giovedì 9 luglio 2026

Agnès Varda, liberamente tratto da “Viva Varda”( Galleria Modernissimo Bologna)






Come un prisma che si scompone in una miriade di riflessi, scintillante ancora di più nel passaggio del tempo, tale appare oggi il lavoro multiforme e poliedrico di Agnès Varda dal cinema alla fotografia a metà tra il XX e il XI secolo esposto nella retrospettiva“Viva Varda, il cinema è donna” fino al prossimo 10 gennaio 2027 alla Galleria Modernissimo di Bologna. Omaggio imprescindibile a una delle figure più iconiche e rappresentative della storia del cinema contemporaneo dal secondo dopoguerra ad oggi, Agnès Varda cineasta, artista e fotografa ha saputo restituire e far convergere nel suo lavoro uno sguardo femminile unico, originale e anticonformista sul mondo delle donne attraverso  un punto di vista autentico e poetico sulla realtà, un filo rosso in tutto il suo percorso artistico.

 Nata da padre belga e madre francese Agnès Varda trascorre gran parte della sua vita in Francia dove dalla fotografia passa rapidamente alla sperimentazione cinematografica anticipando con i suoi primi lungometraggi caratterizzati da una nuova libertà stilistica e la scelta di soggetti anticonvenzionali  la generazione dei giovani registi   della Nouvelle Vague tra cui Jean Luc Godard e Alain Resnais. Nel suo approccio filmico lo stile documentario e la finzione si fondono fortemente influenzati dalle arti visive nonchè dall’incontro con personalità importanti come Jean Vilar, lo scultore Alexander Calder, registi come Chris Marker e Jacques Demi suo futuro marito. La mostra si snoda come percorso tematico complesso attraverso la presentazione di estratti dei film più significatici accompagnati da fotografie, installazioni e documenti d’archivio o costumi provenienti dai medesimi.

“Ciné-écriture” è il termine coniato da Varda per ripensare al cinema come vera e propria “scrittura cinematografica” che contraddistingue tutto il suo lavoro nell’arco di una vita: la ricerca costante di nuove forme di rappresentazione con criteri diversi da quelli psicologici o cronologici per strutturare un nuovo tipo di cinema.  Tale idea di “ciné-écriture”come creazione non si limitava alla sceneggiatura ma a una narrazione visiva in cui concorrevano l’immagine come fotografia, il montaggio, la scelta di attori spesso poco conosciuti fino a sovvertire il confine rigido tra documentario e finzione nel tentativo di cogliere “la vita vera reinventata attraverso il cinema”[1]. 

Agnès Varda: self-portrait







Tutta la vita Agnès Varda ha continuato a mettersi in scena con umorismo e ironia, con distacco e auto-riflessività, se stessa al centro dei suoi auto-ritratti come vediamo nel collage di immagini ricomposte insieme all’ingresso della mostra in molteplici versioni fotografiche e pittoriche di sé. Troviamo in suo viso iconico stilizzato in tratti essenziali su un supporto  dorato di ceramica smaltata, il suo nome come simbolo e logo distintivo al di sotto. Giocando ironicamente con gli stereotipi e le immagini attribuite al femminile la vediamo fotografarsi completamente avvolta da uno chador nero dal quale il viso unicamente si staglia scoperto accanto a una moschea iraniana decorata a motivi floreali e arabeschi antichi.  Altrove, la regista  appare sullo sfondo della natura selvaggia in Corsica o sul set di uno dei suoi film nell’atto di guardare attraverso la telecamera come volesse catturare e estrarre  in quel gesto l’essenza stessa dell’immagine attraverso la cinepresa. Ancora “ uno, nessuno e centomila” volti si sovrappongono come frammenti del viso e sfaccettature del medesimo in un collage fotografico di Varda, infine citando un affresco veneziano di Bellini la vediamo vestire gli abiti di un giovane nobile veneziano del ‘500.   Al centro della parete si staglia il ritratto mosaicato ed essenziale del suo viso iconico e la fotografia del medesimo in primissimo piano in bianco e nero, occhi scuri e capelli neri, l’imprescindibile caschetto corto che ne svela volutamente la mascolinità, lo sguardo intenso e disarmante, controparte del profilo stilizzato a colori in ceramica lì accanto. Ancora, in un montaggio d’immagine tra il personaggio e l’autore, un dettaglio del volto di Cléo nell’omonimo film  si sovrappone a quello di Varda in un collage volutamente imperfetto tra i due, personaggio e autore uno parte dell’altro, uno in cerca dell’altro.

Citazioni pittoriche: Venere di Urbino e Jane B. di Agnès Varda




Citando ironicamente il dipinto classico di Tiziano Varda ricrea in un gioco illusorio che riprende il ritratto originario del cinquecento una serie di immagini animate del nudo femminile con l’attrice Jane Birkin; si posiziona così al confine tra rilettura ironica della tradizione e tentativo di passare dall’immagine statica del dipinto a quella in movimento del cinema . Nel fotomontaggio “Je ne vois pas la femme cachée dans la foret” ugualmente Varda cita parodicamente  il celebre collage surrealista di Magritte del 1929. Il volto della regista, unica esponente femminile della Nouvelle Vague, si sostituisce al centro del collage al posto della figura vista a torso nudo cui i surrealisti alludevano come oggetto onirico e erotico dello sguardo maschile circondata dai ritratti degli altri cineasti. Il suo volto ora in primo piano, gli occhi chiusi e il sorriso sardonicamente accennato alludono a un nuovo sguardo e ruolo della donna nell’arte, in particolar modo in quella cinematografica. 

“La pointe courte” (1954)











Nella scena iniziale nel film girato in bianco e nero panni bianchi sventolano su un filo al margine di una strada vista in luci e ombre mentre la telecamera scorre in un progressivo travelling cinematografico avvicinandosi sempre di più come se qualcuno volesse infiltrarsi e cogliere la vita quotidiana del villaggio e dei suoi abitanti, fin dentro la stanza umile di una famiglia di pescatori dove una scia di figli di diverse età mangiano spaghetti scodellati dalla madre intorno a un tavolo. Il film è completamente giocato su questo contrasto e parallelismo tra le ambientazioni sobrie e realiste di una comunità di pescatori che lottano per sopravvivere in una vita difficile fatta di fatica e sacrifici e una coppia di giovani borghesi che camminano attraverso quello stesso villaggio facendo affiorare le proprie crescenti tensioni in una incomunicabilità di fondo che traspare tra i due nella relazione. I primi piani sui volti estremamente intensi attraverso le inquadrature statiche avvicinano il cinema alla fotografia nella necessità forse per la regista di “utilizzare le immagini e i suoni in un modo reale”, concreto e corporeo rendendo quella realtà nel suo versante poetico e visivo. Emergono, per esempio, dettagli espressionistici sul paesaggio, forti contrasti tra luci e ombre nella geometria delle barche e dei vicoli di Sète. “La Pointe Courte” è un film girato in un unico luogo con un budget minimo e attori quasi sconosciuti che semplicemente camminano o si parlano nei silenzi e nelle sospensioni di dialoghi interrotti. Tali i presupposti di un nuovo cinema che Varda sperimenta con questa sua prima pellicola anticipando l’evoluzione filmica dei giovani registi della Nouvelle Vague di lì a pochi anni.


“Clèo de 5 a 7”(1962)












La regista lo definisce “un film reale, due ore nella vita di una donna” filmata attraverso il dispiegarsi di una temporalità intima,interiore quella che scandisce il tempo dell’attesa insieme alla paura e allo shock di una probabile malattia, il cancro, di cui Cléo attende l’esito diagnostico di lì a poche ore. Tale crisi esistenziale scuote alla radice la sua percezione e coscienza  seguendola nel corso del film attraverso una Parigi famigliare e insieme estraniante o totalmente soggettiva che rispecchia i suoi stati interiori. Seguiamo Cléo mentre si sposta attraverso diversi luoghi reali in una temporalità sincronica, quella della realtà posta sotto l’occhio della cinepresa mentre cammina per le strade incontrando persone “accidentalmente” nel suo vagare_ una veggente che le predice la malattia, la sua assistente , il fidanzato perlopiù assente, un estraneo con cui nel finale inizierà un dialogo paradossalmente autentico. Una minaccia tangibile, presente e tuttavia vaga nella sua mente incombe su Clèo, quella paura che la obbligherà a cercare una verità più autentica di sé stessa. Specchi compaiono ovunque nel film giocando un ruolo fondamentale perché se da un lato riflettono le varie proiezioni illusorie, più o meno apparenti del sé_ quelle immagini che si creano costantemente nel momento in cui l’individuo si interfaccia alla società_ dall’altro lato, nei riflessi infranti di quel prisma la protagonista riconosce la falsità delle maschere e dei travestimenti posta di fronte allo shock improvviso della malattia e allo spettro della morte. Il film segue il personaggio in questa transizione progressiva e necessaria, dal climax emotivo di una canzone udita da Cléo dove si parla di un morire solitario a un guardare attraverso quello specchio, o meglio attraversarlo simbolicamente per riscattare un’immagine più autentica e consapevole di sé, nello scambio empatico, per esempio, con il giovane soldato incontrato lungo il cammino. Come afferma Agnès Varda in un’intervista: si tratta di afferrare qualcosa che diviene creazione cinematografica “partendo dalla vita, la vita reinventata attraverso il cinema”[2].

Il femminismo




 


Il femminismo risulta profondamente radicato nell’estetica e nella narrazione visiva di Varda nonché nelle sue numerose prese di posizione sul ruolo delle donne nel cinema, sulla loro rappresentazione sullo schermo e soprattutto nella società spesso denunciando le diseguaglianze strutturali o le forme di patriarcato ancora imperanti nel mondo attuale. La regista attraverso tutti i suoi film_ i più distanti nel tempo e nello spazio_ non smette di mettere il discussione i ruoli imposti dalla società o dagli stereotipi femminili proponendo immagini alternative di donne libere, marginali o differenti, e visioni della coppia spesso provocatorie per allontanarsi da quello che lei definisce i“ cliché collettivi”. In “Cléo”, per la prima volta, uno sguardo femminile esplora il mondo e la propria identità posta di fronte alla minaccia della malattia, la donna non come oggetto ma come soggetto della propria storia. In “Senza tetto né legge” Varda da voce alla marginalità femminile attraverso la figura idiosincratica di una giovane ribelle che cammina e non smette di camminare attraverso i nove travelling cinematografici in rivolta verso ogni convenzione sociale, sulla strada, libera e marginale rifiutando ogni tipo di aiuto. Infine, è soprattutto in “ Una canta, l’altra no” (1977) che la regista sotto l’aspetto di un musical vivace e anticonformista mette in scena l’emancipazione di due protagoniste molto diverse tra loro  affrontando il tema della legalizzazione dell’aborto come diritto di scelta e di libertà per la donna.



Agnés Varda nel 2017 riceve l’Oscar onorario alla carriera, prima regista donna ad avere ottenuto tale riconoscimento come figura centrale nel Novecento, artista poliedrica capace di intrecciare il cinema alla fotografia e alle arti visive, innovatrice e avanguardista per una nuova generazione di cineasti tra gli anni ‘50 e ’60, infine colei che ha saputo sempre intrecciare il suo lavoro all’impegno civile in un autentico femminismo. Varda parla di un “ desiderio di cinema” che passa attraverso “l’utilizzare le immagini e i suoni in modo reale” partendo dalla vita per renderla o reinventarla come immagine cinematografica. Nelle sue parole: “sono contenta di aver sempre lavorato con le immagini e i suoni in film, video o installazioni, le immagini mi affascinano e la riflessione sulle immagini è un soggetto in sé stesso infinito[3]. Perché come ella afferma è solo uscendo anche solo di poco dal “realismo assoluto”, permettendosi di avere una vita mentale che non è per forza “ragionevole o costruita”, ammettendo che “il sogno ad occhi aperti è forse un modo di vivere più piacevole di quel realismo assoluto”[4], che ci sarà spazio e luogo per altre voci e altri sguardi arrivando alla creazione di nuove forme che implicitamente decostruiscono, come è riuscita a fare Agnès Varda, gli stereotipi culturali o di genere per dare spazio a identità femminili più autentiche e sorprendenti.



[1] Cfr video  “filmaker profile: Agnès Varda” https://www.youtube.com/watch?v=JrBGoYGuBQI&t=130s

[2] Cfr video  “filmaker profile: Agnès Varda” https://www.youtube.com/watch?v=JrBGoYGuBQI&t=130s

[3] Ibid., video interview

[4] Ibid., video-interview