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martedì 25 agosto 2015

Il volto del contemporaneo attraverso la scultura ceramica ( 59 Premio Internazionale al Mic di Faenza) I Parte














Immagini libere a partire da alcune opere..










Silvia Celeste Calcagno, “Interno8"

Un abito a fiori ricompare in diverse immagini e posture mentre parti del corpo femminile  sono inquadrate sensualmente in primissimo piano frammentate o in dettaglio: piedi o lembi di gambe nude, ginocchia o mani intrecciate, scarpe nere o tacchi da sera , braccia o capelli lievemente sfiorati dall’acqua. Piccole piastrelle ceramiche si combinano l’una all’altra nel montaggio come moduli di grès stampati a fuoco accompagnati dal sottofondo audio della voce narrante fuori campo mentre una figura femminile è vista immergersi o avvicinarsi a una vasca da bagno. Visioni ravvicinate o a distanza, i dettagli del corpo sono intravisti attraverso un abito di seta, leggero e svolazzante, inquadrato in immagini sfuocate come attraverso una lente opaca  che distanzia, ricopre e filtra le medesime riportandole a  un’epoca indefinita del passato, a un’ambientazione vaga o  a una figura a metà cancellata dalla memoria. Il bagno rituale evoca l’abbandono o il riavvicinamento all’acqua, un tentativo  di re-immersione o ritorno al suo elemento primario, simbolicamente inteso come un rito di purificazione, di rinnovamento e rinascita passando attraverso una fonte quasi battesimale. L’immagine, tuttavia, resta ancorata al passato, a un’epoca precedente quasi scandendo un’esistenza che risorge dall’oblio, che lotta come questi frammenti di memoria, come queste parti di corpo separate e infrante per risorgere e tornare poeticamente alla vita, in dettagli, a bagliori e non fosse che per qualche istante. Una voce fuori campo ripete in una registrazione audio, ipnoticamente all’infinito, una serie di immagini  in associazione libera, totalmente aleatoria  nel tentativo quasi, dice, di “abortire” , o meglio abolire o obliare un viso. Quasi che volesse consegnare all’oblio la sua  immagine semi-sbiadita e insieme avvolgere quell’oblio in un grido disperante, pieno di rabbia e  di ardore, malgrado  la rivolta, verso la vita: “su un ritratto sbiadito, su una danza inadeguata, su uno sguardo rubato, su un sorriso forzato, su una fiamma interrotta, su un livido viola, su una folla impazzita”, afferma la voce, “io abortirò il tuo viso”.  “Su un tappeto di pietra, su un cuscino macchiato, su una tenda strappata, su una foto ingiallita , sul coraggio di una scelta io abortirò il tuo viso”; "sul disordine del quotidiano, su un tappeto arrotolato, su labbra disegnate, su una sedia barocca, su un ritratto schermito, su un volto invasivo io griderò alla vita”. "Su una domenica imperfetta, su una rosa impazzita, su un mare in tempesta, su uno stivale borchiato, sulla  costanza d’una promessa io griderò alla vita” afferma il monologare della voce  fuori campo mentre una serie di immagini scorrono, disconnesse  e insieme investite d’una soggettività impersonale, d’una fragilità esposta, che si rende tangibile pur restando celata tra le righe nel montaggio delle minuscole fototessere.





Yves Malfliet, “Somewhere...over the montains”



“L’immagine d’una casa florida su una montagna, il sentimento famigliare nella combinazione dualistica del bianco e del nero, immagini in movimento d’un combattimento aereo”.

Una casa si erge sulla cima di una montagna che assomiglia a un dirupo, oro e nero, pietra arenaria intensamente scolpita con venature di folgore smeraldo, e l’oro di rifiniture che divengono chiome d’alberi, comignoli, estremità contorte e scintillanti sporgendosi dalle asperità della roccia. Su uno schermo contro un muro l’espansione immaginifica della scultura si proietta in immagini in movimento in bianco e nero che evocano combattimenti aerei e aviatori durante la prima guerra mondiale, voli oceanici, un dirupo e una collina, una casa e una guerra sullo sfondo della grande storia. L’estremità di braccia si sollevano sporgendosi in grida d’invocazione verso l’esterno, in cenni di braccia levate mentre l’oro, appare come l’ultimo baluardo di salvezza in dualistica opposizione all’oscurità granitica della pietra smaltata e riflettente.










Paolo Polloniato, “Metamosaic”: Una parete di mosaico andata in frantumi, del bianco e del sale.
La terra è arsa, prosciugata dall’acqua del mare, rimasta frastagliata, rotta in crepe irregolari come i frammenti della ceramica dissecata dal sole e impregnata dalla salinità del suolo anche quando il mare se n’è andato. L’infinità della terra, la secchezza della pietra, la solarità di quella regione calda e afosa battuta dal vento e dall’aridità della stagione estiva.

Thomas Stollar , “Steps” I primi passi creano forme irregolari, costituiscono dei percorsi tortuosi a mattonelle disegnate, dei circuiti chiusi dove non sono chiari né l’inizio né la fine. I primi passi in ogni dove creano dei tracciati provvisori con dei vuoti all’interno e degli spazi bianchi da riempire: delle forme approssimative, soggette ancora o in fase di rimaneggiamento, di interne evoluzioni o rivoluzioni. Disegnano delle regioni plastiche disabitate o in attesa di altre frequentazioni, delle terre di confine, degli arcipelaghi o delle isole dalla circumnavigazione incerta e possibile, non ancora definita. Questi passi, i primi in ogni campo in cui ci si muove e si prende terreno designano l’impulso alla creazione, lo stimolo che muove verso un percorso ancora da fissare, evocano l’idea del viaggio, la traccia d’un viaggio ancora a stabilire e l’idea del cammino come un primo gesto, un primo passo e il movimento per arrivarci; l’idea di quel movimento restando vaga e insieme ben presente nella mente di qualcuno senza il punto chiaro del suo esito, là dove essa dovrà condurli.



Guardando alcune sculture ceramiche al Mic di Faenza


Pietre lucidate come fossero ricoperte della pelle d’un serpente divengono grandi rettili striscianti gialli, ocra e neri simili a un monolitico pezzo di pietra assumendo la forma ondulatoria d’una serpe pitonata plasmandosi a creatura della terra, morbida e mimetica senza volto delineato (Sangwoo Kim). In altri casi i vasi ricoperti di grès bianco, smalti e porcellane assumono forme affusolate, allungate, morbide o spigolose, concave o convesse, aperte o chiuse. Qualche volta sono intessute attraverso fili trasparenti o di ferro, ricoperti di ingobbi di smalto, plasmati in una loro intrinseca energia che li rende forma unica a loro soli.
Una materia plastica appare, (Frank Louis, “Offal”),  rossiccia come viticcio, vischiosa, informe, masticata quasi e rigurgitata fuori in sembianza di smalto, legno, viti e cinghie a pressione come fosse l’imballaggio d’un opera non-finita, d’un oggetto di scultura in uno stadio primario di lavorazione depositato là in quel luogo come per un errore sul destinatario. Calda e vischiosa, malleabile e magmatica, la materia è lucidata e fissata dal suo primario nucleo d’origine. 
“Quando l’argilla sogna”(Natasa Sadej) sogna di essere sospesa in aria, aerea, leggera o senza più forza gravitazionale che la tenga ancorata al suolo, simile a un pianeta, all’emisfero d’un altro sistema solare, a una piccola sfera di cristallo  fluttuante in cielo. Sogna d’essere un fiore dischiuso, una palla da football coperta di cristalli diamantati e rossi tulipani, sogna d’essere bianca argilla e forme arzigogolate di smalto lucido e ferro in coaguli e macchie vermiglie. Sogna d’essere un pianeta a parte o una meteorite in discesa libera sulla terra, la dispersione ordinata d’un nugolo di farfalle o bianchi voli di stormi, una forma sferica in elevazione, vivida, aperta o simile a un fiore sbocciato.







Helene Kirchmair, “bobbles”( bolle di schiuma o di sapone, d’acqua solidificata o di ghiaccio congelato durante un gelido inverno)

Esamina le superfici, ordina, disordina, ritaglia e colora sperimentando con le infinite possibilità della materia, degli oggetti quando sono modellati, affinati o alterati nelle loro possibilità espressive per intrusione di materiali e tecniche diverse .  Spruzza di smalto, plasma e leviga le superfici dando forma a bianchi dossi; ora scava incavi, curve o linee morbide e vellutate quasi che la creta scolpita si rendesse talmente malleabile da divenire dal suo fondo d’argilla seta e rinviare a un effetto di “morbidezza, tatto e velluto”.  Ora, nella seconda scultura,  ricopre la superficie d’una infinità di minuscoli granuli sferici, organici  e in rilievo, minuscoli ma tanto reali da invitare i visitatori a sentire, toccare, utilizzare i sensi e il tatto, e vedere con gli occhi della mente per andare oltre la diretta riconoscibilità della materia. Pollini in pietra simili a semi o pulviscoli visti attraverso l’occhio d’un microscopio evocano la superficie squamosa d’un sasso o la pelle d’un serpente, ora la morbidezza d’una carezza sul corpo, ora l’epidermide analizzata al microscopio come scendendo dentro i tessuti a livello monocellulare. Ora, infine, sono bolle di sapone attraversate da un filo di ferro,  fotografate come tante piccole conchiglie di mare frammiste a griglie blu aspre e taglienti: fossili, squame o lische di pesci, residui e lasciti ricoperti dal sentore acre dell’acqua di mare appaiono mimetizzati alla sabbia ceramica e deposti sulla riva-tela nel corso d’un rigido inverno.


I rami di un albero( Ana Cecilia Hilar, “Habitat”)  simili allo scheletro osseo d’un cespuglio  si dipanano verso l’alto in mille direzioni senza tronco né radici; si dispiegano nello spazio in linee irregolari e contorte, irriverenti e spaziose. La loro corteccia bianca e scarna, fatta di terraglia dissecata ricoperta di lucido smalto si erge verso il soffitto come fossero le branche animate d’una creatura vegetale e vivente, organica e ribelle, spaziosa, aerea e bianchissima, che nitida si dispiegano attraverso lo spazio, infiltrandosi tra gli oggetti e le forme contro la staticità dell’ambiente circostante.
  





giovedì 23 aprile 2015

Su certi tipi di spazi, tracciati e dimore ( partendo da "Now" spettacolo di C. Carlson)

 





 


Sullo sfondo d’una grande casa della memoria proiettata nell’oscurità, il diluvio placato, la casa immersa nella quiete rasserenante della notte, una porta scivola, parallelepipedo svuotato all’interno, lasciato alla sua sola cornice mentre una danzatrice scorre lentamente attraverso una corsia invisibile verso il centro della scena. La dimensione fluttuante, onirica d’una favola si ripresenta a noi portata dalle sonorità avvolgenti, magnetiche e tenui del compositore Aubry. 

Casa senza stanze, senza pareti, senza finestre e come intagliata in sembianze naturali nell’odore d’acero rosso,  solo con una porta ma senza serratura che s’aprirebbe con la chiave di volta del sogno, dell’irrazionale, dell’ancora possibile. Voli e abbracci aerei degli interpreti su questo spazio tracciano slanci improvvisi, corse leggere e danzatrici saltando nelle braccia dei loro partner; abbracci e prese aeree in un’oscurità acquatica di onde sotterranee scorrono sui riflessi dorati dell’oceano. 


I ritmi sono lenti come la musica: i danzatori in scorrimento avanzano, lievi attraversano lo spazio in linee simultanee, scivolano l’uno nelle braccia dell’altro e poi proseguono il loro percorso. La coreografia è rivolta alle case come “luoghi indelebili in cui abitiamo”, ma anche all’ essere nel tempo che fonda la realtà tangibile del nostro abitare il luogo e il momento presente.





Le case sono “luoghi indelebili” della nostra esistenza, quelli che ci appartengono intimamente, profondamente, che rendiamo nostri, unici perché in qualche modo abbiamo plasmato lì il nostro spirito, le nostre abitudini, i segni della nostra permanenza insieme agli odori che vi si confondono, sedimentano, amalgamano, quasi percorse da un insieme di forze invisibili che fondano la realtà tangibile del nostro essere nello spazio e stabilivi punti di riferimento concreti.

 I nostri spazi sono radicati nel nostro immaginario, quelli più famigliari sono i luoghi dove ci riconosciamo, ci strutturiamo o troviamo rifugio contro le sembianze anonime d'uno spazio esterno, asettico e neutrale: gli oggetti d’un micro-cosmo insieme al peso dell' esperienza e al nostro bisogno di appartenerci, di appartenere. Nella casa sono gli angoli, i cassetti e i ripostigli, gli armadi e i loro vani, i rifugi segreti, i corridoi, i passaggi e i vicoli di scorrimento, le terrazze, i giardini, i balconi aperti contro il cielo come le vecchie mansarde e le cantine collocate nei sottosuoli. La casa è prima di tutto la luce, la disposizione degli oggetti nello spazio, le nostre abitudini in essa, lì dove appunto “ci ritroviamo”, “ci sentiamo in agio, protetti in spazi abituali fino a diventare consumati, plasmati, qualche volta usurati dal nostro vivere quotidiano.




Nello spettacolo “Now” sono case-corpo, case-sogno, case-trasparenti intessute dai fili invisibili della memoria, case d’una visione onirica, d’una lanterna sospesa alle braccia d’una figura in veste di sogno. Ancora sono porte ritagliate sul vuoto e chiavi senza serrature o case viste come il guscio, il riparo o l’involucro-corpo del proprio  essere nel mondo e iscrivervi una traccia attraverso la danza in un movimento che sarebbe dal corpo al corpo nella sua veridicità, nella sua piena consapevolezza, nel tentativo di far coincidere o avvicinare l’origine alla forma. Il corpo è in primo luogo la nostra casa, là dove si dispiegano le nostre solitudini, i nostri sogni, il fluire sottile, evanescente, transitorio dei desideri nell’ immensità imperscrutabile di un campo di forze e controforze, di vasi comunicanti e livelli o soglie sottili di attraversamento da piano fisico a quello spirituale, dal piano emozionale a quello puramente razionale.


Case disegnate con fili tesi nel vuoto, fatte con fili invisibili che ne tracciano i confini: case-scalinate, case immense e senza pareti, case come disegnate al suolo dalle mani d’un bambino.











Case-universo, case-immensità, case-macrocosmo; i fondali proiettano alberi e foglie, diventano fasci luminosi sulla scena, evocano la fluidità delle onde, i movimenti degli oceani, le linee in ascesa delle montagne, i ritmi impetuosi delle tempeste e degli uragani, gli ondeggiamenti degli alberi attraverso la coreografia.



“Un’immensa casa cosmica si trova in potenza in ogni sogno di casa. Dal suo centro irradiano i venti, dalle sue finestre volano via i gabbiani.” Tale dimora, la poesia, permette al poeta di abitare l’universo ed è come se l’universo venisse ad abitare nella sua casa. Abita il cosmo con tutti i suoi sensi alla ricerca come voleva Rimbaud d’una “lingua nuova” che gli apra le chiavi di volta dell’universo, che scardini i meccanismi della sua sola comprensione razionale.

 Riconosce le segrete sinestesie, i suoni, i profumi i colori, d’una lingua nuova che sarà “dell’anima per l’anima” e gli apra le chiavi di percezione, di visione attraverso un lungo, immenso, ragionato “dereglement” disordine voluto di tutti i sensi. 
Danzatore e insieme poeta, la sua voce profetica investita dal soffio divino si illude si poter trovare i “ritmi istintivi d’un verbo poetico comprensibile a tutti i sensi”, d'una parola che come nello spettacolo della Carlson sia incarnata attraverso un movimento divenendo esso stesso poesia nello spazio, poesia dell'immagine realizzata attraverso una percezione espansa, aperta e luminosa di tutti i sensi.


 




















"This is how I build a house”, afferma un danzatore nello spettacolo,“Questo è come costruisco una casa: solida, sicura, con muri spessi, ognuno all’ interno in un luogo caldo, confortevole, protetto perché vogliamo sentirci felici nelle nostre case, amare, condividere, mai batterci o gridare ma sorridere, comunicare, scambiare.”


“Scrivo i miei diari sui muri delle mie stanze," su tutti gli angoli e le pareti qualcosa lascio inciso, presente come la traccia lieve e inattendibile della mia memoria: tutte le notti insonni, i sogni belli, brutti o indifferenti, tutti i tempi vuoti o di consumate abitudini, la dissipazione del quotidiano, le trame dell’esistenza e i suoi schemi a ripetizione, poi le transizioni, le rotture, i passaggi verso l’ altrove e i ritorni, le continuità spezzate. Tutto resta inciso come un diario intimo sulle pareti fuggevoli della mia stanza, sui muri imbiancati della mia memoria.





“Stavo afferrando il momento e poi l’ho visto scivolare via, dissipare tra le mie dita.. Che cos’era qui e ora, ebbero il loro momento ma lo lasciarono fuggire, correre via imperscrutabilmente..”

Le figure in pose statiche re-incarnano per pochi secondi momenti precisi della loro esistenza impressi nella memoria differentemente mentre una voce narrante fuori campo ripercorre i loro gesti:“questo è il momento in cui ero inquieto, triste, felice, in cui mi sono sentito perduto, questo è il momento di cui non ricordo più nulla... il momento in cui incontrai lui, lei la prima volta.. il momento in cui sono qui su questa scena, il momento della danza, del teatro ora” .

“Non so dove sto andando ma so che sono sul mio cammino”: la danza è gioiosa , leggera, aerea in quartetto e sestetto con slanci dei corpi femminili e prese aeree di quelli maschili, voli, salti e rovesciamenti in aria delle danzatrici.




“Now” parla del nostro “essere nel tempo”, del passato di un “ieri” che non possiamo modificare, recuperare o fissare con assoluta certezza, di un domani che si pone come pura pretensione e l'istante del qui e ora del momento presente, dell’essere presenti a noi stessi come la possibilità d'agire e lasciare una traccia, concreta, tangibile nel mondo ora. “Now” è anche l’istante della danza secondo Carlson, “quel gesto che nasce e muore in un istante”, e pur correndo verso il proprio infinito, aspirando a un propria infinità si rende leggibile nel qui e ora della scena perché proiettato, inviato nello spazio verso qualcuno. Lo spazio diventa abitato come una “dimora” in un flusso di continuità dall’uno all’altro nello scorrimento.


Sulla scena contro l' immagine proiettata d’un orologio, lancette sullo sfondo girano all’infinito. Il tempo corre scandito dal battito ritmico d’un pendolo nell’oscurità, d’un metronomo e d’altri strumenti per misurare il passaggio delle ore; seguono i moti sincopati dei corpi nella coreografia per quattro danzatrici in movimenti ritmici, brevi, spezzati, in scosse e micro-ripetizioni febbrili d’uno stesso gesto nello spazio. Le danzatrici passano ritmicamente dal movimento alla sospensione, dal battito a un silenzio tensivo, a pause infine d'un apparente non-movimento scandito che volgerà presto in nuovo battito.






La memoria: pezzetti di vita strappati al vuoto, ritagli, riquadri di tessuti ricuciti insieme a caso come i fili di un' esistenza. Un nastro adesivo tratteggia le linee d’una casa al suolo che poi saranno sollevate e tese attraverso lo spazio in un reticolo di fili semi-invisibili. L’interprete danza il suo assolo dietro quelle in una veste di seta corta e leggera fluidamente avvolgendo, disegnando i suoi movimenti ora in scosse e ritorsioni improvvise, ora in momenti di ascolto, d’arresto su di sé, quasi di dialogo con l’invisibile, ora in linee morbide e ondeggianti delineandosi in tangente verso l’alto, infine in moti circolari e fluidi d’apertura del torace, dell’intera figura attraverso le braccia.

“ Ero in una stanza bianca, d’avanti a me una grande vetrata. Il grande drappo è caduto e d’un tratto ho visto, ho sentito, in quel momento tutto è diventato chiaro, la montagna, la stanza e me stessa là dentro”.

“Non so dove si è spezzato il filo che mi lega al mio passato”_  i movimenti in assolo della danzatrice_
“I ricordi sono pezzetti di vita strappati al vuoto, nulla a trattenerli, a fissarli, a garantirne una veridicità nella memoria; non c’era passato e per lungo tempo non c’è stato neanche avvenire, non un inizio ne una fine, nessuna cronologia se non quella che costituisco arbitrariamente sul filo delle immagini, d’una fittizia mia fabulazione”.



“I miei spazi sono fragili, il tempo lì consumerà, li distruggerà: niente più somiglierà a quel che era, i miei ricordi mi tradiranno, l’oblio si infiltrerà nella mia memoria, guarderò senza riconoscerle alcune foto ingiallite dal bordo tutto strappato. [..] Come la sabbia scorre tra le dita, così fonde lo spazio. Il tempo lo porta via con sé e non ne lascia che brandelli informi.”(G. Perec)


Come scrive Perec quando lo spazio smette d'essere un'evidenza, un luogo stabile, indelebile della mia memoria esso diventa problematico, ciò che necessita costantemente d'essere riaffermato, re-iscritto, riconquistato. Attraverso il movimento in primo luogo. Devo sancirlo ogni volta come il mio corpo, renderlo una certezza , vederlo in un continuo con il mio agire, restituirlo e trasformarlo attraverso la mia presenza. Scrivere, afferma Perec, è anche un modo per dare continuità a questa esperienza: trattenere qualcosa, strappare qualche briciola, irrisoria, minuscola che pur sia, al vuoto che si scava nei corpi, a questa intrinseca fragilità della memoria per “lasciare infine una traccia, da qualche parte un marchio, un segno”.







sabato 23 febbraio 2013

Libera variazione sugli elementi: " suono, pietra, aria "




   



Via Lattea


Suono


Percorso sonoro, grafico, sismografia di intensità crescenti e decrescenti in ondulazioni ritmiche sul tracciato a inchiostro del diagramma esistenza.
La sua linea appena percettibile a tratti corre verso la propria fine o il proprio infinito, visibile, invisibile, continua, segnata da punti di intensità luminosa, da coaguli, nodi o macchie di nero inchiostro, da grumi o colature di tratti eclissandosi nella nebulosa dispersa del fondo.

La massa densa e oscura della sfera celeste è punteggiata di infiniti pulviscoli bianchi, luminosi e brillanti se visti nell'insieme a distanza, minuscoli, intangibili, inesistenti quasi se presi separatamente come singoli istanti, infimi momenti del quotidiano che  scandisce e dissolve il tempo delle nostre esistenze.



Suono: tracciato vibrazionale e impronta intermittente impressa su pentagramma;
stampa a inchiostro, a rilievo nei punti in cui il suono si lascia udire, nei punti in cui la voce si lascia ritrovare,
 parola d’una lingua altra, antecedente il senso, ritmo primo che è già respiro del corpo, vivente, dall’universo ritornando a questa specie di inconscia, arcaica memoria o intuizione dell' unità del tutto.

“Via lattea: galassia prima del nostro sistema solare" ( Wikipedia)
Banda luminosa e biancastra dall'aspetto nebuloso che taglia trasversalmente la sfera celeste;
vi dipartono due braccia di spirali concentriche, due emisferi ricongiungendosi in unità, più brillante in direzione delle costellazioni del sagittario, dello scorpione, o del cigno dove si trova il suo centro, non visibile, occultato da dense polveri che ne riassorbono la luce in quella direzione.

Osservabile dalla terra appare come una scia rischiarata di luce distesa e permeante, aprendosi in nugoli di stelle e nebulosità di varia intensità; percorre trasversalmente la volta celeste stagliandosi sulla massa densa e impenetrabile del cielo notturno.
E' forma irregolare e frastagliata con numerose interruzioni sulla continuità della sua luce causate dalla presenza di nebulose oscure, amalgama di neri punti, polveri e scorie che ne  annebiano in parte la luce stellare.








"Quiescenza", Sergio Policicchio ( www.sergiopolicicchio.com)

Semi germinati da materia granitica.


Il marmo grezzo, rigato e visto in frammenti sgretola al suolo in pezzetti, frantumi, pietre o polveri disperse, tuttavia creando una sorta di spazio in tensione attraversato da fili immaginari, percorso da onde sonore, interconnessioni che dilatano lo spazio reale al suolo.

Corpo germinale, terra matrice, seme, stato di nascita cellulare,
tessuto di pietra o di carne. Il corpo è ricompreso nel cerchio dello spazio cosmico.

D’un tratto l’irradiazione solare trafigge con il suo raggio attraverso la finestra, rende la pietra carne viva, tessuto.
Sul solco infuocato della terra l’impronta resta come un’insplosione luminosa, una silhouette infuocata, una fisicità di corpo allo stato nascente.



   Pietra


Genealogia della materia: l'interno delle rocce, delle pietre.
Sono composizioni granitiche formate da sedimenti di varia origine per corrosione di rocce preesistenti lì deposte.
Superfici terrestri viste dall'alto in aperture, crepe corrosioni o spaccature della roccia;
le loro forme sono prodotte dall'impatto delle maree sulla terra, dai movimenti, gli sconquassi, i passaggi o le derive di masse geologiche preesistenti spostandosi invisibilmente nel corso dei millenni.

Tessuti muscolari di corpi visti dall'interno al microscopio, portati alla luce nelle loro tessiture di fibre, tendini, nella composizione filamentosa delle cellule in massa protoplasmatica evolutiva.
Sono nel processo di ricomposizione infinita di strutture per distruzione e rigenerazione istantanea delle medesime,
in aggregazioni o scissioni spontanee del tessuto cellulare.

Rocce:  stratificazioni millenarie di sedimenti.
La pietra è vista come portatrice d’una temporalità arcaica, d’una memoria millenaria , esplorata come apertura, breccia o scavo geologico attraverso la materia che porta indietro verso un’anteriorità atemporale, poi nella sua densità interna di strato, sedimento e traccia.

Rocce scavate all’interno, corrose all'esterno,
asperità, durezza o vuoto. Grotte improntate di mani su caverne preistoriche.




"Atlante", Sergio Policicchio








Aria

Turbine impetuoso delle correnti, volteggianti a spirale, d’aria o d’acqua, riversandosi improvvise come tempeste su strade coperte di pioggia o di grandine.

Nuvole grandi, bianche, soffici, espanse e leggere, attraversano come bianchi sciami gli oceani.
Mappe del mondo spiegate al contrario, movimenti dei venti o delle maree, dilatazioni di materia sospinta, sospesa, fatta muovere dal respiro universale.

Tracciati d’aria: simboli ricompresi entro questo cerchio d’oro su fondo oscuro, a raggiera,
simboli ricomposti dentro cerchio di luce pura intessuta a invisibili trame in filigrana dorata .

 Semi-trasparenti fili legati in diversi punti nello spazio creano strutture in tensione, in sospensione, in aria.

Aurora boreale: onde dai colori smeraldo turchese tracciano come sfere su luce cosmica l'avvolgente scia d'una cometa in tonalità azzurro etereo.
Fluttuazioni di intensità sonora misurate da fotogrammi luminosi e trasparenti, poi punti di ascesi verticali e bluastri.

 

venerdì 28 dicembre 2012

su "Apocalisse e Rinascita", Felice Nittolo, (galleria Niart, Ravenna)







Bufera di rosso, turbinio di colpi, colate di rosso colore intenso, condensato o disteso a spanne, a pennellate irregolari per questa serie pittorica astratta e informale ispirata al tema Apocalittico della fine del mondo ( secondo il popolo maya fissato nella data del 22 dicembre '12). Nel testo biblico l' Apocalisse di Giovanni coincide con la venuta messianica del nuovo regno dello Spirito portato dal Cristo dopo il giudizio finale, alla fine della lotta escatologica tra la forze di luce e di tenebre, con la discesa dal cielo della nuova Gerusalemme celeste come l’avvento di un mondo nuovo, d’una nuova terra illuminata dalla fiamma divina perché il cielo e la terra precedenti erano affondati sotto il peso dell’iniquità degli uomini. Tale dimensione metafisica, profetica di “fine del mondo e “rinnovamento” del medesimo ispirata al tema apocalittico appare immediatamente riassorbita e infusa, fatta passare direttamente nel sostrato d'una pittura colore e sostanza di Felice Nittolo, filtrata nella sua più pura vibrazione cromatica –dalla vitalità violenta del rosso all’energia rigenerante del verde- tale, il gesto inconscio, istintivo che si unisce al supporto materico nel tracciato astratto d'un segno per dare vita all'avvenimento pittorico.


Nella prima parte del testo biblico di Giovanni dopo l’apertura del settimo sigillo seguono i suoni di sette trombe aprendo i quadri dei diversi flagelli in cui è gettata l’umanità per esecuzione del decreto divino, monito e castigo insieme di fronte al dilagare del male, della crescente empietà degli uomini su terra. “La terra profanata dai suoi abitanti che hanno trasgredito le leggi, disobbedito al decreto, infranto l’alleanza eterna”(Isaia). Per questo il cosmo a tutti i livelli è colpito, per questo fuoco o fiamme ardenti insieme ad altre catastrofi sono gettate sulla terra, sui mari, nei fiumi o nelle sorgenti. I flagelli scatenati da sette trombe prodotti dal fuoco celeste arrivano su terra insieme a scoppi di tuoni, clamori, fulmini e scosse di terremoto. “Appena il primo suonò la tromba grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra, un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò.” (Apocalisse . 7)

E’ grandine di fulmini a cui si somma una pioggia di sangue il flagello annunciata dalla prima tromba cui seguono nel testo di Giovanni “una montagna di fuoco scagliata in mare”, il mare trasformato in sangue”, i fiumi, le sorgenti delle acque contaminati da un veleno mortale, gli uomini morti a causa di quelle acque amare, infine la venuta dell'oscurità sulla terra, lo spegnersi del sole, della luna e degli astri nella perdita della luce divina.



“Apocalisse” nell’omonima serie pittorica è distruzione, fuoco devastante, caotico e inesausto rovesciamento di ogni fine del mondo.

Pittura-sostanza, pittura materia e traccia, l’energia particolare di un colore.

Bruciante il rosso è vibrazione vitale, violenta, discontinua salendo a vortice fino alla propria estinzione.

Rosso è sangue, infernale divorarsi o bruciare degli uomini ai demoni della propria iniquità , pennellata materica, fiamma ardente, viva.

Rosso sono queste tracce spesse, corpose, ampie, colate di colore o sangue, grumi di materia, impronte di dita, turbinio nel quale l’energia fluisce, confluisce in una sorta di bufera di tracce, punti o coaguli irregolari.

Turbinio è energia di un tracciato che si propaga intercalato da zone di bianco vuoto, poi concentrazione del medesimo come vorticante in un magma inclusivo, destrutturante o distruttivo per le forme; è sostanza-colore che rapisce e travolge generando il caos contro la vacuità apparente dei bordi, il propagarsi di bianchi interstizi, lo spaventoso aprirsi di margini dilaganti.

Nei manichini deposti al suolo “Apocalisse” sono queste teste recise dal corpo, cadute come meteoriti dal cielo sulla terra, schiacciate al suolo, implose e pietrificate, lasciate colare di rosse tracce laviche, prese a colpi di puntello o d’ascia sulla testa, aperte in varchi irregolari lungo la figura, frastagliate , trafitte, prese a colpi di scure, fatte colare in sangue che poi condensa in aggrumi , in pigmenti di vernice purpurea sulla nuca, la fronte o lungo le spalle.

La cromia del rosso nel suo potere distruttivo è vortice che investe, travolge e rovescia, vortice infernale, turbine d’energia percuotente accumulandosi in sedimenti, grumi o impronte di dita, impronte d’un tracciato-magma con punte di addensamento in tracce e bianchi varchi vuoti intorno.




“Rinascita” spunta come un verde prato dalla terra la mattina del 23 dicembre nell’istallazione in loco, un prato impiantato temporaneamente sul suolo della galleria dopo l’attraversamento della data fissata, reale o simbolica, stabilita o virtualmente indicata come spartiacque, limite, mot de passe, parola di passaggio o varco d’attraversamento d’una presunta fine , tale il rovesciamento dello status quo dell’era precedente, del regno del caos e delle tenebre in cui era precipitato il cosmo. L’impulso luminoso, leggero, lieve e rigenerante del verde si irriga e si nutre della trasformazione del turbinio distruttivo e vorticante del prima su questo suolo regolare e uniforme che sorge dalle profondità della terra, dall’humus freddo, umido della medesima in un'infinità di filamenti d'erba su cui si è invitati a camminare a piedi nudi. Nasce questo prato irrigato della freschezza umida di primule e steli verdi la mattina del nuovo anno come l'energia verdeggiante, rigeneratrice d’ una nuova ecologia dell'anima e del pianeta insieme, e lo si ritrova come un'unità armoniosa, come un'asserzione poetica contro il passaggio distruttivo della bufera, del caos vorticante e apocalittico d'ogni fine del mondo.

Dentro tale bagno cromatico di verde la natura ritorna come una superficie mosaicata a vivo, fili e tasselli regolari impiantati su un selciato d'erba dove poter riposare, rigenerarsi, rinascere in una prospettiva più serena e luminosa. Sullo sfondo, sui muri restano i lasciti, le tracce, i frammenti della rossa bufera, d'un mondo esploso e violentemente partito a pezzi, in mine vaganti, il magma violento di impronte di dita, di mani, di colpi e pennellate materiche, ai margini del suolo i manichini tronchi del terreno bombardato dalle mine esplose, delle meteoriti cadute, dalle teste schiacciate al suolo, i corpi aperti da lato a lato da pezzi d’ascia. Mentre le pennellate, i colpi del rosso si smorzano nella seconda sala si è lentamente immersi nella metamorfosi del verde. Il tracciato performativo dell'istallazione si attraversa come a piedi nudi un prato passando da una spazialità a un'altra, da una temporalità a un'altra, da un immaginario apocalittico e infernale di fine del mondo, dalla vibrazione d'un rosso bruciante, sanguigno e violento che come traccia invade e imbratta le superfici, divora e corrode i corpi, da questa violenza insita in una sorta di devastazione provocata dagli errori e le follie dell'umanità a una sorta di visualizzazione creatrice, di nuova ecologia dell'anima individuale e planetaria; una poetica che lega inscindibilmente in binomio il campo vitale dell’uomo a quello di un cosmo visto come pianeta rinnovato.




giovedì 6 dicembre 2012

Giuseppe Penone, "Alpi Marittime" (fotografie e altro, Mambo, Bologna)




Giuseppe Penone, (Scritti, 1968-2008)

“Il fiume trasporta la montagna, è il veicolo della montagna. I colpi, gli urti, le violente mutilazioni prodotte dal fiume sulle pietre più grandi con l’urto di quelle più piccole, l’insinuarsi dell’acqua nelle sottili congiunzioni, nelle crepe staccano delle parti di pietra e sbozzano quella forma che con un continuo lavoro di piccoli e grandi colpi si va lentamente formando perché il senso del fiume è quello di rivelare l’essenza, la qualità più pura, più segreta, la maggiore compattezza di ogni singola parte, forma che preesiste, è presente in tutte le pietre ed è la qualità d’ogni singola pietra. (..)E’ l’essere fiume la vera scultura di pietra.”

“Secondo me gli elementi sono fluidi, anche la pietra è fluida, una montagna si sgretola e diventa sabbia, è solo una questione di tempo. La nostra durata di vita permette di dare valori di “duro” e di “molle” ad alcune cose mentre il tempo le annulla. Facendo il lavoro della scultura, che è basato su un elemento duro che si avvicina a uno morbido, come lo scalpello al legno, sono costretto a riconsiderare molti di questi aspetti.”

 



Alpi marittime: La mia altezza, la lunghezza delle mie braccia, il mio spessore in un ruscello” (1968, serie fotografica)


Dentro uno stagno vuoto, dentro una cornice-quadro rettangolare con impresse le estremità del suo corpo, misura i suoi lati, i suoi limiti, l’estensione delle sue braccia, mani e gambe come matrice lasciata, impressa dal suo corpo sul letto di pietre del torrente. Più tardi, l’acqua scorrerà fino a colmare il vuoto dell’impronta della figura ora scomparsa proseguendo il suo cammino nell’infinità del proprio corso.
Immagine d’immobilità e di movimento insieme, la scultura secondo Penone è “l’essere fiume” della pietra, fatta della stessa materia di cui è fatto il fiume, della stessa acqua con i suoi detriti, pietre e scaglie, pulviscoli di terra e d’ossi, minerali, polveri e sassi che trasporta partendo dalla sensazione della materia prima della nostra “separatezza” d’essa, prima della figura, dell’invenzione della forma e del linguaggio . Esiste, secondo l'artista, un rapporto particolare della materia al tempo che “rende fluido il solido e solido il fluido”; la scultura è già là, prima d’ogni azione volontaria esercitata sulla materia per quello che d’essa emerge in questo suo contatto inesausto con il mondo, con le forze dell’esistente, lavorata dalla luce, dal passaggio delle stagioni, dalla corruzione degli agenti del tempo sulle forme. Si tratta, in primo luogo,di cercare una via d’accesso verso questa qualità fluida, mutevole e universale di cui tutti noi siamo fatti in qualche misura, da qualche parte come condizione primaria per iniziare a trattare la materia.





E’ dentro una vuota scatola rettangolare simile a cornice scavata nella terra e ricoperta di sabbia ; la stessa è ora sommersa a raso d'acqua e attraversata da piccoli flutti, guizzi e getti fino a ricomporsi in una superficie riflettente, specchio semi-immobile  tutt’uno con la linea di vita della vegetazione esterna di cui si fa riflesso.
Palate di terra sui bordi per togliere, scavare, portare via, realizzare l’incavo d’una forma dalla quale far emergere l’impronta primordiale del fiume e poi questa traccia lasciata dal corpo nel luogo del suo esistere come lo scavo, il solco del suo destino riassorbito qui da un’apertura più grande, più vasta di forze in gioco risvegliate dall'immanenza della natura.

Cosi’ l’artista inizia a portare via, spalare lontano cumuli di terra e fango impregnati d’acqua, melma densa e fangosa, impasto di terra e foglie, sassi e schegge di legno per lasciare libero corso “all’essere fiume” della scultura, allo scorrere delle acque: ruscello e torrente, ciottoli sul suo letto, lungo il suo corso, nel suo giaciglio naturale, li’ dove si era temporaneamente fatto una dimora, scelto un luogo per riposare con i suoi quattro arti estesi, espansi, misurati dalla lunghezza delle sue braccia.
Sopra la cornice del quadro tutto è lavato via, portato dallo scorrere infinito delle acque, dalla corrente naturale del suo corso.





Giuseppe Penone, “Alpi marittime: albero, filo di zinco e piombo”, (1968).
“I miei anni legati a un filo di rame in attesa di un fulmine”. Sono Impronte di mani su un tronco inciso, stretto, circondato da un filo di rame, su un fondo ghiacciato di montagne e neve intorno in attesa di un fulmineo risvegliato, folgore o folgorazione di luce, trapasso verso un’alterità d’esistere.




Alighiero Boetti, “Non parto, non resto”, (1984); sono in questo stato di non-essere, in questo stato di non essere mai partito, di non essere mai rimasto, in questo diagramma irrisolto tra due metà seriali inconciliabili, quasi identiche, non-vere, non-false, in questo stato di due metà logiche che confutano l’un'altra senza mai essere totalmente una, completamente l’altra. Sono su questi guizzi di nero inchiostro, sul diagramma di fondo della mia esistenza, testura simile a sabbia dipinta di nere onde, diagramma cartesiano con ascissa di lettere d’alfabeto e ordinata di variante libera lasciata alla tessitura possibile della mia esistenza.




Hidetoshi Nagasawa, “Il muro”, Come secchio di colore limpido, tenue, pastello buttato lì contro quella barriera a zig-zag di muro irto come sbarramento, limite, linea ultima d’arresto della parete per renderla umana, avvolgente, d’una vibrazione che calma e rassicura, distesa con spatola e pennellate ampie su campiture irregolare, gettate con foga contro una barriera piatta, bianca fatta di assi di legno a indelebile incastro e sottili lamelle, lamine dorate a ricoprirla; li’ gettata e rimasta in spazzi vivi, in colpi di spugna gioiosi e irregolari per ridare vita, a quel limite ultimo d’uno spazio, d’una atrio, d’una parete troppo immobile, bianca e regolare.










     

lunedì 22 ottobre 2012

A proposito di danza e improvvisazione, Virgilio Sieni, "Alisei"( visto al festival Mantica, Cesena ottobre 2012)









Danzare in libera improvvisazione nello spazio per il coreografo Virgilio Sieni accompagnato dal contrabbassista Daniele Roccato é “spogliare il corpo di quelle pratiche che appaiono sotto il segno della danza”. “Sbrandellare con rigore il corpo fissandosi con fatica e dolore così come con leggerezza e voglia di attraversamento sul senso d'una sparizione": non mostrare, affermare o dare a vedere qualcosa per il danzatore ma, al contrario, andare verso un’esperienza di spogliazione, di attraversamento e messa a distanza. Muoversi per sparire, "divenire impercettibile nell’atto d’esserci e insieme lasciare tracce", pesare come un corpo pesa al suolo con i suoi propri passi, lasciti, orme, iscriverle come si iscrivono le proprie fragilità, come si percorrono gli antri, le pieghe interne, i risvolti oscuri, gli accidenti della propria carne. Farli pesare, manifestatamente passare dalle soglie della propria unità figurale alle vibrazioni, gli ansiti, i micro- movimenti della propria muscolatura, negli interstizi della pelle, e insieme nell'esperienza singolare d'un attraversamento, d'un  passaggio o immersione a corpo perso: essere transiti, tracciati nell'atto .
Danzare dunque diviene atto di sottrazione e di allontanamento da una soggettività o presenza abituali, ma anche da una certa abitudine al movimento, di un corpo anatomicamente costituito, pensato per parti simmetriche, ordinato secondo uno schema sensori-motore facente capo a un intelletto, infine idealmente riconducibile nel suo fare a precisi codici di “danza”.


Come appare allora il movimento in questa improvvisazione ?
Traccia d'una scrittura personalissima, spesso sgorgata dall'impulso istantaneo, il farsi imprevedibile d'un movimento di mani, piedi, il divergere improvviso di muscoli dello sterno, della schiena. Movimenti angolari degli arti, il corpo si disarticola, gli occhi sono chiusi, distanti da un reale coinvolgimento emotivo.

Sembra non riuscire ad appoggiare i piedi a terra completamente, i palmi dei piedi sono volti verso l'interno come per un impedimento ad aderire al suolo in ogni sua parte, quindi trasformando in altro modo la danza, creando a sua volta dei movimenti strani, disarticolati dove il corpo si arrabatta al suolo, poi in qualche punto si solleva, riprende quota, ritrova qualche passaggio rigoroso e geometrico, qualche passo ripreso e stravolto dal linguaggio classico, oppure ritrova la frase della variazione per ricadere a sua volta nell'inciampo, nel risvolto d'un moto decomposto in singole parti frammentato.
Forse è perché non vede, ha gli occhi chiusi, socchiusi in una forma di parziale cecità, a tratti,
a intermittenze oppure perché é preda di questi impulsi strani, divergenti che lo portano fuori, lo fanno divergere, deviare, derivare da quello che dovrebbe idealmente essere l'esito della sua frase, la risoluzione d'un moto da compiere, portare a termine, esaurire .

Danzare come fosse nell' impossibilità di vedere o a metà privato d'una reale visione ,
inciampando su sé stesso, incespicando su ostacoli immaginari, arrabattandosi sui propri piedi che non fanno presa completamente al suolo.
Danzare come fosse preda di strani impulsi disarticolanti che fanno partire braccia, torso e testa per altre direzioni.
Danzare sotto il segno d'una disarmonia voluta, nella scomposizione del movimento in singole parti: testa, sterno, collo, mani, caviglie, piedi.
L'impedimento, la condizione di non-danza come una zavorra ancorata ai suoi piedi paradossalmente creano questa altra, singolare scrittura del corpo in movimento:
danzare ad occhi chiusi, nella cecità o nel disequilibrio d’un funambolo sospeso a un filo,
danzare con i palmi dei piedi incrinati all'interno, nell'impossibilità di aderire completamente al suolo.
Danzare in ginocchio, con le gambe incrociate e come annodate tra loro trascinandosi sul pavimento,
danzare dentro, contro l'impedimento d'un tempo entropico, costringente a ridosso d'una non-danza
e, ancora, nella ripresa repentina, nel sollevamento dal suolo, nel distacco ironico, leggero da sé,
qualche volta in dialogo con la vivacità della partitura musicale ripresa dal contrabbasso in fase d'improvvisazione.

Danzare i propri impulsi discordanti, in tempi di singoli arti divergenti, nel dettaglio espressivo d'una mano, d'una testa, d'un piede, d'un bacino che parte per proprio conto.
Danzare dentro la scossa, dentro o contro la caduta, resistendo o assumendo la medesima, affondando nella memoria d'un esperienza corporea inconscia;
danzare in dialogo con un corpo mutevole, in mutazione, non-finito, mutante nelle limitazioni fisiche del suo darsi come nelle facoltà potenziali e espressive che da esso scaturiscono,
sulle soglie, negli angoli, nel risvolto interno della figura conclamata d'un sé manifesto.






Sieni a questo proposito parla di danza come d'un viaggio esperienziale, d'un cammino conoscitivo, una stratificazione della mente fino a quando non si sopraggiunge a “un'idea o un'esperienza di sbriciolamento di tutti questi apprendimenti, un dover abbandonare tutti i codici e le tecniche per trovare la sostanza originaria, la forza primaria che si annida dentro il singolo gesto. Esperienza giustamente di immersione o caduta in un corpo altro che “lentamente, nel corso del tempo ci riporta all'origine delle cose”, riconnettendoci a una memoria innata passata entro i suoi ritmi e gesti.