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venerdì 24 febbraio 2023

"Atlantide 2017-2013", Yuri Ancarani, video-installazioni al Mambo di Bologna









 Atlantide secondo la tradizione letteraria rappresenta il mito del continente sommerso, l’isola leggendaria “ sprofondata in un singolo giorno e notte di disgrazia” nelle parole del Timoteo di Platone. Atlantide è anche il titolo scelto dal regista ravennate Yuri Ancarani per il docu-film presentato nella sezione Orizzonti al Festival del cinema di Venezia del 2021 e attualmente al centro del progetto espositivo a cura di Lorenzo Balbi, “Atlantide 2017-2023” al Mambo di Bologna. Perché se di continente sommerso si tratta per questa  “Venezia-Atlantide”, esplorata dal regista nei suoi paradossi e radicali cambiamenti sociali soprattutto qui esso coincide drammaticamente con l’universo esploso dell’adolescenza tra i più giovani d’oggi: “l’ambiente e le pratiche di una generazione alla deriva vista sullo  sfondo senza tempo del  paesaggio veneziano”. La sceneggiatura è in fondo plasmata sull’unicità stessa della laguna, la città sommersa e riemersa dall’acqua sfondo alla vita in divenire di un gruppo di ragazzi, gli scorci sul loro esserci e relazionarsi là dove il film come afferma Ancarani “si è lentamente costruito da solo”, prima di ogni sceneggiatura. Il lungometraggio presentato per l’esposizione in una sala del museo bolognese diviene parte di un progetto più ampio, opera corale che include anche una serie di nuovi lavori: brevi cortometraggi, una video-installazione posta in maniera speculare al centro della sala, infine una serie di frames fotografici ingigantiti e immersi nell’atmosfera psichedelica e allucinata del finale del film con le musiche trap di Sick Luke.


Come Ancarani afferma in un’intervista: “ Mi occupo di cinema di realtà perché oggi la realtà fa molto più paura della fantascienza. C’è tanta violenza in queste inquietudini di Daniele, il protagonista, un giovane di sant’ Erasmo nella laguna che vive di espedienti e si sente emarginato dal gruppo dei suoi coetanei. I ragazzi sono quasi tutti non attori e le loro vicende di vita_ i dialoghi rubati dalla realtà, il loro rapporto con Venezia attraverso gli angoli della laguna dove si ritrovano e si consumano le loro relazioni spesso alla deriva nella fuga dalla realtà verso uno sballo distruttivo_ tutto ciò è al centro del film come un’ osservazione in divenire nel corso dei quattro anni di produzione.  Barchini colorati con musica trap a tutto volume sfrecciano attraverso la laguna nella notte veneziana mentre una vita di svago, di evasione devastante emerge dal close-up cinematografico su questi adolescenti alla deriva . Daniele separato dal resto del gruppo passa il tempo  passa il tempo a trasformare piccoli motoscafi lagunari in pericolosi bolidi da competizione sperando così di poter guadagnarsi il primato e il rispetto dei suoi coetanei.

Adolescenti visti in un mix micidiale di alcol e droga in tale ricerca di svago senza limiti corrono sui piccoli motoscafi nella notte veneziana attraverso i cunicoli stretti e i riflessi oscuri dei canali poco illuminati dove baluginano a distanza luci scintillanti e i psichedelici bagliori della città . Un’altra protagonista, Bianka, è vista in una sorta di estasi allucinata muoversi a ritmo frenetico di musica tecno sulla barca che Daniele conduce a sempre a più forte velocità sfrecciando attraverso i canali mentre appare schivare a malapena i ponti bassi che sembrano travolgerla nella piena euforia del momento e l’immagine sempre più mossa e instabile rivela la percezione soggettiva, distorta della sua mente nella parziale perdita di punti di riferimento. I due consumano un rapporto fugace sulla barca in immagini filmate attraverso forti contrasti chiaroscurali e filtri colorati violacei e verdi riflessi nella laguna; poi il ragazzo è visto correre nella notte inseguito da altre barche solo con il volto sanguinante  sullo sfondo di una città fantasma accelerando in immagine sempre più distorte  e allucinate di ponti e strade che si protendono verso di lui oscuri e minacciosi quasi ad ingoiarlo in uno scenario infernale percepiti come dall’interno della sua mente. La realtà finisce per rivoltarsi contro e la vicenda volge in tragedia: Daniele muore tragicamente in un incidente in laguna annunciato dal telegiornale in uno schermo parallelo  e il barca in fiamme è vista bruciare in un falò in piena notte al centro della laguna.

“La storia è un pretesto per lasciarsi dominare dalle immagini, sono loro che ti raccontano, che vibrano in te” afferma il regista. Venezia rivive nel video e nei cortometraggi di Ancarani come un mondo a sé, un universo d’acqua che diviene anche la sua metafora visiva più potente; Atlantide filmata dall’altezza stessa dalla barca, appare invisibile e profonda  come il continente sommerso di questa generazione non-vista che riemerge per frammenti o in negativi fotografici tra le linee. Altrove l’acqua è riflessa contro un cielo terso e limpido al tramonto come impeto e grido di libertà mentre le barche sono viste sfrecciare libere nella laguna. Ancora la osserviamo cadere goccia a goccia da un rubinetto della fontana quando Daniele afferma di non poter credere ai propri sogni, infine appare salire inesorabile nel crescendo drammatico del film pari all’insofferenza celata di questi giovani, simbolo di annegamento o di deriva di un’intera generazione attraverso l’ acqua all’immagine del bastione corroso visto crollare all’improvviso all’ingresso della laguna. 

Ancarani esplora come video-maker attraverso i cortometraggi e il film presentato alla mostra di un’estetica dell’immagine differente che egli ricerca guardando oltre la consuetudine del film scritto e diretto come “un modo nuovo di fare cinema”. Lo definisce un “ cinema fuori dall’inquadratura” che continua oltre il frame ed esiste prima ancora di ciò che viene inquadrato dentro la cornice della telecamera. Filma questi giovani  senza dare loro un copione scritto, prima di una sceneggiatura seguendo i loro incontri e conflitti, il loro relazionarsi e agire attraverso la cinepresa oppure utilizzando droni che si muovono autonomamente sulla laguna. Perché il  lavoro vuole portare in sé l’attuale, cogliere  il presente di una giovinezza che si muove troppo rapida sotto i suoi occhi per poterla arrestare in una forma scritta, allo stesso modo il volto di una città che cambia altrettanto rapidamente divenendo luogo esemplare per raffigurare la crisi del capitalismo globale. E la mostra al Mambo di Bologna vive di questo stesso processo in divenire, tassello di un progetto più ampio che ingloba il film Atlantide ma anche la fotografia e la video-installazione perseguendo  l’’immagine visionaria che ne scaturisce con lo stesso intento poetico attraverso modalità visive differenti.













giovedì 4 febbraio 2021

Studio Azzurro e video-arte: “ Ricordare e raccontare la shoah"

 





Molti sono stati i modi di ricordare, commemorare e rendere tributo alle vittime dell’olocausto attraverso testimonianze, racconti, opere  cinematografiche e letterarie in occasione della Giornata della Memoria, lo scorso 26 gennaio. Gli Istituti Italiani di cultura all’estero hanno reso disponibile e presentato in streaming il documentario “Testimoni dei testimoni, ricordare e raccontare Auschwitz”   realizzato da Studio Azzurro, un  collettivo di artisti contemporanei in collaborazione con un gruppo di giovani studenti esplorando le possibilità espressive dei nuovi media.

 

Ci si potrebbe chiedere, come raccontare oggi ciò che a distanza d’anni appare ancora sotto il segno dell’indicibile, dell’inenarrabile, nell’aberrazione ultima dell’umano, in altre parole quale arte si può produrre ancora dopo Auschwitz, si domandava Adorno nel 1949, dopo il fallimento di tutta la cultura occidentale di fronte alle barbarie dello sterminio?

Il proliferare di opere artistiche e letterarie intorno alla shoah palesa in maniera evidente la necessità innegabile  della memoria, non solo quella individuale dei testimoni diretti o di seconde generazioni ma anche quella collettiva, di una coscienza critica comune sorta sulle ceneri del passato contro l’oblio e la ripetizione cieca degli stessi meccanisti distruttivi.  

 Una domanda si pone qui: come la shoah può divenire oggetto di rappresentazione oggi da parte delle seconde e terze generazioni dei sopravvissuti cioè come la memoria storica- al di là delle logiche di mercato che renderebbero perfino l’orrore commercializzabile- può  rispecchiarsi e rendersi presente nella società attuale? Tale domanda resta alla base dell’installazione visiva realizzata da Studio Azzurro dove “i testimoni dei testimoni”, giovani d’oggi si sono confrontati con i luoghi dello sterminio e i racconti dei sopravvissuti in un eco di immagini e voci riflesse tra passato e presente.

In altre parole, il documentario si snoda in  salti temporali simili a quelli cui è soggetta la memoria di ciascuno di noi. Le immagini agghiaccianti filmate alla fine della seconda guerra mondiale all’ingresso degli americani nei lager compaiono accanto ai volti dei testimoni d’oggi. Alle voci dei sopravvissuti fanno eco quelle di un gruppo di giovani tornati a distanza di tempo sugli stessi luoghi  con l’intento documentario, nel video, di  scuotere le coscienze e produrre una rinata consapevolezza critica sul presente. Tale percorso si vuole costante asincronia tra il vedere e l’udire, ovvero l’immagine e  il suono non devono coincidere mai per lasciare libero spazio a un pensare creativo attraverso le immagini.

 

 

L’ oscurità totale, il nero in apertura al video. Poi una città surreale in un plastico in miniatura di forme scorre sulle schermo; un insieme di riquadri bianchi e neri si ripetono in linee parallele e infinite, forse baracche o anonimi giacigli. Scorrono lentamente sullo sfondo di parole urlate, a tratti incise a grandi lettere sullo schermo nella lingua feroce degli aguzzini.  I fili elettrici alti quanto l’orizzonte occupano tutto il campo di visione; la fatidica frase ,“ Arbeit macht frei”  compare all’ingresso di  Auschwitz, e ancora, torrette di controllo e blocchi di baracche in muratura, reticoli di fili di morte nell’oscurità. Scorrono dei campi lunghissimi sul lager immerso nella tetra nebbia mattutina e risuonano  le voci, i frammenti dei racconti spezzati o interrotti dei sopravvissuti, solo audio in assenza di corpi.

Voce1: “Mise le sue mani sulla nostra testa e ci benedì. Sapeva che la sua fine era vicina. Disse: “ non ci vedremo più”. I tedeschi urlavano, bastonavano e mia madre ebbe paura, non per lei ma per noi, poi disse: “ Adesso andate ”. Fu l’ultima volta che la vidi.”

 


Parti mancanti o non congrue tra voci e immagini lasciano spazio a libere associazioni di pensiero. Si ode il sibilo assordante  dei treni nell’oscurità_ quelli che arrivavano carichi  di prigionieri ad Auschwitz da destinazione sconosciuta_ infine, lo stridore dilagante delle rotaie contro il grigiore del fondo.

 

Voce2: “ Mio padre fu messo alla destra insieme ai vecchi ed ebbe il coraggio di dire a questo ufficiale tedesco che aveva il frustino “voglio stare con i miei figli. Sono forte, sono pronto a lavorare”. E il tedesco gli dette un colpo con il frustino alla sinistra ed ebbe salva la vita. Visse ancora tre mesi con noi”

Voce3: “ Ci guardavamo da lontano, io e mio padre,  io con l’ultimo fiato cercando di non piangere, gli facevo dei piccoli sorrisi e lo salutavo da lontano perché ero sempre molto preoccupata per lui, nel vederlo così sofferente, così disperato per avermi messo al mondo, come era lui. E a un certo punto non lo vidi più.”

Voce4: “ E mi dissero, vedi quel fumo, ebbene, tua mamma è salita là. tutti quelli che sono andati sui camion sono morti subito quella sera come siete arrivati. Ho avuto un grosso trauma, non ho più parlato per lungo tempo”.

 Seguono le voci dei giovani studenti partiti per compiere il “viaggio di ritorno” sui luoghi dell’olocausto settant’anni dopo la fine della shoah. Immagini d’archivio in bianco e nero, i volti scheletrici dei prigionieri devastati dalla persecuzione scorrono in montaggio filmico accanto ai volti dei giovani testimoni d’oggi.

Testimone1: “ Quando siamo arrivati al lager per visitarlo ricordo perfettamente  la sensazione di freddo. La prima sensazione giunta alla mia mente. Un freddo interiore che è penetrato nelle mie ossa e non mi ha più lasciato fino alla fine del viaggio”.

Testinome2: “Ci siamo fermati in un luogo, faceva molto freddo e il nostro rabbino ha preso il suo shofar, che è un piccolo corno di montone usato durante le cerimonie religiose e ha cominciato a suonarlo. Era lontano da noi ma abbiamo sentito l’eco del suono a distanza. E portava con sé le lacrime, le voci di tutti i bambini, le donne, gli uomini e gli anziani trucidati in quel luogo e tutto il gelo è scomparso e abbiamo sentito solo il fuoco della rabbia, che era la rabbia e l’incomprensione dentro di noi; perché tutto questo?”

Testimone3: “ La shoah è stato uno dei massacri perpetuati nella storia contro l’umanità ma anche la quintessenza di ogni massacro perché sistematicamente messo in atto e, ognuno lì ne era consapevole. Questo deve essere chiaro. Tutto quello che ha a che fare con la violazione dei diritti umani dovrebbe essere gridato, testimoniato o scritto, e come tale, opposto e combattuto.

Penso che dobbiamo proteggere la debolezza del passato”, la fragilità della memoria per evitare la ripetizione insensata degli stessi errori, delle stesse aberrazioni afferma un altro protagonista del video. Solo ricordando e mettendo in atto una consapevolezza critica e collettiva sul passato possiamo impedire che queste derive accadano e si ripetano nella storia .”    

 

Nel lager è stata espropriata e distrutta la differenza individuale, la vita del singolo: tutto ciò che fa si che un individuo sia, nella sua unicità e umanità essenziale. Prendere un individuo e renderlo perduto in un luogo  che più non può chiamare casa o mondo, senza punto di riferimento alcuno rimasto nella sua vita.

Liliana Segre nella sua testimonianza sull’olocausto scrive:

Fummo denudati, ci portarono via tutto, della nostra vita precedente non rimase nulla. Muri grigiastri, teste rasate, fili spinati elettrizzati, ci chiedevamo dove siamo, è un incubo da cui si sveglieremo, non è possibile. Questo numero che fa parte di noi sopravvissuti è più importante del nostro nome. Con quel numero volevano sostituire la nostra identità di persone e farci diventare cifre. Questo numero inciso sulla nostra carne è diventato simbolo di noi stessi. Noi siamo essenzialmente quel numero perché chi ricorda Auschwitz e ci è stato non dimentica mai”.

Sullo sfondo dei ruderi delle baracche, dei forni crematori, dei fili spinati filmati ad Auschwitz  anni dopo la fine della guerra una voce di donna in singhiozzi si ode sull’oscurità imperante del paesaggio:

La mia infanzia, la mia casa, la mia salute e sonno, ditemi che cosa è rimasto? Maledico il giorno che ho lasciato quel lager, non sarei dovuta tornare.

Vedo ancora me stessa là nuda, espropriata di tutto, della mia personalità, dignità, di ogni umanità. La mia memoria è ancora completamente  presente, sento i fucili tedeschi spingermi da dietro la schiena per farmi avanzare. E loro, le loro voci dall’altro lato dicono racconta… racconta anche per noi perché non crederanno.

Se sopravvivi racconta perché noi non potremo più raccontare. Così dobbiamo mantenere questa promessa.

 

File indistinte di giacigli o di riquadri ignudi, l’uno simile all’altro, vuoti, si ripetono  all’infinito in un freddo di morte mentre un campo lungo e sfumato scorre lentamente sul paesaggio fino alla conclusione del video. Eppure, come affermava la Segre in quella stessa testimonianza: “ noi abbiamo scelto la vita, anche quando eravamo picchiati, torturati, avevamo freddo, fame o paura perché la forza che è in ciascuno di noi è molto più grande e di questa dobbiamo fare tesoro”.

Là, in quel racconto individuale o collettivo risiede, infatti, il potere straordinario della memoria; esso, solo, si impone contro l’oblio della storia, contro le derive dei totalitarismi e i loro stermini. E accende, infine, una scintilla di consapevolezza in ciascuno di noi come umanità.