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sabato 23 febbraio 2013

Libera variazione sugli elementi: " suono, pietra, aria "




   



Via Lattea


Suono


Percorso sonoro, grafico, sismografia di intensità crescenti e decrescenti in ondulazioni ritmiche sul tracciato a inchiostro del diagramma esistenza.
La sua linea appena percettibile a tratti corre verso la propria fine o il proprio infinito, visibile, invisibile, continua, segnata da punti di intensità luminosa, da coaguli, nodi o macchie di nero inchiostro, da grumi o colature di tratti eclissandosi nella nebulosa dispersa del fondo.

La massa densa e oscura della sfera celeste è punteggiata di infiniti pulviscoli bianchi, luminosi e brillanti se visti nell'insieme a distanza, minuscoli, intangibili, inesistenti quasi se presi separatamente come singoli istanti, infimi momenti del quotidiano che  scandisce e dissolve il tempo delle nostre esistenze.



Suono: tracciato vibrazionale e impronta intermittente impressa su pentagramma;
stampa a inchiostro, a rilievo nei punti in cui il suono si lascia udire, nei punti in cui la voce si lascia ritrovare,
 parola d’una lingua altra, antecedente il senso, ritmo primo che è già respiro del corpo, vivente, dall’universo ritornando a questa specie di inconscia, arcaica memoria o intuizione dell' unità del tutto.

“Via lattea: galassia prima del nostro sistema solare" ( Wikipedia)
Banda luminosa e biancastra dall'aspetto nebuloso che taglia trasversalmente la sfera celeste;
vi dipartono due braccia di spirali concentriche, due emisferi ricongiungendosi in unità, più brillante in direzione delle costellazioni del sagittario, dello scorpione, o del cigno dove si trova il suo centro, non visibile, occultato da dense polveri che ne riassorbono la luce in quella direzione.

Osservabile dalla terra appare come una scia rischiarata di luce distesa e permeante, aprendosi in nugoli di stelle e nebulosità di varia intensità; percorre trasversalmente la volta celeste stagliandosi sulla massa densa e impenetrabile del cielo notturno.
E' forma irregolare e frastagliata con numerose interruzioni sulla continuità della sua luce causate dalla presenza di nebulose oscure, amalgama di neri punti, polveri e scorie che ne  annebiano in parte la luce stellare.








"Quiescenza", Sergio Policicchio ( www.sergiopolicicchio.com)

Semi germinati da materia granitica.


Il marmo grezzo, rigato e visto in frammenti sgretola al suolo in pezzetti, frantumi, pietre o polveri disperse, tuttavia creando una sorta di spazio in tensione attraversato da fili immaginari, percorso da onde sonore, interconnessioni che dilatano lo spazio reale al suolo.

Corpo germinale, terra matrice, seme, stato di nascita cellulare,
tessuto di pietra o di carne. Il corpo è ricompreso nel cerchio dello spazio cosmico.

D’un tratto l’irradiazione solare trafigge con il suo raggio attraverso la finestra, rende la pietra carne viva, tessuto.
Sul solco infuocato della terra l’impronta resta come un’insplosione luminosa, una silhouette infuocata, una fisicità di corpo allo stato nascente.



   Pietra


Genealogia della materia: l'interno delle rocce, delle pietre.
Sono composizioni granitiche formate da sedimenti di varia origine per corrosione di rocce preesistenti lì deposte.
Superfici terrestri viste dall'alto in aperture, crepe corrosioni o spaccature della roccia;
le loro forme sono prodotte dall'impatto delle maree sulla terra, dai movimenti, gli sconquassi, i passaggi o le derive di masse geologiche preesistenti spostandosi invisibilmente nel corso dei millenni.

Tessuti muscolari di corpi visti dall'interno al microscopio, portati alla luce nelle loro tessiture di fibre, tendini, nella composizione filamentosa delle cellule in massa protoplasmatica evolutiva.
Sono nel processo di ricomposizione infinita di strutture per distruzione e rigenerazione istantanea delle medesime,
in aggregazioni o scissioni spontanee del tessuto cellulare.

Rocce:  stratificazioni millenarie di sedimenti.
La pietra è vista come portatrice d’una temporalità arcaica, d’una memoria millenaria , esplorata come apertura, breccia o scavo geologico attraverso la materia che porta indietro verso un’anteriorità atemporale, poi nella sua densità interna di strato, sedimento e traccia.

Rocce scavate all’interno, corrose all'esterno,
asperità, durezza o vuoto. Grotte improntate di mani su caverne preistoriche.




"Atlante", Sergio Policicchio








Aria

Turbine impetuoso delle correnti, volteggianti a spirale, d’aria o d’acqua, riversandosi improvvise come tempeste su strade coperte di pioggia o di grandine.

Nuvole grandi, bianche, soffici, espanse e leggere, attraversano come bianchi sciami gli oceani.
Mappe del mondo spiegate al contrario, movimenti dei venti o delle maree, dilatazioni di materia sospinta, sospesa, fatta muovere dal respiro universale.

Tracciati d’aria: simboli ricompresi entro questo cerchio d’oro su fondo oscuro, a raggiera,
simboli ricomposti dentro cerchio di luce pura intessuta a invisibili trame in filigrana dorata .

 Semi-trasparenti fili legati in diversi punti nello spazio creano strutture in tensione, in sospensione, in aria.

Aurora boreale: onde dai colori smeraldo turchese tracciano come sfere su luce cosmica l'avvolgente scia d'una cometa in tonalità azzurro etereo.
Fluttuazioni di intensità sonora misurate da fotogrammi luminosi e trasparenti, poi punti di ascesi verticali e bluastri.

 

mercoledì 9 gennaio 2013

"The five states of nature", video-installazione di Alessio Ballerini, Galleria Adiacenze, Bologna



"Fugaci manifestazioni del metafisico permeano l'Essere intorno e dentro di noi"




Soundscapes sono ambientazioni acustiche, musiche composte da computer e annessi, chitarre, tastiere o violini, musica elettronica e rumori, per creare atmosfere sonore, dare un'esistenza fisica, sensibile e concreta a stati dell’essere o dell'esistenza,
pensati per dare una sonorità a una determinata realtà emozionale o percettiva, cosciente o subcosciente fino a quel momento rimasta tacita,  inconoscibile perfino prima che si arrivasse ad associarle una tonalità  che implicitamente la rivela, si rivela come giusta, risuonante simile a una vibrazione dell'anima.
I "Soundscapes" nascono da una sincronia del tutto aleatoria, paradossale quasi, scaturita dall'incontro casuale quanto esatto di suoni, rumori, o captazioni di un campo sonoro esistente in natura, poi dall'intromissione di strumenti acustici  in accordo o contrappunto al medesimo.

Le atmosfere sonore, i paesaggi acustici creati da tali commistioni di suoni e rumori ambientali nel lavoro di Alessio Ballerini si appoggiano alla fisicità di immagini video, disegni o fotografie perché il suono, in primo luogo esiste nello spazio e avviene come un avvenimento intensivo, tensivo, tale la concentrazione d'energia in una forma udibile ai sensi. Possiede una fisicità propria che attraversa lo spazio fisico prima di divenire paesaggio interiore, prima d'essere investito d'una vibrazione emozionale precisa,
di trasmettersi come l'atmosfera sensibile d'un luogo, d'uno stato d'essere, d'esistenza. Anzi, nelle istallazioni di Ballerini esso diventa il filo conduttore, l'asse portante d'un paesaggio emotivo che affiora, si lascia percepire e comprendere attraverso la musica spesso in contrappunto o in dissociazione voluta con quello che l'immagine narra.

Cosi', nell'istallazione Human Tree ad “Adiacenze” disegni a macchia o ad acquarello, essenziali tracciati di paesaggi astratti in bianco e nero simili a vibrazioni o onde sonore aprono la via alle immagini video composte in concomitanza alle composizioni musicali.


Il video “I cinque stati di natura” è un viaggio attraverso cinque stati dell'esistenza sensibile come una sorta   di attraversamento fisico e simbolico, un viaggio della metamorfosi del corpo danzante a stretto contatto con le forze prime, primarie della natura in un cosmo permeato dai segni della presenza  dell’invisibile nelle sue proprie forme come in quelle dell’umano. Lo spazio esterno è visto nella purezza incontaminata d'alberi e distese boschive, di superfici liquide e riflettenti coperte di tenue ninfee e corsi d'acqua avvolti d'una lieve patina di gelo. Si alternano dirupi, gole, incavi di rocce profonde aprendosi tra quelle e pareti carsiche graffiate e incise di neri segni a stretto contatto con le braccia,  il torso e  le spalle del corpo che danza; i suoi gesti e segni permeati  di segrete corrispondenze con quelli rinviati dalla natura.
E’ uno spazio primitivo, poetico, non ordinato quello che la figura femminile attraversa nella danza; ricoperto di foreste, immerso tra dirupi e montagne, cadenzato dal fruscio lieve delle acqua in un moto continuo ma distante di cascate, poi in accordo al grande respiro del vento. La sua vibrazione si lascia udire come una nota, continua, aerea e impercettibile quasi tra immersi  tronchi d’alberi, pareti verdi, distese di rocce carsiche sommerse e sfiorate dall’ incedere lento della figura.

 Il corpo femminile danzando opera questa mediazione con la natura, tra l'umano e il divino in senso lato, vive tale assimilazione in senso sciamanico, cosmico  quasi, della natura nella sua parte di infinità all'essere proprio dell'umano. Il viaggio è dunque  percorso nella transizione in alcuni stati  o momenti essenziali dell'esistenza: conoscenza, caduta e  purificazione. Lo spazio è quello  incontaminato della natura,  l'inoltrarsi negli abissi d'una selva o foresta fino alla sua oscurità, fino al non-sapere che è anche quello del nostro proprio inconscio. 
“Self-discovery”   è esplorazione,  scoperta dello spazio esterno del proprio esistere, “la ricerca del senso”, della strada da percorrere, di sé stessi in quanto individualità nello spazio proprio al corpo poi nel suo esterno proiettarsi attraverso l’avvenimento della danza.
“Joy and strenght” sono la forza e la gioia, l’inesausto fervore, giovanile ardore, la vitalità e l’impulso alla vita, alla continuità, al movimento. Segue “la presa di coscienza” della natura umana nel dolore, nella caduta, la cacciata dal paradiso edenico, terrestre, infine la coscienza del dopo, nel ritorno alla fine della traversata.







“Self-discovery”

Corde tese di neri fili intrecciandosi in un reticolo-gabbia d’oscurità; l'incedere lento tra le profondità boschive come attraverso gli strati più profondi della propria mente.
Effetto fluido, grigio e irradiante del paesaggio dai contorni diafani di luce. 
E' l'esplorazione luminosa dello spazio attraverso dettagli di rami, d'alberi, tronchi o parti di selciato, poi  per parti del corpo, torso, mani e braccia nell’atto  di muovere passi, avanzare e infiltrarsi tra i rami, i roghi e i cespugli in gesti lentissimi. 
Nell'incedere incontra le difficoltà del cammino, la durezza della pietra, gli antri scavati o corrosi, le superfici intaccate o incise, l'asperità della roccia in immagini difficilmente riconducibili a un piano di riconoscibilità immediata.
Solarità opaca dai contorni non visibili, ora sull’ erba il corpo è raccolto.

 Dissolve la figura nel tutto nella foresta, in macchie di luce trasfigurate sullo schermo. 
 Irradia come questa nebbia opaca e luminosa che tende a cancellare i contorni dalla foresta, dal cuore in onde eccentriche dileguando dal centro alla periferia dell' ambiente boschivo accompagnata dal soffio lieve del vento,
inesausto del grande respiro, dall'anima del cosmo a quella del corpo.
Attraverso questo cerca la fusione dell'umano con il soffio primordiale del tutto, non imponendo la sua presenza come asserzione di sé, come sua irruzione o sopraffazione nel luogo del naturale ma quasi dissolvendo l'immagine e i confini dell'io nel desiderio di assimilarsi al cosmo attraverso la  sua pelle.

Si trasforma in essa  nei movimenti del suo corpo,  percepisce i ritmi che la popolano, nei minerali, le rocce e i boschi, nelle pietre che la ricoprono, nel rumore delle onde, nel soffio tenue del respiro d'aria, nel frusciare improvviso dei venti, nel ticchettio ritmico, continuo delle piogge, nell'esplodere violento e improvviso degli uragani.
Sullo sfondo d'un bianco e nero assoluti visibili in diverse tonalità di sfocatura intenzionale, in assenza voluta di colore il corpo femminile é visto  come parte del creato, percepibile in una “danza d’appartenenza”[1] dove tutti gli elementi, minerale, umano e a vegetale, particelle semplici e complesse sono poste sullo stesso piano in una sin-cronicità,  la stessa che lega  immagini e suoni.
Ogni cosa è generata e connessa  a uno stesso “principio di natura”[2] e ad essa riconducibile. 



“Research”

Sono radici millenarie, tronchi, segni e tracce, cerchi  concentrici iscritti sui medesimi.
 E' un paesaggio invernale coperto di neve e gelo in ibernazione del fluido, flusso vitale. L’acqua gelata del fiume, una patina di lieve brina nel suo immobile rispecchiarsi.
Nell’ immobilità guardare: il corpo avanza alla ricerca come si muovesse ciecamente. Esita, muove un passo,  osserva, cammina a piedi nudi sul sentiero boschivo coperto di fango e foglie morte.
Radici d'alberi millenari in linee contorte si intrecciano in un labirintico annodarsi ai suoi piedi di rami e fessure con spiragli al loro centro; tronchi tagliati o recisi al suolo bloccano il passaggio sul sentiero. Qui sono abeti imbiancati dalla brina,  in lontananza gelo e immobilità,
il lento avanzare del corpo a piedi nudi lasciando orme pesanti impresse sul selciato gelido al contatto della malgama fangosa e umida al suolo.  


Joy and strenght”

 Sono gesti ampi e luminosi di braccia e viso elevandosi al cielo, gesti ampi di ascesi e  ricongiungimento all’ assoluto, in un movimento estatico del corpo al rallentatore  per un femminile facendosi tramite, in una sorta di mediazione tra l’essere e il cosmo.
Essere portati, travolti dall'apertura del movimento ora in re-immersione e sollevamento    dentro il ritmo del grande respiro.
Dettagli di pelle e schiena a torso nudo si stagliano nella sensualità sinuosa dell'abito nero. Le braccia ampie, leggere, aeree al cielo sono viste in estatica apertura all'infinito, attraverso il movimento contro l'oscurità del volto. La figura simile ad airone in volo, nella gioiosa levità del danzare sente, attraversa in sé lo stato fluido del corpo che danza e stabilisce attraverso questo il contatto con la natura, con il creato.


“Fall”

 Il primo piano è sul viso, nel ripiegamento sul sé  visto per  parti, in dettagli, in inquadratura singola. Occhi grandi aperti osservano le inflessioni lievi dell’apparire immobilità delle cose intorno; guardano, percepiscono, presentono senza poter muovere, muoversi, fare nulla: pulsazioni, battiti impercettibili nell’aria.
Fotogrammi di nero vuoto, totale oscurità sullo schermo.
Acque semi-immobili  sul lago.
Ninfee fluttuanti nel riflesso immobile delle acque restano distese a galleggiare come manto brumoso e argenteo dopo una tempesta.
 Estasi di luce che opacizza e cancella  i tratti; un sibilo in lontananza.
Fili di rami o d'alberi procedono in linee parallele all’infinito sospesi su un cielo grigio-opaco spento.

Stare al suolo come un animale ferito starebbe, nell’agonia lenta e malinconica della perdita,
del  movimento interrotto, d’un ripiegamento introiettivo sul sé, costretti nello spazio esiguo d'un corpo, nella penombra atona della luce fuori, lo sguardo solo attraverso le cose.

 I gesti ampi di braccia al cielo sono l’agonia d'un sè che cerca liberazione, nel grido
 contro i fili tesi d’un reticolo incandescente, linee parallele di nero fumo correndo all’ infinito.
Restano fili elettrici, un reticolo astratto di segni nel grigiore flou della perdita.   







1-cfr Alessio Bllerini, "Human tree", www.adiacenze.it
2-Ibid., Ballerini











[1] Cfr. Alessio Ballerini, « Adiacenze »

lunedì 9 luglio 2012

Anri Sala, "una sinfonia nello spazio", Galleria Sud, Centro Pompidou
















Gli estratti dei film d’Anri Sala intrecciati l'uno all'altro in risonanza su diversi schermi nella galleria sud del Centro Pompidou creano un circuito visivo ininterrotto di circa un'ora intorno al quale il visitatore é invitato ad avanzare, a spostarsi attraverso le proiezioni video, a tracciare di per sé stesso un proprio percorso coreografico in uno spazio fisico che diviene immediatamente spazio simbolico, costruito dalla linea di composizione musicale del lavoro come una vera e propria sinfonia nello spazio. Molteplici modi d’essere insieme musicalmente si intrecciano qui: quello dei visitatori lasciati muoversi liberamente nell’oscurità, quello dei passanti che fiancheggiano dall’esterno la parete trasparente della galleria, le persone che camminano sui video attraverso le città in differenti luoghi della terra.
Il montaggio d’immagine diviene una partitura sonora condotta dal filo teso della composizione musicale soggiacente con i suoi intervalli di silenzio, rumore e suono, interpolazione o sospensione del medesimo in pause e riprese intempestive.

"Suono e musica non funzionano separatamente ne come sottofondo all'immagine video ma agiscono in sinergia con essa come qualcosa che si instaura, portante, presente, in divenire. Il mio interesse per la musica risiede nell'istante in cui essa prende forma",
quando il respiro del musicista si trasforma o si traduce in una serie di note, partitura ritmica, frase musicale, eco e risonanza.
I video divengono a loro volta, come li definisce Sala, “strumenti musicali” con una loro propria melodia. Suono e musica non raccontano storie ma piuttosto l'impatto emozionale che una certa realtà genera sull'interiorità di un personaggio, contrappunto alle architetture fisiche e mentali che incontra nel suo passaggio attraverso la città. La musica entra nel corpo come avvenimento, attraverso il gesto, 
nel modo in cui questo la assimila, se ne lascia impregnare, trattiene in sé il suo lascito ritmico, la sua memoria semplicemente in un modo d’essere, di muoversi nello spazio . Nei suoi ansiti, nei suoi respiri, la musica entra in risonanza con un corpo, produce a sua volta un impatto sulla realtà, si espande, risuona, rispetto a un luogo o una situazione, in risposta a un'architettura, in connessione alla sua più intima ragione d'essere, nella sua atmosfera interiore.










Alberi, rami secchi, immobilità sullo sfondo d’una Sarajevo invernale, sensazione diffusa di gelo, di congelamento come d'una patina bianca e invisibile, deposta su ogni cosa intorno, le strade come le case, la pelle esangue della città come l'aspetto opaco, incolore dei volti. Uno spesso strato di nebbia li investe fino a soffocarli invisibilmente.
La città sotto assedio.

Sala di concerto vuota immersa nell'oscurità vista in un controluce tagliente d'ombre gettate sulle sedie dei musicisti assenti in forte contrasto con la luminosità diffusa proveniente dalla vetrata di fondo.

Gruppo di individui in attesa di fronte a un cancello in ferro battuto.
Scarpe nere, falde di cappotti pesanti di feltro, uomini e donne vestiti in nero,
piedi, gambe che camminano lungo una strada gelata poi, in attesa di fronte a una griglia chiusa.
Marciapiedi visti attraverso l' immobilità glaciale delle prime ore del mattino.

Uno sparo improvviso. Arresto d' immobilità.
Qualcuno corre via attraversando rapidamente la strada. Muri in pietra grezza; uno dopo l'altro escono dalla fila e scappano via, rapidamente dileguando come ombre in silenzio.

Vetri rotti, frammenti di vetro al suolo, camminare su schegge, briciole di frammenti, di polvere di vetro per strada. L'immagine ritorno all'esterno, il viso d'una giovane donna appare in primo piano, poi la sua figura in nero avanza sullo sfondo grigiastro, anonimo di grattaceli in cemento, di palazzi di vetro massicci, squadrati dell'epoca comunista e strade che proseguono all'infinito identiche a loro stesse su selciati perdendosi nel grigiore dell'asfalto divorante del fondo.



Crocevia di strade, linee grigie di tram disegnate sul cemento si incrociano al suolo circolarmente per proseguire verso altre direzioni. Primo piano sul viso della ragazza. Volto pallido, d'una bianchezza assoluta nei tratti marcati, incisi in forti chiaroscuri che si scavano intorno agli occhi, nell'ossatura sporgente degli zigomi attraverso le linee ossose del viso, fino a discendere dalle labbra alla linea del mento. La cinepresa segue la sua figura finemente delineata, sottile, avvolta da un cappotto nero che ne serra la vita e ne disegna il contorno in contrasto con il pallore del volto.


Travelling” cinematografico attraverso le strade deserte della città.
Cammina su un'immensa distesa bianca di ghiaccio contro uno sfondo immobile di gesso,
la parete bianca d'un muro esterno d' edificio il cui spessore non lascia intravvedere altro scorcio che esso stessa, oltre il proprio orizzonte,  incolore.
Prosegue, attraversa la strada, s'arresta un momento. L'ansito del suo respiro.
Uno sparo s'ode in lontananza. 
La musica della sesta sinfonia di Tchaikosky si interrompe, riprende sullo sfondo. Una cesura netta, un taglio netto dell’ immagine dalla sala di concerto ci riporta all'esterno, alla strada grigia. La ragazza é inquadrata di spalle, poi la camera é vicinissima, in prossimità del suo volto, segue la linea delle sue labbra fino a scorgerne il sussulto appena percettibile del respiro nei suoi ansiti irregolari, nelle sue accelerazioni brevi.
Il ritmo della musica continua percuotente attraverso la sua mente, poi affiora alle labbra in poche note, 
una scansione ritmica precisa, una singola frase musicale,
tenue, vagamente sussurrata alle labbra ritrovando in sé la memoria della medesima.

Il viso in primo piano, in sospensione, in raccoglimento, in questa sorta di pausa, d'arresto repentino che precede l'impulsione, il passaggio irriflesso all'azione.

Cemento ricoperto da gelo, un muro in costruzione frontale si erge oltre l'orizzonte, bianco, atono della stessa tonalità. Deserto di invisibilità, trasparenza,
glaciazione diffusa quanto imperscrutabile, da nessuna parte e precisamente là ovunque.
Ritmo musicale. Sospensione, immobilità e poi rottura improvvisa.
La sua corsa attraverso la strada, senza ragione.

L'orchestra é vista in sala di ripetizione nell'esecuzione maestosa; la potenza crescente della musica sale dopo infinite interruzioni in lotta per trovare una propria fluidità,
un equilibrio compositivo tra le differenti tonalità strumentali, poi le infime gradazioni che fanno il passaggio dal vivace al grave, dall’ allegro al malinconico o al solenne.
Il viso di lei canticchiando una frase , poi, nel cambio repentino d'immagine, l'orchestra in ripetizione esegue la stessa frase all'ennesima potenza nel crescendo lirico della musica sinfonica, avvolgente, ora interrotta a più riprese nel controluce tagliente della sala.

La musica diventa questa sinfonia nello spazio che accompagna il “travelling” cinematografico, l'attraversamento della città da parte del personaggio. E' allo stesso tempo, il filo conduttore che lega le immagini in montaggio libero, e ricostruisce una continuità tra i frammenti estratti dai diversi video. La musica non è presenza narrativa ma simbolica rispetto all'immagine; si fa portatrice di colorazioni intime , di sfumature emozionali sottilmente evocate che rientrano nell'ordine dell'impalpabile, dell'infimo, del non direttamente traducibile a parole.
La risonanza che tale realtà produce sull'interiorità dei personaggi, là dove nulla accade nell'immagine direttamente attraverso l'azione.

Tale risonanza musicale si traduce in un modo d'essere nello spazio, in un rapporto al corpo,
esso per primo in spostamento, in "dislocazione", in movimento libero attraverso la città anonima, disabitata sullo sfondo. Nel cammino, nel passaggio,
i segni che quel corpo dissemina in un'architettura abitata da una risonanza musicale che é insieme eco di un’ interiorità.

La musica della sinfonia, l'orchestra in ripetizione, le infinite interruzioni e riprese della medesima intercalano il cammino silenzioso, l'attraversamento della città di ghiaccio da parte della giovane donna, esso ugualmente dilazionato da esitazioni, arresti improvvisi di fronte alla non-azione_ nulla accade in quello spazio se non irruzioni brusche di rumori o punti incidenti che si intercalano al suo cammino.

La musica si erge contro il grigiore immobile delle strade deserte, contro gli spettri della guerra, aleggianti, invisibili sulla città fantasma,
sull’involucro di paura generato dagli attacchi aerei, contro la violenza celata nel grigiore dominante,
nella glaciazione vitale, sulla pelle degli individui, nella circospezione degli sguardi,
nel tacere della parola;
nell'ora del coprifuoco, nella minaccia del bersaglio, nello stadio d’assedio fisico oltre che mentale dei suoi abitanti.

La musica accompagna la visione dei palazzi grigi, delle strade grigie, degli uomini in nero che come automi attraversano la strada. E’ nell'immobilità, nell’astenia ma, anche sale potente nel controluce della sala, nell'esecuzione interrotta e ripresa con nuova foga dall'insieme dei musicisti.

La sinfonia musicale è finemente declinata nelle tonalità dei diversi strumenti orchestrali:
greve, angosciosa, ricoperta d'una certa gravità nell'esecuzione degli ottoni, tuba, trombone o corno inglese;
sottile, lieve, sinuosa nella ripresa dei flauti aderendo all’intima respirazione del corpo in cammino. 
Soffio vitale ma leggero, appena percettibile del flauto traverso, in eco con il clarinetto e all’oboe.
Tintinnante, ritmica, ripetitiva e inesausta nel battito, nel tam-tam dei cimbali, delle percussioni;
maestosa, pervasiva, in un crescendo lirico che irradia, irrompe come la corsa della ragazza all’improvviso,
con il potere di rompere, di aprire una crepa su quella superficie, sulla congelazione atona e immota del paesaggio, degli umori, degli affetti.

Musica rock, un ragazzo prende a colpi di percussione, con foga, una batteria in un appartamento berlinese semi- disabitato preda d’una sorta di rapimento ritmico mentre nel sogno ad occhi aperti vede la ragazza, l’immagine di lei su uno sfondo elettrico d’alberi violacei, una frase di lei ripetuta all’infinito senza trovare risposta. La ritmica è violenta,
il suono invasivo, intrusivo dalla batteria, il battito continuo; ricopre il silenzio delle voci nell’impossibilità di dirsi, di comunicare_
la separazione tra i due. La musica resta la sola interazione possibile, esplode a tratti in vibrazioni irregolari e poi si interrompe in cesure altrettanto imprevedibili. Funziona per linee discontinue, interruzioni brusche intercalate da brevi riprese,corto-circuiti di sensi,di senso d’a frase perduta senza trovare risposta.

Un ritornello ritmico cantilenato esce da una scatola magica, una scatola che produce suono girando semplicemente una manovella in un’altra scena, mentre un vecchio avanza solitario su una strada deserta trascinandosi appresso il suo carretto rosso creatore di sogni, di suoni contro il grigiore del fondo.

Sulla facciata d’un edificio ridipinto come un quadro di Mondrian, in un’astrazione vitale e geometrica linee tangenti, punti, e riquadri colorati si intrecciano sul fondo della città inerte.
Un papiro di carta nero forellato ai due lati si ripiega simile a un gioco d’origami di fronte ai nostri occhi.

La linea ritmica della frase musicale gioca su questo effetto magico, propiziatorio del suono investito d’un valore salvifico, come di segni che ci salvano, qui soprattutto segni d’ordine musicale: la scatola rossa creatrice di suoni, i suoni d’acqua, gocce di pioggia che rimbalzano sull’asfalto, i passi in corsa della ragazza sul marciapiede, il suo respiro, un respiro trattenuto che diviene accelerazione del medesimo, ansito sonorizzato dal corpo. Allo stesso modo il battito cardiaco diviene battito udibile sino a trasformasi in suono, pulsione dall’innato del corpo, la frase canticchiata a basse voce , infine, frase musicale estratta e ripresa dalla sinfonia.







La musica crea continuità, un filo conduttore, una narratività malgrado i frammenti disparati dei film, l’esecuzione dandosi in un crescendo musicale , sinfonico intercalato da arresti improvvisi, da cesure nette imposte dall’alto e riprese sinfoniche tanto più tumultuose.
Le interruzioni orchestrali come le sospensioni del respiro,
gli arresti nella corsa, le esitazioni cui é lasciata la donna, poi le sue reazioni impulsive. Allo stesso modo le riprese brusche, intempestive della musica in sala di ripetizione.
Entrambi la forma d’una lotta, l’inesausto tentativo di ricominciare, di riprendere la partizione da dove la si era interrotta, nelle prove orchestrali il tentativo di trovare il giusto accordo, la vibrazione ideale dell’insieme.

Lottano per rompere la crosta di ghiaccio spessa e trasparente della superficie,
la densità biancastra e immobile che li avvolge, li arresta, trattiene il loro respiro come in un sussulto, come l’azione al margine, ai bordi del suo farsi.
Rompere la crosta di ghiaccio, la patina di immobilità, questa dimensione di grigiore mortale, d’astenia priva di colore lo stato d’assedio della città, della mente, gli esseri come fantasmi vagando attraverso quella; o forse lo stato di pericolo immanente, la paura sottotaciuta, la possibilità esistenziale lì iscritta e negata.

Se la realtà resta indecifrabile agli occhi della telecamera, indagata in questo ermetismo o impossibilità di trovare una chiave di facile lettura, chiusa in questo silenzio di superficie come la parola assente nella sua impossibilità di dirsi, la musica come filo conduttore evoca una colorazione altra, una sorta di linea emozionale, di risonanza interiore dell’individuo rispetto a quel reale, oppure é l'eco emozionale che questo inconsapevolmente riversa sul suo essere.

Se il piano visivo agisce in una messa in spazio dell’ineluttabile_ l’immobilità del reale come lo stato d’assedio pervasivo della città, la sua assenza di colore_ la musica, al contrario, gioca in contrappunto al visivo nelle sue diverse irruzioni sulla superficie atona: dalla sinfonia classica al suono della batteria, 
dal tintinnio della scatola che emette suoni ai rumori, a volte violenti che accompagnano gli individui nel quotidiano, infine alle poche note che seguono la ragazza nel suo avanzare attraverso la strada.

Come forza intuitiva, espansiva, intenibile la sesta sinfonia tchaikoskiana é questo crescendo orchestrale ripreso in tutte le sfumature possibili dai singoli gruppi strumentali , poi nella potenza sinfonica, nel maelstrom esplosivo dell’esecuzione d’insieme che si espande, sale e invade, rompe, manda in frantumi la crosta di ghiaccio, la cappa densa e irrespirabile di freddo dove sono immersi, assorbiti fin dentro la pelle, le ossa, gli organi.
Possiede questo potere salvifico la musica, in singole note oppure nell’esecuzione orchestrale, nell’unisono di suoni, prima ciascuno in fase di ripetizione singola _ i bassi gravi, le corde armoniose, i fiati lievi, le percussioni ritmiche_ poi esplodendo  in esecuzione sinfonica dirompente.

La musica é qui respiro vitale che come una vibrazione sonora e sismica insieme, parte dalle profondità della terra per arrivare ad aprire crepe su una superficie immobile, immersa in un sonno millenario. E' il controluce tagliente della sala da concerto come le note appena udibili canticchiate della ragazza per strada, o le ripetizioni costantemente interrotte e riprese in maestose rivalse musicali in risposta. Queste forze telluriche o vibrazioni ritmiche e sonore sono la misura d’una lotta costante contro la superficie,
forze che spingono dai bordi della glaciazione, dal fondo d’un sonno apparente, sotto l’apparente piattezza inerte d’una crosta addormentata.
Crepe sul ghiaccio aperte dal fluido sonoro, musicale e ritmico come qualcosa che irrompe, invade e si lascia portare simile a corrente d’acqua, a un fiume che scorre in piena, nella piena esecuzione musicale dell’orchestra. 


 

sabato 25 luglio 2009

Artaud III


Il rito si fonda sul potere efficace dei segni; é come un “poema del mondo, un discorso fisico che incide la materia inscrivendovi sopra la legge ineluttabile del desiderio"[1].
Il linguaggio poetico, allo stesso modo, si indirizza al mondo sensibile e opaco dei segni, nella materializzazione, per la parola o il corpo, di pure insistenze interiori . Lo spazio é abitato da segni, attraversato da una continuità ritmica di suoni, sensi, silenzi musicali; anche apparentemente vuoto non é mai semplicemente vuoto. Il sapere del corpo é un sapere del respiro, sapere che fa dell’attore-danzatore questo passeur, mediatore, anello capace di rifare la catena delle analogie universali, lui, veicolo e interprete, non sempre consapevole, di forze che lo animano, lo investono, lo sovrastano. Portatore di segni attivi, possiede il sapere delle forze analogiche che legano l’individuo al cosmo come delle correnti nervose, affettive e organiche che attraversano il suo corpo. Ritmi, danze o musiche diventano mezzi per operare tale passaggio, immagini che assumono un’efficacità fisica nello spazio caricandosi di un magnetismo vitale, di una forza animale che agisce infine sulla scena allo stesso modo in cui lo fanno le pratiche rituali.

Il ritmo poetico, intimamente legato al souffle, al respiro primordiale dell’uomo, si ritrova nel movimento danzato nello spazio, nelle sincronie e diacronie di un tempo più o meno musicale, come nel ritmo proprio a una qualunque vera scrittura. Il teatro possiede la capacità di convocare l’energia diffusa nello spazio attraverso il movimento, il gesto o la voce e, in questo modo, di guarire l’uomo producendo una trasformazione profonda della sua realtà interiore.

Rinascere avendo fatto ritorno alle proprie radici, avendo riconquistato il controllo delle proprie energie vitali, tale la ricerca dell’io su una scena. Un corpo riunificato e di nuovo guidato dal proprio impulso interiore ritrova, infine, su di sé la forza del gesto e della voce, ritornando al nodo essenziale dell’atto poetico-teatrale.
Produce segni in uno spazio abitato dove esso é crovevia, crogiolo mai neutrale di un gioco voluto di forze: costantemente in cerca di una presenza a sé, poi di uno spazio di scambio, di relazione o “inter-azione” tra sé e il mondo. Il teatro é del corpo, giocato nel corpo stesso dell’attore-danzatore là dove una trasformazione s’opera nell’atto facendolo accedere a un piano di conoscenza superiore: una soglia di coscienza fisica e energetica che normalmente non si raggiunge nel vivere quotidiano.

Restituire la verità della vita al potere del inguaggio necessita la rottura di una struttura consolidata dalla tradizione, dell’involucro svuotato, carcassa inalterata di una forma troppo lontana dall’impulso creatore, dalla forza propulsiva che l’ha generata. Le culture delle origini si fanno garanti di un sapere segreto che fa l’unità di tutti i saperi: gli esoterismi occidentali ma anche le culture dell’altrove extra-europeo opposte alla razionalità riduttrice del pensiero occidente. Tradizione occulta che mantiene inalterata la bellezza di una visione magico-religiosa del mondo, essa ci induce a spostarne limiti mettendo in pratica una critica dell’identità e del soggetto, aprendo a un’altra visione dell’individuo nelle sue relazioni alle forze invisibili che lo legano al resto del vivente. Il teatro allora incarna un’altra concezione dell’individuo nel suo rapporto al mondo, un’altra pratica del linguaggio. Esso farà appello a una logica magico-religiosa fondata su una una presenza attiva di forze, su una visione unitaria dove non si separano più i piani di realtà dal singolo all'universale . Reinscrivere il teatro nel campo di questo pensiero sincretico significa spostarlo al cuore di una logica altra, mitico-rituale. Esso é fatto di segni nello spazio prodotti da corpi che incessantemente si interrogano e interrogano la loro relazione al mondo e al discorso, definendosi, allo stesso tempo, in quanto forma e presenza. La scena apre all'uomo questa circolazione di forze, lui preso tra il potenziale increato di sé e il proprio repentino, grottesco, improvviso annientamento.



[1] Cfr Monique Borie, Artaud, le théâtre et le retour aux sources, Gallimard, 1989