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lunedì 11 ottobre 2010

Palinsesti, riscritture ( da Ascanio Celestini, "Fabbrica" 2003)



“Ed é vero come si dice che i morti portano con sé i viventi, nel senso che quando qualcuno muore in una casa un altro nasce al suo posto per riequilibrare le cose. E, il vivente, anche, porta avanti la vita del morto, ne porta addosso la memoria, il nome.”
Portano con sé i morti, i viventi, come se li portassero sulle spalle, con tutto il loro peso, ad ogni momento, come se fossero lì a respirare sulla loro nuca, gravitando in un alone incomprensibile, greve e misterioso intorno alla loro coscienza. Come pesassero sul loro corpo, nei loro sogni o nei loro incubi la notte, vivono di quell’unico soffio vitale, aspirano un po’ della loro linfa, a poco a poco ogni giorno, bevono il loro sangue, camminano sui loro passi, cominciano ad abitare il loro spazio fino ad impossessarsene, lentamente,
fino a inquinarlo, estranea suppurazione di materia, linfatica, fluttuante, liquida attraverso le vene, invisibile a prima vista, forse evaporata in scorie gassose incrostate intorno alla figura
Come un alito, una cappa di grigiore torpido, di torpore nebbioso che ostruisce, annebbia o ammanta la pelle.
Ed é come se una parte di loro morisse con gli altri oppure partisse per un lungo viaggio fino a quando non saranno riusciti a separarsene, a vederli partire una volta per sempre,
ultima mossa d’una partita a scacchi giocata al limite,
corpo a corpo , l'ultima pedina rimossa, tavolo disertato, né vincitori né vinti ,
scacchiera ormai vuota.






“Allora se ne vanno lontano per non voler più parlare” , desiderano andare sempre più lontano, attraversare terre e pianure e raggiungere oltre gli oceani luoghi sconosciuti per non incontrare nessuno. Se ne vanno lontano dagli uomini e si mettono a parlare con gli alberi, il vento, le pietre, mai più con gli esseri umani. Cominciano a comprendere il linguaggio delle analogie universali, i misteriosi passaggi tra materia e infra- materia, a percepire i fluidi energetici, i flussi,
le correnti, le ondulazioni delle acque, le fasi lunari, le vibrazioni dei corpi,
le corrispondenze segrete tra tutti gli elementi animati e inanimati del vivente. Alla terra, alle profondità della terra raccontano il loro segreto, e poi tacciono per sempre.

“Ma, anche, voi dite, l’acqua é strana, l’acqua del fiume nessuno la comprende, da dove provenga, dove conduca” . Là dove tocca e sommerge le rive crescono giunchi, cespugli, selvaggi arbusti di sottobosco, lunghi e sottili, affilati ed esigui, voraci e fragili, instancabilmente mossi dal vento, ondulanti in tutte le direzioni, ribelli e disordinati, dispersi eppure vitali e quando il vento passa attraverso, sull’acqua del fiume, fischia e mormora uno strano bisbiglio,
un soffio, un respiro, un brusio incomprensibile. Alcuni dicono che sembra il pianto d’un bambino perduto nella notte, oppure il rantolo d’una bestia solitaria, accasciata al suolo, raggomitolata come avvolgendosi dentro la terra per curare le proprie ferite. Ma, qualche volta, il vento in mezzo ai giunchi, sull’acqua, il vento che passa, sembra una voce, un suono, il mormorio d’un canto silenzioso, dolce e avvolgente , che incanta e seduce, avvolge e trascina con sé.



“Là nelle profondità della terra non c'é luce. Per farci paura spengono la lampada” . Qualcuno comincia a muoversi nell'oscurità intorno senza sapere esattamente dove, come_ rumori indistinti_ e ridere come fosse folle,
come si ride quando si diventa folli, e si perde la nozione del tempo e dello spazio, della luce fuori, la memoria anche di quella luce, sprofondati, immersi nel nero di dentro.
L'istinto di tenere gli occhi aperti, l'impressione di non poterli aprire abbastanza. Poi, una risata sorda, malsana, lunga e prolungata, si trasforma in un eco lancinante,
in un grido trattenuto, un singhiozzo, un sussulto, una scossa violenta e ripetuta attraverso il corpo.
Come quando è notte e nella notte fa veramente buio, una coltre spessa non rotta da alcun bagliore. Immaginate la notte, il nero della notte, impenetrabile agli occhi, ed è ancora una peggiore oscurità. E non è ancora come laggiù.

“Ci muoviamo laggiù nel nero; sento che i ratti ci camminano accanto. Penso che ci salteranno addosso da un momento all'altro, che finiranno per divorarci. Trovo una scatola di fiammiferi in tasca; ne accendo uno” . Un leggero bagliore.
Vedo che i ratti non esistono o forse si sono nascosti spaventati dal guizzo improvviso di luce. Non esistono o non ci hanno ancora divorato.
Mi accerto della presenza del corpo, le mani, il ventre, i piedi al suolo; lo percorro, lo sfioro attraverso la pelle per essere sicuro che tutto sia là, che nulla sia stato frammentato, rimosso corroso o divorato in parte.

“Voi dite che l'uomo e la bestia sono simili ma che tra l'uomo e la bestia c'é comunque una differenza” . I ratti sono bestie e abitano la notte. L'oscurità è il loro luogo, la loro dimora. Non temono il nero, loro. Siamo noi, gli uomini che abbiamo bisogno della luce, che la cerchiamo ad ogni istante, del calore anche, dell’energia luminosa ch' essa porta in sé, dell'alone che avvolge i corpi e li connette l'uno all'altro, inconsapevolmente, come un anelito di vita, un fulcro essenziale al quale aspiriamo.
Se non avessi avuto quella scatola di fiammiferi, laggiù, sarei morto.

Voi dite che tra l'uomo e la bestia c'é sempre una differenza ma quella differenza, vedete, qualche volta, sta nel bagliore improvviso , nel luccichio istantaneo d’un fiammifero.

Dite che gli uomini portano con loro, sempre, l'errore, lo sbaglio, la stortura,
la colpa di quelli che li hanno preceduti, che sono innocenti forse solo nei sogni. Dico che un uomo derubato , espropriato della propria vita, espulso della propria integrità non è più innocente neanche nei sogni.


“Quando la guerra è scoppiata hanno inviato un folle laggiù, là al centro della terra, vicino alla grande fornace” . Passava le sue giornate a guardare il carbone , a fissare la polvere di carbone bruciata, ammantata di cenere argentea,
d’una lucentezza metallica, immobile per ore di fronte alla caldaia. Un giorno qualcuno per divertirsi ha lanciato della polvere di pirite sui mozziconi spenti, che a guardarli si illuminano, scintillano dando l’impressione d’essere oro.
Gli hanno detto che avevano trovato dell’oro nel carbone . E il folle s’è messo a scavare con le mani come un dannato, a cercare l’oro in mezzo ai pezzi di carbone bruciati, alle ceneri spente e ancora fumanti, ai residui di materia arsa, incenerita, intoccabile con le dita.
Passava tutto il suo tempo a scavare per trovare quell’oro in mezzo alla polvere bruciata, alla cenere di quello che restava.


“E così le ombre parlano, parlano con gli esseri umani”. Odiamo le cose perché odiano la loro immobilità e vorrebbero essere vive, viventi, in cammino, dotate di vita propria come gli umani.
L’ombra d’una cosa inanimata, d’un oggetto morto. Immobile, affonda i suoi artigli nel cemento della pietra dove resto seduto, incapace di sollevarmi. Come volesse avvilupparmi, trattenermi al suolo, in questo nodo d’immobilità mentre io sono già in movimento, con un piede fuori la porta, cercando la luce, il respiro oltre,
come qualcosa fosse rotto, finito per sempre lì dentro .
Ci vorrà tempo ma penso che presto o tardi riuscirò a trovare questo luogo definitivo. Per ora sono attento al cammino, a ogni minimo spostamento, attento a ogni vibrazione della luce, di quello che accade intorno, fuori e in relazione a me stesso, perfino alla mia respirazione.



“Ora la stanno smantellando, un blocco dopo l’altro, la fabbrica. La portano via pezzo a pezzo” . Quando torno a vederla la sera resta solo lo scheletro. La si direbbe tale e quale a prima. Quella di prima ma senza muri, trasparente ora, un edificio trasparente e invisibile insieme, avendone scoperto lo scheletro, la struttura, le fondamenta. E tuttavia, ancora non la ricordo, non riesco a visualizzarla tale e quale era.
Ricordo laggiù, sotto terra, l'oscurità dove i ratti, le bestie respirano a ridosso degli uomini, camminano sulla loro pelle e rischiamo ad ogni istante di divorare i loro organi.

giovedì 6 agosto 2009

elles@centrepompidou























La forza politica di un corpo, luogo privilegiato della rimessa in questione di stereotipi e immagini limitanti legate alla rappresentazione del soggetto femminile nel XX secolo.
Cambiare la direzione dello sguardo storico nello sforzo di ridefinire categorie estetiche e concettuali dell’ordine sociale esistente, retaggio di un sistema patriarcale passato.
Preoccupazioni personali e intime si uniscono a problematiche, politiche, estetiche e sociali.
Desiderio di libertà rispetto alla visione dominante, prettamente maschile;
l'avventura di una scrittura fisica e performativa infinitamente a re-inventare.
Riappropriare la rappresentazione del sé “capire come rappresentare un corpo per farne « un'esperienza umana », il materiale stesso dell'arte creando un'empatia, un'identificazione. “Gli uomini da sempre hanno fatto questo figurando il corpo femminile; é ora tempo per le donne di dare una propria visione .” (Kiki smith)

« Mi sono data la forma di una dea, di un angelo o di una martire per espellere i simboli femminili creati dagli uomini e dare così alle donne un nuovo statuto, un nuovo linguaggio formale. In particolare ho voluto riaffermare la natura fisica del corpo che sembrava essere divenuta estranea più che mai nel mondo della decostruzione . Le donne hanno sempre servito d'ideale d'ispirazione creatrice degli uomini. Creare le proprie immagini in quanto artista era importante perché rifiutavo totalmente d'essere oggetto. Mi sono trasformata in oggetto per restituire loro un corpo: riprendere possesso del mio corpo piuttosto che farlo creare da qualcun 'altro. »(Hannah Wilke)

«Avanzavo nella vita, tutto sembrava normale ma in realtà mi sentivo limitata, intimamente impedita, bisognava che uscissi di là. La ragione per la quale ho intrapreso quest’azione performativa di legarmi con corde fino ad avere la sensazione di soffocare. Avevo bisogno di ricorrere a un'immagine forte per esprimere questo stato emozionale, così ho pensato a un'azione dura e difficile da realizzare, dolorosa, dove si respira a fatica e si rischia di precipitare. » (Francoise Jammicot)

« Bisognava che facessi altro che divertirmi. Bisognava che lavorassi come un uomo, che facessi qualcosa che valga la pena piuttosto che le solite « cose da donna ». Dovevo essere bene e anche meglio di loro. Bisognava che diventassi qualcosa, che facessi qualcosa d'altro anche se non potevo cambiare le cose, bisognava almeno che provassi. Fare delle cose a modo mio e non a modo loro, secondo i miei desideri; cambiare, aggiustare, rifare, trasformare, migliorare, ricostruire il mondo intorno poiché non riuscivo a cambiare me stessa » (Louise Burgois)

« Lavoro con le emozioni, la memoria, l'idea di documentare non nel senso storico ma in quello emozionale. Voglio che il mio lavoro sia recepito e ricordato da chi lo guarda sotto forma di un sentire. Voglio che il pubblico acceda alla pièce come a un'esperienza fisica e porti con sé questo sentire come fosse una propria memoria vissuta. Vorrei che il mio lavoro non fosse solo visto ma anche ricordato. » (Sonia Khurana)

« Il corpo é il luogo dell'esteriorità dell'essere e dell'interiorità del mondo. Togliere per far vedere di più ». (Isabelle Waternaux)
La bellezza e la sensualità sono interiori all'umano, dell'anima prima che rinviate unicamente all'esteriorità del viso, della figura. Esiste una sorta di integrità ideale tra l'uno e l'altro come partendo dall'esterno per andare verso l'interno e viceversa

« Nel mio lavoro recente esploro due zone dell'esperienza: l'interiorità come esperienza incarnata e la dinamica dell'identità. Il mio recente corpus di lavoro si concentra sulla poetica dell'esperienza interiore principalmente attraverso il video e la performance. I limiti evolutivi del video permettono di dispiegare una narrazione che ripone su una memoria collettiva e su una critica della narrazione lineare”. (Sonia Khurana) Utilizzo spesso il mio corpo come luogo di traslazione, di trasmissione e d’interazione. Esploro le tensioni esistenti tra le differenti forze: sociali e culturali, oniriche e libidinali là dove il comico e il 'profondo', l'irrisorio e il tragico si confondono in un equilibrio veritiero quanto precario .

"E' forse dalla mia infanzia a Cuba che ho cominciato a essere affascinata dall'arte e dalle culture primitive. Sembra che queste culture siano dotate di una conoscenza interiore e di una prossimità alle risorse naturali. E' questa conoscenza che da una propria realtà alle immagini create. E' un sentimento di magia e di potere dell'arte primitiva che influenza la mia attitudine personale verso l'arte contemporanea. Durante gli ultimi cinque anni ho lavorato in esterno esplorando la relazione tra me, la terra e l'arte. Utilizzo il mio corpo come referente per creare opere, trascendendomi in una immersione volontaria nella natura per identificarmi totalmente ad essa.» (Anna Mendieta)

« Per me il punto di partenza é il corpo grazie al quale percepisco, misuro e lascio la mia impronta. Il corporeo, il tattile restano una fonte prima di comunicazione, di conoscenza, di trasmissione.» (Andriena Simotova)

Sovversione, violenza, rifiuto, decostruzione nella critica del logocentrismo, del fallocentrismo. Posizionare il linguaggio al cuore del processo artistico. Avvicinare la parola all'atto attraverso la performance o investendo l'arte del non-luogo del quotidiano.

Gesti semplici, apparentemente innocui come piegare, tagliare, rompere, accartocciare, accumulare, sovrapporre, fondere, bruciare, sciogliere, mordere, spostare, mischiare, lanciare o lasciar cadere, rivelano tensioni soggiacenti al soggetto preso nella trappola della rappresentazione ideologica e sociale.

« La performance é stata per me una forma che ha reso possibile questo salto mentale. Inizialmente quando lavoravo sola l'elemento del pericolo, del dolore o lo spossamento delle forze fisiche erano molto importanti in quanto stati di presenza totale del corpo, stati che mantengono una persona sul chi vive e cosciente. » (Marina Abramovic)

« Nel 1961 ho sparato su dei quadri perché sparare mi permetteva di esprimere l'aggressività che sentivo. Un assassinio senza vittime. Ho sparato perché volevo vedere il quadro sanguinare e morire. Ho sparato per toccare quell'istante magico, quella specie di estasi come un momento di verità; tremavo di passione e desiderio sparando sui miei quadri. »(Niki de S Phalle)

« Ho costruito qualcosa rovesciando qualcos'altro: la distruzione diventa costruzione ». (Hanne Darboven) L'azione irrompe sulla contemplazione per realizzare qualcosa uscendo dal caos della non-scelta.

« Il concetto di labirinto é importante nella mia idea d’accentramento. Il labirinto é concepito come un puzzle, un cammino in confusione, un tragitto deliberatamente indiretto verso il centro. Se ci credete e avrete la resistenza troverete forse la via d’uscita . » (Roni Horn)

Pagine-paesaggi, immagini astratte, distaccate ma personali, non il simbolo di qualcos'altro, prese nello slancio tra tensione e libertà come un discorso fisico, visivo e tattile incrostato nel sensibile. Alla ricerca di un linguaggio insieme corporeo e astratto, organico e sensuale.

« i miei disegni sono come delle lettere fluttuanti sulla pagina, pagina bianca, zampe bianche ma a volte incisive, la matita come uno scalpello ». (Anne-Marie Schneider)
Bolle di sapone in testa, scatole di conserva che s 'aprono brutalmente per il troppo contenuto e si versano all'improvviso senza forma. Ho l'impressione qualche volta di camminare su una tela sottile, di tessere lentamente quella tela e riparare, così con le mie dita, là dove il tessuto s'é strappato.

« il mondo naturale, il cosmo, gli esseri umani, i fiori e tante altre cose impresse violentemente a fuoco sulle pareti della mia visione, del mio udito, del mio cuore ... Avvenimenti carichi di mistero, di terrore e di sopranaturale imprigionandomi fino a non più lasciarmi. Spesso cose strane e indefinibili appaiono nei piani occulti dell'anima: il solo modo di sfuggirli é riuscire a rappresentarli visivamente . » (Yayoi Kusama)

« Quello che m’interessa sono le manifestazioni fisiche della realtà emozionale, quando l''invisibile diventa visibile, il normale anormale, il famigliare estraneo. La vita ordinaria é fonte senza fine di fascino. Organizzo gli elementi trovati dal caso e costringo la forma a modellarli a mio grado.» (Sandy Skoglung)


« Quello che cerco nel disegno é che sia trasparente, che si veda attraverso la pelle la struttura del corpo, l'ossatura; che riunisca il detto e non-detto. » (Chloe Piene)


« Parto sempre dalla stessa realtà, vale a dire, l'avvenimento fisico della sensazione interna al mio corpo. Localizzare le zone dove si concentra la sensazione per ritrovarla nel ricordo. Si può fare vivere qualunque parte del corpo attraverso una presa di coscienza: un ginocchio, la schiena, il naso, una gamba. Le sensazioni fisiche sono alla portata di ciascuno, ecco perché costituisco per me la materia prima del mio lavoro. Anche se si tratta di una soggettività spinta all'estremo.» (Maria Lassnig)

« Spesso la gente considera lo spazio come vuoto; in realtà lo spazio gioca un ruolo vitale nella nostra esistenza ». (Louise Nevelson) Quello che mettiamo in uno spazio crea a sua volta un nuovo spazio, umano, relazionale, esistenziale. Si può vedere qualcuno entrare in uno spazio e occuparlo, dominarlo, investirlo del gioco di forze che si instaura, allora, tra chi é là presente, oppure qualcuno uscire all'improvviso da uno spazio creando un vuoto attraverso l'’atto di un semplice cammino. Quando lo spazio assume una dimensione mentale, soggettiva, si carica di un soprasenso proprio a chi lo abita, nel modo in cui lo vive, lo rende visibile, lo sottrae o lo rende disponibile agli altri, dando a quello spazio «un valore aggiunto, « mentale per così dire, un colore proprio, uno spessore a lui solo.