Immagini libere a partire da alcune opere..
Un abito a fiori ricompare in diverse
immagini e posture mentre parti del corpo femminile sono inquadrate sensualmente in primissimo piano
frammentate o in dettaglio: piedi o lembi di gambe nude, ginocchia o mani
intrecciate, scarpe nere o tacchi da sera , braccia o capelli lievemente
sfiorati dall’acqua. Piccole piastrelle ceramiche si combinano l’una all’altra
nel montaggio come moduli di grès stampati a fuoco accompagnati dal sottofondo
audio della voce narrante fuori campo mentre una figura femminile è vista
immergersi o avvicinarsi a una vasca da bagno. Visioni ravvicinate o a distanza,
i dettagli del corpo sono intravisti attraverso un abito di seta, leggero e
svolazzante, inquadrato in immagini sfuocate come attraverso una lente
opaca che distanzia, ricopre e filtra le
medesime riportandole a un’epoca indefinita del passato, a un’ambientazione vaga o a una figura a metà cancellata dalla memoria.
Il bagno rituale evoca l’abbandono o il riavvicinamento all’acqua, un
tentativo di re-immersione o ritorno al
suo elemento primario, simbolicamente inteso come un rito di purificazione, di
rinnovamento e rinascita passando attraverso una fonte quasi battesimale.
L’immagine, tuttavia, resta ancorata al passato, a un’epoca precedente quasi
scandendo un’esistenza che risorge dall’oblio, che lotta come questi frammenti
di memoria, come queste parti di corpo separate e infrante per risorgere e
tornare poeticamente alla vita, in dettagli, a bagliori e non fosse che per
qualche istante. Una voce fuori campo ripete in una registrazione audio,
ipnoticamente all’infinito, una serie di immagini in associazione libera, totalmente aleatoria nel tentativo quasi, dice, di “abortire” , o
meglio abolire o obliare un viso. Quasi che volesse consegnare all’oblio la
sua immagine semi-sbiadita e insieme
avvolgere quell’oblio in un grido disperante, pieno di rabbia e di ardore, malgrado la rivolta, verso la vita: “su un ritratto
sbiadito, su una danza inadeguata, su uno sguardo rubato, su un sorriso
forzato, su una fiamma interrotta, su un livido viola, su una folla impazzita”,
afferma la voce, “io abortirò il tuo viso”. “Su un tappeto di pietra, su un
cuscino macchiato, su una tenda strappata, su una foto ingiallita , sul
coraggio di una scelta io abortirò il tuo viso”; "sul disordine del quotidiano, su
un tappeto arrotolato, su labbra disegnate, su una sedia barocca, su un
ritratto schermito, su un volto invasivo io griderò alla vita”. "Su una
domenica imperfetta, su una rosa impazzita, su un mare in tempesta, su uno stivale borchiato,
sulla costanza d’una promessa io
griderò alla vita” afferma il monologare della voce fuori campo mentre una serie di immagini scorrono, disconnesse e insieme investite d’una soggettività impersonale, d’una fragilità esposta, che si rende tangibile pur restando celata tra le righe nel montaggio delle minuscole fototessere.
Yves Malfliet,
“Somewhere...over the montains”
“L’immagine d’una casa florida su una montagna, il sentimento famigliare nella combinazione dualistica del bianco e del nero, immagini in movimento d’un combattimento aereo”.

Paolo Polloniato, “Metamosaic”: Una parete di mosaico andata in frantumi, del bianco e del
sale.
La terra è arsa, prosciugata dall’acqua
del mare, rimasta frastagliata, rotta in crepe irregolari come i frammenti
della ceramica dissecata dal sole e impregnata dalla salinità del suolo anche
quando il mare se n’è andato. L’infinità della terra, la secchezza della
pietra, la solarità di quella regione calda e afosa battuta dal vento e
dall’aridità della stagione estiva.

Guardando
alcune sculture ceramiche al Mic di Faenza
Pietre lucidate
come fossero ricoperte della pelle d’un serpente divengono grandi rettili
striscianti gialli, ocra e neri simili a un monolitico pezzo di pietra
assumendo la forma ondulatoria d’una serpe pitonata plasmandosi a creatura
della terra, morbida e mimetica senza volto delineato (Sangwoo Kim). In altri
casi i vasi ricoperti di grès bianco, smalti e porcellane assumono forme
affusolate, allungate, morbide o spigolose, concave o convesse, aperte o
chiuse. Qualche volta sono intessute attraverso fili trasparenti o di ferro,
ricoperti di ingobbi di smalto, plasmati in una loro intrinseca energia che li
rende forma unica a loro soli.
Una
materia plastica appare, (Frank Louis, “Offal”), rossiccia come viticcio, vischiosa, informe,
masticata quasi e rigurgitata fuori in sembianza di smalto, legno, viti e
cinghie a pressione come fosse l’imballaggio d’un opera non-finita, d’un
oggetto di scultura in uno stadio primario di lavorazione depositato là in quel
luogo come per un errore sul destinatario. Calda e vischiosa, malleabile e
magmatica, la materia è lucidata e fissata dal suo primario nucleo d’origine.
“Quando
l’argilla sogna”(Natasa Sadej) sogna di essere sospesa in aria, aerea,
leggera o senza più forza gravitazionale che la tenga ancorata al suolo, simile
a un pianeta, all’emisfero d’un altro sistema solare, a una piccola sfera di
cristallo fluttuante in cielo. Sogna
d’essere un fiore dischiuso, una palla da football coperta di cristalli
diamantati e rossi tulipani, sogna d’essere bianca argilla e forme arzigogolate
di smalto lucido e ferro in coaguli e macchie vermiglie. Sogna d’essere un
pianeta a parte o una meteorite in discesa libera sulla terra, la dispersione
ordinata d’un nugolo di farfalle o bianchi voli di stormi, una forma sferica in
elevazione, vivida, aperta o simile a un fiore sbocciato.
Helene
Kirchmair, “bobbles”( bolle di schiuma o di sapone, d’acqua solidificata o di
ghiaccio congelato durante un gelido inverno)
Esamina
le superfici, ordina, disordina, ritaglia e colora sperimentando con le
infinite possibilità della materia, degli oggetti quando sono modellati,
affinati o alterati nelle loro possibilità espressive per intrusione di
materiali e tecniche diverse . Spruzza
di smalto, plasma e leviga le superfici dando forma a bianchi dossi; ora scava
incavi, curve o linee morbide e vellutate quasi che la creta scolpita si
rendesse talmente malleabile da divenire dal suo fondo d’argilla seta e
rinviare a un effetto di “morbidezza, tatto e velluto”. Ora, nella seconda scultura, ricopre la superficie d’una infinità di
minuscoli granuli sferici, organici e in
rilievo, minuscoli ma tanto reali da invitare i visitatori a sentire, toccare,
utilizzare i sensi e il tatto, e vedere con gli occhi della mente per andare
oltre la diretta riconoscibilità della materia. Pollini in pietra simili a semi
o pulviscoli visti attraverso l’occhio d’un microscopio evocano la superficie
squamosa d’un sasso o la pelle d’un serpente, ora la morbidezza d’una carezza
sul corpo, ora l’epidermide analizzata al microscopio come scendendo dentro i
tessuti a livello monocellulare. Ora, infine, sono bolle di sapone attraversate
da un filo di ferro, fotografate come
tante piccole conchiglie di mare frammiste a griglie blu aspre e taglienti:
fossili, squame o lische di pesci, residui e lasciti ricoperti dal sentore acre
dell’acqua di mare appaiono mimetizzati alla sabbia ceramica e deposti sulla
riva-tela nel corso d’un rigido inverno.
I rami
di un albero( Ana Cecilia Hilar, “Habitat”) simili allo scheletro osseo d’un
cespuglio si dipanano verso l’alto in
mille direzioni senza tronco né radici; si dispiegano nello spazio in linee
irregolari e contorte, irriverenti e spaziose. La loro corteccia bianca e
scarna, fatta di terraglia dissecata ricoperta di lucido smalto si erge verso
il soffitto come fossero le branche animate d’una creatura vegetale e vivente,
organica e ribelle, spaziosa, aerea e bianchissima, che nitida si dispiegano
attraverso lo spazio, infiltrandosi tra gli oggetti e le forme contro la
staticità dell’ambiente circostante.
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