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mercoledì 11 giugno 2014

da Axel Hütte, “fantasmi e realtà” Retrospettiva, ( Fondazione fotografia, Modena)










La contemplazione silenziosa d'una natura estraniata d'ogni presenza umana si impone attraverso lo sguardo apparentemente neutrale di Axel Hutte  in visioni o squarci della medesima guidando lo spettatore in un passaggio costante tra il reale e la sua trasfigurazione poetica. Differenti serie si alternano, dalle atmosfere rarefatte e nebulose dei paesaggi alpini di cui volutamente fumi e vapori confondono lo sguardo, alle vette innevate sovrastate di nebbie al confine tra Germania, Austria e Italia o, ancora, agli scorci dell’Appennino modenese. Seguono le immagini degli sterminati ghiacciai artici, i riflessi d’acqua vibranti dei grandi fiumi come il Rio Negro, le foreste equatoriali, i deserti ghiacciati e ancora gli interni delle grotte carsiche e la loro sedimentazione rocciosa negli Stati Uniti.

Di fronte a una natura svuotata d’ogni presenza umana percepita come sublime e smisurata, aprendo a un infinito di bellezza e solitudine attraverso la sua contemplazione silenziosa, lo sguardo fotografico amplifica e trasforma il reale, plasma e configura uno materia prima ritrovata nel suo stadio originario e incontaminato. Lo scorcio o il dettaglio vengono sottoposti ad alteranti punti di vista, esposti all’incidenza irradiante della luce o all’intrusione perturbante delle nebbie, degli agenti atmosferici o ad altri effetti distorcenti alla percezione. La visione fotografica non solo registra ma crea, trasforma e plasma, altera o precorre il reale in immagine mentale, illusione onirica o suggestione poetica, attraverso la mediazione di una espansione della coscienza creatrice, d’una messa in immagine fotografica sola in grado di precorrere la visione e ricrearla in pure sembianze poetiche.



“Water Reflections” (Venezuela 2007)

La grande espansione del verde, agata, smeraldo o malachite d’acqua ascensionale attraverso questi riflessi liquidi nella visione della foresta, del suolo coperto di sassi e terra radicati in grandi tronchi secolari che si impongono e si elevano verso l’alto. Foresta pluviale, riflessi d’un paesaggio del sogno , d’un flusso o vortice d’acqua che si eleva, diparte, dalla melma fangosa del sottosuolo, da una palude baluginante di scintille luminose; E' questa grande espansione acquatica vista al contrario simile a un vortice che sale dalla selva verso il cielo portando l’acqua a fluire in un movimento di ispirazione verso l’alto. La foresta diviene un scintillio di punti luminosi, un’impressione al rifrangere della luce attraverso le sue fronde, simile a una veduta impressionista di ninfee galleggianti sulle acque indolenti degli stagni nella pittura di Monet. Anche il cielo appare completamente ricoperto da questo vortice acquatico d’un verde intenso portato, aspirato verso l’alto fino a occupare l’intero spazio del visibile. Riflessi d’acqua, lucido rifrangersi di superfici brillanti, giada, oro o smeraldo d’un tappetto traslucido e punti e tracce tendenti verso l’alto mentre i grandi tronchi secolari restano immersi nella terra, in espansione luminosa dei verdi e degli oro.





































Dalla serie “Mountains” e "New Mountains", (Austria, Svizzera, 2011-2013)


Cime di mondi sommersi, appena visibili, compaiono da rocciose vette alpine della durezza della pietra, d’una pietra millenaria, calcarea, granitica digradante verso il basso al margine dell’immagine che è qui completamente lasciata all’inondazione o all’afflato di nebbia: materia densa e nebulosa, della densità d’una sostanza grigia, espansa e rarefatta insieme, imponderabile imponendosi tuttavia, presente a massa, a nugolo, a densità intangibile, implacabile fino a espandersi per offuscare i sensi, l’immaginazione lasciando solo qualche rara impronta di luminosità retrostante. Là a sommergere come una cascata, una perturbazione o un’intrusione d’ordine cosmico, inspiegabile, disturbando la percezione netta, chiara e nitida delle cose fino a produrre uno smarrimento dei sensi, una patina coprente alla realtà, insidiosa infiltrandosi tra le vette e le rocce delle montagne. Nelle loro interne scavature o corrosioni le rocce appaiono ricoperte d'una cascata di materia gassosa, di nebbia cosmica oltre i limiti d’una visione tutta umana per aprire al terrore e al sublime di forze incontenibili della natura.
Attraverso lo specchio del reale la nebbia si fa volutamente tramite a tale slittamento onirico. Le visioni di cime alpine al confine con l’Austria appaiono ora grigie e bianche leggermente ricoperte di questa condensazione leggera, sulla quale si distinguono ancora le abetaie innevate nell’atmosfera immobile del paesaggio, ora lo stesso è completamente ricoperto dalla discesa implacabile, lenta e divorante d'una massa nebbiosa, coprente e occludente all’ immaginazione. Un fiume di lava o di materia evaporata e condensata si deposita come una patina densa e grigiastra sul paesaggio per impedire allo sguardo di attraversare, all'oggetto d’essere scorto, alla mente cosciente di andare oltre quella cortina di nebbia e neve condensata. Eppure, in virtù di tale invisibilità o schermo coprente altre forme affiorano come effimere impronte, giochi di espansione o emergenza della luce, qualcosa che fluisce o confluisce malgrado sé stesso dalla mente di chi guarda, e aleggia indistinto forse solo per essere percepito e catturato, catalizzato e trasformato da un irrisorio piccolo io individuale per dare nuove immagini al mondo, e nuova vita a quella materia sedimentata e spenta, e parole d'una lingua nuova a partire da una minuscola evenienza.


In Totenkopf la vetta è una strada che sale verso l’alto, una scalinata aperta verso il cielo, un graduale passaggio verso un altro livello di comprensione del vivente,
un dirupo scosceso che si eleva aprendosi al contrario contro la forza di gravità occludente del basso, contro l’ossatura interna delle rocce, contro le venature delle pietre e le interne circonduzioni dei suoi arti e delle sue arterie, delle sue incisioni e iscrizioni profonde. Sale verso l'alto al progressivo contatto con il biancore limpido della neve fino al rendere l’immagine della montagna doppia e ancora intrisa di cerchi e effusioni brumose nel suo tendere all’infinito oltre la neve. In Raucheck .la massa densa e plasmatica, solidificante e impenetrabile allo sguardo ha invaso ogni altra forma sulla vetta della montagna lasciando il paesaggio abbandonarsi all’infinità del suo moto sublime e perturbante di possibili affioramenti onirici.





“Underworld”, (USA, 2008)

Underworld: sotto-terra, sotto-mondo, mondo di mezzo tra la terra e il cielo. L’interno d’una grotta scavata nella roccia diviene l’immagine d’una cavità sottomarina, una barriera corallina tappezzata di lapislazzuli, coralli, minuscoli diademi assimilandosi a parete di pietruzze incandescenti, rosso acceso, rosato o bianco viste nel contro-luce d’ombra dall’interno buio, illuminate a giorno, ritagliate in questa visione da sogno. Sottomondo o mondo di mezzo rischiarato d’un tratto, la luce endogena arriva direttamente da dentro la pietra, questa pietra che s’anima come fosse in sé regno del fuoco apparso dall’oltre-mondo del nero. La sua barriera di cristalli di roccia si dispiega in campi di colore digradanti e luminosi, caldi e luminescenti sulla sinistra, rosso vibrazionali di fuoco e roccia sulla destra, in espansione gioiosa d’un bagliore a macchia luminescente al centro, poi d’un verde smeraldo che come onda vitale propaga luce verso il rame-argenteo dello stagno sottostante celato tra i massi e i dirupi del sottosuolo. Echeggia di risonanze e voci, di possibili affioramenti di forme e segni, la visione d’un mondo apparso dal sottosuolo rifrangendosi in falde acquifere sotterranee, celato tra le oscurità imperanti dell’oltre-nero come un “regno di mezzo” tra la terra e il cielo. Simile sembrerebbe a una montagna purgatoriale quale passaggio obbligato verso l’alto una volta usciti dalla cavità infernale. Dall’antro oscuro della perdizione, da quell’oscurità che è in noi alle origini, da un oltretomba immerso nel nero infernale un palazzo luminoso appare tra le rocce nel suo limite esterno di parete o barriera, irradiazione della trascendenza del bianco, del verde argenteo-stagno depositato tra le rocce e del fuoco sacro tra quelle illuminato. Come per caso prende forma attraverso le tenebre nel riflesso d’uno sguardo.


Portrait 19 “Water Reflections”, (1998)





Sé stesso minuscolo seduto su un tronco dimezzato galleggia sull’acqua, su una roccia andando alla deriva; sé stesso minuscola, irrisoria presenza contro l’afflato cosmico dell’acqua attraverso i suoi infiniti punti luminosi . Teatro d’acqua, l’attore in scena è immerso in un effluvio di riflessi smeraldo-elettrici in una distesa d’acqua-schermo coprente verde e nera. Nero puntigliato d’una miriade di impulsi luminosi, di linee e tratti brillanti del firmamento. L’attore è in scena, luminescente là in mezzo, immedesimato, perduto o a metà rapito dall’evento scenico nel suo esserci, teatrale in unione con lo spazio, nel momento performativo del sé, d’un sé prima minuscolo, sfuocato, invisibile ora espanso in una grande presenza. Sullo sfondo appare come un profilo ingigantito delineandosi nel controluce d’ombra della figura alle sue spalle. E’ sguardo dall’alto includendo tutto il visibile, filmandosi filmato, come un grande occhio esterno puntato sul suo interno apparire su scena.





Rio Negro, (1998)

Foresta pluviale, la distesa d’alberi d’una laguna d’acqua occupa tutta l’immagine: siamo dentro la foresta, tra gli alberi, attraverso le fronde in mille arti espanse aprendoci un varco tra le foglie, serpeggiando tra tronchi e a stretto contatto con il sentore della terra. Sentiamo l’esalazione delle selva, la natura nella totalità di un grande respiro cosmico, all’ennesima potenza nella sua propria sublimazione ma vista attraverso uno sguardo estraniante dall’interno della corteccia, delle foglie, dei tronchi resi univocamente presenti al centro senza altra misura di riferimento esterna. Siamo perduti nella contemplazione silenziosa della foresta da dentro la materia organica delle sue foglie. Lo sguardo dello spettatore fluttua dentro questo lago lucido di acqua e di fronde, dentro questo sogno di vegetazione impregnata d’acqua, tra gli spiragli di luce aperti, tra le foglie svolazzanti come forme eteree, d’aria, ninfee, macchie di colore rosso, ocra, terra, immedesimandosi da dentro la selva intrisa di pioggia, infiltrata di luce tra le fronde.

Senti le corse e le grida dell’infanzia, gioiosa, di bambini dentro quella foresta irradiata di luce vista a distanza attraverso i riflessi d’una camera mobile. Attraverso le acqua d’un lago vedi la gioia di forme in movimento, assisti alle fluttuazioni d’uno sguardo inseguendo, tracciando il proprio filo poetico attraverso le cose e, insieme, nello slittamento costante del suo punto di vista filmando oltre la città, ai limiti dello spazio abitato.






“Glaciers de Bossons”; (Francia, 1997)

Ghiacciai sui quali puoi camminare come su una distesa lucida di materia gelata dissestata e ricoperta dei suoi interni dossi, cumuli e insenature. E’ solo e ovunque nell’immagine questa strada avallata di ghiacci non uniforme e piatta no, presentandosi invece come una somma di pietre e piedi che l’hanno attraversata lasciando sul loro percorso i loro solchi e aperture in assenza d’ogni presenza umana. Eppure ci sono queste tracce imponenti, incavi e insenature talmente presenti nell’immagine, ci sono impronte indelebili, marchiate come fuoco su ghiaccio, segni forse di forze incontenibili della natura di cui la terra si rende essa stessa preda; non solo tracce di cammini e passaggi ma anche lasciti di lotte antecedenti, di scontri violenti, e incisioni di forze oscure, come se questo ghiaccio parlasse nella sua interna tessitura e fosse stato lì teatro d’uno scontro, d’una lotta, d’una violenta prevaricazione, dell’imporsi di moti soggettivi a leggi superiori dell’evidenza dell’universale. E’ visto così, pervasivamente occupando l’intero spazio dell’immagine, grigio argenteo ovunque sull’intera superficie a un passo dal cielo, dall’orizzonte, strato su strato ovunque densificato in interni slittamenti e insenature.


Bayerischer Wald, (Germania)

Si entra attraverso una foresta oscura, simile a una spaventosa selva dantesca e si procede avanzando attraverso quella distesa di tronchi e liane, dalle linee verticali dei tronchi che affondano su un suolo disomogeneo alle linee incidenti , agli incisi di liane frapponendosi attraverso il paesaggio boschivo una volta valicato il bordo esterno della foresta. Eppure la luce passa attraverso, infiltra e crea questo varco aperto, questo spiraglio luminoso che partendo dal basso appare delineare come una scia, un tracciato semi-nascosto, a metà cancellato o non visto, tuttavia inequivocabilmente là come una sorta di fluire necessario, della luce endogena all’oggetto o allo spirito di vita che abita quel luogo , luce che viene dall’alto, delle profondità dell’anima universale e vibra attraverso tutti i gradi della materia sulla terra fino ad aprirsi in tale passaggio luminoso tra i tronchi; in alto la nebbia resta diffusa, effusa in circonduzioni lievi attraverso la selva. Quella luce aprendo un cammino trasforma e sposta l’immagine nel luogo del segreto, in un regno misterioso attendendo dall’altro lato una volta compiuto l’attraversamento.






“Glaciers”, (Norvegia, 2000)

Qui il paesaggio è ampio, limpido, netto allo sguardo tuttavia arso, completamente raso al suolo dal gelo, mentre sulle lastre di ghiaccio immobili la luce scivola conducendo a un diffuso bagliore su una strada libera che procede all’infinito oltre i limiti del nostro sguardo. Volutamente svuotato d’ogni presenza umana, la strada o il paesaggio immobile di ghiaccio bluastro si apre come un cerchio ellittico disegnandosi in una strana circonferenza sferica, non-finita oltre la nostra possibilità di comprensione o visione. La bianchezza immobile e atona della distesa di lava gelata, poi la cortina immobile e grigia del cielo atono ricongiungendosi all'orizzonte; solo qualche riflesso bluastro argenteo e metallico vibra ancora leggermente in primo piano. Eppure lo sguardo è sereno, aperto e calmo, conduce a un’idea di stabilità, a una natura percepita come immobile e lieve, non aggredente ma che riassorbe nella sua immensità, nei suoi silenzi, nella sua eternità fuori dal tempo e dalla storia.





domenica 17 aprile 2011

Reincantare in mondo, J. M. Othoniel, II parte














































































Il vetro nell’ultima opera di Othoniel coincide con il momento della riconciliazione, momento in cui il trauma appare sublimato, il corpo pacificato, e l’aspirazione alla bellezza, a un ordine estetico oltre che materico e plastico del mondo non é più sentita come fardello ma come fonte di creazione e di rinnovamento.
L’opera diviene fiabesca, leggera e preziosa ricercando volutamente l’incantesimo dei sensi, l’incantamento o la seduzione della bellezza.
Il tempo è quello sospeso del fuori-dalla realtà, del demoniaco e fiabesco insieme, l’eternità del tempo arrestato dei sogni, degli incubi o dei sortilegi, dei fantasmi e dei labirinti interiori, ma anche il tempo fluttuante, l'indeterminato che precede il passaggio all'età adulta.

Tali “Trappole del sogno” , dunque,  generate scivolando verso il territorio del "meraviglioso" appaiono più come metamorfosi che non come fughe dalla realtà, incarnando una necessità poetica prima contro l’abiezione del mondo,  rendendo tale universo abitabile oltre la sua infinita contraddizione.




Re- incantare il mondo significa passare dal corpo-materia frammentario, dallo zolfo residuale, dalla ripetizione di un momento traumatico alla sua sublimazione verso un immaginario fiabesco, utopico dell’ordine esistente. L’immaginario plastico e poetico trasforma la materia in corrispondenze amorose, in geometrie sensibili d'un reale che, tuttavia, porta in sé la traccia acuta dell'antico  dolore.
 “Paesaggio amoroso”, “collier-cicatrice”, “gli amanti-sospesi”, “pioggia d’oro”, una serie di “collane”, “l’albero dalle collane appese”, “la nave delle lacrime”, “il, mio letto”, “stendardi”, “collana bianca”, “fiume bianco”, “lacrime di colore”, “lo scrigno dei segreti”, ecc.


Meraviglioso, strano, quasi indicibile ricordo d’infanzia,
 poi l'esuberanza d'un gioiello dal fasto barocco , infine il ritorno al paesaggio sontuoso d'un sublime romantico.

Si resta affascinati da minuscoli dettagli d’oggetti: farfalle fatte di stuzzicadenti, foglie,
germogli o steli di tulipani soffiati via dal vento.
Gli oggetti, inseriti nel loro micro-sistema empaticamente ci parlano, analogicamente ci interpellano.
La facoltà di trasfigurazione di cui sono portatori come materia, alchemica quasi, crea uno spazio fiabesco, fuori dalla realtà, atemporale .

Un Fiume di perle bianche spesse e opache si sdona dall’alto d'una riviera . La sua doppia linea di pietre in cristallo, smisurate, brillanti, piene s'apre al centro d’una sala simile a cascata. Pietre magiche, protettive come portassero in sé l’incantesimo, il segreto della loro venuta.




Lagrimas


Percorso di cristallo. Le sfere in vetro sono animate all’interno da microcosmi di forme variate, simboliche o casuali come amuleti, collane o anelli, o pietre magiche, cuori o stelle di mare, virus, polmoni fluttuanti, solitari, fedi o croci. 



“Cose che si amerebbe possedere”, minuscoli, effimeri momenti di felicità,
piccoli amuleti messi a distanza, rinchiusi, esiliati in architetture di ghiaccio.
Sono trappole del sogno, architetture che sublimano l’assenza, il non-compimento in un gesto d’affermazione,  oggetti del fondono gli uni negli altri allo sguardo.

Sono gocce d’acqua, lacrime, forme acquatiche, pesci o nuvole fluttuanti.
Sono collane o perle, stelle e anfibi di mare,

Granchi, conchiglie o anelli in vetro.


Liquidi di vetro si diffondono allo sguardo,  dilatano avvicinandosi ingrandiscono, deformano, divengono rinvii di materia liquida colorata, oppure chiazze di colore che languiscono e passano come immagini intermittenti dall’una all’altra.





Nodo auto-portato



Linee di perle di vetro composte nello spazio partendo da formule geometriche astratte liberano la composizione dall'esperienza psicologica contribuendo a restituire un ordine estetico intrinseco che l'artista si limita a rivelare o ritrovare piuttosto che intimamente creare.

Nodo auto-portato” grigio, brillante, metallico: doppio nodo senza inizio né fine, mobius fluido nato da una semplice combinazione d’elementi matematici.


Sfere rilucenti, esterno e interno intercambiabili, nodo senza soluzione di continuità, combinazione logica applicata alla materia vivente, circuito-percorso senza fine dell'inconscio nel linguaggio.









giovedì 18 febbraio 2010

"Vrais Semblants", Sarah Moon, Ed. Delpire





































































“After that, it was nothing but one step in front of the other, day by day, with time changing me”.

“Non sapevo quello che stavo cercando, la ricerca prendeva il sopravvento sull'obbiettivo, sul risultato." Faceva restare li' tutto il tempo lungo il cammino, a mettere le mani avanti come si camminasse nell'oscurità, con gli occhi bendati avendo perso la nozione del tempo e dello spazio, le coordinate di quello che era intorno, avanzando nell'oscurità, con il senso di essere chiusi,
serrati da una benda che scendeva giù dagli occhi fino alla gola, fino a darvi il senso di serrare il respiro,
di trattenervi come sul bordo d’un abisso, qualcosa contro il quale potevate scontrarvi ad ogni istante,
una parete fredda e opaca, l'acciaio, la durezza della pietra.
Pericolo imminente, mettere le mani avanti, un piede avanti l'altro; 

strano percorso fatto d'ellissi,
di cerchi concentrici che giravano l'uno sull'altro, che si sottraevano, si restringevano fino a riassorbire il vostro spazio vitale. 
Strano percorso fatto d'ellissi dove sembrava aver girato tutto il tempo intorno a qualcosa senza essere riusciti a dire cosa, a guardarla in faccia  e già non esisteva più.
E se era esistita un tempo era come dileguata, svaporata, fuggita via
lasciando dietro a sé solo il senso d'un vuoto, d un'assenza, l’ anello mancante d’una catena.

























Riscrivere in controluce: Sarah Moon, stralci di un dialogo immaginario.

“Raccolgo tutto senza scopo, tutto e nulla, quello che mi sembra buono e quello che a priori non lo é o, non potrebbe esserlo, non rientrando di diritto nel quadro.”
Quello che si assembla, si uniforma, si somma e quello che non potrebbe unirsi se non come frammento incongruo: granelli di sabbia, terra, sassi, polvere di pietra,
pezzetti di stoffa, stralci d'abiti, note di testi, rumori, suoni, eco di voci,
quello che mi assomiglia, mi parla personalmente e quello che é al più lontano, al più estraneo di me, (l'incoerente, l'illogico se vogliamo al senso comune), giocando sulle varianti di distanza e movimento: vicino e lontano, presente e assente,
ritornante attraverso l'azione, nel flusso incongruo del linguaggio,
nelle leggi incoscienti che regolano i ritmi della parola o della scrittura.

Cerco quello che nutre l'emozione dentro l'immagine e la ricerca é inesausta, tanto più feroce, disperante, senza fine.

Creo un luogo cancellandone un altro, un testo riscrivendone un altro;
sposto la luce, de -realizzo, tolgo realtà all'oggetto; non cerco di dire qualcosa, di fare qualcosa, solo di lasciare affiorare, nella ritrazione della materia, nella sottrazione progressiva del superfluo, il soggetto in primo luogo.

« Osservo tutto, scruto nascostamente, aspetto, non faccio nulla, mi lascio sorprendere”.
Assorbo: l'atmosfera, gli odori, gli umori di un luogo fino a riconoscere qualcosa, qualcosa che mi parla inconsciamente. Seguo le linee, gli angoli, le ondulazioni, i pieni e i vuoti delle forme nello spazio, la sorgente di luce entrante dalle grandi finestre della stanza, le interferenze dei suoni dall’esterno, la curva che traccia il profilo di un corpo, la linea di un abito, le pieghe di una mano, gli oggetti sparsi intorno dove il caso lascia cadere il mio sguardo. Mi avvicino alla materia, la guardo di faccia, di profilo, alla rovescio, manipolo, ancora, cerco, confondo le tracce, le prospettive
non so più dove sto andando, nulla, intorno a me il vuoto.
La luce del giorno si attenua. Non voglio più continuare, cercare immagini, scrivere
il mio corpo. E poi all’improvviso, non sempre ma qualche volta, qualcosa accade, qualcosa cambia, una frazione di secondo, una scintilla, la differenza di una bellezza forse inattesa. Tutto entra all’improvviso in una lentezza nuova, in un ordine di tempo altro e sono come portato; guardo fuori, non ho più bisogno di inventare, mi basta captare, essere lì, percettivo, all’ascolto. Ci sono pezzetti ovunque, residui, frammenti di materia;
basta essere pronti a riceverli, al momento giusto, la stessa storia già scritta, qualcun’ altro,
un ricordo ma più lontano, meno opprimente, meno feroce. Qualche volta mi stupisco d’essere riuscita ad avvicinarmi, a toccare un punto sensibile in questo vagare, trattenere, perdermi,
non sapendo esattamente dove stavo andando.

Trasformo la materia esistente, il supporto sensibile, quello che può o non può essere detto;
lo volgo a mio favore, me ne approprio deliberatamente, lo strappo al contesto, dandogli un’altra vita, un altro tempo, un’altra storia. E’ come cercassi il riflesso, la risonanza di quello che non so scrivere a parole. C’è una parte di intuizione in tutto questo, qualcosa che ritorna in modo insistente, ossessivo, caparbio, ogni giorno quasi un cercare, scontrarsi, precipitare,
Vagare nel vuoto fino a imbattersi in strane coincidenze che ci salvano.







Che cosa mi interessa nell’immagine poetica?

Il rapporto al tempo, alla memoria, Questa illusione costante alla perdita,
ma anche il momento gioioso, esilarante, magico,
l’accecamento dei sensi,
la proiezione espansa del sentire con tutto quello che implica di trasfigurazione,
incertezza o dubbio 

Apparente,reale o incerto,
utopico o immaginario; strana alchimia tra desiderio e contingenza.

Se il filo che seguo è rosso, è il rosso che risponde sulle strade, sulle vetrine, sugli abiti, sui muri. Cerco il rosso nei gesti più quotidiani. “Trasporre il colore”( Moon) in senso astratto significa  ritrovare, o avvicinarsi almeno, nella risonanza poetica, alla sensazione,  che un atto ha esercitato su di me, tradotto in una vibrazione colorata.


“Appena porto qualcosa fuori dal suo contesto, sono già in una forma di finzione.”
Prima che a una storia penso a creare un’immagine, una situazione ed è come se l’istante che cercassi di provocare, che desiderassi trovare porti 
già,in sé la storia che stavo cercando. Tutto accade nell’effimero di un momento. Come se vedendo una cosa ne vedessi  un’altra in controluce o sovrapposta tra le linee; e, ogni istante fosse, già, potenzialmente il fulcro di una nuova finzione, di una nuova immagine. “Forse questa è la storia della mia fotografia”.


“Per me l’uso del bianco e nero rinvia all’introspezione, alla memoria, alla solitudine o alla perdita là dove il colore è il ricorso un altro linguaggio, un linguaggio vivente”.
Il bianco è una specie di radiazione luminosa prima che un colore in sé, come rimandasse all’alone che avvolge in maniera più o meno manifesta ogni essere umano, questa forza di vita che emana un corpo caricandosi d’una valenza quasi metafisica .
Complementare ad esso è il nero, “in sé stesso la più grande assenza di luce” , (Soulage) dalla quale, tuttavia, emana un’intensità segreta, una luce riflessa se vogliamo. E' già l'alone oscuro che circonda l’essere quando manca d’una propria irradiazione vitale, quando ha perduto la propria luce interiore, ed è come se vivesse d' una fonte riflessa, esterna alla nostra visione.

"Il colore è un soggetto che si impone, un appello al quale dover rispondere”.
Toni colorati portati al limite della loro saturazione esplodono uno sull’altro incontrandosi.
Fa pensare alla fatalità di alcuni incontri e come ogni cosa allora si arrenda a una propria interna necessità. Ho l'impressione che la fotografia viva in questa sorta di vulnerabilità, che le tracce scritte sulle polaroid siano già un segno del passaggio del tempo, della precarietà della materia. "C’è una minaccia implicita scritta sulla cornice, sulla pellicola, e, allo stesso tempo, il senso di qualcosa di sfuggente, d’aleatorio".
Quando si riesce a coglierlo è come il tempo di uno sguardo,  talmente accidentale.
Il “fuori” si chiude e la realtà si piega, si plasma a poco a poco al nostro interno sentire fino a lasciarsi prendere dentro una tela, infinitamente, finemente tessuta.
Qualche volta una specie di eco si instaura tra il mondo e l’io, una risonanza che libera immagini.
Come si prendessero delle istantanee fissando punti d’arresto su una pellicola che continua a scorrere indeterminata, indifferente sotto i nostri occhi, di cui non conosciamo il seguito, la fine ma solo l’attimo presente: incerto, intenso, irripetibile.

“Strano effetto  a specchio", chi si rivela infine, non lo sappiamo, l’oggetto o il soggetto là fuori, l’io riflesso attraverso l’altro o il mondo guardato dalla fessura del mio interno sentire.
O non sarebbe forse qualcosa dell’ordine di un incontro quello che la foto in ultima istanza rinvia?

domenica 11 ottobre 2009

Fotografia e inconscio















L’immagine fotografica come traccia[1].
L’impronta é semplice attestazione di un passaggio, la traversata fugace di uno specchio, qualcuno precipitatosi frettolosamente in un luogo senza aver assicurato l’atto della sua presenza. Non risulta dal desiderio di un’iscrizione ma solo della messa in contatto tra un oggetto e una superficie ricevente. La traccia attesta, al contrario in chi l’ha lasciata, il desiderio di realizzare un’iscrizione permanente, la vera e propria presenza della Cosa in sé, materializzazione attraverso i segni di un corpo o quelli impressi su una tela;
il passaggio, ancora, dal negativo di una camera oscura al positivo di una superficie riflettente.
E’ come "l’eterna dichiarazione d'amore" d'un corpo danzante preso nella continuità del movimento, abbandonanato al ritmo segreto delle sue leggi secondo un fantasma di inclusione arcaica.

Lasciare una traccia, opaca, indecifrabile o non immediatamente leggibile, sia essa grafica, fisica o visiva, fotografica o danzata, è tentare di iscrivere, in permanenza l’espressione di quel primo desiderio. Cercare precisamente questa concordanza o “ adeguazione fisica del sé alla struttura ritmica del mondo"[2].

Quello che il soggetto lascia volontariamente intravvedere di sé in una traccia,
quello che in essa a sua volta lo sorprende, lo afferra, lo rivela
nell'apertura inaspettata che non sapeva di possedere.

In fondo a ogni immagine si cerca una presenza a sé, un proprio riflesso al mondo. Il desiderio di costituire un’immagine dell'altro attraverso la fotografia intesa come specchio riflettente di uno quarcio di reale intriso del collante ideologico che lo sottende, va di pari passo con il bisogno intimo di “provare la propria esistenza”.
Sempre, attraverso la relazione privilegiata all’immagine, il soggetto tenta d'assicurarsi di quel primo sguardo nel quale ha visto per la prima volta la forma del sé riflessa nell'altro, riconoscendo, in questo modo, il suo “esserci", essere là, al mondo, come presenza.
Un doppio movimento risulta, allora, dal lavoro fotografico: ispira il mondo attraverso le sue immagini e si lascia, a sua volta, inspirare da quello. Non é semplice cattura di un oggetto o di uno sguardo ma “ continuità dell’essere e del mondo nella loro reciproca separazione e ri-connessione permanente ”[3].

“Eikon/similitudo” . L'immagine in greco non é somiglianza ma “assemblare frammenti di bello dispersi in natura per comporre l'idea di bello in sé”.
“Similitudo” in latino implica l’idea di somiglianza come l’immagine di una maschera mortuaria ricalcata sul volto dello scomparso. L’imago qui é immediatamente compresa in un rapporto di sostituzione con quello che rappresenta e che resta, tuttavia, irrimediabilmente perso, lontano, irraggiungibile.

Sollecitazione del corpo intero nella fotografia. Per Cartier-Bresson il momento dello scatto é come una “gioia fisica, danza, tempo e spazio riuniti”. Weston parla di sensazioni tattili, di gusto, di odori, perfino delle mutazioni sottili del tempo atmosferico agenti al momento della presa delle sue fotografie più sensuali.



























La luce. Fa della fotografia il luogo privilegiato della trasfigurazione. Se l'immagine fotografica è per eccellenza “scrittura della luce”, essa rimanda, immediatamente, alla metafora di una luce divina come unione tra cielo e terra ricongiungendosi al senso mistico e religioso della rivelazione.
Per il suo rapporto privilegiato alla trasfigurazione la fotografia é tra le arti che sfiorano più da vicino il Sacro; ma, anche, si posiziona in una sfera di estraneità, di impersonalità, se vogliamo in quella distanza che gli permette di arrivare ad un'“apprensione simbolica” del mondo, ad una figurazione astratta del reale.
Fotografando ci si nasconde, si parla attraverso le cose, si manipola attraverso la scelta dei punti di vista, degli angoli, dell’obbiettivo, ma ci si ritrova a propria volta presi, sorpresi di fronte al mistero degli esseri e delle loro forme in mutazione,
sedotti da una bellezza che non ci si attendeva di trovare.


Il rapporto della fotografia alla morte.L'immagine fotografica rappresenta una realtà che é esistita ma che é scomparsa, dandomi ancora l’impressione che sia li’, vivente di fronte ai miei occhi. L'atto di figurare, in un primo caso, svolge un lavoro di separazione dall'oggetto scomparso. Diversamente, si sostituisce alla sua assenza creando un circolo infinito di introiezione dell'oggetto che impedisce implicitamente la sua liquidazione, il suo lutto definitivo. La morte, allora, resta presente nell’immagine, vivente e come rivissuta costantemente attraverso quella.
Esiste, infine, una terza possibilità: la trasfigurazione dell’oggetto fino al punto di renderlo visibile con una intensità che sarebbe stata impossibile cogliere al suo vivente. La luce che irradia la fotografia diventa, qui, metafora della vita interiore dell’ immagine in quanto opposta alla morte dell' oggetto reale che l'ha prodotta.







































L’immagine sfuocata.
E’ segno di una percezione parziale, effimera, inaffidabile del soggetto preso dentro le fluttuazioni della propria vita interiore, immerso nel fluido magnetico del sentire che lo porta, ai margini della razionalità, come in uno stato d’oscillazione costante simile a quella che lo coglie vagando tra il sonno e la veglia,
e ancora spostandosi attraverso il magma denso del ricordo.
L'immagine sfuocata conferisce all’oggetto della memoria una fluidità di contorni simile a quella data dall' intrusione di componenti non visive, sensibili, emotive alla cosa figurata.
Vacilla tra la cancellazione parziale dell’oggetto e il divenire, la sua eterna trasfigurazione.
Se da una parte fissa un’ombra, la finitudine di qualcosa di ineffabile, incerto, allucinatorio dall’altra “testimonia l’infinita fluttuazione delle cose”[4] immerse nel fluido erotico e vitale del loro essere-in-vita.



[1] Serge Tisseron, Le mystère de la chambre Claire, Photographie e Inconscient, Archimbaud.
[2] Ibid., Tisseron

[3] Ibid., Tisseron

[4] Ibid., Tisseron