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martedì 17 agosto 2021

“In Nuce” di Maurizio Donzelli (Ori e Mirrors al museo Medievale di Bologna )

 

















“In Nuce” come titola l’installazione contemporanea al museo medievale di Bologna  significa ciò che è nell’atto di venire alla luce, l’embrione di qualcosa che ancora non è, qui le geografie immaginarie create da Maurizio Donzelli entrando in uno spazio-tempo sospeso fuori dall’ordinario. 

I disegni lievi ed eterei dell’artista bresciano entrano in dialogo silenzioso con gli ambienti del museo bolognese dove stratificano armi, arazzi, stele sepolcrali, sculture sacre e bronzi che datano dal XIV secolo. I suoi ricami aerei insieme agli effetti a specchio delle installazioni si intrecciano con l’impronta medievale del museo e della città. 

Bologna ne è pervasa In ogni angolo o lembo del centro storico, dalle cortine rosse abbassate sulle finestre dei palazzi comunali, agli emblemi dei casati incisi  sulle mura rossicce, ai porticati dove ci si ripara nei roventi pomeriggi d’agosto. Allo stesso modo, le piazze ampie e soleggiate si alternano alle stradicciole strette e tortuose del centro antico mentre una costellazione di torri e resti di mura medievali circuiscono le porte cittadine. 

Da una parte la storia è stratificazione di tracce e lasciti del passato, nell’arte sacra  e profana da un’epoca all’altra in forme e stili differenti. D’altro lato, l’arte di oggi entra in un dialogo sottile, ironico con il passato al limite cercando ciò che è latente piuttosto che manifesto in esso: il suo doppio nascosto o invisibile, quello che le opere suggeriscono tra le righe a noi con la sensibilità del presente come risonanza spesso asincrona tra due epoche. 

Qui, nello specifico, i monocromi d’ oro e i “mirrors” di Donzelli  restano sospesi come  filigrane lievi di colore e di luce in un tempo altro che non è né il passato delle collezioni, né il presente della sua arte. Un intreccio invisibile tra i due suggerisce possibili connessioni attraverso il tempo e lo spazio secondo le libere reminiscenze o sensazioni degli spettatori.  


“Monolith 0”

Lo specchio è uno fondale argenteo che riflette al suolo; apre uno scorcio in profondità sul piano orizzontale, mentre i visitatori come gli oggetti attraversano la sua superficie. Un pilastro brillante ricoperto d’oro si staglia al suo centro simile a un manto di ninfee dorate su uno sfondo acquatico e trasparente. Ritaglia il suo spazio in mezzo alla pesantezza statuaria dei bronzi_ il busto di Gregorio XV del Bernini_ e altre piccole sculture in equilibrio precario su un piedistallo come  un atleta dell’arte classica. 

In alto a sinistra un cielo stellato irrompe come una visione planetaria bianca e azzurra di stelle o altre galassie tracciate nell’universo. La leggerezza aerea del bianco e del blu si imprime sull’immobilità bronzea delle sculture. La loro luce eterea sublima l’immane staticità  del bronzo.





In Nuce”

Forme nascenti, ombre leggere, bianchezza, l’impressione di qualcosa di invisibile tra le linee.     “In Nuce”, ciò che è nell’atto di venire alla luce, ciò che è nel momento di divenire da spirito  a forma, da energia a corpo  in movimento. Come nella danza butoh giapponese trasformarsi da una forma all’altra dando corpo a forme visibili abitate da uno spirito invisibile.


“Double explosion”




Onde sismiche si imprimono in linee e colori vividi dal giallo al verde all’ocra terroso su un arazzo intessuto di fili policromi mentre  l’impronta funebre di una lastra tombale si erge scolpita alla fine del quattrocento da Francesco di Cossa. Impressa sulla pietra, la figura resta in una immobilità dove il volto scompare ma le vesti si disegnano plastiche, plasmate nelle onde immobili della pietra. Nell’intreccio di colori caldi e onde vive è il gioco di complementarietà paradossale tra l’antico e il moderno.


Alpha III


Un prisma di raggi in movimento genera una scia di riflessi cangianti. Evoca la frammentazione dell’uno in una miriade di forme multiple e infrante. La realtà unica è  vista in uno specchio di riflessi illusori, di forme mutevoli tanto quanto la caso o l’eventualità dell’esistenza. Intorno l’acciaio delle armature, la pesantezza inossidabile del passato si scontra contro la volatile instabilità del presente.

Come afferma Donzelli richiamando i valori del fare arte oggi: “L’arte è il contrario della morte perché genera, crea.” In Nuce evoca quel “momento dilatato della nostra esperienza artistica, che precede il momento creativo”[1]. Ci parla di sinestesie poetiche che si instaurano attraverso il tempo e lo spazio nei luoghi che sono da sempre quelli dell’arte. Ci ricorda ancora la necessità di portare con sé il proprio passato come civiltà e cultura ma anche del non restarne intrappolati o prigionieri in esso; al contrario, per appropriarlo con uno spirito vivo, in una dimensione dialettica che  nutra anche il nostro presente.

 



[1] Maurizio Donzelli, “Ripartire dal GestoZero”, intervista su www.acme-artlab.com

 




sabato 26 agosto 2017

“Anime. Di luogo in Luogo” da Christian Boltanski ( al Mambo di Bologna)







E’ un percorso sensoriale, un’esperienza fisica che implica l’attraversamento, l’immersione del corpo percettivo e partecipe dello spettatore nello spazio di “Anime, di luogo in luogo ” per ricevere, o meglio sentire, essere parte dell'evento prima che comprenderlo o analizzarlo intellettualmente. una serie di installazioni  realizzate dall’artista francese Christian Boltanski  in occasione dell’omaggio resogli dalla città di Bologna  ripropongono le sue opere più significative e due inediti raccolti nella mostra antologica al Mambo, museo d'arte moderna. 

 
Entri nell’oscurità di specchi deformanti che rifrangono gli uni sugli altri dal fondo delle pareti nere di una stanza; in sottofondo un battito amplificato pulsa intermittenze ritmiche da una moltitudine di cuori archiviati e raccolti dai suoi precedenti lavori alla luce di una lampadina.
Entri dentro questa atmosfera rarefatta, velata e illusoria, lieve ed effimera ai sensi. Attraversi un portale come fosse una soglia del “tempo” che ti conduce fuori dall’esperienza della realtà all’altra parte dell’esistenza sensibile. Sul tessuto leggero e evanescente di una tenda vedi affiorare grandi occhi scuri, ritratti ricompongono e fanno scorrere da un fotogramma all’altro immagini in movimento di un volto, quello dell’artista dall’infanzia all’età adulta nelle sue molteplici, fluttuanti sfaccettature. Entri e continui ad attraversare pareti di seta che si susseguono ad altre trasparenti e velate; ricompongono sguardi, occhi di volti persi nell’oscurità proveniente da vite precedenti, anime che si affacciano e ci guardano dialogando attraverso le tende. Compaiono, si illuminano per un istante, troppo breve, poi ripiombano nell’oscurità. Sono salvate come anime, riportate per un attimo all’esistenza sensibile, non a quella terrena dei corpi ma, incorporee, in questi tessuti materializzano come immagini fotografiche di volti solo a metà focalizzati.  Luce e oscurità: è così che i volti si rivelano nelle tenebre attraverso occhi grandi aperti, magnificenti e resi visibili sui tessuti. Traspaiono là per un attimo sulle tende, gli occhi primo specchio dell’anima, per questo tanti gli specchi convocati all’inizio del percorso. Battiti cardiaci, regolari e ad intermittenza sul sottofondo.  Attraversi sensorialmente, di luogo in luogo le varie isole o punti di sospensione di un percorso libero, vago quanto sotteso a due indicazioni essenziali; “Départ” e “Arrivée”.

La Luce o la sua assenza, le intermittenze sonore, le apparizioni di immagini e l’altrettanto rapido ritorno alla semi-oscurità sono parte integrante della mostra insieme ai temi ricorrenti, alle eterne questioni o ossessioni che da sempre accompagnano Boltanski: la coesistenza di vita e morte nell’esistenza sensibile come nell’esperienza percettiva che egli mette in scena; la necessità della memoria contro la corsa ineluttabile del tempo e la distruzione del medesimo, infine il bisogno di testimonianza ricreando tracce, reali e fittizie per raccontare, restituire una versione possibile della storia, infine rielaborare una memoria intima e collettiva in parte rimossa .  

“Ombre” nella prima stazione sono quelle oscure che si affacciano dal sotto-mondo, piccole e basse frequenze materializzano in scheletrini appesi alla figura evocata nella proiezione in nero espansa sulla parete. Una maschera digrignante e  fantasmi appaiono sospesi da fili al profilo delineato al centro come piccole marionette dal regno delle ombre. Attraversi le tende, incroci le auree evanescenti dei ritratti che ricompaiono vagando di luogo in luogo tra le installazioni retrospettive di Boltanski fino al centro della galleria dove ti imbatti in una sorta di montagna incantata; una struttura piramidale si eleva verso l’alto ricoperta e metallizzata in oro attraverso quelle coperte isotermiche utilizzate oggi per prestare un primo soccorso ai profughi migranti in Europa. Delle tante morti anonime in mare tra i molti dispersi in tragiche condizioni sono i fantasmi senza nome, le prime anime alla deriva volutamente evocate da Boltanski qui per rendere loro un ultimo omaggio. Un’aspirazione all’assoluto sembra imporsi con la luce dell’oro nell’eterno ritorno dell’anima alla divina perfezione senza dubbio nella sua proiezione luminosa, espansa ed elevata verso l’alto in ascesi come questa montagna incanta. Al centro della galleria essa sola è illuminata dal raggio chiarificatore di una grande lampada accesa.

 

“Autel Detective” “primo altare” di fotografie e memoria assembla immagini in bianco e nero su un fondale oscuro e lampadine blu alogene a illuminarle in primissimo piano . Un’isola del passato riaffiora in un approdo istantaneo della memoria, in un salvataggio “in extremis” attraverso i volti ridenti di giovani da un tempo prima del conflitto mondiale. “Autel du Lycé Chases”, allo stesso modo è un arcipelago di volti adolescenti di giovani ebrei a Vienna prima dell’avvento del nazismo. Sorridenti in primissimo piano, in bianco e nero sfuocato,  i grandi ritratti si rivelano attraverso i loro tratti espansi e fluidi alla sola luce di lampadine puntate contro nell’oscurità circostante. Tale, un modo per dare dignità, mettere in luce e in rilievo quella verità unica e inconfutabile iscritta, incisa in ogni vita come singola traccia, lascito di una storia individuale e insieme riscatto di una memoria storica e collettiva ancora in parte da rielaborare. In “Monuments” i volti sono sempre più grandi in bianco e nero fluido ora totalmente presenti come auree di corpi svaporati, aloni luminosi e vaghi, involucri spirituali di anime rivelate in traccia fotografica nel profondo chiaro-scuro dalle lampadine, unica fonte di luce circostante.

 
Scatole di latta  simili a cassetti per la classificazione di dati sono impilati ad archivi ai piedi delle fotografie come altrove erano i ritratti svuotati delle figure, in primo piano sui sostegni commemorativi in ferro.  Questi cassetti, oggetti fittizi investiti di un forte potere evocativo  sembrano stranamente provenire dalle classificazioni illimitate di documenti celati nei passati regimi nazional-socialisti sovietici dove tutto era registrato, catalogato, archiviato, passato al setaccio e in gran parte censurato dal grande occhio di uno stato totalitario, da un partito unico centralizzato nei suoi massimi funzionari. In Boltanski tali oggetti simbolici, segni tangibili di una memoria traumatica filtrata dalla generazione post-olocausto appaiono riportati in vita ma traslati rispetto al loro uso originario divenendo archivi ricreati della memoria. Riesumati anche se vuoti come contenenti-contenitori fittizi, appaiono come “monuments” essi stessi di  un apparente bisogno di restituire o riscattare un passato anche attraverso la sua finzione per sfuggire all’inevitabile oblio insito nella cancellazione del tempo; verità universale e insieme messa in scena palese alla quale lo spettatore potrà aggiungere una propria percezione dell’avvenimento. Appaiono qui come mattoncini di latta, cassetti estratti da vecchie scaffalature arrugginite, urne cinerarie, infine i supporti per la fotografie. In fondo al percorso illuminati da una luce blu elettrica a neon, impersonale gettandosi  in linee taglienti sugli spigoli appuntiti si ergono a “muraglia cinese” fatta di scatole di latta dalle sfumature in ferro e ruggine con piccole foto di identità incollate sopra e lampadine puntate contro a rendere loro giustizia.  


Animitas”, (“Blanc”, video)
Epilogo in uno stato di inusuale e apparente quiete



 




Primavera sulla terra, il suolo vivente, l’humus, l’erba piantata a vivo sul lastricato della galleria. Il fieno tra i fili d’erba, l’odore della terra presente nello spazio, piccole zolle, foglie e fiori come di un campo verde in parte germogliato, in parte lasciato essiccare al sole, simile a fieno.
Sullo schermo, l’immagine in immobile movimento, bianco come neve ma nella fluttuazione di correnti aeree di primavera. Non sappiamo se il tintinnio insistente di campanelli al vento muovendosi su un unico piano sequenza, filmato dall’alba al tramonto nel deserto di Altacama in Cile sia solo un campo ricoperto di neve con cavi metallici risuonanti del loro interno- quasi in impercettibile eco - se si tratti un cielo stellato pervaso di punti ascendenti e luminosi visto a distanza dalla terra oppure di fili mossi dal vento germogliando, risalendo verso la superficie nel moto continuo della vita contro la pallida immobilità del paesaggio circostante. Resta la sensazione o meglio la suggestione poetica di qualcosa di effimero, lieve e appena percettibile ai nostri occhi , quasi inesistente eppure fuori dall’atmosfera dominante di morte-in-vita, di oblio e ritorno a una eterna assenza tangibile nel resto dell’installazione; ed è forse solo per quel contatto diretto, a piedi nudi quasi su un campo verde, di fieno e fili d’erba germogliati nell'abbraccio rigenerante della natura.





lunedì 1 settembre 2014

Blu, green and gold...attraverso Ravenna

  
 
 







Ravenna con i suoi mosaici e le sue basiliche, la sua aurea splendente di capitale anche se solo nel breve spazio di un secolo, il V d.c. , continua a vivere oggi oltre la ristrettezza fisica e mentale dei suoi abitanti, oltre le costrizioni sociali, spaziali e comportamentali di tutti i piccoli centri urbani. I suoi palazzi di foggia antica ormai decaduti, serrati da finestre e persiane sbarrate nascondono corti, chiostri e giardini, intere stanze guardando solo verso l’interno mentre le facciate danno sull’esterno  a quelle viuzze strette e tortuose del centro pavimentato di pietre, e quelle parti di mura che ancora oggi la isolano e la separano, volutamente creando barriere di diffidenza e silenzio, isolamento e paura dell’altro, dello straniero, dell’estraneo, di tutto ciò che non appartiene alla loro vecchia guardia aristocratica. E, nonostante questo, le porte cittadine, gli archi  ancora maestosi si aprono come frontiere, vie d’accesso, zone franche verso l’interno pedonale del vecchio centro.

Ritrovare la città come stranieri ritornandoci dopo tanto tempo, non riconoscersi tra i suoi abitanti, non appartenere, essere estranei in quel luogo poiché prima si era sempre abitato fuori, nelle zone limitrofe, nelle campagne, nei paesi e nei villaggi che circondano il piccolo centro cittadino. Ritornare con questo senso di non-appartenere, anche,  a quella gente di campagna, dei villaggi, del paese di cui non resta oggi altro che un piccolo agglomerato urbano di case sparse e altre costruite recentemente a ridosso della città dove nuove famiglie si sono insidiate. E distese ampie, immobili isolate di antiche lagune  bonificate divenute, in seguito, campi e terre coltivate, campagne lussureggianti e rare case intercalandosi a quelle.

Restare tristemente colpiti, ancora oggi, dall' occlusione, dai separatismi, dall'avidità degli abitanti cittadini riconoscendo in essi  la ristrettezza mentale delle piccole città di provincia. Eppure, una strana bellezza trapela dai luoghi consegnati alla storia antica, un'aurea regale, silenziosa ogni volta entrando in quei siti a parte della città, percorrendo per arrivarci sentieri di pietre a vista, prati  e scorci di pineta dove si scorgono all'improvviso tra i lastricati parti delle basiliche, cime dei campanili, cupole, contrafforti, oppure queste piccole costruzioni in mattoni che si intravvedono in mezzo alle vie pedonali soprattutto la sera, al crepuscolo, quando la città si svuota all'improvviso dei suoi turisti, dopo le nove il centro divenendo solitario, stranamente disertato.
E' questa aurea regale o alone aristocratico, solitario e poetico che ancora oggi aleggia leggero quando il volto più autentico della città si scopre, lasciata a sé stessa, non  invasa dalle orde assedianti dei turisti come nelle grandi mete d'arte italiane. Ravenna è la luce degli ori e dei mosaici irradiante che riflette e rifrange contro quella che penetra dalle vetrate opache, nelle tonalità smorzate d'alabastro delle basiliche.    



















E, ancora sono i blu oscuranti dei cieli stellati di Galla Placidia_ il piccolo mausoleo dal nome dell’imperatrice che governò qui per quarant’anni_ tempestati di stelle e croci greche cerchiate in oro, tenue bianco o azzurro pallido con qualche raro riflesso di verde o di rosso.

Rivedendo l’interno dopo tanto tempo totalmente ricoperto di mosaici si resta colpiti  dall’intensità di quel blu oltremare, astratto quasi nel suo darsi in contrasto voluto con le croci e i motivi decorativi d’oro, mentre le fondamenta di pietra appaiono permeate da un soffuso, opaco riflesso d'alabastro che salendo verso l’alto dissolve in pura luce come la materia terrena al contatto con il mondo ultraterreno.   Cervi si abbeverano, alla ricerca del cammino, assetati alle limpide sorgenti, immersi in un esubero rigoglioso di tralci e di viti, tra loro le figure dei quattro apostoli; allo stesso modo una croce d’oro brilla al centro della cupola circondata da una miriade di stelle che  moltiplicano in intensità al loro avvicinarsi  in prossimità d'essa creando il senso d’una profondità spaziale ultraterrena. Come questi cervi si abbeverano a una fonte sconosciuta dentro la selva alla ricerca del cammino verso la croce dorata in alto, l’anima è alla ricerca dell’assoluto, del divino, nella lotta tra la vita e la morte,  e le dominanti oscure del blu oltreoceano sono riassorbite a poco a poco dalla luce calda dell’alabastro poi dall’irradiazione dell’oro proveniente dall’alto della croce.
 

Le volte sovrastanti portano al centro il monogramma del Cristo affiancato alle lettere greche alfa e omega, il principio e fine di ogni cosa mentre nelle lunette laterali l’acqua  sgorga zampillante dalle fonti a cui  due colombe si avvicinano per dissetarsi. Nel mosaico sovrastante l’ingresso, il Cristo è visto  con estrema naturalezza, giovane e imberbe come pastore attorniato dal suo gregge, scettro e croce alla mano, di fronte a lui il fervore nascente d'una nuova spiritualità  agli inizi del cristianesimo nella figurazione del martirio di S. Lorenzo.
 

 



 
 

Tali luoghi di splendore e silenzio sono nascosti, scavati dentro la città e le sue zone d’ombra, tra le vie ristrette e tortuose del  centro :  i monumenti perduti e ritrovati, i luoghi del passato riportati alla luce nella grande semplicità e epurazione di alcune basiliche;  ancora, i frammenti di mosaici pavimentali e i tappeti aurei trasferiti in nuovi siti, le facciate dei suoi antichi complessi monastici, i loggiati con i chiostri e le corti interne oggi divenuti musei e biblioteche, infine alcuni giardini che si aprono come tracciati simmetrici e regolari all’esterno dei  medesimi .  

La  struttura ottagonale sovrastata da cupole e contrafforti di S. Vitale  ci sorprende passeggiando incuranti  per l’estremo nitore del  contorno nel controluce tagliente della sera. Non è più la struttura chiara e longitudinale delle antiche  basiliche paleocristiane ma quella d'una costruzione concentrica e complessa che fa perdere facilmente il  proprio percorso allo sguardo, costruita su più piani con cunicoli e deambulatori, esedre traforate che collegano un piano all'altro e grandi archi circolari. Tutto all'interno contribuisce a dare questa dimensione d'una struttura complessa e sfuggente che alleggerisce il  peso della sua massa strutturale disperdendosi in tante arcate e esedre, in molteplici punti di vista. Nell'interno,  ampiamente in penombra, oltre la cupola  principale decorata di marmi e stucchi d'epoca successiva, lo sguardo corre immediatamente all'abside risplendente di mosaici. 

Là sono i verdi e gli oro, i blu e gli alabastri, Cristo seduto sul globo celeste circondato da due   arcangeli, sulla destra il vescovo recando il modello della chiesa da lui costruita, e il verde  pervasivo, alternato a  tessere d'oro, verde lussureggiante della pineta adiacente la città,  verde della selva a ridosso del mare, verde e oro, verde portato al massimo della sua interna luminescenza per fare da sfondo a motivi geometrici e scene dell'Antico Testamento: le tavole di Mosé, il sacrificio di Isacco, la storia di Abramo ricongiungendosi alla simbologia del Nuovo Testamento nell' ordine superiore. E, poi, ancora il verde,  alternandosi all'oro, fa da contrappunto alle figure sospese che fluttuano sui fondali dorati, alle corti di Giustiniano e Teodora, giovane imperatrice dal volto nobile e austero, icona magnificente nello sfarzo degli abiti, nella ieratica postura che non smette di rinviarci, tuttavia, il senso d’una dolorosa, velata gravità.   

La basilica   di S. Giovanni immersa nella semi-oscurità dell’interno, ci sorprende oggi per sua luce soffusa proveniente dalle navate laterali e le sue file di colonne bianche, regolari e simmetriche sovrastate da semplicissimi possenti archi bianchi. Sui muri frammenti di mosaici pavimentali, i più antichi della città, vi assalgono dalla penombra dei corridoi, emersi in frammenti disparati, in figure  bizzarre, in animali fantastici e inverosimili oppure nel dettaglio della torre  d’una città, della nave rilucente d'un porto, nel volto d'una giovane imperatrice, in motivi geometrici infine forse d’influenza araba o orientale.

 Perché, infine, gli antri del cuore antico, gli edifici sacri e le basiliche in pietra a vista,
splendore dell'antica capitale si ricongiungono stranamente a Ravenna alle zone periferiche del porto, alle fabbriche costruite a ridosso delle lagune, agli spazi che si espandono ai margini della città: le costruzioni isolate in mezzo alle campagne, le vallate bonificate, le distese piatte e uniformi delle terre coltivate tutt'intorno.