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venerdì 15 marzo 2019

MIKA ROTTENBERG, creazioni visive e video ( al Mambo di Bologna)









Sistemi di produzione sul punto di collassare si ripresentano nei video di Mika Rottenberg mentre geografie e narrazioni all’ apparenza realistiche scivolano verso l’assurdo, il surreale o il “non-sense” ironico o volutamente umoristico per l’artista argentina cresciuta in Israele e ora stabilitasi a New York. 
Per la prima volta esposte in Italia in una personale attualmente al Mambo di Bologna le sue architetture minimaliste non senza humour e implicita ironia si stagliano come micro-installazioni sulle pareti nude e gli immensi spazi bianchi della galleria bolognese insieme alle sue  tre nuove creazioni video surreali barocche.

Tema dominante al centro della produzione artistica di Rottenberg resta il paradosso e le disuguaglianze generate dall’attuale modello economico capitalista esteso su scala globale; in particolare modo l’artista si sofferma sulle dinamiche del lavoro sfruttato, sottopagato, o a catena nelle fabbriche in Cina, come tali parte dell’ingranaggio di un sistema che delocalizza sé stesso nelle realtà geografiche più marginali o in espansione rendendosi allo stesso tempo sempre più virtuale e smaterializzato nei suoi flussi di ricchezza e  risorse spendibili in una reale economia. L’essere umano preso al laccio da tale ingranaggio, il corpo e, in primo luogo quello femminile nei video, appare come il primo specchio o riflesso deformante di tale realtà: disumanizzato e annullato dal lavoro a catena  perché soggetto allo sfinimento della ripetizione. Esso incarna la precarietà e l’intrinseca ingiustizia di tale sistema sulle vite di questi individui, in particolar modo delle donne. Il tono dominante dell’artista argentina resta, tuttavia, quello surreale della deformazione grottesca della realtà passando attraverso i registri del fantastico, nello scivolamento allucinatorio o fantasioso , infine nel volutamente umoristico e derisorio.

Ceiling projection (video installazione, 2018) 






Lampadine colorate su una superficie trasparente posta al centro dello spazio sopra la nostra testa si frantumano in un caleidoscopio di colori di fronte ai nostri occhi: cromie brillanti e luci di vetri riflessi continuano rifrangersi sulla superficie trasparente, come attraverso uno specchio colorato. Assistiamo alla scena a distanza ravvicinata, quasi fossimo dentro quello spazio fisico e sonoro, insieme al rompersi e deflagrare in aria delle ampolle esplose, insieme alle pietruzze e alle schegge di vetro che si proiettano a pioggia sul tavolo. Gli oggetti e la materia di vetro volgono da uno stato all’ altro, si trasformano incessantemente come pulviscoli e pezzetti colorati esplosi sotto i nostri occhi. Scintille luminose, tutti i colori diluiti insieme nel continuo cromatico mutano sospinti dal movimento incessante dell’infrangersi del vetro e ogni volta creano, secondo il caso, una nuova composizione astratta. Come scintille di un qualcosa di leggero, fragile e in movimento_ un microcosmo di vetrini verdi, rossi, fucsia e gialli_ fanno pensare alla molteplicità disordinata dell’esistenza, mutevole e in divenire, all’ essere o sentirsi vivi, al respirare, battere e fluire, allo scorrere del ritmo vitale in noi. 


“Cosmic Generator” (2017), scultura e video installazione

Al confine tra Mexico e California un tunnel sotterraneo di accesso clandestino al confine americano collega la città di Calexico a quella di Mexicali; lì, nella Chinatown del suolo messicano dentro il Dragon Restaurant si trova il passaggio occultato verso la nuova frontiera. Da tale contingenza reale emerge l’idea alla base del video “Cosmic Generator”: “chi entra nel tunnel in Mexico non raggiunge gli Usa ma riemerge in un’enorme magazzino cinese regno lucente e barocco della plastica dove domina l’horror vacui di un’inutile sovrapposizione che genera un vuoto di senso”. 

 Là, uno scorcio sulla società cinese d’oggi si mostra nella dicotomia irrisolvibile tra miraggio esasperato di ricchezza e realtà precaria di un ingranaggio spietato di produzione che annulla e disumanizza l’individuo. Ancora, è la dicotomia tra la seduzione delle merci o il loro potere di dominio e fascinazione quasi assoluta sulla società consumista d’oggi e il senso sempre più esasperante di individualismo e solitudine che permea gli individui. Tunnel e muro appaiono come i due punti tensivi, le due costruzioni opposte legate da una dialettica di prossimità: il desiderio e l’opportunità da un lato dell’attraversamento contro la paura e la minaccia dall’altro, o ancora, lo scorrere e il fluire nel passaggio di individui, merci e idee e il blocco, l’occlusione, il limite invalicabile del muro. 
La frontiera è luogo di libertà ma anche ciò che divide e sancisce un territorio proteggendolo dall’ assedio dello straniero o dell’incomprensibile. 

“Cosmic Generator”, images

 


Surreale un tunnel si apre dentro un piatto del ristorante cinese servita e scoperchiata dalla proprietaria; surreale la fantasia confonde e trasforma la realtà, la altera volutamente creando immagini deformanti della medesima. La frontiera tra Mexico e Usa è zona di confine, di transito ma anche di sbarramento, di occlusione o limite invalicabile posto dall’ amministrazione americana attraverso la realizzazione di una immensa muraglia difensiva contro il traffico clandestino e i flussi migratori dell' intera comunità messicana.
La Chinatown di questa cittadina di confine appare nei colori caldi e accesi degli edifici, bassi e paralleli alla linea dell’orizzonte, nelle tonalità ocra, ambra e terra del suolo sud-americano in netto contrasto con l’interno degli edifici 
cinesi adibiti per lo più a commerci e negozi in un esubero illimitato di merci a basso costo straripanti dagli scaffali . 

Dunque nel piatto scoperchiato tre figurine surreali si muovono , poi un tunnel si apre e siamo come gettati attraverso tale passaggio in technicolor dalle tonalità psichedeliche e saturanti: rossiccio acceso, verde, fucsia, ocra in un scivolare, correre, lasciarsi portare a velocità stratosferica attraverso tale scorrere e fluire delle immagini in movimento.





Vetri rotti e esplosione di frammenti multipli e colorati, sul tavolo da lavoro trasparente in primo piano. Una mano appare nell’ atto di infrangere, far esplodere e lasciar depositare casualmente i mille pezzetti, schegge e sprazzi di colore, specchi e ritagli di vetro. L’artista al lavoro fa a pezzi e lascia accadere, ricomporre la molteplicità disordinata di sensazioni e particelle d’esperienza in una visione multipla e astratta. Tutto è là, tutto è tenuto insieme e trova il proprio posto naturalmente. Dai vetri rotti scintille, schegge o riflessi vivi e brillanti si illuminano nell’oscurità del caos circostante come un lavoro d’arte nasce in se stesso  tra grazia e caos, nel caso che l’ha generato in quel modo e non differentemente.









Oggetti in plastica di ogni forma e dimensione affollano in un esubero di colori i market cinesi: giocattoli, bambole, salvagenti, anatroccoli, decorazioni natalizie e fiori finti, festoni variopinti, fontane di gesso e frutta plastificata, bolle di sapone, utensili e ogni sorta di cianfrusaglie in plastica. Gli "oggetti spazzatura" come i "cibi spazzatura"a moltiplicano e proliferano nell’ illimitato ciclo nella catena di produzione, nell’uso e nell’abuso che ne facciamo, nel consumo fine a sé stesso, infine nell’artefatto, nell’artificio o nell’artificiale delle merci. L’uomo appare intrappolato in mezzo a tale surplus di cose come il corpo della venditrice fagocitato dall’ ultra-saturazione degli oggetti. 









Ora la scena si sposta all’interno di un negozio cinese dove festoni sfavillanti e vistosi di tutti i colori ricoprono completamente la facciata d’ ingresso in tale esaltazione esasperante di presenza, sovrabbondanza e consumo di merci a poco prezzo impilate negli scaffali stracolmi e variopinti. 
Luci fosforescenti all’interno; la donna lì in attesa dei clienti appare quasi sepolta tra le merci, divorata dalla creatura allegorica, mostruosa e fagocitante, mai sazia e senza limiti di cupidigia rampante del nuovo capitalismo cinese. Il corpo della donna confinato nello spazio esiguo di una piccola scrivania in mezzo allo spazio saturato di cose d’un tratto compie qualcosa di inaspettato quanto disarmante nella sua semplicità, forse la risposta più semplice e naturale che un corpo possa dare, più sovversiva anche perché in grado di interrompere implicitamente il circuito alienante di sfruttamento e profitto. Il suo corpo cede, si appoggia al tavolo, si lascia andare semplicemente, forse sfinito, al sonno. Si abbandona a quella necessità prima e imperante. L’antidoto più potente in un semplice gesto resta il richiamo primo e impellente del corpo nel suo istinto di sopravvivenza, nel suo grido essenziale e incancellabile contro l’annullamento dell’individuo catturato e in qualche modo piegato alla logica spietata, ai ritmi estenuanti del lavoro a catena nelle fabbriche. 






Tunnel infinito grigio verde, mercurio, fucsia e violaceo, ora rosso psichedelico come la grande corsa di una giostra impazzita, lanciata a velocità folle, attraverso discese e salite simili a quelle delle montagne russe nei più comuni parchi di divertimento. 
 Avanza, scivola attraverso quel tunnel stretto, stringente a tratti, viene catapultato quasi alla velocità della luce, il piccolo uomo scoperchiato dalla pietanza precedente come una figurina minuscola e surreale, proiettata attraverso il tempo e lo spazio nella visione fantastica creata da Mika. Anni luce condensano in pochi istanti per ricongiungere due realtà, due visioni del mondo, due luoghi fisici che sono anche sinonimo di due universi culturali estranei divisi dallo sbarramento di un muro, muraglia o frontiera chiusa. Si scivola nel tunnel in Mexico e ci si ritrova non nella terra promessa di libertà e ricchezza del mito americano ma dentro un grande magazzino cinese lucente e stracolmo di merci perché nell’ idea dell’artista argentina il tunnel che collega le due città si trova proprio al centro della Chinatown messicana. Possente la metafora incarna le proiezioni e deformazioni prodotte dagli esiti dell’attuale sistema economico tra l’indigenza dei molti e il miraggio di ricchezza dei pochi, tra i paesi dominanti e quelli marginali, nella dialettica ancora tra l’occidente, l’altro e le potenze mondiali emergenti in un mondo dove le economie sono tutte oggi, sempre più, globalmente e inevitabilmente interconnesse. 




Tale la dicotomia alla base di “Cosmic Generator” dove tunnel fantasiosi e immaginari si alternano a barriere reali e invalicabili filmate in primissimo piano, la muraglia per esempio voluta dal George W. Bush e il suo successore, l’attuale presidente americano tra Stati Uniti e Messico per impedire agli immigranti illegali di attraversar il confine. E ancora, sono le barriere che sanciscono arresti e separazioni di territori come i cartelli di confine alla frontiera dove lettere bianche si stagliano, nitide e indelebili, con i nomi dei singoli stati e città, Calexico, Usa sul verde dello sfondo.

 Là, il giallo e ocra del deserto, i colori accesi e brillanti, vividi e luminosi della terra messicana investono una inusuale Chinatown del sud America. Perché tutto il lavoro di Mika Rottenberg infine è costruito su queste immagini contrastanti e quasi inconciliabili che il capitalismo produce di sé stesso tra barriere che chiudono e passaggi che indicano alternative percorribili, tra il bloccare i flussi, la circolazione, gli scambi_ l’individualità intrinseca dei soggetti in quanto appartenenti a una collettività_ e il trovare vie d’uscita, vie di fuga o vie aperte verso un “al di fuori”: un’alterità economica o altre risorse possibili da cercare oltre tale sistema alienante. L’idea di annullamento dell’individuo va di pari passo in queste immagini  con un’esasperazione di presenza, un mondo di cose che in qualche modo sostituiscono, rimpiazzano o fagocitano l’umano. La realtà appare, infine, sempre inevitabilmente come un costrutto che per quanto visibilmente falso, frutto di un artificio, di una deformazione grottesca della medesima, nasconde o insinua una propria verità volutamente scivolando nel fantastico, nell’ assurdo o nell’ irreale.




mercoledì 5 agosto 2015

Da "Corposamente 2015": Visioni video di A. Bernabini e un "Recital" del Teatro delle Albe



















Luna piena alta su un cielo coperto, plumbeo, oscurato da una leggera patina di indaco blu tendente all’ultranero che promette tempesta per il giorno successivo. Alle nostre spalle si erge l’imponente palazzo Grossi, cinquecentesco castello e fortezza insieme con le sue colonne portanti tendenti verso l’alto, i suoi smerli e torri in pietra a vista rigide e magnificenti nelle loro linee di forza. La facciata antica in immobile presenza si è prestata poco prima a divenire schermo per l’installazione visiva di Andrea Bernabini: fantomatico spazio di affioramento, composizione e altrettanta rapidissima scomposizione di immagini in movimento; moduli astratti, qualche volta figure del sogno, profili di corpi robotici o volti appena accennati si sono susseguiti e visti diluire a velocità psichedelica in colori elettrici, in linee e ellissi disegnandosi per deformarsi e dileguare su una piattaforma digitale. Apparizioni dal virtuale tecnologico o subliminali fantasmi psichici evocati attraverso quello, non sappiamo. Poi lo sfondo del castello è riapparso nella sua iconicità, nel suo contorno immobile e austero mentre la densità plumbea della notte è discesa completamente ad attendere la venuta dei due attori, l’inizio del recital “E Bal” delle Albe.





Siamo nella totale oscurità dello spiazzo erboso rischiarato ora solo da un bagliore lunare che giungendo da un nucleo lontano, luminoso e distante traccia la sua scia celeste in una perfetta triangolazione tra noi spettatori e i volti apparsi su scena intensamente rischiarati dalle luci elettriche . Sullo sfondo dall’altra parte del prato, il rivale alto del fiume Senio coperto di vegetazione, arbusti e cannucce palustri conduce il nostro sguardo più lontano lasciandoci intuire nell’oscurità l’entroterra della campagna circostante, le distese dei campi oltre il fiume, questa immagine d’una terra ancestrale di Romagna, antica, mitica che si ricongiunge in qualche modo dalle sue radici rurali a un archetipo della nostra memoria collettiva inconscia . Il dialetto, ugualmente è la lingua poetica adottata da Nevio Spadoni che naturalmente aderisce al recitativo della storia di Ezia , donna di campagna abbandonata dall’amante e futuro marito, emarginata dal paese e vista nel suo continuo vagare attraverso il villaggio tentando di trovare un sostituto al vecchio fidanzato scomparso. Nel racconto la donna ne diviene folle con il passare degli anni, presa dentro il proprio delirio personale sul passato fino a perdere il lume della ragione. L’idioma è quello duro, gutturale, “di ferro” appunto come lo definisce Ermanna Montanari dell’entroterra romagnolo, gridato e sputato fuori, stridente, metallico e pieno di ruggine come la voce immaginata per la protagonista femminile; quello che taglia l’aria attraverso le campagne immense e arriva come una lingua viscerale strappata dal fondo della carne, del corpo del giovane attore Magnani. Una parola nuda, gettata sul vuoto della scena, stridente come il suono metallico di un gessetto su una lavagna , incisiva come il graffio d’un artiglio sulla carne viva per modularsi in sonorità dalle varianti ritmiche serie, ora canzonatorie o prettamente comiche, ora grottesche fino a toccare il tragico nel finale con la morte della donna lasciata al suo infausto destino.






Immobile sulla scena l’attore racconta la storia di Ezia attraverso una voce narrante fuori campo, a tratti incarnando quella di lei mentre si scaglia in invettive contro la gente del villaggio che la deride, contro l’amante che l’ha lasciata, sempre e comunque dicendosi in cammino per inseguire la fiammella illusoria d’un barlume di felicità inseguito quanto vagheggiato, intravisto quanto perduto, immaginato quanto smarrito come il filo della sua vita. Il suo linguaggio si colora di imprecazioni, esclamazioni e espressioni tipicamente dialettali intraducibili in italiano, approda infine nel compianto contro il proprio destino, strano gioco che per un giro di vita l’ha lasciata muta, sola, perduta a una danza folle e senza parole.

Un musicista, Simone Marzocchi, accompagna su scena come se in primo luogo la qualità timbrica della voce di Ezia, l’identità stessa del personaggio scaturisse dalla phoné, dal suono del sottofondo musicale oltre che dalla sua parola scagliata fuori in sonorità stridenti, metalliche ora intercalate da brevi silenzi, ora dalle note acute e dai cigolii di fondo dei tre strumenti. Accanto alla tromba appare una sorta di xilofono con suoni dissonanti, infine questa lastra metallica rilucente, argentea e opaca che come una vera e propria tavola di scrittura si rende superficie riflettente, istallazione visiva e sonora dove qualcuno iscrive una storia e insieme dialoga con la propria ombra. La figura in rilievo si staglia nello spazio, emerge illuminandosi di tanto in tanto insieme al volto rapito, attraversato, transito quasi dalla potenza della parola dell’attore Magnani. Perché è, infine, nell’estrema semplicità della visione, nella nudità abitata di quella scena creata solo da poche luci, in quel paesaggio lunare e sullo sfondo d’una terra ancestrale da cui l’idioma origina e trova la sua linfa vitale che nasce e prende corpo il racconto di Spadoni attraverso la presenza indelebile dell’attore su scena. Là, la sua voce riesce a farsi corpo nell’immobilità della figura, a divenire densità e materia sonora, parola poetica infine abitata.








mercoledì 9 gennaio 2013

"The five states of nature", video-installazione di Alessio Ballerini, Galleria Adiacenze, Bologna



"Fugaci manifestazioni del metafisico permeano l'Essere intorno e dentro di noi"




Soundscapes sono ambientazioni acustiche, musiche composte da computer e annessi, chitarre, tastiere o violini, musica elettronica e rumori, per creare atmosfere sonore, dare un'esistenza fisica, sensibile e concreta a stati dell’essere o dell'esistenza,
pensati per dare una sonorità a una determinata realtà emozionale o percettiva, cosciente o subcosciente fino a quel momento rimasta tacita,  inconoscibile perfino prima che si arrivasse ad associarle una tonalità  che implicitamente la rivela, si rivela come giusta, risuonante simile a una vibrazione dell'anima.
I "Soundscapes" nascono da una sincronia del tutto aleatoria, paradossale quasi, scaturita dall'incontro casuale quanto esatto di suoni, rumori, o captazioni di un campo sonoro esistente in natura, poi dall'intromissione di strumenti acustici  in accordo o contrappunto al medesimo.

Le atmosfere sonore, i paesaggi acustici creati da tali commistioni di suoni e rumori ambientali nel lavoro di Alessio Ballerini si appoggiano alla fisicità di immagini video, disegni o fotografie perché il suono, in primo luogo esiste nello spazio e avviene come un avvenimento intensivo, tensivo, tale la concentrazione d'energia in una forma udibile ai sensi. Possiede una fisicità propria che attraversa lo spazio fisico prima di divenire paesaggio interiore, prima d'essere investito d'una vibrazione emozionale precisa,
di trasmettersi come l'atmosfera sensibile d'un luogo, d'uno stato d'essere, d'esistenza. Anzi, nelle istallazioni di Ballerini esso diventa il filo conduttore, l'asse portante d'un paesaggio emotivo che affiora, si lascia percepire e comprendere attraverso la musica spesso in contrappunto o in dissociazione voluta con quello che l'immagine narra.

Cosi', nell'istallazione Human Tree ad “Adiacenze” disegni a macchia o ad acquarello, essenziali tracciati di paesaggi astratti in bianco e nero simili a vibrazioni o onde sonore aprono la via alle immagini video composte in concomitanza alle composizioni musicali.


Il video “I cinque stati di natura” è un viaggio attraverso cinque stati dell'esistenza sensibile come una sorta   di attraversamento fisico e simbolico, un viaggio della metamorfosi del corpo danzante a stretto contatto con le forze prime, primarie della natura in un cosmo permeato dai segni della presenza  dell’invisibile nelle sue proprie forme come in quelle dell’umano. Lo spazio esterno è visto nella purezza incontaminata d'alberi e distese boschive, di superfici liquide e riflettenti coperte di tenue ninfee e corsi d'acqua avvolti d'una lieve patina di gelo. Si alternano dirupi, gole, incavi di rocce profonde aprendosi tra quelle e pareti carsiche graffiate e incise di neri segni a stretto contatto con le braccia,  il torso e  le spalle del corpo che danza; i suoi gesti e segni permeati  di segrete corrispondenze con quelli rinviati dalla natura.
E’ uno spazio primitivo, poetico, non ordinato quello che la figura femminile attraversa nella danza; ricoperto di foreste, immerso tra dirupi e montagne, cadenzato dal fruscio lieve delle acqua in un moto continuo ma distante di cascate, poi in accordo al grande respiro del vento. La sua vibrazione si lascia udire come una nota, continua, aerea e impercettibile quasi tra immersi  tronchi d’alberi, pareti verdi, distese di rocce carsiche sommerse e sfiorate dall’ incedere lento della figura.

 Il corpo femminile danzando opera questa mediazione con la natura, tra l'umano e il divino in senso lato, vive tale assimilazione in senso sciamanico, cosmico  quasi, della natura nella sua parte di infinità all'essere proprio dell'umano. Il viaggio è dunque  percorso nella transizione in alcuni stati  o momenti essenziali dell'esistenza: conoscenza, caduta e  purificazione. Lo spazio è quello  incontaminato della natura,  l'inoltrarsi negli abissi d'una selva o foresta fino alla sua oscurità, fino al non-sapere che è anche quello del nostro proprio inconscio. 
“Self-discovery”   è esplorazione,  scoperta dello spazio esterno del proprio esistere, “la ricerca del senso”, della strada da percorrere, di sé stessi in quanto individualità nello spazio proprio al corpo poi nel suo esterno proiettarsi attraverso l’avvenimento della danza.
“Joy and strenght” sono la forza e la gioia, l’inesausto fervore, giovanile ardore, la vitalità e l’impulso alla vita, alla continuità, al movimento. Segue “la presa di coscienza” della natura umana nel dolore, nella caduta, la cacciata dal paradiso edenico, terrestre, infine la coscienza del dopo, nel ritorno alla fine della traversata.







“Self-discovery”

Corde tese di neri fili intrecciandosi in un reticolo-gabbia d’oscurità; l'incedere lento tra le profondità boschive come attraverso gli strati più profondi della propria mente.
Effetto fluido, grigio e irradiante del paesaggio dai contorni diafani di luce. 
E' l'esplorazione luminosa dello spazio attraverso dettagli di rami, d'alberi, tronchi o parti di selciato, poi  per parti del corpo, torso, mani e braccia nell’atto  di muovere passi, avanzare e infiltrarsi tra i rami, i roghi e i cespugli in gesti lentissimi. 
Nell'incedere incontra le difficoltà del cammino, la durezza della pietra, gli antri scavati o corrosi, le superfici intaccate o incise, l'asperità della roccia in immagini difficilmente riconducibili a un piano di riconoscibilità immediata.
Solarità opaca dai contorni non visibili, ora sull’ erba il corpo è raccolto.

 Dissolve la figura nel tutto nella foresta, in macchie di luce trasfigurate sullo schermo. 
 Irradia come questa nebbia opaca e luminosa che tende a cancellare i contorni dalla foresta, dal cuore in onde eccentriche dileguando dal centro alla periferia dell' ambiente boschivo accompagnata dal soffio lieve del vento,
inesausto del grande respiro, dall'anima del cosmo a quella del corpo.
Attraverso questo cerca la fusione dell'umano con il soffio primordiale del tutto, non imponendo la sua presenza come asserzione di sé, come sua irruzione o sopraffazione nel luogo del naturale ma quasi dissolvendo l'immagine e i confini dell'io nel desiderio di assimilarsi al cosmo attraverso la  sua pelle.

Si trasforma in essa  nei movimenti del suo corpo,  percepisce i ritmi che la popolano, nei minerali, le rocce e i boschi, nelle pietre che la ricoprono, nel rumore delle onde, nel soffio tenue del respiro d'aria, nel frusciare improvviso dei venti, nel ticchettio ritmico, continuo delle piogge, nell'esplodere violento e improvviso degli uragani.
Sullo sfondo d'un bianco e nero assoluti visibili in diverse tonalità di sfocatura intenzionale, in assenza voluta di colore il corpo femminile é visto  come parte del creato, percepibile in una “danza d’appartenenza”[1] dove tutti gli elementi, minerale, umano e a vegetale, particelle semplici e complesse sono poste sullo stesso piano in una sin-cronicità,  la stessa che lega  immagini e suoni.
Ogni cosa è generata e connessa  a uno stesso “principio di natura”[2] e ad essa riconducibile. 



“Research”

Sono radici millenarie, tronchi, segni e tracce, cerchi  concentrici iscritti sui medesimi.
 E' un paesaggio invernale coperto di neve e gelo in ibernazione del fluido, flusso vitale. L’acqua gelata del fiume, una patina di lieve brina nel suo immobile rispecchiarsi.
Nell’ immobilità guardare: il corpo avanza alla ricerca come si muovesse ciecamente. Esita, muove un passo,  osserva, cammina a piedi nudi sul sentiero boschivo coperto di fango e foglie morte.
Radici d'alberi millenari in linee contorte si intrecciano in un labirintico annodarsi ai suoi piedi di rami e fessure con spiragli al loro centro; tronchi tagliati o recisi al suolo bloccano il passaggio sul sentiero. Qui sono abeti imbiancati dalla brina,  in lontananza gelo e immobilità,
il lento avanzare del corpo a piedi nudi lasciando orme pesanti impresse sul selciato gelido al contatto della malgama fangosa e umida al suolo.  


Joy and strenght”

 Sono gesti ampi e luminosi di braccia e viso elevandosi al cielo, gesti ampi di ascesi e  ricongiungimento all’ assoluto, in un movimento estatico del corpo al rallentatore  per un femminile facendosi tramite, in una sorta di mediazione tra l’essere e il cosmo.
Essere portati, travolti dall'apertura del movimento ora in re-immersione e sollevamento    dentro il ritmo del grande respiro.
Dettagli di pelle e schiena a torso nudo si stagliano nella sensualità sinuosa dell'abito nero. Le braccia ampie, leggere, aeree al cielo sono viste in estatica apertura all'infinito, attraverso il movimento contro l'oscurità del volto. La figura simile ad airone in volo, nella gioiosa levità del danzare sente, attraversa in sé lo stato fluido del corpo che danza e stabilisce attraverso questo il contatto con la natura, con il creato.


“Fall”

 Il primo piano è sul viso, nel ripiegamento sul sé  visto per  parti, in dettagli, in inquadratura singola. Occhi grandi aperti osservano le inflessioni lievi dell’apparire immobilità delle cose intorno; guardano, percepiscono, presentono senza poter muovere, muoversi, fare nulla: pulsazioni, battiti impercettibili nell’aria.
Fotogrammi di nero vuoto, totale oscurità sullo schermo.
Acque semi-immobili  sul lago.
Ninfee fluttuanti nel riflesso immobile delle acque restano distese a galleggiare come manto brumoso e argenteo dopo una tempesta.
 Estasi di luce che opacizza e cancella  i tratti; un sibilo in lontananza.
Fili di rami o d'alberi procedono in linee parallele all’infinito sospesi su un cielo grigio-opaco spento.

Stare al suolo come un animale ferito starebbe, nell’agonia lenta e malinconica della perdita,
del  movimento interrotto, d’un ripiegamento introiettivo sul sé, costretti nello spazio esiguo d'un corpo, nella penombra atona della luce fuori, lo sguardo solo attraverso le cose.

 I gesti ampi di braccia al cielo sono l’agonia d'un sè che cerca liberazione, nel grido
 contro i fili tesi d’un reticolo incandescente, linee parallele di nero fumo correndo all’ infinito.
Restano fili elettrici, un reticolo astratto di segni nel grigiore flou della perdita.   







1-cfr Alessio Bllerini, "Human tree", www.adiacenze.it
2-Ibid., Ballerini











[1] Cfr. Alessio Ballerini, « Adiacenze »