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giovedì 3 novembre 2022

Civilization ( fotografia, Musei San Domenico, Forlì)








Vivere, sopravvivere o diversamente buon vivere,  in questa dicotomia obbligata e, insieme sentiero che biforca in contrastanti  direzioni sembra porsi la scelta obbligata della società a noi contemporanea così come il nodo focale della mostra attualmente a Forlì, Civilization. Come se la nostra civiltà planetaria giunta ormai al ventunesimo secolo debba fermarsi di fronte a un bivio irreversibile  tra innovazione tecnologica_ un avanzamento digitale senza precedenti_ dall’altra parte, la minaccia di sopravvivenza per quella stessa umanità  messa di fronte a processi irreversibili e distruttivi da essa  stessa generati. Basta solo enumerare i molteplici e deleteri mutamenti della superficie terrestre, la  manipolazione distruttiva delle sue risorse o le derive ambientali che giorno dopo giorno continuano a mettere in discussione la sussistenza del nostro pianeta, i suoi abitanti ed ecosistema.  Inedita alternativa che si prospetta rispetto a tale dicotomia è quella citata nell’ultima parte del titolo, la scelta del “buon vivere”, scelta consapevole di un ritorno a una sorta di equilibrio planetario ristabilito, altra via percorribile rispetto a quella attuale nella progettazione delle nostre società presenti e future. Trecento immagini e centotrenta fotografi provenienti da oltre 30 paesi nel mondo raccontano e riflettono, esaminano e attraversano i nodi focali di tale attualità spesso conflittuale da molteplici prospettive e luoghi del mondo.

Lo strumento di comunicazione forse più immediato e universale oggi per rappresentare e condividere storie e scorci del nostro presente è la fotografia, digitale e non, alla portata di tutti, intuitiva e immediata nel suo modo di riflettere e raccontare, immortalare e interrogare la realtà contemporanea al crocevia tra ricerca estetica e riflessione politica.  Otto sezioni, otto temi conduttori all’interno di Civilization ci permettono di navigare attraverso la miriade di scatti proposti, tra esponenti cardine della fotografia internazionale ( Burtynsky, Hofer, Mosse) e artisti emergenti o meno noti del panorama italiano e oltre.


Alveare, ( Hive) il primo tema esplora il reticolo, l’agglomerato tentacolare, le reti urbane che danno forma alle civiltà moderne e ai loro sottotesti architettonici nei quali le città si articolano ed espandono oggi. Si passa, poi, al concetto di flusso ( flow) quale “ i movimenti visibili e invisibili delle persone, delle merci e delle idee attraverso il mondo contemporaneo”. Si giunge, infine, al tema della persuasione ( Persuasion) e del controllo l’uno esponendo i meccanismi subliminari di manipolazione e influenza da parte dei media, pubblicità e social network, l’altro come l’aperta sorveglianza nell’esercizio del potere in varie parti del mondo, la Russia per citare l’esempio più palese.  A ciò si oppone l’estremo della rottura ( “disrupture”) altro concetto cardine di Civilization come tutto ciò che rompe l’ordine o la struttura in essere di un sistema costituito sia esso una guerra come quella attuale in Ucraina o ogni conflitto interno a un paese che conduce a massicci flussi migratori, infine l’evento pandemico che ha colpito la sfera globale. Fuga ( “escape”)nella sala seguente rappresenta l’antitesi occidentale, la risposta di evasione e fuga dal reale in meccanismi inibitori che sfociano negli eccessi dell’industria del divertimento senza limiti dell’occidente. Infine con “Next”, oltre,  il percorso si conclude con un punto di sospensione, una domanda aperta  e senza risposta sul “ e poi”, ciò  che viene dopo rispetto a questo presente raccontato in molteplici sfaccettature e contraddizioni. Ci sono i nuovi orizzonti aperti dalle intelligenze artificiali, la robotica e le sempre più audaci esplorazioni dello spazio  nella caleidoscopica visione futurista del ventunesimo secolo ma anche le sacche di marginalità e miseria, i flussi di popoli in fuga da guerra e carestie dall’altra parte del pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, i sentieri che biforcano o le vie possibili percorribili per la nostra prossima umanità raccontata per immagini nelle molteplici visioni di  Civilization. 


1-Alveare: “Favelas nella periferia di Bombai”, R. Polidori

La tentacolare città indiana nella periferia di Bombai è vista come una distesa caotica e polimorfa di costruzioni precarie e tetti di lamiera che occupano completamente l’altopiano e si estendono fin dove lo guardo può arrivare senza lasciare uno spiraglio, un respiro, un attimo di tregua a chi guarda. Emanano un senso di saturazione, di affollamento ma anche un groviglio disordinato di forme difficili da ricondurre a un disegno preciso mentre in un altro quadro astratto di Cyril Porchet, “folla”,  l’idea di affollamento è vista come un concetto dinamico, un movimento ribollente di guizzi e colori simili a un vortice che si riavvolge su sé stesso, verso il proprio centro mentre l’arancio, il rosso e il giallo finiscono per ingurgitare tutti gli altri colori.

Nella sezione  “Soli insieme” la ricerca di socialità nella metropoli va di pari passo con il senso di solitudine dilagante e quello di interdipendenza rispetto ai propri simili. Florian Bohm in “wait for walk”, (attendere prima di attraversare) rappresenta una folla di persone anonime, oscure e indaffarate, ferme a un attraversamento pedonale sulla 5 strada di New York; ciascuno preso nel proprio piccolo universo di vita, indifferente agli altri e tuttavia parte di una composizione più grande che viene a disegnarsi malgrado sé stessa in quello scatto fotografico perfetto. Persone in cammino sul bordo della stessa indifferenza e tuttavia viste in un quadro poliedrico, in una composizione mista di etnie, provenienze e ceti, specchio della nostra società d’oggi.

2- Solitudini a confronto

Peter Hugo in “there is a place in hell for me and my friends” riprende in primo piano ritratti di individui di cui la pelle diviene contrassegno, marchio di diversità rispetto ai canoni estetici condivisi e ancora rilievo di un confine su cui si combatte l’appartenenza a un gruppo come assimilazione e invece, al contrario la stigma prodotta dall’ ambiente su quello stesso individuo in caso di cesura con il medesimo.

Wang Qingsong “Work, work, work

 La schiavitù epidemica del lavoro nella società cinese di oggi dominata dal capitalismo produttivo occidentale è vista attraverso una messa in scena volutamente eccessiva e grottesca dove una folla di impiegati vestiti in uniformi simili a detenuti o prigionieri di guerra è rinchiusa dentro un capannone saturo di  computer e rumore mentre continua a lavorare in maniera spasmodica: loro mantenuti in vita da flebo artificiali per resistere ai ritmi disumani imposti. E ancora in queste visioni di solitudini a confronto nelle metropoli moderne sono le visioni di volti schiacciati contro i vetri della metropolitana ritagliati di notte  in singoli riquadri oppressi dal soffocamento dello spazio circostante.

3- Flusso

Mintio, “Bangkok, concrete euphoria”

Nel grande circuito elettrico delle metropoli moderne apparentemente  tutto scorre in un fluire rapido e continuo dove il denaro così come le azioni quotate  sul mercato finanziario, il petrolio o ogni altra fonte di energia produttiva  si muovono invisibili e onnipresenti alla velocità della luce attraverso le condutture che reggono e oliano tutto l’apparato. Tuttavia tali sistemi appaiono tanto tecnologici e veloci quanto esposti al loro collasso improvviso e definitivo nel momento in cui qualcosa si rompe o si arresta nel circuito: un’epidemia, una guerra, una crisi che sconvolge gli assetti mondiali e l’accesso alle risorse energetiche, l’evento eccezionale e non calcolato che accade come il suo irreversibile punto di non-ritorno.


4-Persuasione e controllo 

Identità e controllo subliminare dei media: algoritmi sempre più esatti e complessi creati dai grandi colossi che dominano la rete riescono non solo a raccogliere dati, influenzare le scelte degli utenti del web ma addirittura a predire e uniformare, plasmare e modellare i nostri gusti futuri, trend dominanti e preferenze sulla rete.  La persuasione può essere esercitata in maniera sottile o palese,  indotta attraverso  la pubblicità e il marketing in operazioni commerciali estremamente sofisticate nelle nostre società attuali. Vediamo tra le fotografie stereotipi di ritratti resi plasticamente su cartelloni pubblicitari,  simulazioni di luoghi identici agli originali in angoli desueti della terra come una filiale di Starbucks aperta in mezzo a falsi di palazzi antichi negli Emirati. Ancora,  immagini  multiple in schermi simultanei volutamente confondono l’individuo dissimulando una percezione nitida della realtà. Infine nella fotografia di Thomas Weinberger, “luce condensata”, un’atmosfera surreale e rarefatta emerge da un paesaggio urbano di impianti industriali irradiati di luce artificiale a distanza. La civiltà è qui rappresentata attraverso la grande metafora della fotografia là dove la luce irradia celebrando il potere creativo dell’uomo, la sua capacità di trasformare tangibilmente la realtà ma anche la fragilità di tale costrutto  nell’inverso potere di  distruggerla o manipolarla a discapito dell’altro.



Le civiltà appaiono come meccanismi complessi,  un insieme di componenti che devono funzionare in un ingranaggio perfetto e resistente a minacce interne o esterne al sistema. L’idea di controllo è espressa in questo modo attraverso tutti quei meccanismi di sorveglianza e potere con cui l’autorità viene esercitata nel quotidiano sull’individuo da istituzioni anonime e senza volto nelle stazioni di polizia, nelle prigioni, nelle centrali elettriche, nei tribunali o negli ospedali. In questa parte della mostra le immagini ci parlano di sistemi complessi o semplici, di punti che si compongono in un reticolato, di circuiti elettrici inglobati insieme  in un’unica rete. Altrove sono i fotomontaggi di regimi e parate militari alludendo alla recente storia cinese in un’ottica di imposizione sulle masse. Si oppongono così i due estremi opposti di libertà individuale, democrazia come pluralità, diversità, espressione di una maggioranza condivisa ma anche della sua opposizione e, dall’altra parte, i regimi di sorveglianza e controllo indiretto oppure apertamente imposto  sulla vita del singolo in forme coercitive di potere.

5-Rottura e fuga  

Le fotografie in questa sezione evocano tutti quei fenomeni di frattura sociale, politica, catastrofi naturali o generate dall’uomo che conducono a un punto di non-ritorno, a una svolta radicale e senza precedenti rispetto allo status quo della realtà esistente ma, anche, a tutti i conflitti insanabili interni o esterni a un popolo che ci costringono a guardare in faccia il fallimento della nostra idea di civiltà.  Tra le immagini più recenti quelle relative alla guerra russo-ucraina, Kiev colpita dai missili russi, le devastazioni prodotte su città ucraine come Mariupol  occupate dall’esercito  russo, “la marcia ucraina “dell’orgoglio nazionale” nel 2017, e ancora le flotte di migranti in fuga verso l’Europa occidentale: i profughi di guerra e quelli naufraghi al largo dei porti nel Mediterraneo. Infine sono  le immagini della pandemia nella sua prima e più violenta ondata di contagi, la reclusione e l’isolamento nei reparti Covid durante l’inverno 2020.

6-Next…Cosa viene dopo?

E poi cosa viene dopo? Ci interroga l’ultima sezione della mostra, mentre gli aerei con auto-pilota  sono già una realtà e le intelligenze artificiali sostituiscono in parte il lavoro degli umani nelle catene di produzione industriale robot operano sui corpi e sostituiscono parti dei loro arti con protesi artificiali. Se l’avanzamento delle tecnologie e l’avvento del digitale con l’ausilio della rete prospetta innovazione e progresso in ogni ambito della nostra vita dall’altra parte i fotografi contemporanei mettono in luce anche l’altro lato della medaglia:  le derive e i conflitti che tale corsa verso un progresso tecnologico fine a sé stesso  o un sistema economico globale non sostenibile o non equo producono con effetti devastanti sulla sussistenza dello stesso pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, la domanda lasciata aperta e  alla quale solo le scelte nel prossimo futuro della nostre civiltà europee e non potranno dare risposta. Tra le vie percorribili “sopravvivere”, cioè proseguire verso una propria inevitabile  auto-distruzione, vivere o infine “ben vivere” con una differente consapevolezza politica e umana globale.

 



lunedì 17 maggio 2021

"DANTE, VISIONI NELL'ARTE... tra immagini e parole ( ai Musei san Domenico di Forlì)









“La visione dell’arte”, ovvero la potenza visionaria di una poesia, quella che ha inspirato l’opera di numerosi artisti e pittori nel corso dei secoli, liberamente tratta dall’opera di Dante, dalla sua poesia giovanile a sfondo stilnovista ma soprattutto dall’universo poetico inesauribile della Divina Commedia. Questo è il tema al centro della nuova esposizione ai Musei San Domenico di Forlì riaperta al pubblico alla fine di Aprile dopo la sofferta chiusura dovuta alle misure di contenimento Covid.

Temi e immagini, figure e personaggi  della Commedia restituiti  dal genio poetico di Dante hanno continuato a dominare nei secoli l’immaginazione collettiva oltre che a ispirare la figurazione plastica o pittorica di molti artisti e scultori. Vale a dire se non è forse possibile comparare due mezzi di espressione tanto diversi quanto la parola, il verso nella sua evocazione poetica e la rappresentazione visiva, molti artisti nel corso dei secoli si sono confrontanti alla potenza visionaria della Commedia dantesca, opera dove la realtà storica è costantemente riflessa in quella ultraterrena e viceversa mentre i ritratti dei più noti personaggi delineati in pochi tratti poetici restano vividamente impressi nella memoria collettiva.  Lui, Dante, poeta esule nel viaggio di ascesa dell’anima dal peccato alla salvezza diviene interprete e mediatore della cultura classica e, insieme,della rivelazione cristiana alle radici della nostra civiltà moderna.

L’intreccio tra arte sacra e rappresentazione della dimensione ultraterrena coincidono spesso in epoca medievale spostandosi, invece, in epoca moderna verso un’interpretazione astratta, una rilettura sempre più simbolica di temi e figure tratte dall’opera dantesca, come vediamo nell’estetica simbolista o nella pittura preraffaelita inglese.   Certo la Divina Commedia come tutta l’opera di Dante continua a costituire una fonte inesauribile di ispirazione, di citazione pittorica, di rilettura anche distante o rinnovata rispetto all’originale tanto che l’arte in tutte le epoche non può prescindere da riferimenti immaginativi o plastici a una delle pietre miliari della nostra poesia e cultura occidentali.

 

 SCRITTURA PER IMMAGINI A PARTIRE DALLE OPERE VISTE…

 


Dante Gabriel Rossetti, “Il saluto di Beatrice” (1828)





 La vede come apparizione inattesa nella folgorante bellezza di un istante mentre lo sguardo di lei volge oltre il tempo presente, nel suo enigma, nel suo ineffabile mistero. Contornata da un manto di rose fiorite a lato, la città in una citazione di architetture classiche alle spalle. Ne ritrae lo sguardo enigmatico, l’impressione di una bellezza affasciante e lieve, la natura inquieta e imperscrutabile.

La vede in tale figurazione antica rivestita dell’aurea della donna che in un momento sublime d’amore folgorò il giovane Dante e gli concedesse il saluto, fonte di beatitudine. Il poeta volse poi quella visione in pura poesia lirica ne “La Vita Nuova” fino al momento della morte della donna amata che lo condusse alla trasfigurazione dell’amore terreno in strumento di elevazione spirituale: “fondamento di salvezza eterna”.  Beatrice, la donna simbolo di spiritualità e di grazia divina tanto da farsi tramite alla visione di Dio ne Il Paradiso, resta il fulcro intorno al quale si dispiega in Dante la forza propulsiva d’amore_ dunque l’ispirazione poetica- dall’umano al divino.

L’artista Dante Gabriel Rossetti in epoca simbolista rappresenta la sua musa con una simile aurea di spiritualità  e mistero: la bianchezza sensuale della tunica le cinge la vita, lo sguardo enigmatico e sfuggente cela un qualche imperscrutabile segreto, quasi fosse un’apparizione sovrannaturale.  

 

Felice Casorati, “ Per sé e il suo ciel concepe figlia"

 ( Dante Purgatorio 28) 1917

 


“Intendiamo ribadire che la bellezza è il volto della verità che solo per suo mezzo [..] ai poeti si rivela ciò che nessuna scienza o filosofia chiarirà mai: l’ombra dell’ombra, la luce della luce, la vita e l’amore, la morte, la terrestre umana e la celeste anima del mondo nel suo più puro mistero..”

 

Visione simbolista,  la donna ricoperta di una tonalità acquorea è quasi dea, ninfa immersa in un fondale  bluastro intrecciato di tocchi di rosa che evoca un campo fiorito, il baluginare di tante piccole scintille su uno sfondo blu oltremare, e ancora, onde fluttuanti sulla tela. Il corpo della donna è immerso in questa tonalità irreale, bluastra e onirica, che evoca la profondità soggettiva di un inconscio mare-vita-memoria. Solo un piccolo involucro rosa compare in forma astratta tra le sue braccia  evocando la nascita, la nuova vita che potrebbe prendere forma mentre lei volge lì il suo sguardo completamente assorta in quella visione. Un’ondata oscura, tenebrosa è alle sue spalle pronta a travolgerla, ancora invisibile ai suoi occhi ora.  Il colore astrae le figure su questo sfondo vuoto, luccicante e simbolista che evoca il sovra-sensibile oltre la realtà storica, mentre l’idealità diviene più importante della realtà naturalista. Una ninfa è distesa come ombra, appena visibile tra le linee in basso nella seconda tela di Casorati mentre il quadro rappresenta una visione d’alberi e solo in un momento preciso allo sguardo compare questa altra figura celata: visione a specchio, salto verso una seconda realtà che si cela per i simbolisti dietro quella apparente e manifesta.

Canto V dell’Inferno, le ombre di Paolo e Francesca…


Ary Sheffer, 1835
 


Lecompte de Nouy, (1863)



  L’inferno dantesco influenzato dalla visione dell’ Ade pagano immerso nelle tenebre e popolato da una folla immane di anime viene  riletto e reinterpretato secondo la visione medievale cristiana come il regno dell’oscurità, della totale perdizione dove le anime dilaniate sono condannate all’eternità del

male e inviate secondo la gravità delle loro colpe in sempre più atroci gironi infernali. Eppure l’incontro con Paolo e Francesca travalica, soprattutto nell’interpretazione moderna la dimensione medievale di  colpa per lasciar emergere l’ombra di queste due anime gentili arrese all’amore “ch’al cor gentil ratto s’apprende”, quell’amore di matrice cortese che amando fa si che non si possa non essere riamati e che condusse i due “ ad un morte”. Ancora ” nel regno infernale come vento impetuoso travolge le due anime all’unisono in un impeto che “non  li abbandona”. Svariate le interpretazioni pittoriche del celebre canto nel corso dei secoli, rilette in maniera differente a secondo dello spirito e pensiero dominante nelle diverse epoche. Nella tela di Ary Scheffer( 1835) “Le ombre di Paolo e Francesca appaiono a Dante e Virgilio” immerse in un’oscurità infernale priva di ogni lucore e speranza eppure avvolte in questo abbraccio travolgente, quasi portate da una folata di vento, all’unisono in una visione romantica, sublime e anti-medievale della passione amorosa. Nella tela di Lecomte de Nouy (1863) il romanticismo è ancora più esasperato là dove la visione dell’estati amorosa coincide con la sofferenza della pena infernale evocata mentre i due corpi sono sempre più avvolti in una stretta che costantemente ricongiunge unione  e lacerazione. Traspare dalla tela il senso di qualcosa  che travalica i limiti dell’umano, l’impeto di una passione assimilabile all’infinità della natura, intrisa di un sentimento di sublime romantico. Ancora nel 1888 nella versione simbolista di Mose Bianchi le figure dantesche come vere e proprie icone appaiono estasiate, rapite su uno sfondo aureo, sospese e fluttuanti su un piano irreale tendente al sogno o al mondo spirituale oltre ogni realismo.

  

Gaetano Previati, “il sogno”, (1912).



 Evoca le ambientazioni immerse nell’oro e pervase di sensualità e bellezza femminile sulla scia di Klimt,  e ancora il movimento infinito  e la forza dinamica insita nelle sculture di Boccioni. Sul fondale dorato e inclusivo le figure appaiono travolte, rapite in questa dimensione ultra-umana, fusionale e quasi paradisiaca di erotismo mentre i corpi sono immersi su uno sfondo vivace e solare. Ai loro piedi sorge una natura rigogliosa mentre un’onda immensa e bluastra li avvolge. Non più visti nella condanna alla dannazione infernale come nella visione medievale ma arresi in qualche a una forza travolgente intrisa d’amore e di spiritualità  quale via d’accesso privilegiata a un’altra dimensione oltre il visibile.

 

 

Sacha Schneider, “Giuda Iscariota”, 1923


Sacha Schneider, 1923


Figura intera, ritratto o auto-ritratto moderno: il corpo è nudo, essenziale su uno sfondo oscuro mentre alle spalle sono una croce rovesciata, ombre informi alla deriva. La testa è reclinata quasi non potesse guardare dritto di fronte a sé per il peso della colpa; avanza in cammino imprigionato, arrestato da una corda sottile, rossa e intricata che ne circuisce il petto, le spalle, il torso, la schiena. Rosso è il filo che lega Giuda alla sua condanna, al suo tradimento, come  rosso è il sangue di Cristo colante sulla croce nella sua passione, morte e resurrezione. Rosso è il filo che lega Giuda Iscariota come anima perduta all’inferno della sua colpa; rosso è il filo che lega la figura al suo inconscio dilaniato, arreso alla perdizione, condannato di per sé stesso da quella corda che lo serra fino a togliergli il respiro.

  

Albert Maignan, “Dante incontra Matelda” ( canto 28 Purgatorio), 1881

















Simbolista, magnificente ed eterea Matelda appare in bianco come angelo annunciatore del futuro paradiso celeste. La vediamo in questa tela di fine secolo avvolta in un candido abito bianco simile a veste nuziale. Un’apparizione quasi celestiale che anticipa l’ascesa al terzo regno ultraterreno per Dante. Cammina nella sua aurea di assoluta bellezza sulle rive del fiume Lete cogliendo fiori splendenti di quell’Eden rigoglioso e verdeggiante colmo di alberi fioriti che appare come il paradiso terrestre alle sue spalle. A lato il poeta e la sua guida ammirano la visione rapiti. Figura allegorica reinterpretata dall’estetica simbolista di fine ottocento, Matelda incarna la condizione di felicità primigenia prima della caduta causata dal peccato originale. Nel Purgatorio è anche colei che rivela al poeta il senso “dell’acqua di verità” nella quale sarà battezzato: i due fiumi, il Lete che dona l’oblio dei peccati commessi e l’Eunoé che fa ricordare solo le azioni buone compiute così da renderlo pronto a “salire alle stelle”. Ancora una volta è in Dante la figura di una donna, che anticipando l’apparire di Beatrice come guida ammantata di luce ne Il Paradiso, apre la strada al regno celestiale portando in sé, nel suo sorriso, la contemplazione dell’opera di Dio sulla terra.