nello squallore di una realtà che in sé stessa appare impossibile a cambiarsi.   

                                                                   

 

 

 

giovedì 3 novembre 2022

Civilization ( fotografia, Musei San Domenico, Forlì)








Vivere, sopravvivere o diversamente buon vivere,  in questa dicotomia obbligata e, insieme sentiero che biforca in contrastanti  direzioni sembra porsi la scelta obbligata della società a noi contemporanea così come il nodo focale della mostra attualmente a Forlì, Civilization. Come se la nostra civiltà planetaria giunta ormai al ventunesimo secolo debba fermarsi di fronte a un bivio irreversibile  tra innovazione tecnologica_ un avanzamento digitale senza precedenti_ dall’altra parte, la minaccia di sopravvivenza per quella stessa umanità  messa di fronte a processi irreversibili e distruttivi da essa  stessa generati. Basta solo enumerare i molteplici e deleteri mutamenti della superficie terrestre, la  manipolazione distruttiva delle sue risorse o le derive ambientali che giorno dopo giorno continuano a mettere in discussione la sussistenza del nostro pianeta, i suoi abitanti ed ecosistema.  Inedita alternativa che si prospetta rispetto a tale dicotomia è quella citata nell’ultima parte del titolo, la scelta del “buon vivere”, scelta consapevole di un ritorno a una sorta di equilibrio planetario ristabilito, altra via percorribile rispetto a quella attuale nella progettazione delle nostre società presenti e future. Trecento immagini e centotrenta fotografi provenienti da oltre 30 paesi nel mondo raccontano e riflettono, esaminano e attraversano i nodi focali di tale attualità spesso conflittuale da molteplici prospettive e luoghi del mondo.

Lo strumento di comunicazione forse più immediato e universale oggi per rappresentare e condividere storie e scorci del nostro presente è la fotografia, digitale e non, alla portata di tutti, intuitiva e immediata nel suo modo di riflettere e raccontare, immortalare e interrogare la realtà contemporanea al crocevia tra ricerca estetica e riflessione politica.  Otto sezioni, otto temi conduttori all’interno di Civilization ci permettono di navigare attraverso la miriade di scatti proposti, tra esponenti cardine della fotografia internazionale ( Burtynsky, Hofer, Mosse) e artisti emergenti o meno noti del panorama italiano e oltre.


Alveare, ( Hive) il primo tema esplora il reticolo, l’agglomerato tentacolare, le reti urbane che danno forma alle civiltà moderne e ai loro sottotesti architettonici nei quali le città si articolano ed espandono oggi. Si passa, poi, al concetto di flusso ( flow) quale “ i movimenti visibili e invisibili delle persone, delle merci e delle idee attraverso il mondo contemporaneo”. Si giunge, infine, al tema della persuasione ( Persuasion) e del controllo l’uno esponendo i meccanismi subliminari di manipolazione e influenza da parte dei media, pubblicità e social network, l’altro come l’aperta sorveglianza nell’esercizio del potere in varie parti del mondo, la Russia per citare l’esempio più palese.  A ciò si oppone l’estremo della rottura ( “disrupture”) altro concetto cardine di Civilization come tutto ciò che rompe l’ordine o la struttura in essere di un sistema costituito sia esso una guerra come quella attuale in Ucraina o ogni conflitto interno a un paese che conduce a massicci flussi migratori, infine l’evento pandemico che ha colpito la sfera globale. Fuga ( “escape”)nella sala seguente rappresenta l’antitesi occidentale, la risposta di evasione e fuga dal reale in meccanismi inibitori che sfociano negli eccessi dell’industria del divertimento senza limiti dell’occidente. Infine con “Next”, oltre,  il percorso si conclude con un punto di sospensione, una domanda aperta  e senza risposta sul “ e poi”, ciò  che viene dopo rispetto a questo presente raccontato in molteplici sfaccettature e contraddizioni. Ci sono i nuovi orizzonti aperti dalle intelligenze artificiali, la robotica e le sempre più audaci esplorazioni dello spazio  nella caleidoscopica visione futurista del ventunesimo secolo ma anche le sacche di marginalità e miseria, i flussi di popoli in fuga da guerra e carestie dall’altra parte del pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, i sentieri che biforcano o le vie possibili percorribili per la nostra prossima umanità raccontata per immagini nelle molteplici visioni di  Civilization. 


1-Alveare: “Favelas nella periferia di Bombai”, R. Polidori

La tentacolare città indiana nella periferia di Bombai è vista come una distesa caotica e polimorfa di costruzioni precarie e tetti di lamiera che occupano completamente l’altopiano e si estendono fin dove lo guardo può arrivare senza lasciare uno spiraglio, un respiro, un attimo di tregua a chi guarda. Emanano un senso di saturazione, di affollamento ma anche un groviglio disordinato di forme difficili da ricondurre a un disegno preciso mentre in un altro quadro astratto di Cyril Porchet, “folla”,  l’idea di affollamento è vista come un concetto dinamico, un movimento ribollente di guizzi e colori simili a un vortice che si riavvolge su sé stesso, verso il proprio centro mentre l’arancio, il rosso e il giallo finiscono per ingurgitare tutti gli altri colori.

Nella sezione  “Soli insieme” la ricerca di socialità nella metropoli va di pari passo con il senso di solitudine dilagante e quello di interdipendenza rispetto ai propri simili. Florian Bohm in “wait for walk”, (attendere prima di attraversare) rappresenta una folla di persone anonime, oscure e indaffarate, ferme a un attraversamento pedonale sulla 5 strada di New York; ciascuno preso nel proprio piccolo universo di vita, indifferente agli altri e tuttavia parte di una composizione più grande che viene a disegnarsi malgrado sé stessa in quello scatto fotografico perfetto. Persone in cammino sul bordo della stessa indifferenza e tuttavia viste in un quadro poliedrico, in una composizione mista di etnie, provenienze e ceti, specchio della nostra società d’oggi.

2- Solitudini a confronto

Peter Hugo in “there is a place in hell for me and my friends” riprende in primo piano ritratti di individui di cui la pelle diviene contrassegno, marchio di diversità rispetto ai canoni estetici condivisi e ancora rilievo di un confine su cui si combatte l’appartenenza a un gruppo come assimilazione e invece, al contrario la stigma prodotta dall’ ambiente su quello stesso individuo in caso di cesura con il medesimo.

Wang Qingsong “Work, work, work

 La schiavitù epidemica del lavoro nella società cinese di oggi dominata dal capitalismo produttivo occidentale è vista attraverso una messa in scena volutamente eccessiva e grottesca dove una folla di impiegati vestiti in uniformi simili a detenuti o prigionieri di guerra è rinchiusa dentro un capannone saturo di  computer e rumore mentre continua a lavorare in maniera spasmodica: loro mantenuti in vita da flebo artificiali per resistere ai ritmi disumani imposti. E ancora in queste visioni di solitudini a confronto nelle metropoli moderne sono le visioni di volti schiacciati contro i vetri della metropolitana ritagliati di notte  in singoli riquadri oppressi dal soffocamento dello spazio circostante.

3- Flusso

Mintio, “Bangkok, concrete euphoria”

Nel grande circuito elettrico delle metropoli moderne apparentemente  tutto scorre in un fluire rapido e continuo dove il denaro così come le azioni quotate  sul mercato finanziario, il petrolio o ogni altra fonte di energia produttiva  si muovono invisibili e onnipresenti alla velocità della luce attraverso le condutture che reggono e oliano tutto l’apparato. Tuttavia tali sistemi appaiono tanto tecnologici e veloci quanto esposti al loro collasso improvviso e definitivo nel momento in cui qualcosa si rompe o si arresta nel circuito: un’epidemia, una guerra, una crisi che sconvolge gli assetti mondiali e l’accesso alle risorse energetiche, l’evento eccezionale e non calcolato che accade come il suo irreversibile punto di non-ritorno.


4-Persuasione e controllo 

Identità e controllo subliminare dei media: algoritmi sempre più esatti e complessi creati dai grandi colossi che dominano la rete riescono non solo a raccogliere dati, influenzare le scelte degli utenti del web ma addirittura a predire e uniformare, plasmare e modellare i nostri gusti futuri, trend dominanti e preferenze sulla rete.  La persuasione può essere esercitata in maniera sottile o palese,  indotta attraverso  la pubblicità e il marketing in operazioni commerciali estremamente sofisticate nelle nostre società attuali. Vediamo tra le fotografie stereotipi di ritratti resi plasticamente su cartelloni pubblicitari,  simulazioni di luoghi identici agli originali in angoli desueti della terra come una filiale di Starbucks aperta in mezzo a falsi di palazzi antichi negli Emirati. Ancora,  immagini  multiple in schermi simultanei volutamente confondono l’individuo dissimulando una percezione nitida della realtà. Infine nella fotografia di Thomas Weinberger, “luce condensata”, un’atmosfera surreale e rarefatta emerge da un paesaggio urbano di impianti industriali irradiati di luce artificiale a distanza. La civiltà è qui rappresentata attraverso la grande metafora della fotografia là dove la luce irradia celebrando il potere creativo dell’uomo, la sua capacità di trasformare tangibilmente la realtà ma anche la fragilità di tale costrutto  nell’inverso potere di  distruggerla o manipolarla a discapito dell’altro.



Le civiltà appaiono come meccanismi complessi,  un insieme di componenti che devono funzionare in un ingranaggio perfetto e resistente a minacce interne o esterne al sistema. L’idea di controllo è espressa in questo modo attraverso tutti quei meccanismi di sorveglianza e potere con cui l’autorità viene esercitata nel quotidiano sull’individuo da istituzioni anonime e senza volto nelle stazioni di polizia, nelle prigioni, nelle centrali elettriche, nei tribunali o negli ospedali. In questa parte della mostra le immagini ci parlano di sistemi complessi o semplici, di punti che si compongono in un reticolato, di circuiti elettrici inglobati insieme  in un’unica rete. Altrove sono i fotomontaggi di regimi e parate militari alludendo alla recente storia cinese in un’ottica di imposizione sulle masse. Si oppongono così i due estremi opposti di libertà individuale, democrazia come pluralità, diversità, espressione di una maggioranza condivisa ma anche della sua opposizione e, dall’altra parte, i regimi di sorveglianza e controllo indiretto oppure apertamente imposto  sulla vita del singolo in forme coercitive di potere.

5-Rottura e fuga  

Le fotografie in questa sezione evocano tutti quei fenomeni di frattura sociale, politica, catastrofi naturali o generate dall’uomo che conducono a un punto di non-ritorno, a una svolta radicale e senza precedenti rispetto allo status quo della realtà esistente ma, anche, a tutti i conflitti insanabili interni o esterni a un popolo che ci costringono a guardare in faccia il fallimento della nostra idea di civiltà.  Tra le immagini più recenti quelle relative alla guerra russo-ucraina, Kiev colpita dai missili russi, le devastazioni prodotte su città ucraine come Mariupol  occupate dall’esercito  russo, “la marcia ucraina “dell’orgoglio nazionale” nel 2017, e ancora le flotte di migranti in fuga verso l’Europa occidentale: i profughi di guerra e quelli naufraghi al largo dei porti nel Mediterraneo. Infine sono  le immagini della pandemia nella sua prima e più violenta ondata di contagi, la reclusione e l’isolamento nei reparti Covid durante l’inverno 2020.

6-Next…Cosa viene dopo?

E poi cosa viene dopo? Ci interroga l’ultima sezione della mostra, mentre gli aerei con auto-pilota  sono già una realtà e le intelligenze artificiali sostituiscono in parte il lavoro degli umani nelle catene di produzione industriale robot operano sui corpi e sostituiscono parti dei loro arti con protesi artificiali. Se l’avanzamento delle tecnologie e l’avvento del digitale con l’ausilio della rete prospetta innovazione e progresso in ogni ambito della nostra vita dall’altra parte i fotografi contemporanei mettono in luce anche l’altro lato della medaglia:  le derive e i conflitti che tale corsa verso un progresso tecnologico fine a sé stesso  o un sistema economico globale non sostenibile o non equo producono con effetti devastanti sulla sussistenza dello stesso pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, la domanda lasciata aperta e  alla quale solo le scelte nel prossimo futuro della nostre civiltà europee e non potranno dare risposta. Tra le vie percorribili “sopravvivere”, cioè proseguire verso una propria inevitabile  auto-distruzione, vivere o infine “ben vivere” con una differente consapevolezza politica e umana globale.

 



martedì 20 luglio 2021

Richard Mosse “ Displaced” ( storie di spostamenti e migrazioni al MAST di Bologna)

 






Storie di spostamenti di massa dovuti a migrazioni e conflitti etnici nel mondo, fotografie di trasmutazioni di luoghi sulla terra dovute ai cambiamenti climatici irreversibili di oggi; tali eventi dell’attualità contemporanea si trovano al centro del lavoro di Richard Mosse raccontati attraverso la fotografia di grande formato e la video-installazione esposte in questi giorni al Mast di Bologna.  In mostra la retrospettiva del fotografo irlandese presenta un’ampia selezione di opere che sovvertendo le convenzioni della fotografia documentaria o del reportage si contaminano con l’ arte contemporanea per creare immagini di straordinaria bellezza capaci di suscitare una riflessione etica sui temi scottanti ei nodi irrisolti della nostra contemporaneità.




Come egli afferma a proposito delle proprie scelte fotografiche: “ la bellezza è il più affilato strumento. Penso che l’estetica possa essere utilizzata per risvegliare i sensi piuttosto che per metterli a tacere, così abbiamo un imperativo morale come narratori e fotografi di trasmettere queste storie complesse per rendere le persone consapevoli. Cambiamenti impercettibili accadono nelle coscienze degli individui attraverso l’arte, la scrittura, la letteratura , un altro tipo di trasformazione”. Raccontare un evento contemporaneo, o ancora di più una tragedia del presente implica per Mosse la necessità sollevare un problema etico, dunque di risvegliare un atto di pensiero in chi guarda soprattutto passando attraverso la bellezza dell’immagine, la creazione di qualcosa che in ogni caso deve toccare, sommuovere o scuotere lo spettatore dalla miriade di input visivi che gli passano accanto con noncuranza al quotidiano. In questo senso l’uso della tecnologia, vale a dire il mezzo scelto per produrre un certo lavoro fotografico o documentario resta il suo punto di partenza alla ricerca visiva- vale a dire in che modo raccontare un certo soggetto scottante quanto al centro dell’attualità lasciando parlare il mezzo espressivo stesso.


Infra ( 2012)


Infra, la più nota serie fotografica  dell’artista, mostra immagini prodotte con pellicole infrarosse utilizzate all’origine dall’esercito per la ricognizione militare del territorio durante la brutale guerra nella repubblica congolese.


 

Come ci racconta Mosse: “Cinque milioni di persone sono morti in Congo dal 1998, un disastro umanitario immane di cui non abbiamo sentito molto parlare. C’è stato un enorme spostamento di persone, milioni costretti a fuggire dalle loro case verso luoghi più sicuri e a vivere in tende di campi profughi. Nel corso del lavoro per 5 anni mi sono immerso in queste narrative ed ho incontrato numerosi gruppi armati per capire il conflitto”[1]. L’esercito utilizzava l’infrarosso Kodak aero-chrome sul paesaggio per smascherare  la presenza del nemico sul territorio di guerra. Queste fotografie mostrano “l’immagine invisibile”: mappano le vallate e le montagne dell’est del Congo con una lente particolare a raggi infrarossi che trasforma la foresta pluviale in un paesaggio surreale di altopiani mercurio-argenteo e macchie velate di indaco e rosa. Un mondo surreale, un modo espressivo di mostrare  la realtà restituendola simile a un sogno  nel contrasto stridente tra la bellezza folgorante della natura e lo stato violento, irreversibile di guerriglia armata sul territorio. Una lente allucinante e violacea altera e ricopre ogni lembo di vegetazione sulla quale si stagliano i volti truci della milizia armata, dei singoli soldati congolesi, oppure i campi profughi e la massa di individui in fuga verso la vita.  “Sono stato affascinato”, afferma Mosse “a lavorare su questa pellicola che registra l’invisibile_ un disastro umanitario rimasto tacito, non-detto-  e di renderlo visibile[2]”,  in forma metaforica attraverso un lavoro artistico non di semplice documentazione foto-giornalistica. Luoghi isolati a nord o sud di Kivu, gruppi ribelli nascosti in territori remoti_ il luogo opaco di un conflitto incomprensibile e atroce_ un fotografo nel tentativo di restituire “quello che non si può fotografare”. “L’immagine impossibile”[3] dovrà arrivare al cuore dello spettatore e disorientarlo, scuoterlo, farlo pensare  fino a risvegliare in lui una rinnovata consapevolezza etica.      

         


Gruppi di popolazione si spostano per sfuggire la violenza delle milizie ribelli congolesi. In “Thousand are sailing ,(2012)un campo profughi appare dall’alto tra le montagne di un paesaggio impervio e desolato come una miriade di bianche macchie di colore sullo sfondo violaceo dei rilievi rocciosi ricoperti da una patina velata e ultra-violetta. Fuga di massa di donne e bambini in altre immagini e, ancora, un gruppo di bambini salvati dalla violenza della guerra ma perduti al limpido sogno della loro infanzia in “Lost fun zone” sullo sfondo delle bianche tende dei rifugiati.





 I guerriglieri in una postura  fiera e ribelle sembrano sfidare in modo aggressivo la macchina fotografica e, insieme appaiono naturalmente scenici in pose maciste di una indiscutibile presenza visiva. Eppure ci colpisce il  contrasto nel vederli immersi in alcune immagini tra fronde indaco dai toni poetici e surreali oppure sullo sfondo di paesaggi roccioso e lunare mentre un soldato armato congolese in posa virile tiene tra le braccia un neonato addormentato quietamente sul suo petto.    


Come afferma Mosse: “ la bellezza farà sentire”, toccare e commuovere le persone, le farà "restare in ascolto” usando il potenziale dell’arte  oltre i limiti del fotogiornalismo tanto da sfiorare l’idea del sublime moderno: rendere visibile attraverso la bellezza ciò che è incommensurabile quanto l’infinità della natura, ciò che è oltre i limiti del linguaggio e dare al esso un peso etico, la necessità implicita  di rendere una testimonianza, umanitaria e politica insieme.




2- Heat maps/ Incoming (2014-18)




La serie fotografica insieme alla più recente installazione visiva di “Incoming” riscrive la storia dei recenti flussi migratori in Europa nella dialettica irrisolta tra apertura e chiusura dei confini mentre il mondo occidentale si dibatte in un circolo vizioso tra accoglienza e rimpatrio, compassione e rifiuto oscillando tra il prevalere dell’umanità o il freddo calcolo politico.

 Come Mosse afferma nella sua presentazione di “Incoming”:
 “ La crisi in corso dei migranti attraverso l’Europa non è una singola storia ma una serie di storie tante quante sono i rifugiati e le persone che li hanno aiutati nel loro cammino verso la salvezza. (..)Mi sono imbattuto in una nuova tecnologia fotografica, il potente strumento dell’immagine termica che registra il calore e può intercettare un corpo alla distanza di 30 km. Ho usato questa macchina all’opposto del suo originale proposito_  operazioni militari e di rafforzamento dei confini_ per raccontare in modo autentico le storie dei rifugiati che continuano ad approdare sulle nostre terre.”[4] 
Heat Maps costituisce una serie di immagini realizzate lungo i percorsi migratori dal Medio oriente e dall’Africa verso l’Europa adattando una termocamera militare a un intento artistico-documentario.  Rappresentano con un effetto straniante minuscoli dall’alto i campi profughi di Atene in Grecia, in Turchia e in Libano e una distesa di container all’aeroporto di Berlino per accogliere gli immigrati illegali. 

                         
Il campo di Moria per esempio è visto a distanza come un’enorme distesa di casupole che si stagliano l’una accanto all’altra e proseguono anonime  all’orizzonte su un terreno arido e brullo nell’iper-saturazione dell’immagine post-produttiva. Dalla nebulosa oscura del fondo risaltano  fili elettrici, alberi, container e baracche immerse in una spietata e gelida geometria di forme che evocano segregazione, marginalità, prigionia e non possono non richiamarci vagamente alla mente i meccanismi di persecuzione visti nei lager nazisti. Altrove sono container iper-moderni in una sequenza di linee astratte e futuriste che disegnano linee di segregazione nel rigore esasperante di una tecnologia atta all’isolamento e al controllo disumano sugli individui.    








 

Nella più recente istallazione del 2017 “Incoming”le immagini in movimento si susseguono simultaneamente su tre schermi immersi in un’ambientazione sonora e visiva straniante che sommerge e disorienta lo spettatore. Immagini lente e solarizzate dai contorni fluttuanti e sfumati in bianco e nero prodotte delle termocamere di sorveglianza dei porti occidentali si susseguono in montaggio libero sui tre schermi mostrando i profughi alla discesa dalle navi di salvataggio e la mobilitazione dei mezzi di soccorso costiero. Nei punti di vista multipli del video si alternano in maniera ambivalente protocolli di sorveglianza e controllo, d’altro lato la paura, la salvezza o la disperazione per chi arriva profugo dai mari. Le voci fuori campo dei paramedici soccorrono i corpi sommersi, il caos, una folla di volti disperati accovacciati l’uno sull’altro; i passi lenti di qualcuno , l’attesa. Uno di loro si inginocchia gettandosi acqua sul volto disseccato dal mare. Sullo sfondo il rumore dei droni, voci fuori campo, ora una sonorità ipnotica ad avvolgere la scena, poi il silenzio. Un’esplosione quasi iridescente illumina i corpi solarizzati, visti come figure lente in movimento; sullo sfondo oscuro della costa d’un tratto un’improvvisa luminescenza.

                        


 “Perdere una casa significa perdere molte cose ma in primo luogo il calore”[5] afferma il fotografo citando un noto proverbio irlandese dove la parola casa è sinonimo di focolare: la base del camino, il posto più caldo della dimora. Questi individui, come egli afferma, hanno lasciato ogni cosa dietro di loro, in particolare il calore di un focolare per esporsi al freddo, alle intemperie e alle tempeste di mari sconosciuti nella speranza di approdare verso terre remote quanto ultime spiagge di speranza. Il calore nel lavoro di Mosse rinvia allo strumento tecnologico utilizzato per filmare l’arrivo dei profughi nei porti europei ma anche all’accoglienza e all’umanità di un calore umano che diventa freddezza, di una compassione che diventa indifferenza mentre lo sguardo attuale nella crisi politica europea oscilla tra paura e rifiuto dell’altro, in ogni caso nella minaccia esposta dello straniero . Come il termine termografia allude, l’intento metaforico dell’immagine è quello di restituire il calore di queste storie di dislocazione, di perdita e fuga obbligata lasciando parlare in molteplici punti di vista il dramma migratorio: l’inquietudine dell’autoctono sovrano,  lo sbarco di massa nei porti filmato dalle videocamere di sorveglianza, infine uno sguardo più intimo che, impersonale, giunge a illuminare volti, corpi, singole umanità in autentici gesti di salvezza.  


                                 


[1] Richard Mosse, “The impossibile image” on Vimeo, https://vimeo.com/67115692
[2] Idib., Mosse
[3] Ibid., Mosse
[4] Richard Mosse, “Picturing crisis in Incoming”, video on www.youtube.com
[5] Ibid., Mosse




martedì 30 luglio 2019

"ALL WE EVER WANTED..", Julian Charrière ( al Mambo di Bologna)





























"All we ever wanted was everything and everywhere”,Julian Charrière ( immagini liberamente tratte dalla mostra)

Prima luce dell’alba, paradiso perduto, noci di cocco divenute ordigni nucleari
Finzione nel cuore del Pacifico
Non siamo al di sotto, non al di sopra ma all’interno dell’oceano
Affondati dentro le acque per scrutare il sole atomico e oscuro dell’isola
in mezzo a promesse infrante dove eravamo soliti fluttuare.”


Iroojrilik, (Video 2016)

Nelle isole Marshall, varie imbarcazioni militari furono portate dall’esercito americano nell’atollo di Bikini per sperimentare diverse bombe atomiche. Questa specie di flotta fantasma, giace al fondo del Pacifico, là dove gli Stati Uniti avevano posto le loro basi logistiche per testare gli ordigni nucleari. Lì furono deposte,  lasciate all’erosione lenta e inarrestabile dell’oceano al fondo delle acque insieme ai bunker costruiti sull’isola per documentare i lanci atomici.  Avamposti di una fantomatica impronta coloniale, essi si ergono nella loro massa di cemento estraneo come  intrusioni violente e brutali sul territorio, in un rigurgito di materia difficilmente assimilabile dal processo di rigenerazione naturale. 
Charrière filma tali strutture atomico-industriali al largo del Pacifico insieme ai relitti depositati al fondo della laguna divorati dal tempo e dalle maree. Le immagini originali scattate dalle immersioni sottomarine evocano l’affiorare di una nuova Atlantide, riemersa dall’abisso come l’ombra sommersa di una civiltà perduta.






La prima immagine che si imprima nitida ai nostri occhi dal video è questa spiaggia arsa dalla calura incontenibile della crosta terrestre, surriscaldata come se la terra fosse preda di un processo di graduale auto-combustione, nella secchezza inumana della pietra divenuta roccia carsica in assenza d’acqua e di vita. Un sole rosso infuocato e immobile, semicoperto dalla densità nebulosa dell’atomica si erge sulla superficie opaca della crosta terrestre.

Una seconda immagine: le profondità marine. La vita scorre al di sotto, attraverso forme infinitesimali, acquoree e indistinte dove fluttuano molluschi, piante, alghe e anfibi d’acqua in un rifiorire di vita semi-sommersa e rigogliosa nelle profondità del fondo marino. Una grande corazza ferrosa e pesante simile al relitto del naufragio biblico domina incrostata di muschi e alghe al centro di quell’immensità oceanica.
Rocciosa e gravida di scorie la costa a riva è sovrastata dalla grande nube atomica, esplodente o a esplosione fissa. 
Costruzioni, blocchi di cemento armato si ergono oltre la foresta amazzonica in piccoli squarci aperti sulla spiaggia arsa in mezzo all’oceano. Tale luogo di una natura primigenia e incontaminata diventa non-luogo violato dall’irruzione della presenza umana, usurpato e devastato dalle scorie degli ordigni atomici. Un sole rosso infuocato sovrasta la spiaggia granitica e solarizzata dopo  la grande esplosione.

I detriti pesanti sono al fondo, come una grande macchina da guerra o sottomarino affondato e ricoperto di muschi e piante acquatiche. Inquadrata a distanza ravvicinata un’immensa zolla di terra fluttua pesantemente tra le acque; poi, sulla costa  si snodano stormi, alberi e foreste pluviali, palme e felci coralline ancora frammiste a cemento e buchi neri: una varco in ferro  intaglia uno squarcio oscuro sul blocco armato del bunker americano .

"All we ever wanted ..." (installazione)








 Di quel teatro sottomarino di navi sommerse nella video-istallazione bolognese resta solo un’elica in primissimo piano  ricoperta di muschi e alghe marine, quasi a segno della deriva di scienza e civiltà prodotta da un’ideologia di illimitato progresso e indiscriminato dominio dell’uomo sulla natura. Là, ricerca scientifica e tecnologia sembrano aver dato all’umanità il potere di auto-distruggersi nella detonazione di qualche secondo, in un battito di ciglia, per un ordine dato dall’alto, per un calcolo errato di probabilità oppure per l’innescarsi in pochi istanti di un qualche ordigno devastante e distruttivo per l’intera umanità.

L’oceano se l’è ripresa, l’ha ricoperta della vita propria delle piante, delle alghe e dei flussi marini, l’oceano l’ha riappropriata rendendola un relitto singolare, un oggetto totemico, simbolico, ritualizzato dallo scorrere delle acque che goccia a goccia l’hanno ricoperta, avvolta e arresa alla potenza inarrestabile per quanto sommersa delle profondità oceaniche. 
Un abisso silenzioso e immobile in primo piano_ 
in questo mondo di mezzo, ultra-regno marino dove domina il silenzio assoluto, la non-assenza di forma in sé, l’arrendersi della vita allo stadio liquido e primordiale delle acque_ 
solo qualche  pulviscolo bianco e infinitesimale, simile a pioggia, cadenza goccia a goccia nel silenzio avvolgente e si lascia udire sullo sfondo del grande respiro cosmico.  
Come in un ritorno all’immensità acquatica della natura che silenziosa avvolge e avviluppa tutta la scena,
quel rudere pesante in metallo è ripreso dalla forza incontenibile e illimitata delle acque.

Nello spazio immenso, soffuso e tenue della galleria dove la luce divaga a tratti, il cammino per raggiungere quell’unica finestra aperta sull'oceano  è accidentato, costellato di massi e punti metallici grevi, pesi e ostacoli che spezzano pesantemente e si frappongono al suo libero scorrimento. 

Solo la bianchezza lieve e trasparente dei sacchetti d’acqua salata appesi, composti insieme in lampadario di cristalli liquidi, scorrevoli allo sguardo, restituisce leggerezza a quell’ ambiente carico di ombre e multipli riflessi, ingannevoli nell’oscurità. 

Un respiro emana dal sottofondo ritmico della sala, lieve,  appena percettibile lasciandosi avvolgere dal silenzio che precede  il comporsi di una melodia o segue il battito innato di un cuore o di un respiro; qui Charrière  convoca quel “sentimento oceanico” concetto freudiano che è insieme dissoluzione del sé e compenetrazione in una totalità più grande dell’ universo, in una unità universale associata all’anima o a Dio.





"Silent world" (installazione)











L’acqua rischiarata dalla luce lunare ricompare nell’ installazione lasciata in oscurità nell’ultima sala al fondo dell’esposizione. Lì sono i sommovimenti intimi, impercettibili quasi, ora violenti e inaspettati, i flutti continui delle acque nel riflesso lunare mentre un baluginare di luci si inseguono e si riflettono sulla superficie. Come in un film muto dove non esistono dialoghi, parole ma solo accadimenti, sguardi, o l’affiorare limpido dei volti  la serie continua dei fotogrammi si susseguono l’uno all’altra mentre la luce irradia a tratti e s’apre sulle profondità immobili e divoranti delle tenebre. Luce che viene dal fondo, dall’oscurità della pelle, del tempo o della memoria, qualche volte dal sussurro o dal canto dell’anima,  irrompe per sprazzi o guizzi improvvisi, mentre spirali libere e fluttuanti si disegnano, affiorano, prendono forma e poi dileguano per essere riassorbite dal nero del fondo. 

Si creano o si rendono visibili là dove c’è movimento, mobilità e vita. Dall’oscurità immobile scintille d’acqua generano nuove forme , superfici riflettenti, immagini in movimento.







“Where water meets…” (fotografie)


Charrière cattura con la fotografia alcuni tuffatori subacquei mentre si immergono nell’abisso delle grotte calcaree messicane, dette cenotes  mentre fluttuano lentamente e scompaiono in una nuvola sottomarina.

Là dove l’acqua incontra la durezza della pietra, la profondità dell’abisso, l’idea di vita che senza sosta rinasce, germoglia e si rigenera;

là dove l’acqua incontra la pietra, la porosità della roccia calcarea che ritorna alla memoria liquida del prima; 
dove conchiglie marine ricordano d’essere stati pesci, anfibi o creature d’acqua. 

Là dove l’acqua incontra la superficie levigata e calda dei sassi sulla riva insieme al calore che li avvolge e li riscalda trattenendoli sulla sabbia a ridosso della costa.

Là dove l’acqua incontra la massa vischiosa e impregnante del fango, la densità dell’arenaria, la motilità del limo invischiato alla sabbia nelle maree;
là dove l’acqua incontra la profondità oscura di buchi neri e spaventosi che s’aprono sotto il fondale di pietra di alcuni tratti
poi, la trasparenza limpida d'altri mentre la superficie si veste delle sfumature del fondale al di sotto: riflessi smeraldo, ora madreperlacei variegati di luce, d’azzurro o di verde marino.