
Modellate in assenza o temporanea messa tra parentesi di una reale rappresentazione del corpo, Maiolino realizza qui sculture che come espressione di forze generatrici e primarie all’individuo si traducono in parti o pezzi di “corpi estranei” mimando o rimandando agli organi interni del corpo. Appaiono come visceri, masse o canali di scorrimento, forme modellate di intestini o stomaci organicamente visti in primo piano o canali di circolazione corporea rovesciati dal vuoto al pieno, dall’interno all’esterno in una materia scolpita, ben visibile, e presente. Processo attraverso cui l’istantaneità dell’azione viene riassorbita e trattenuta nel gesto della scultura. La pietra diviene malleabile nella forma contorta e sinuosa del suo darsi nonostante l’aspetto granitico e per sua natura immutabile della medesima, ciò che incarna insieme la potenza viscerale dell’umano e il corpo nella sua capacità di mettersi in relazione con il mondo. Sono interni di intestini ma potrebbero anche essere canali di scorrimento di qualsiasi tipo, reti neuronali del cervello come i connettori nervosi diffusi su tutta la superficie dell’epidermide umana. In una installazione successiva le stesse forme di visceri o intestini vengono portate in esterno e rimodellate attraverso la materia del mondo, infine deposte in massa ordinata su un tavolo d’esposizione museale. Sono marmitte d’auto arrugginite, pezzi riciclati e combinati insieme, tubi di scappamento di vecchie auto in disuso come erano i precedenti pezzi d’intestino, oppure ancora, grondaie rotte o tubature di vecchi canali sotterranei assumendo forme circolari, perturbanti e contorte. Sono materie povere, materiali di riciclo o di recupero simili a scorie del corpo o del mondo che necessitano in qualche modo d’essere riconvertite,riutilizzate, trasformate in altro e altro ancora per poter essere re-immesse nel ciclo vitale.
La scultura per Maiolino è scavo e
svuotamento degli organi, del corpo, dell’argilla fino a far apparire in
esterno una materia mutevole, ambigua nella sua configurazione che si tenta, infine, di fissare nel posizionamento ultimo della scultura. Essa assorbe, traduce e
trattiene l’azione, il movimento imponendolo in una forma statica, indelebile e
modellata come tale per l’eternità. In una scultura adiacente della serie la massa nella sua compattezza diventa scavo, svuotamento e, ancora una volta, l’interno è mostrato o reso accessibile all’esterno. Scolpire è, allora, entrare nei visceri dell’opera come in quelli del corpo attraverso una fenditura che diventa apertura e cavità per risalire quasi alla genealogia della materia, alle radici della storia, alla provenienza più antica e primordiale del gesto scultoreo, forse agli antecedenti della forma. Scavare è togliere, andare verso lo svuotamento della massa, la decostruzione dell’aspetto compatto e levigato dell’opera finita per cercare “nell’indietro”, nel prima, nell’anteriorità al complesso massiccio e unico della pietra.
Sei
immagini in primissimo piano raffiguranti alcune bocche maschili e femminili
sono viste nel tentativo di esprimersi ma sistematicamente ostacolate o
impedite da elementi esterni o intrusivi: un uovo, un groviglio di fili, una
massa di fumo o un semplice filo serrato tra le labbra ora spalancate ora
digrignanti. Impedimenti si interpongono in maniera intrusiva all’immagine
visiva mentre la bocca è vista nell’atto di ingurgitare voracemente qualcosa fino a divenire un canale ostruito da una parola non-detta o a metà trattenuta. Allo stesso modo il
post-colonialismo appare divorare o cannibalizzare la cultura coloniale
precedente nel tentativo di espellerla e liberarsi d’essa. Il lavoro
dell’artista fa riferimento qui apertamente al clima repressivo del regime
totalitario instauratosi in Brasile negli anni ’60 che letteralmente toglie voce all’individuo e che
la Maiolino sperimenta direttamente come migrante. Al di là dell’investimento
politico le bocche viste in tale primissimo piano evocano forme perturbanti,
sessuate, orifizi aperti o chiusi innestati d’altri elementi intrusivi,
spalancate, ora digrignanti o serrate volutamente dando vita a immagini ambigue,
aperte, disturbanti alla coscienza del visivo. In fotografie successive che
documentano una performance dell’artista nel ’74, “What is left” forbici sono viste su un volto in primissimo piano; inesorabili si avvicinano al naso prima, in
procinto della bocca e della lingua poi e, ancora minacciando il volto in una
sorta di violazione perpetuata, taciuta e auto-imposta dall'io al corpo della
performer. L’ambientazione appare asettica, la luce fioca nella stanza vuota, in
assenza d’ogni altro segno di rilievo se non il volto ripreso a distanza
ravvicinata dalla cinepresa. Le lacerazioni prodotte dalla violenza politica, il
silenzio imposto dalla censura, l’oppressione e il senso di pericolo diffusi si
traducono attraverso la medianità d’un corpo-strumento, istintivamente
espressivo, brutalmente nudo e diretto nel proprio darsi sia come oggetto di
aggressione che come atto di resistenza. Esso si erge in una implicita
sfida alla violenza perpetuata dal regime incarnando su di sé nell’atto dell’ auto-mutilazione il duplice
ruolo di vittima e di aggressore.La strada è disseminata di centinaia di uova, difficile da percorrere a piedi nudi sul cemento. I piedi avanzano lentamente, si muovono su un campo minato. La distesa è d’asfalto, il suolo è lastricato, grigio, improntato di segni dei piedi nudi che camminano, avanzano tra i nuclei bianchi o le piccole forme sferiche più tardi riconoscibili in primo piano come uova. Un percorso a ostacoli: le gambe sono viste avanzare a fatica tutelando i propri passi, camminano su un terreno minato dove gli oggetti appaiono sul punto di esplodere, rompersi, saltare in aria da un momento all’altro. Si allude chiaramente alla minaccia subita in una situazione di repressione politica e al senso diffuso di pericolo immanente quanto non localizzabile come se uno sguardo dall’alto, invisibile e onnipresente fosse là a incarnare il volto più subdolo e repressivo del potere. Tuttavia, nella performance, l’effetto visivo del bianco nella costellazione dei punti disseminati sulla superficie di cemento rompe il grigiore atono e incolore imposto dalla monotonia della scena creando aloni luminosi malgrado tutto, tracce depositarie di vita o di possibili nuove ri-generazioni, ciò che politicamente darebbe vita a ipotizzabili rivolgimenti in un distante ma non troppo lontano a-venire. I punti bianchi infrangono visivamente la distesa piatta di cemento estendendosi in prospettiva oltre il limite del nostro sguardo per dare adito e canalizzare un’ altra primordiale energia o forza creatrice.
I piedi marcano il territorio al passaggio, stranamente qui l’aspetto inalterabile del cemento si imprime di impronte oscuranti allo stesso modo in cui un percorso esistenziale resta marcato o inciso dai segni e le tracce di un'esperienza. Si avanza attraverso quei campi minati fino a farli divenire campi di giocoleria danzando su ostacoli virtualmente pronti a esplodere fino a renderli palline o sfere luminose di impensata possibilità, d'altra nuova creatività per assurdo ritrovata.
L’esilio forzato
negli Stati Uniti e la consapevolezza di “non-appartenere” si contrappongono nel
lavoro dell’artista messicana Anna Mendieta al
bisogno di trovare nuovo radicamento spirituale, forse di inventarsi
una nuova identità multiculturale e, insieme, di colmare quella perenne
frattura. La terra ritorna e costantemente appare nei lavori performativi della
Mendieta come primaria e viscerale forma di appartenenza o innato ritorno
all’originario: sublime fusionalità con la totalità del vivente, con la natura
intesa come forza animata e partecipe d’ogni aspetto di vita nel cosmo. Il
profilo della figura inserito nel paesaggio messicano incontaminato si fonde,
mimetizza quasi con la purezza degli elementi circostanti: arbusti, cespugli,
rocce, terra granitica che sgretola all’irrompere delle fiamme e nuvole di fumo
viste in primo piano sul paesaggio retrostante. La terra è
femminile come il corpo dell’artista e la sua energia si vuole per Mendieta creatrice
e feconda. Il fuoco emerge nell’eruzione vulcanica come una potenza esplosiva e
primaria, visto nella sua duplicità di forza generatrice e distruttrice .
Il profilo del corpo_ sagoma svuotata dell’io e aurea irradiante che emana dalla
sua volatile presenza_ diviene un tutt’uno, si pone quasi in unione
complementare con la terra percepita sia come luogo di nascita che di
sepoltura. Il dialogo, dunque, in questo gioco è lasciato alla connessione aleatoria delle parti ma, anche, a inaspettate interruzioni o interferenze che possono intercorrere lungo il tragitto; il messaggio può giungere o meno a destinazione, essere recapitato a un interlocutore differente oppure arrivare cifrato o indecifrabile al ricevente. Tutto è affidato a questo reticolo di fili nell'ambiguità del caso o del momento.
Nell’azione
performativa “On education” (2008) l’artista ridipingeva la statua equestre della
città di Montevideo in vernice bianca facendo coincidere una credenza popolare latino-americana sul colore dei cavalli di tanti condottieri eroici con la realtà generata dalla sua azione pittorica. Si trattava, ancora
una volta, d’un modo ironico per ribaltare un luogo comune volgendo uno stereotipo del
linguaggio in una nuova o seconda verità. Nel
video girato in occasione della performance la statua equestre in pietra scolpita è presa a colpi
di pennellate, di spatola, ricoperta per gettiti di vernice bianca come se sprazzi di
nuova vita, di nuovo colore fossero gettati sul modello scolpito fino a infondervi linfa vitale . Pica versa
quella mano di vernice sulla statua parlando di “istruzione” quasi volesse formulare un pensiero partendo da un posizionamento critico: versare una distesa di bianco è già rinnovare , semplicemente rendere visibile un 'altra idea di trasmissione o meglio formazione dell'individuo “not to impose but to speak the way I think and feel”. E’ un realismo impregnato di morte, della risonanza e dell’idea di sparizione nell'interfaccia tra memoria e oblio quello che si rivela attraverso il grande affresco murale o collage di volti creato dalla messicana Margolles appositamente per l’esposizione. Il lavoro è ispirato all’uccisione di tante giovani donne nel
Volti
inumani di giovani donne, ragazze o “poco più che bambine” riemergono sulla
parete. Giovani attraenti e piene di vita, di bellezza ancora ma slavate dal
passaggio del tempo e dall'oblio nella loro già parziale cancellazione come veri ritratti. I volti appaiono ricoperti da un alone
di silenzio e di morte, in parte staccati o rigati, soggetti a un progressivo processo di dileguamento e, insieme, fissati nella sospensione violenta di un istante, l'istante anche della fotografia: implicito riscatto della vita sottratta e fissata in un'illusione d'eternità nella sua interfaccia costante alla morte come l'inesorabile consumarsi del tempo e del ricordo . Allo stesso modo che nelle serigrafie
di Warhol tali ritratti sono visti in una ripetizione seriale che li consegna a
poco a poco all’oblio dell’inevitabile loro cancellazione. Giungono a noi, tuttavia, immensi sulla parete della galleria dal fondo del loro grido, silenzioso, immanente, stranamente inumano, quasi l’artista abbia voluto dare una voce a questi volti per rompere il silenzio entro il quale erano rimasti troppo a lungo imprigionati: intrappolati nell'istante di sospensione delle loro vite violentemente spezzate.




























