L’interno d’una conchiglia blu, (Shinya
Tanoue, “Shell 14”) è modellata con riflessi azzurro indaco, lucida,
intensa e scintillante come la profondità del mare, come l’azzurrità
dell’acqua, come i minuscoli sassolini di pietra sabbiosa che ancora ne
ricoprono i fondali. E’ vista nell’atto di dischiudersi in una forma avvolgente,
aperta e levigata dal suo centro evocando l’idea d’un vortice che s’apre verso
l’esterno in linee morbide, sferiche e sinuose della tonalità cristallina dei
fondali, dei diamanti puri o non ancora intaccati da altri depositi
sedimentari.
“The start of a life” (Yuri Fukuoka) sono macchie di colore
blu-Klein richiamando alla memoria le sue sperimentazioni là dove nuove
antropometrie del blu sopraggiungono su una tela ceramica cosparsa di granuli
di sabbia come primarie forme di vita scaturite dalle acque.
E’ intenso, granulare cobalto diluito in
trasparente acquarello come gocce lasciate dal tintinnare della pioggia su un
suolo sabbioso che poi divengono impronte violente allo scrosciare d’una
tempesta estiva. In ondate diluite e vorticanti un tumulto di corrente blu attraversa la superficie ruvida della sabbia
ceramica.
Lettere dell’alfabeto su un muro si
iscrivono in grafia contorta e circolare come il vorticare fluido del movimento
sullo spazio d’una parete (“Movements”, Simcha Even Chen) ora in nera
trama di parole e frasi dell’ inizio potenziale d’ogni racconto, ora come cellula embrionale al momento del
suo venire alla luce e abbozzarsi appena
all’orizzonte. Matrice di tutti gli inizi possibili, di tutti gli incipit potenziali
di opere in loro stesse inesistenti o solo immaginate.
“Dormono sulla collina”(Silvia Granata)
pulviscoli di lucciole, nugoli o nidi di minuscoli insetti, punti luminosi se visti a distanza
come un reticolo in espansione da un centro in rilievo; si aggregano dal loro
fulcro ocra e propulsivo a isola, ad arcipelago, ad agglomerato satellitare e
crescente di forme luccicanti e immaginifiche nell’oscurità .
“Ogni pianta ha una radice”, (Gabriella Sacchi) suolo, alberi e terra prendono vita da quella, radice, anche, in quest’opera come incisione, segno scritto, unita minima e irriducibile di significato nel linguaggio da cui prende vita la linfa della parola. Note scritte, foglietti volanti e leggeri in porcellana sono appesi come post-it alla parete-opera, poi fogli in ceramica simili a ex-voto sono deposti da anonimi passanti e ricomposti uno di seguito all’altro in un collage verde, ocra e oro. La natura è intrappolata dentro superfici bianche e semitrasparenti di porcellana nella scultura di Bianca Piva: le radici disegnano una genealogie della terra in linee ondulate e astratte sui vasi. Un grande insetto kafkiano appare in ferro e smalto ceramica, (Mattia Vernocchi), una farfalla catturata dentro una cornice di vetro, serpenti e forme striscianti uscendo in trompe l’oeil dalle pareti delle anfore (Elisa Confortini, Naturalia). Nella serie della Confortini seguono insetti, forme larvali, bozzoli di farfalle appese con spilli a una parete trasparente, il blu indaco o l’azzurro turchese intrappolati entro scatole craniche o rinchiusi in cornici di scultura ceramica.
Un nodo di “elastici” scolpiti in terracotta dipinta(Davide Monaldi) divengono forme flessuose, fluide, ripiegabili e colorate simili a un nugolo di corpi snodati, a un nodo di elastici colorati pronti a legarsi o a slegarsi. Sono elastici di fili perduti, che perdiamo e ritroviamo costantemente come la trama delle nostre esistenze: forme fluttuanti e sinuose modellate fino a far vibrare l’argilla in movimenti plastici e danzanti.
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