Come un prisma che si
scompone in una miriade di riflessi, scintillante ancora di più nel passaggio
del tempo, tale appare oggi il lavoro multiforme e poliedrico di Agnès Varda dal
cinema alla fotografia a metà tra il XX e il XI secolo esposto nella
retrospettiva“Viva Varda, il cinema è donna” fino al prossimo 10 gennaio 2027
alla Galleria Modernissimo di Bologna. Omaggio imprescindibile a una delle
figure più iconiche e rappresentative della storia del cinema contemporaneo dal
secondo dopoguerra ad oggi, Agnès Varda cineasta, artista e fotografa ha saputo
restituire e far convergere nel suo lavoro uno sguardo femminile unico,
originale e anticonformista sul mondo delle donne attraverso un punto di vista autentico e poetico sulla
realtà, un filo rosso in tutto il suo percorso artistico.
Nata da padre belga e madre francese Agnès
Varda trascorre gran parte della sua vita in Francia dove dalla fotografia
passa rapidamente alla sperimentazione cinematografica anticipando con i suoi
primi lungometraggi caratterizzati da una nuova libertà stilistica e la scelta
di soggetti anticonvenzionali la
generazione dei giovani registi della
Nouvelle Vague tra cui Jean Luc Godard e Alain Resnais. Nel suo approccio filmico
lo stile documentario e la finzione si fondono fortemente influenzati dalle
arti visive nonchè dall’incontro con personalità importanti come Jean Vilar, lo
scultore Alexander Calder, registi come Chris Marker e Jacques Demi suo futuro
marito. La mostra si snoda come percorso tematico complesso attraverso la
presentazione di estratti dei film più significatici accompagnati da fotografie,
installazioni e documenti d’archivio o costumi provenienti dai medesimi.
“Ciné-écriture” è il
termine coniato da Varda per ripensare al cinema come vera e propria “scrittura
cinematografica” che contraddistingue tutto il suo lavoro nell’arco di una vita:
la ricerca costante di nuove forme di rappresentazione con criteri diversi da
quelli psicologici o cronologici per strutturare un nuovo tipo di cinema. Tale idea di “ciné-écriture”come creazione
non si limitava alla sceneggiatura ma a una narrazione visiva in cui
concorrevano l’immagine come fotografia, il montaggio, la scelta di attori
spesso poco conosciuti fino a sovvertire il confine rigido tra documentario e
finzione nel tentativo di cogliere “la vita vera reinventata attraverso il
cinema”[1].
Agnès
Varda: self-portrait
Tutta la vita Agnès Varda
ha continuato a mettersi in scena con umorismo e ironia, con distacco e
auto-riflessività, se stessa al centro dei suoi auto-ritratti come vediamo nel
collage di immagini ricomposte insieme all’ingresso della mostra in molteplici
versioni fotografiche e pittoriche di sé. Troviamo in suo viso iconico
stilizzato in tratti essenziali su un supporto
dorato di ceramica smaltata, il suo nome come simbolo e logo distintivo
al di sotto. Giocando ironicamente con gli stereotipi e le immagini attribuite
al femminile la vediamo fotografarsi completamente avvolta da uno chador nero
dal quale il viso unicamente si staglia scoperto accanto a una moschea iraniana
decorata a motivi floreali e arabeschi antichi.
Altrove, la regista appare sullo
sfondo della natura selvaggia in Corsica o sul set di uno dei suoi film
nell’atto di guardare attraverso la telecamera come volesse catturare e
estrarre in quel gesto l’essenza stessa
dell’immagine attraverso la cinepresa. Ancora “ uno, nessuno e centomila” volti
si sovrappongono come frammenti del viso e sfaccettature del medesimo in un
collage fotografico di Varda, infine citando un affresco veneziano di Bellini la
vediamo vestire gli abiti di un giovane nobile veneziano del ‘500. Al centro della parete si staglia il
ritratto mosaicato ed essenziale del suo viso iconico e la fotografia del
medesimo in primissimo piano in bianco e nero, occhi scuri e capelli neri, l’imprescindibile
caschetto corto che ne svela volutamente la mascolinità, lo sguardo intenso e
disarmante, controparte del profilo stilizzato a colori in ceramica lì accanto.
Ancora, in un montaggio d’immagine tra il personaggio e l’autore, un dettaglio
del volto di Cléo nell’omonimo film si
sovrappone a quello di Varda in un collage volutamente imperfetto tra i due,
personaggio e autore uno parte dell’altro, uno in cerca dell’altro.
Citazioni
pittoriche: Venere di Urbino e Jane B. di Agnès Varda
Citando ironicamente il
dipinto classico di Tiziano Varda ricrea in un gioco illusorio che riprende il
ritratto originario del cinquecento una serie di immagini animate del nudo femminile
con l’attrice Jane Birkin; si posiziona così al confine tra rilettura ironica
della tradizione e tentativo di passare dall’immagine statica del dipinto a
quella in movimento del cinema . Nel fotomontaggio “Je ne vois pas la femme
cachée dans la foret” ugualmente Varda cita parodicamente il celebre collage surrealista di Magritte
del 1929. Il volto della regista, unica esponente femminile della Nouvelle
Vague, si sostituisce al centro del collage al posto della figura vista a torso
nudo cui i surrealisti alludevano come oggetto onirico e erotico dello sguardo
maschile circondata dai ritratti degli altri cineasti. Il suo volto ora in
primo piano, gli occhi chiusi e il sorriso sardonicamente accennato alludono a
un nuovo sguardo e ruolo della donna nell’arte, in particolar modo in quella
cinematografica.
“La
pointe courte” (1954)
Nella scena iniziale nel
film girato in bianco e nero panni bianchi sventolano su un filo al margine di
una strada vista in luci e ombre mentre la telecamera scorre in un progressivo
travelling cinematografico avvicinandosi sempre di più come se qualcuno volesse
infiltrarsi e cogliere la vita quotidiana del villaggio e dei suoi abitanti,
fin dentro la stanza umile di una famiglia di pescatori dove una scia di figli
di diverse età mangiano spaghetti scodellati dalla madre intorno a un tavolo.
Il film è completamente giocato su questo contrasto e parallelismo tra le
ambientazioni sobrie e realiste di una comunità di pescatori che lottano per
sopravvivere in una vita difficile fatta di fatica e sacrifici e una coppia di
giovani borghesi che camminano attraverso quello stesso villaggio facendo
affiorare le proprie crescenti tensioni in una incomunicabilità di fondo che
traspare tra i due nella relazione. I primi piani sui volti estremamente
intensi attraverso le inquadrature statiche avvicinano il cinema alla fotografia
nella necessità forse per la regista di “utilizzare le immagini e i suoni in un
modo reale”, concreto e corporeo rendendo quella realtà nel suo versante
poetico e visivo. Emergono, per esempio, dettagli espressionistici sul
paesaggio, forti contrasti tra luci e ombre nella geometria delle barche e dei
vicoli di Sète. “La Pointe Courte” è un film girato in un unico luogo con un
budget minimo e attori quasi sconosciuti che semplicemente camminano o si
parlano nei silenzi e nelle sospensioni di dialoghi interrotti. Tali i
presupposti di un nuovo cinema che Varda sperimenta con questa sua prima
pellicola anticipando l’evoluzione filmica dei giovani registi della Nouvelle
Vague di lì a pochi anni.
“Clèo
de 5 a 7”(1962)

La regista lo definisce
“un film reale, due ore nella vita di una donna” filmata attraverso il
dispiegarsi di una temporalità intima,interiore quella che scandisce il tempo
dell’attesa insieme alla paura e allo shock di una probabile malattia, il
cancro, di cui Cléo attende l’esito diagnostico di lì a poche ore. Tale crisi
esistenziale scuote alla radice la sua percezione e coscienza seguendola nel corso del film attraverso una
Parigi famigliare e insieme estraniante o totalmente soggettiva che rispecchia
i suoi stati interiori. Seguiamo Cléo mentre si sposta attraverso diversi
luoghi reali in una temporalità sincronica, quella della realtà posta sotto
l’occhio della cinepresa mentre cammina per le strade incontrando persone
“accidentalmente” nel suo vagare_ una veggente che le predice la malattia, la
sua assistente , il fidanzato perlopiù assente, un estraneo con cui nel finale
inizierà un dialogo paradossalmente autentico. Una minaccia tangibile, presente
e tuttavia vaga nella sua mente incombe su Clèo, quella paura che la obbligherà
a cercare una verità più autentica di sé stessa. Specchi compaiono ovunque nel
film giocando un ruolo fondamentale perché se da un lato riflettono le varie
proiezioni illusorie, più o meno apparenti del sé_ quelle immagini che si
creano costantemente nel momento in cui l’individuo si interfaccia alla
società_ dall’altro lato, nei riflessi infranti di quel prisma la protagonista
riconosce la falsità delle maschere e dei travestimenti posta di fronte allo
shock improvviso della malattia e allo spettro della morte. Il film segue il
personaggio in questa transizione progressiva e necessaria, dal climax emotivo
di una canzone udita da Cléo dove si parla di un morire solitario a un guardare
attraverso quello specchio, o meglio attraversarlo simbolicamente per
riscattare un’immagine più autentica e consapevole di sé, nello scambio empatico,
per esempio, con il giovane soldato incontrato lungo il cammino. Come afferma Agnès
Varda in un’intervista: si tratta di afferrare qualcosa che diviene creazione
cinematografica “partendo dalla vita, la vita reinventata attraverso il cinema”[2].
Il femminismo
Il femminismo risulta profondamente radicato
nell’estetica e nella narrazione visiva di Varda nonché nelle sue numerose
prese di posizione sul ruolo delle donne nel cinema, sulla loro
rappresentazione sullo schermo e soprattutto nella società spesso denunciando
le diseguaglianze strutturali o le forme di patriarcato ancora imperanti nel
mondo attuale. La regista attraverso tutti i suoi film_ i più distanti nel
tempo e nello spazio_ non smette di mettere il discussione i ruoli imposti
dalla società o dagli stereotipi femminili proponendo immagini alternative di
donne libere, marginali o differenti, e visioni della coppia spesso provocatorie
per allontanarsi da quello che lei definisce i“ cliché collettivi”. In “Cléo”,
per la prima volta, uno sguardo femminile esplora il mondo e la propria
identità posta di fronte alla minaccia della malattia, la donna non come
oggetto ma come soggetto della propria storia. In “Senza tetto né legge” Varda
da voce alla marginalità femminile attraverso la figura idiosincratica di una
giovane ribelle che cammina e non smette di camminare attraverso i nove
travelling cinematografici in rivolta verso ogni convenzione sociale, sulla
strada, libera e marginale rifiutando ogni tipo di aiuto. Infine, è soprattutto
in “ Una canta, l’altra no” (1977) che la regista sotto l’aspetto di un musical
vivace e anticonformista mette in scena l’emancipazione di due protagoniste
molto diverse tra loro affrontando il
tema della legalizzazione dell’aborto come diritto di scelta e di libertà per la donna.
Agnés Varda nel 2017
riceve l’Oscar onorario alla carriera, prima regista donna ad avere ottenuto
tale riconoscimento come figura centrale nel Novecento, artista poliedrica
capace di intrecciare il cinema alla fotografia e alle arti visive, innovatrice
e avanguardista per una nuova generazione di cineasti tra gli anni ‘50 e ’60,
infine colei che ha saputo sempre intrecciare il suo lavoro all’impegno civile in
un autentico femminismo. Varda parla di un “ desiderio di cinema” che passa
attraverso “l’utilizzare le immagini e i suoni in modo reale” partendo dalla
vita per renderla o reinventarla come immagine cinematografica. Nelle sue
parole: “sono contenta di aver sempre
lavorato con le immagini e i suoni in film, video o installazioni, le immagini
mi affascinano e la riflessione sulle immagini è un soggetto in sé stesso infinito”[3].
Perché come ella afferma è solo uscendo anche solo di poco dal “realismo
assoluto”, permettendosi di avere una vita mentale che non è per forza
“ragionevole o costruita”, ammettendo che “il sogno ad occhi aperti è forse un
modo di vivere più piacevole di quel realismo assoluto”[4],
che ci sarà spazio e luogo per altre voci e altri sguardi arrivando alla
creazione di nuove forme che implicitamente decostruiscono, come è riuscita a
fare Agnès Varda, gli stereotipi culturali o di genere per dare spazio a
identità femminili più autentiche e sorprendenti.
[1] Cfr video “filmaker profile: Agnès Varda” https://www.youtube.com/watch?v=JrBGoYGuBQI&t=130s
[2] Cfr video “filmaker profile: Agnès Varda” https://www.youtube.com/watch?v=JrBGoYGuBQI&t=130s
[3] Ibid., video interview
[4] Ibid., video-interview




















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