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sabato 19 giugno 2021

Ligabue, la forza di una pittura ( mostra a Ferrara a Palazzo dei diamanti)






“ Ligabue, una vita d'artista” titola la retrospettiva  attualmente in corso a Palazzo dei Diamanti a Ferrara dedicata alla figura di questo pittore singolare e unico nel panorama dell'arte italiana del 900.  Un'esistenza difficile dominata da marginalità, solitudine e malattia  ma, tanto più  profondamente immersa e trasmutata nell'espressione istintiva della sua arte, unica via di riscatto. Tale appare nella mostra ferrarese il connubio quasi inscindibile tra l'opera pittorica e vitale, a tratti selvaggia dell'artista e il mondo intimo, personale, spesso relegato alla reclusione dell'uomo Ligabue. Agli antipodi di ogni avanguardia e astrazione artistica del primo novecento Ligabue incarna in maniera propria e originalissima con la sua arte la forza della natura, l'impeto o la foga del vivente, di cui i soggetti più ricorrenti restano  il  volto nell'auto-ritratto ma, soprattutto, gli animali selvaggi o domestici che siano. Dunque, il suo lavoro si posiziona al di fuori di tutti i movimenti artistici del primo novecento, perlopiù anti-figurativi, dominati da un diffuso nichilismo esistenziale. Resta impresso come il marchio singolare di un artista solitario, marginale, in parte compromesso da una malattia psichica contro la quale l'arte emerge come unico spazio di libertà e di catarsi.

 

1-Ligabue, Self-Portrait


L'autoritratto è diario intimo per Ligabue, in primo luogo necessità interiore, senza dubbio unica forma di rispecchiamento del sé nei diversi momenti e stadi esistenziali di una vita segnata dalla sofferenza e dalla reclusione. La figurazione serrata e introspettiva del volto racconta a tratti il malessere, l'angoscia o lo smarrimento dell'io sempre più soggetto nel corso degli anni a una deformazione espressionistica dei tratti. E' l'emozione che lacera o dilania la realtà in quanto percepita a dare tale visione sempre più estrema del sé.

 

Due ritratti.

 

1957- Il volto è impresso sulla tela emergendo dal resto della figura in piedi, a mezzo busto. Espressivo, segnato da profondi solchi sulle guance, esso appare scarno, scavato da rughe marcate sulla fronte  mentre il naso prominente emerge insieme agli occhi grandi, aperti sul mondo,  infiammati di follia o di ardore verso la vita. Le orecchie a dismisura sono lì per captare la realtà coi  sensi, gli occhi  immensi per assorbire il mondo attraverso il suo sguardo.

 

1962- Il paesaggio diviene mosso alle sue spalle, sfuggente, instabile come il fluire incontrollato delle sue emozioni. Gli occhi sono ora trasparenti, lavati di pianto, grandi e vitrei come lagni immobili d'estate. Riflettono una realtà dolorosa, a tratti violenta percepita all'esterno in ogni suo angolo o abisso dove  lasciarsi precipitare. Il volto solo appare  in primo piano nel piccolo ritratto come in un ingrandimento voluto mentre il resto della figura tende ad eclissarsi. Emergono in evidenza il naso imponente, gli occhi brillanti e vuoti e i capelli neri, corti e radi. Le scavature sulle guance sempre più profonde.

 

2- Diario intimo


 

Paesaggi del cuore, memorie dei luoghi d'infanzia in Svizzera. Memorie di quello che era nei primi anni di vita trascorsi prima del ritorno in Italia dove iniziano per Ligabue con la giovinezza i ripetuti ricoveri negli ospedali psichiatrici. Eppure la memoria confonde, l'occhio interiore trasforma e i colori divengono quelli della mente, del cuore: i campi si colorano di gialli e aranci, i buoi appaiono giocosi e chiazzati , il villaggio fiabesco con le case irreali, gialle, celesti o rosate.

 

 

3- “Ritratto di donna” (1960)    

Ligabue era solito dipingere ritratti di amici, benefattori e conoscenti; li ritraeva a mezzo busto, soffermandosi sulla dimensione intima del  volto, sull'espressività  di un dettaglio, cercando l'intuizione sulla loro più autentica natura.


 
La vede come una maschera imperturbabile e severa, immobile di fronte a lui, ricoperta di bianca cipria come fosse dipinta in quel colore. Si offre a lui con uno schermo seducente e distanziante: il volto pallido, i capelli neri e corvini raccolti con un’impalcatura solenne sulla testa, la camicetta sobria. Da quel volto-maschera emergono due occhi neri increduli sul mondo, le labbra rosse e carnose contro la fissità austera della figura. Segni oscuri alle spalle, uccelli neri sorvolano di tanto in tanto il cielo mercurio e stagnante in un paesaggio che cede sempre più, immancabilmente, all’emozione dominante. Ancora, in un altro ritratto, gli occhi azzurri e limpidi di Fanny Kessler emergono sul volto scavato e rugoso dell'amica anziana oppure quelli intensi e perspicaci del critico Vigorelli.  Mazzi di fiori allo stesso modo si animano al centro di altre tele, esplodono in vasi colorati carichi di vibrazioni audaci e policrome.

 

4- Animali selvaggi


 


Leoni, leopardi, iene, uccelli rapaci; gli animali  sono simbolo di forza, energia, virilità per Ligabue ma anche, altrove, di un'istintualità incontenibile e selvaggia. Possono incarnare una natura insidiosa e subdola, quella dell'umano, l'animale più feroce della specie all'indomani della seconda guerra mondiale oppure divenire emblemi di liberà e riscatto, simboli positivi di potere.

Alter-ego all'artista per spezzare le catene della reclusione e dell'isolamento.

Rapaci predatori come i leopardi o le tigri incarnano l'istinto di sopravvivenza e di dominio, la lotta verso l'affermazione della vita e di un potere incondizionato. Per esempio nel desiderio predatore dei leoni  o delle tigri sulle gazzelle.


“La tigre con gazzella” del 1959 rappresenta perfettamente questa animalità pura e istintuale, “buona” o innata dell'essere umano, la forza dell'animale di potere, guida totemica per l'umano. 

La tigre qui è anche la gioia della voracità del felino sulla più piccola preda: le fauci digrignate, pronte a divorare la gazzella mentre il momento è vissuto  senza colpa né coscienza sullo sfondo di una giungla irreale che veicola e dà libero corso a questo istinto selvaggio dell'essere umano.

 


La tigre è la regina ( “Testa di tigre”, 1956)

Su uno sfondo diviso tra cielo e terra il felino  in primissimo piano guarda d'avanti a sé con le fauci spalancate. La bocca emerge come una voragine ingigantita e aperta sul fondo dell'abisso, senza dubbio in chiaro punto di contatto con le forze viscerali della sua pittura. Evoca l'abisso, il tabù inesplorato della forma sessuale femminile ma, anche la forza prima e distruttiva  che veicola e sublima la sua arte. Tutto è centrato su quell'abisso per Ligabue: la follia, l'irrazionalità, la pulsione di vita e quella sessuale contro il suo opposto di morte. Tutto converge in quella bocca e fauci anatomicamente disegnati al centro della tela nella cromia possente dei colori, rosso, marrone e nero che riprendono il manto colorato dell'animale e  lo reinventano in una semantica propria.

 

 

5-Scene di caccia: “Lotta di cervi”(1955)

 


La tensione emotiva cresce portata all'estremo dall'espressionismo figurativo dei due animali. Testa contro testa, morte contro vita, gli occhi piccoli e brillanti in primo piano, i due cervi si fronteggiano in un faccia a faccia violento e vitale. Alle loro spalle è una tigre vorace dalle fauci spalancate. I cani impauriti retrocedono . Gli alberi esplodono in vegetazione rigogliosa e fantastica dando vita a un paesaggio lunare. Un mondo alla rovescia si lascia plasmare dalla violenza della scena, dalla visione vivida di un duello tra vita e morte. Sempre, in queste tele qualcosa esplode e cede, lascia aprire i propri cardini in una lotta all'ultimo respiro; qualcosa lacera i sigilli della razionalità e lascia fluire la lotta prima tra coscienza e forze oscure al di sotto: violenta esplosione di irrazionale.

 

Tutte le tele di Ligabue in definitiva dilatano in primo luogo una necessità di espressione personale, istintiva e non costruita che si pone agli antipodi di tanta arte del '900  astratta e d'avanguardia della stessa epoca. Incarnano una natura, la sua, dove animali selvaggi o domestici sono alter-ego all’umano, creature antropomorfe che danno vita a un mondo fantasioso specchio della sua personalità. La pittura è per Ligabue l’ unica forma di sopravvivenza e riscatto dalla marginalità e dalla malattia, forse anche un modo per veicolarne gli istinti più distruttivi e trasformarli in energia creatrice. Un'arte catartica, visionaria e assolutamente impregnata della sua sofferta condizione esistenziale.  

 

 

 

mercoledì 31 marzo 2021

“Un altro mondo possibile ” ( dal docu-film di Torelli alla svolta post-covid)

 

















Un altro mondo, è quello cui aspiriamo nell’impasse delle nostre vite attuali compresse nella propria libertà individuale dall’epidemia Covid in corso. Ancora,  “un altro mondo” è evocato nel documentario di Thomas Torelli ritrasmesso in questo periodo su diversi canali online  in un paese relegato una volta di più alla chiusura a tutti i livelli della “zona rossa”. “Un altro mondo” sarebbe allora l’immagine tacitamente  invocata da molti dell’ azzerare il meccanismo e ripartire , rimettere tutto in circolo ma con un intento comune rinnovato mentre portiamo addosso, ancora, l’oppressione della malattia, la morte dei molti intorno a noi e viviamo l’inesausto senso di frustrazione di un virus che continua a infiltrarsi al quotidiano senza poterlo estirpare. Sarebbe      “ un altro mondo”, forse, la svolta necessaria oggi, rispetto a questa società post-industriale di continuo progresso tecnologico dominata da un materialismo distruttivo e alienante per l’essere umano.

Voci di scienziati, filosofi, fisici e sciamani si alternano premonitori in questo video girato nel 2014 (prima dell’avvento del Covid) mettendo in discussione la visione attuale del mondo per farci riscoprire sistemi e valori delle società antiche come i nativi d’America o le popolazioni aborigene. Allo stesso modo, alcuni principi della fisica quantistica divulgati da noti ricercatori spiegano la materia del cosmo come intelligente, vivente e in connessione con ogni singola particella nell’universo  riallacciandosi in qualche modo alla saggezza degli antichi. Se la “ separatezza” come lo studio di unità discrete contraddistingue il pensiero scientifico moderno, la teoria quantistica della correlazione di ogni singolo atomo dell’universo come totalità_ “una fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”_ può modificare la visione attuale dell’uomo producendo in lui una coscienza critica sul presente.

“ Tutto è energia e questo è quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia. Questa è fisica” ( A. Einstein)

Vasti altopiani del Messico: cieli tersi, di un blu limpido seppur attraversato da striature di nuvole biancastre. Dall’alto si vedono le distese sconfinate delle catene montuose rossicce e aride, i loro massi millenari plasmati e scolpiti dal passaggio del tempo, nello spazio aperto di un orizzonte  che si perde illimitato oltre il nostro sguardo. Si ode il gracchiare di uccelli attraverso la piana silenziosa, poi il canto di uno sciamano a distanza e il battito dei tamburi. Egli afferma: “ la natura non ci appartiene ma ci è solo donata, non porteremo nulla con noi ma possiamo gioire di quello che è qui e ora”. Nei bambini il “qui e ora” è l’eterno presente del gioco, il continuum del gioire incondizionato a cui non si sovrappone l’aspettativa o l’ansia del futuro né il peso o il rimpianto del passato. Ed è solo in questo presente vissuto ogni istante pienamente e in profonda connessione con sé stessi, afferma ancora la voce fuori campo nel video, che potremmo dischiudere il potenziale per un cambiamento, le basi per un futuro differente”.   




Due visioni opposte del mondo, due immagini agli antipodi l’una dall’altra si interfacciano all’inizio del documentario: quella di una natura dalla vastità incondizionata, dalla bellezza incontaminata negli altopiani sudamericani e quella di una città iper-moderna, tecnologica, dagli scenari futuristi attraversata da circuiti elettrici continui. L’umanità, allo stesso modo, è vista nel duplice frangente di ciò che preserva e distrugge la natura; l’uomo nella sua corsa verso l’avanzamento tecnologico è anche il guerrafondaio, fautore di armi chimiche, epidemiologiche o nucleari che inevitabilmente muta gli assetti di quello stesso pianeta a lui destinato.

 Due idee di temporalità ugualmente vengono opposte nel video: una prima appartenente alle nostre società occidentali dove il tempo come ogni altra merce è soggetto alla legge del mercato e del consumo mentre gli individui sono parte di un “sistema meccanizzato” di produzione o di potere che rende l’uomo “macchina” efficiente assoggettata a quello. Ancora, il tempo si presenta  più che mai oggi come virtuale , distaccato dalla realtà semplice e immediata del quotidiano perché ricondotto alla sfera digitale della rete, dei social media, di scambi e relazioni sempre più simulate tra gli individui.

Il tempo occidentale è visto come un “tempo-denaro”, artificiale, velocizzato a immagine della metropoli moderna dove tutto scorre incessante e senza limiti. E’ l’immagine di un circuito di  corrente continua,  di flussi rapidissimi di persone, merci e informazioni, dei treni ad alta velocità e dei collegamenti aerei ancora più rapidi. Era  l’immagine prima del Covid dei ritmi accelerati di vita e di produzione, dell’affollamento nelle metropolitane, della corsa nei mezzi di trasporto o della fuga di notizie dai mezzi di comunicazione.   Questo tempo non è mai quello del qui e ora ma di desideri o aspettative proiettati sempre in un altrove prima o dopo di noi. Secondo le parole di Alberto Ruz Buenfil, discendente dei Nativi d’America “abbiamo perduto la capacità di sincronizzarci con tutto ciò che esiste semplicemente”: il più immediato rivelarsi della vita o degli altri intorno a noi, il giorno e la notte, lo scorrere delle ore o delle stagioni, l’alba e il tramonto.  “Nel qui e ora c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici” al di fuori delle false pretese o costruzioni della mente, aggiunge Ruz Buenfil. Ciò si situa semplicemente nel modo in cui rispondiamo l’uno all’altro come individui e in quanto umanità al nostro pianeta, cosmo e insieme terra generatrice di risorse a noi messe a disposizione. Una volta infranto questo equilibrio perfetto tra l’uomo e la natura è proprio lo sforzo omeostatico del sistema o meglio l’intelligenza suprema del medesimo a mettere in atto delle azioni estreme, a produrre delle crisi cicliche come epidemie o eventi naturali irreversibili che porteranno, paradossalmente, a una nuova forma di equilibrio. Ciò costringe l’uomo, ogni volta, a riconsiderare le proprie risorse per imparare ad usarle in maniera consapevole senza distruggerle o espropriarle .

Seguono immagini del risplendere innato e folgorante della natura visto in squarci ondeggianti di grano: oro scintillante, campi eterei e brillanti di luce dai raccolti appena mietuti oppure  file di pale eoliche su vaste piane che ruotano al ritmo lento e continuo dei venti. Come espresso dalle voci dei nativi, tutto è correlato perché attraversato dallo spirito divino che anima ogni cosa, il mondo minerale, quello vegetale, animale e umano fino ad arrivare al mondo sovrasensibile.  Tutto scorre e tutto vibra in natura: vediamo l’acqua di un fiume scivolare tempestoso di fronte ai nostri occhi, la vegetazione rigogliosa, gli alberi che si elevano dalla loro massa boschiva fino  al cielo, il ticchettio dell’acqua, il frastuono della corrente, poi la sinfonia di un continuo squittire e cinguettare di uccelli. Nei grandi altopiani messicani si stagliano le visioni dei templi sacri maya come lasciti di quelle civiltà pre-colombiane dove tutto era determinato dai ritmi ciclici della natura in profonda connessione alla totalità del vivente. Ancora una volta si afferma che “la terra è la grande madre a cui noi tutti apparteniamo”, e non il contrario, come gli  indigeni hanno sempre saputo. Nelle parole del giovane sciamano nel video:“ Ogni cosa nella cultura Hopi riguarda la natura: ringraziamo nostro padre il sole, nostra madre, la terra, per lasciarci camminare su questo suolo e gioire della bellezza della vita. E’ la terra-madre che ci ospita e ci da vita; siamo tutti aspetti di un’unica realtà mentre noi tendiamo a vedere le cose come unità discrete, a separarle, analizzarle in singole cellule. La scienza da cento cinquant'anni a questa parte ci ha indotto a credere che come intelletto siamo separati dal nostro corpo, dal mondo che ci circonda, l’uno dall’altro. Ma, in realtà, siamo tutti di questa terra, dobbiamo considerare ogni cosa infusa di spirito, consapevoli di essere come umanità una sola famiglia”.

Allo stesso modo questo sapere antico è ribadito e confermato da alcuni principi della fisica quantistica moderna come espresso dal ricercatore Vittorio Marchi. Egli ci spiega il fondamento di tale “fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”. Ogni oggetto emette onde, la vibrazione è un linguaggio che passa ai corpi tanto che l’acqua stessa si uniforma e registra il messaggio ricevuto cambiando la propria frequenza. Similmente, la parola sacra all’origine della creazione  , “il Verbum” viene definito come vibrazione sonora. Esiste una trama molto sensibile di interrelazione tra tutti gli atomi, tutte le cellule di quello che esiste per cui variando qualsiasi elemento faremo variare l’intero sistema. La materia si muove, è energia vibrante, fluttua ovunque nell’universo investita di una carica magnetica propria là dove la fisica quantistica definisce ogni cellula esistente come un “essenza pensante” superando la separazione tra materia, energia e pensiero della visione precedente. Allo stesso modo, il pensiero è visto come vibrazione che si trasmette e si amplifica, energia prima che materia tangibile, capace di produrre effetti visibili sulla realtà come parole, movimento, azioni o reazioni. E’ esso stesso co-creatore di quella realtà che si considerava solitamente esterna e indipendente dal soggetto.











Tale spiegazione quantistica rende consapevole l’esser umano del potenziale illimitato della propria mente sommamente creatrice tanto da uniformare o modificare la realtà a partire da un pensiero costruttivo e da una coscienza critica che vede sé stessa in sintonia con tutti gli elementi della creazione. Non più in un mondo di “separazione” ma di “relazione” con tutto quello che lo circonda, l’uomo vede sé stesso come parte integrante di quell’unità fondamentale che è il cosmo.  Così scorrono in concomitanza sul video immagini  al microscopio che assimilano forme umane con altre simili della natura: il tracciato infinitesimale del palmo di una mano e la foglia di una pianta. Ancora, la linea da un albero diviene la silhouette prosciugata di un fiume su una gelida costa islandese. Le insenature del marmo sono quelle della carne, i fulmini tracciati in cielo durante una tempesta ripetono la diramazione dei ricettori neuronali al microscopio , o ancora, una scia di galassie nell’universo.

Tale “modello di separazione”, ovvero l’individualismo materialista  che contraddistingue il pensiero occidentale moderno è stata  ulteriormente  esacerbato dalle misure restrittive, dal distanziamento sociale imposto dall’epidemia Covid19 nell’ultimo anno in molti dei nostri paesi. Distanziamento diviene sinonimo di irrigidimento dei confini interni a un paese, a una regione o a una città, chiusura in senso lato dei commerci, di tutto ciò che costituisce la socialità o la vita culturale ma anche dei confini interni, intimi dell’individuo si fronte alla paura del virus, dunque alla paura dell’altro in quanto agente di potenziale di contagio. Il concetto di libertà risulta compresso tanto che molti oggi accusano la frustrazione o l’oppressione di leggi restrittive che limitano la scelta individuale, la socialità, gli spostamenti, la libertà in senso lato come arbitrio del singolo in assenza di limiti. Eppure, secondo il filosofo Massimo Recalcati, esiste una forma di libertà eticamente più alta che ha a che fare non tanto con la volontà individuale ma con la solidarietà, ovvero l’essere con l’altro: “l’idea profonda che nessuno si può salvare da solo, perché la libertà senza fratellanza è una parola vuota”. Questa idea sembra ricollegarsi indirettamente con “l’etica dell’unione ”, “il mondo della correlazione di tutte le cose” secondo la visione antica degli indigeni quanto la fisica quantistica moderna. Ciò ci fa comprendere che la libertà non  è tanto “l’essere senza limiti” quanto l’essere con l’altro, in una forma di coesione con tutto quello che esiste ed essa sola ci permetterà di superare l’ attuale scissione distruttiva delle nostre coscienze nonché il materialismo alienante ad esso connesso. Una coscienza collettiva rinnovata potrà fondarsi solo sulla comprensione e il mutuo rispetto gli uni per gli altri. Allora non sarà stato del tutto inutile aver attraversato l’ondata devastante dell’epidemia, la chiusura e la stasi attuale perché dal fango di quell’oppressione emergeranno i nuovi orizzonti di   “ un altro mondo possibile”.



venerdì 1 maggio 2020

Voci e immagini da “Terra Madre” di Ermanno Olmi (2009 )





In occasione della “settimana della terra” la Cineteca di Bologna ha trasmesso il film documentario “Terra Madre” (2009) di Ermanno Olmi parte della sezione “ Il Cinema Ritrovato”. “Terra Madre”, dal titolo, si ispira all'incontro mondiale a cadenza biennale tenutosi a Torino dove nel 2006 si sono ritrovate varie categorie di “lavoratori del cibo” insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo per confrontarsi sul tema di una globalizzazione positiva: come nutrire il pianeta intero senza devastarlo stabilendo un rapporto armonico con l’ambiente.         












Olmi partendo da tale presupposto ha creato un documentario poetico che si sposta attraverso il globo dall’India, all’Africa, all’Europa fino ad approdare in Italia dove un uomo vive quarant'anni in solitudine a contatto solo con la propria terra per narrare, infine, attraverso le immagini una connessione ancora possibile, profonda e ancestrale, con il mondo della natura.  Si tratta, allora, di aprire una prospettiva su “un altro modo di vivere” opposto al sistema di consumo e sfruttamento incondizionato e attuale del nostro pianeta.
Vi sono evidenti implicazioni economiche, ecologiche e sociali correlate al tema di “un altro possibile futuro per l’economia globale: l’idea di uno sviluppo sostenibile, la necessità di una nuova ecologia per la terra, e infine di una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità nelle diverse aree geopolitiche mondiali .
 Il tema di “Terra madre” indirettamente tocca   anche noi tutti oggi da vicino  mentre  lentamente tentiamo di ritornare a una presunta normalità dopo mesi di quarantena e distanziamento sociale forzato, generati  da una crisi globale senza precedenti di cui l’emergenza epidemica è forse solo il fattore più evidente. 
La terra agonizzante si ribella all’espropriazione e sfruttamento incondizionato delle sue risorse, alla desertificazione, ai disastri naturali prodotti dall’uomo, ai disequilibri climatici, alla ferita inferta al suo ecosistema. E dunque, l’epidemia, il contagio diffuso, il temporaneo arresto di tutte le attività sociali e produttive nei nostri paesi occidentali forse non sono che un’indiretta conseguenza di un sistema naturale che si rivolta all’uomo nel suo agire  sconsiderato  o, semplicemente tenta di riassettarsi dal disequilibrio profondo da lui generato con le conseguenze epidemiche che conosciamo.  
Se tale pandemia a breve o lungo termine sarà arginata molto dovrà continuare a cambiare o essere cambiato in questo riassesto necessario dell’uomo verso il proprio pianeta: terra che genera e si rigenera, madre-e-padre insieme, contro gli estremi di globalizzazione senza limiti e economia insostenibile di oggi. Una prima allerta allarmante sotto forma di contagio globale la terra ce l’ha già data.

Vandana Shiva, (attivista politica e ambientalista indiana)

“In India crediamo fermamente che in questo meraviglioso pianeta la rete del cibo sia connessa alla rete della vita.[..]La nostra identità primaria, la nostra ricchezza e salute derivano dalla produzione e assunzione di “cibo buono”. Le nostre sementi sono state brevettate, diventando monopolio di un gruppo di corporazioni con il 95% di semi geneticamente modificati. In India da quando tali semi sono stati venduti centinaia, migliaia di coltivatori si sono indebitati, o peggio suicidati. .. L’ultima fase della globalizzazione è la privatizzazione. Le corporazioni vogliono creare la proprietà di tutto: del cibo, dei semi, dell’acqua. Salvare le sementi significare salvare il nostro futuro”. Nel video l’attivista politica indiana definisce la necessità di “un nuovo umanesimo”, cioè una nuova politica globale resa necessaria dal cedimento del sistema attuale che permetterà all’umanità di tutelarsi reciprocamente limitando i bisogni quando questi divengono sprechi o inutili consumi. “ Live with less” , “vivere con meno” nell’ottica di Vandana Shiva significa proteggere la terra perseguendo un’economia sostenibile e in armonia con la natura e le comunità locali.




Aminata Traoré ( scrittrice e attivista politica del Mali)



     “ Sono una madre dal cuore martoriato dalla migliaia di partenze forzate dei suoi figli che vengono a morire alle porte dell’Europa o alle sue barriere. Uno di quei giovani prima di scavalcare il filo spinato di Ceuta ha detto a un amico: “ Se muoio dì a mia madre che ho fatto tutto il possibile per lei, perché non voglio che muoia di fame. Da noi si dice che la madre porta il figlio,  la terra invece ci porta tutti, la terra è nostra madre, ricca abbastanza da nutrirci tutti. La terra è generosa, è una madre che dà a tutti”. La scrittrice aggiunge che la terra africana soffre oggi più che mai l’impatto dei cambiamenti climatici nella costante carenza d’acqua, nel surriscaldamento dell’atmosfera, infine in interi ecosistemi minacciati nella loro stessa esistenza. Se la terra è pensata come cosa comune dovrebbe essere governata da un’economia che garantisce un bene comune e un sostentamento equo per la maggioranza. I predatori della terra sono oggi il consumismo sfrenato, lo spreco e lo sfruttamento senza limiti delle sue risorse.
Ermanno Olmi nel documentario, narra attraverso poche immagini silenziose accompagnate da una voce fuori campo la storia di un uomo nel nord Italia che ha vissuto per molti anni in una cascina separato dal resto del mondo, lui che aveva visto “la corruzione della nostra terra come atto sacrilego e aveva posto lì la sua difesa” ; alla ricerca, forse, di un fragile equilibrio tra la sua intima verità e un mondo là fuori che sentiva come violento e estraneo . Olmi afferma a questo proposito: “ Uomini e donne ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa di cibo per tutti i popoli. Qui una testimonianza di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti.”







Finale: immagini  da “Terra-madre”

Il ghiaccio ricopre la terra; l’uomo spala la brina, scava, cerca al di sotto le zolle umide e vive sotto la lastra immemore di ghiaccio. Il fiume immobile, scintillante come una lama sottile, lucida e ghiacciata riluce a distanza al culmine dell’inverno. Si potano e si legano i viticci nuovi dei frutteti. Lo scorrere lento delle acque al disgelo: i ghiacci si sono sciolti ma ancora il fluire è trattenuto  dall’atmosfera rarefatta e nebbiosa della stagione. Rompere la crosta di pietra e terra gelata, rimescolare, sommuovere la terra alle radici.

Primi albori di marzo. L’uomo prepara il terreno alla semina, segna lo spazio, lo traccia, lo incide di solchi. Poi, uno a uno lascia cadere i grani, le sementi nel terreno e lo ricopre come volesse celarne il segreto. Voci solitarie risuonano nella campagna circostante. 
La terra nasconde nel calore dei suoi visceri i semi e attende di restituirli a nuova vita. L’immagine del fiume ora lento e regolare come lo scandire del battito perfetto delle ore e delle stagioni. Verdi germogli fioriti lentamente si trasmutano in piante mentre i primi rami in fiore appaiono sulle asperità delle rocce.  Vento dell’est, annuncia cambiamento.

L’acqua, una pioggia cade lieve e continua sulle piante. L’uomo solo attende la fine della pioggia. Attende lo scivolare via dell’acqua dalle foglie, goccia a goccia il tempo della crescita. Le piante  appaiono iridescenti al palpitare di goccioline vive. Microcosmiche creature e insetti svolazzano intorno. L’uomo ora estrae le piante e i loro frutti dal suolo: lucide e oscure melanzane, peperoni scintillanti nel loro arancio solare, more succose, albicocche all’apice della loro maturazione. L’acqua scorre e irriga il germogliare di nuova vita. Un bimbo tra le piante gattonando esplora, al tatto, le forme nuove che gli si presentano sul cammino. Il fiume scorre lento e continuo in un fluire intercalato di foglie d’acero, di bianchi gigli e gracili papaveri rossi nel divenire inarrestabile della vita.


trailer del film "Terra Madre"








mercoledì 30 novembre 2016

"Genesi" secondo Salgado: fotografia e scrittura per immagini ( ai Musei S. Domenico, Forlì)












"Genesi" per Salgado  è viaggio alla ricerca del mondo delle  origini, la natura tale che ha preso forma e si è manifestata per secoli prima che l’organizzazione delle società moderne iniziasse ad allontanarci, e renderci estranei ad essa, inconsapevoli della nostra originaria provenienza. Le immagini di “Genesi” esposte attualmente ai musei S. Domenico di Forlì scattate da Salgado dal 2003 al 2011 nel corso di 25 viaggi e  riproposte presso le più importanti istituzioni d’arte del mondo da Parigi, a New York, da Milano a Buenos Aires raccontano perlopiù di paesaggi terrestri e marini, sconfinano in regioni remote della terra dove la natura domina limpida, incontaminata nel silenzio della sua magnificenza; attraversano le foreste pluviali e tropicali dell’Amazzonia, la vastità delle savane o i deserti roventi d’Africa, le distese di ghiaccio nel grande nord delle zone antartiche più rigide della terra oppure le isole solitarie del Pacifico. Regioni troppo fredde o troppo aride perché la vita umana possa insediarsi se non in contingenze estreme o attraverso le sue forme più resistenti: specie rare di animali, piante e tribù indigene di popolazioni insediatesi lì da secoli a stretto contatto e in perfetta sintonia con le  leggi prime della natura. Come scrive Salgado: “nel corso di otto anni in cui ho viaggiato attraverso il mondo per questo progetto ho imparato a lavorare con altre specie che quella umana …non come fossi un etnologo o un giornalista ma per scoprire, mettere in luce, esplorare o dare voce, visibilità e bellezza al pianeta. Il paesaggio è vivo, immanente all’umano, come i minerali, i vegetali, gli animali, il pianeta è intrinsecamente connesso in tutte i suoi elementi, vivente a tutti i livelli. Ho capito quanto rispetto gli dobbiamo, un rispetto immenso”.  

In questo senso la fotografia per Salgado diviene nelle sue parole “ una lettera d’amore scritta al cosmo , verso una natura in cui gli umani devono sentirsi parte integrante ”,e, dunque, nel corso degli anni un grido di allarme, un monito sempre più chiaro perché il pianeta non  divenga oggetto di distruzione incondizionata da parte dell’uomo, esposto ai profondi disequilibri del suo eco-sistema generati ogni volta che si perde quella connessione profonda al mondo naturale perché si impone una logica di sfruttamento, di profitto incondizionato, di  uso e abuso senza limiti della straordinaria ricchezza di risorse che esso ci offre.

Salgado decide nel corso di un viaggio durato una vita di percorrere il mondo a piedi, a bordo di piccoli aerei, di barche, di canoe e persino d’una mongolfiera per fotografare “ l’immensa bellezza del continente”, i suoi santuari naturali, le sue isole.
In primo luogo si tratta di “incontrare il pianeta, “addentrandosi nelle zone più remote della terra o verso le sue estremità meno raggiungibili; contemplare il mondo dalle cime più alte agli abissi più profondi- minerali, vegetali e degli esseri animati-, vedere come gli uomini erano all’inizio della storia e come in essi si manifesti ancora, secondo Salgado, la parte più istintiva e viscerale dell’umano, quella che ci ricollega direttamente alla vita, alla sopravvivenza e alle leggi di natura negate portando all’eccesso l’individualità puramente razionale e logocentrica dell’individuo.
“Ho visto ciò che eravamo prima di lanciarci nella violenza della città dove il nostro diritto allo spazio, all’aria, al cielo e alla natura si è perso tra i muri delle case. Abbiamo eretto barriere che ci separano gli uni dagli altri, dal mondo naturale. Di colpo non siamo più in grado di vedere di sentire..di osservare. “Genesi” mi ha fatto prendere coscienza che a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione siamo diventati animali molto complicati e che, diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi”.  Il progetto “Genesi” si inscrive come un messaggio chiaro inviato all’umanità, una sorta di imperativo, grido o certezza inequivocabile  che tornare all’essenziale, al cosmo e al rispetto e delle sue leggi, della sua implicita e perfetta armonia sia il solo modo di garantire all’uomo la libertà, allo stesso tempo il rispetto dell’essere umano sulla terra contro il processo inverso di disintegrazione in atto prodotto da forze che implicitamente avversano i cicli naturali dell’esistenza.

Ancora le parole di Salgado mirano a dare un senso ultimo e unitario,  una visione poetica umanitaria e politica insieme a un progetto estesosi negli anni e sconfinato  attraverso i quattro continenti ai poli più estremi del pianeta: “Genesi mi ha insegnato che tutto è legato e tutto vive senza farmi dimenticare degli umani, perché anche loro sono parte di questa natura meravigliosa”.  

I- Il Pianeta Sud, l’antartico e le sue isole

Iceberg nel mare di Weddell tra l’isola di Paulet e le Shetland, (Antartide 2005)



Sono fluttuanti forme di ghiaccio in movimento, danzanti  su una immensa bianchezza d’eternità, poi la corrosione divorante delle medesime come se una schiuma o mousse soffice e spumosa fosse stata scavata e ritagliata dagli agenti atmosferici o dalle forze naturali in azione. Un bianco cielo di ghiaccio si riflette a specchio sulla superficie brillante e quasi immobile dell’oceano, nero petroleum nell’effetto del chiaro-oscuro estremo voluto dall’immagine in bianco e nero . Contemplare l’idea di perfezione attraverso la natura, opera e strumento nelle mani della divinità,  fonte di ispirazione  o di trasmutazione estetica per l’artista. Contemplare semplicemente le forze di creazione in atto in un estremo incontaminata dell’universo, la penisola antartica.

Dove esattamente finisce la terra, inizia l’acqua? Le leggi della natura vi agiscono innate, in maniera a noi quasi inconsapevole . Grandi blocchi antartici si staccano dai massi originari e fluttuano attraverso i mari del sud al largo delle Shetland australi. Dall’oceano emerge una grandiosa montagna di ghiaccio intagliata, internamente scavata e svuotata, corrosa dagli agenti del tempo o della materia: arco, rilievo, apice di iceberg ghiacciato sorge, elevandosi in un turbinio di flutti, onde e  rollii di correnti nordiche. Dove esattamente è il confine, dove finisce la terra e inizia l’acqua, dove l’oceano si perde a vista allo sguardo, domina e regna incondizionato, dove inizia quel luogo originario, della terra alle origini nel mentre della creazione, Genesi descritta nell’Antico testamento o grande diluvio biblico mandato come punizione divina su tutta l’umanità? Il vento passa attraverso le onde disegnando fluttuazioni, orbite cosmiche, sorprendenti circoli d’energia d’impronta divina sull’acqua.
La forma è là granitica, immota come una soglia che sorge attraverso l’oceano, un antro, un luogo di passaggio verso un altrove, quasi fosse il limite ultimo d’una dimora o castello di ghiaccio all'estremo della terra mentre immoti circoli d’energia si perpetuano in forma ciclica sulla superficie dell’acqua.


Antartico II





La terra è là granulare, granitica, squamosa come la pelle di una serpe, come quando sassi e limo restano pesantemente depositati al suolo, violentemente portati  a riva dalle correnti marine sulla banchina sottile che separa l’acqua dalla sabbia. La creatura marina, un elefante d’acqua dei mari antartici, ugualmente appare distesa a riva come fosse essa stessa un’epidermide rugosa in continuità con l’altra, a squame grigiastre incise sul suolo. Poi la sabbia invade lo spazio dell’immagine ovvero un amalgama di sassi e limo e l’acqua, elemento primario, avanza e irrompe: l’oceano-mare ovunque intorno. La forma immensa dell’animale sul suolo granulare e sgretolante si staglia in rilievo con un volto dai tratti quasi umani simile a una creatura preistorica, un fossile o un anfibio d’acqua magnificamente adagiato sulla terra mentre una marea invadente avanza fino a noi per guazzi, ondate e sciabordii di moti ondosi. Un equilibrio perfetto e sottile, in sé stesso indisturbato vige in quello scenario naturale dove tutti gli elementi si corrispondono di uno stato di purezza, di innocenza primigenia ritrovata al momento della fotografia. Là, lo sguardo del fotografo pare fondersi con quello del paesaggio e la costruzione dell’immagine riemerge, nitida di fronte agli occhi mentre tutti gli elementi si rispondono, magicamente si ricompongono in un equilibrio perfetto: le linee, le forme, il vento, gli esseri, lo sfondo e la luce che gioca attraverso, incidendo le sue trame in riflessi e  ombre su quello.

II. Santuari

Sulle isole Galapagos o in Madagascar queste fotografie  raccontano di una vegetazione endemica, originaria dei luoghi minacciata dagli insediamenti urbani invasivi: specie di animali e piante rare come le orchidee o i lemuri,  di dune naturali di sabbia scavate dal mare e letti di fiumi prosciugati, di immense tartarughe d’acqua o correnti di lava in eruzione attraverso i vulcani attivi. Superfici calcaree e taglienti come vetro in frantumi appaiono ricoperte da conchiglie e stalagmiti di accumuli minerali, foreste pluviali e colonne di fumo si stagliano verso l’alto attraverso l’aria disegnandosi in linee grigiastre all’orizzonte dagli insediamenti degli indigeni autoctoni.

Iguana Marina, Galapagos (2004)

Fotografata un primissimo piano nel corso di un reportage alle Galapagos  Salgado racconta a proposito dell’iguana al momento dello scatto: “ guardando una delle sue zampe anteriori improvvisamente ho visto la mano d’un guerriero del medioevo. Le sue squame mi hanno fatto pensare a una giubba di maglia di ferro sotto la quale ho visto dita simili alle mie". La zampa espansa e enorme dell’animale in primo piano ci fa pensare a una mano del tutto umana, istrionica, ricoperta di alluminio quasi o di acciaio rigido e grigio come indossasse appunto un guanto o una maglia metallica per proteggersi dai predatori o dagli agenti atmosferici esterni. Artigliata fende la terra, al fondo della medesima affonda l’unghia nel vivo della carne o del suolo. Artigliata appare simile, tuttavia, a una mano umana vista come un scintillante magnete di metallo in una postura d’allerta o di vigile posizionamento. E’ insieme la corazza dell’animale che ci portiamo addosso e la parte istintiva e viscerale presente al più vivo dell’umano.
Come sottolinea il fotografo: “con Genesi ho voluto raccontare la dignità e la bellezza della vita nelle sue diverse forme e mostrare come abbiamo tutti la stessa origine.”  Il termine non assume infatti per lui una connotazione prettamente religiosa ma indica “ quell’ armonia delle origini che ha permesso la diversificazione della specie. Ovvero, il prodigio di cui facciamo tutti parte”.

Ritratti di  indigeni



Un volto-maschera appare scavato dal tempo e dalla ardue condizioni di vita nella foresta amazzonica per questo primo piano scattato tra le popolazioni indigene con cui Salgado entra in contatto nel corso di uno dei sui innumerevoli viaggi nelle isole indonesiane della Nuova Guinea.
Volto sciamanico, sguardo scintillante di ardore, di vita contro  la secchezza scavata dei suoi tratti, incisi sulla pelle come sull’aridità d’un suolo prosciugato di vita, dissecato da una calura intensa o da una siccità esperita nel tempo al massimo grado. Pigmenti di colore bianco simile a una vernice naturale ne coprono il viso  ad eccezione degli occhi, intensamente scintillanti e diamantati sul fondale opaco. L’uomo fissa il proprio sguardo dritto di fronte all’obbiettivo in primissimo piano, vigile, attento, forse incuriosito dalla macchina, con questa sua intelligenza manifesta del corpo in ascolto e in affinità intima con ogni minima vibrazione o movimento che gli accade intorno, lui detentore inconsapevole di tale conoscenza sottile delle leggi e dei segreti del mondo naturale  che lo circonda.

Nella fotografia successiva due indigeni della Nuova Guinea sono sorpresi o ripresi dalla macchina durante una cerimonia rituale di danze e canti ancestrali denominata “sing-sing” apparendo come dei veri e propri performer avant- lettera intenti a suonare i loro flauti rudimentali modellati nel legno della foresta. Cappelli piumati, volti ricoperti di maschere di bianca vernice, moltitudine di colori cui allude la fotografia, i corpi appaiono decorati dai loro propri oggetti e collane rituali scintillanti in metallo pesante, i capelli acconciati in una sorta di parrucca naturale decorata di piume,  lo sguardo centrato all'obbiettivo in una presenza scenica ineluttabile; loro, essenzialmente intenti a intonare o accordare gli strumenti nel corso della cerimonia . Ornamento, essenza e presenza totale della loro aurea luminosa confluiscono insieme in un’immagine in sé stessa perfetta, compiuta senza necessitare d’ altro commento o traduzione.



 “Baia di Moramba” in Madagascar (2010)

Isola vulcanica sospesa come una grande nuvola artificiale,
un’eruzione dal mare o dal sottosuolo, una visione, un sogno, un’immagine, irreale fluttuante a tratti nella memoria si materializza, si rende manifesta, riappare lì d’un tratto come in un sogno ad occhi aperti. Grandi, immensi alberi secolari ricoprono il suolo dell’isola, uno in particolare al centro con le sue radici profonde che si gettano e diramano  dentro la terra fino a raggiungere le profondità del sottosuolo per ritornare all’oceano e ricongiungersi alla liquidità prima dell’origine. Le chiome ramificano verso l’alto in una radiazione luminosa e clorofilliana di presenza, della loro primaria verde-smeraldo natura.
Una zolla di terra resta fluttuante e sospesa in mezzo all’oceano, al largo della Baia di Moramba; sorge quasi come un Eden terrestre, una piccolo pezzetto di suolo o isola proliferante di vita in mezzo alla vastità calma e piatta dell’oceano al largo del Mozambico.Come una  nuvola di vita si innalza e prende corpo
_ sgretolante di secolari radici e ricoperta di una verde proliferazione di piante-
come un’impronta a sé, l’ultimo baluardo di salvezza tra la vastità immobile dell’acqua e l’involucro pesante e grigio del cielo, incendiario, carico sopra la terra di tempesta.


III Africa

Documenta un’Africa eterna abitata da tribù ancestrali e vista attraverso paesaggi maestosi e una natura selvaggia. Viaggia attraverso il deserto del Sahara nei tredici stati che attraversa considerato porta d’accesso all’Africa. Dai suoi primi viaggi in Ruanda, Burundi, Zaire e Kenya Salgado ritrova in Africa quella vastità selvaggia che egli considera “ l’altra metà del suo continente”: la stessa vegetazione, gli stessi minerali, le stesse origini per quegli schiavi che dalle coste africane venivano condotti dai portoghesi in America latina, infine una simile maniera di vivere, parlare, alimentarsi e mettersi in relazione nella comunità. E’ lì, nel corso di trent’anni di viaggi e innumerevoli progetti fotografici che Salgado si trova faccia a faccia con paesaggi di una ineguagliabile bellezza ma anche di fronte ad emergenze umanitarie estreme documentate dai reportage come la siccità in Sudan,  gli esodi di massa dei profughi dal Mali, il Ciad o l’Etiopia, infine le atrocità perpetuate in paesi come il Ruanda nel corso della guerra civile. E’ lì in quel continente stigmatizzato e insieme sconfinato che Salgado scopre la propria voglia di mettersi in gioco, la passione assoluta e ineguagliabile per la fotografia fino a farne la professione di tutta una vita. I numerosi viaggi portano coerenza al suo lavoro,divengono a poco a poco strumento per vedere, comprendere, seguire i cambiamenti di uno stato di luoghi nel tempo e nello spazio e mostrarli attraverso le immagini, infine un modo di convertire il  piacere dell’istante in progetti umanitari di lunga durata. La sua fotografia si esplica nello specifico come una forma di scrittura appassionante attraverso la luce ma, anche, nelle sue parole, come "un linguaggio molto potente, universale come solo può esserlo quello dell’immagine perchè non necessita d’altra traduzione e si situa innegabilmente nell’attualità del presente".  

Zambia


D’ inverno nello Zambia le notti sono fredde, all’alba l’acqua dei laghi ancora tiepida per il sole della giornata precedente evapora e condensa in affascinanti banchi di nebbia che lievi versano sopra il paesaggio avvolgendolo completamente della loro tenue effusione  sullo sfondo desertico e spoglio  della savana. Una vastità immensa, un mare liquido di foschia, traslucido e riflettente simile a uno stagno di riflessi argentei ne emerge. Sole poche chiome in alto restano ancora visibili, forse il profilo di altorilievi o arbusti appena riconoscibili a distanza, mentre tutta la visione in primo piano appare completamente sommersa e avviluppata da questo deserto apparente d’acqua, di fumo o di lava argentea, liquida allo sguardo. Una sola strada sottile è tracciata là al centro in un zigzagare di bianco che procede verso l’orizzonte e lo incide, lo taglia, lo appropria in mezzo a quel manto lucido e scintillante d’acqua e melma apparente.
Ancora dall’ Africa del sud, vicino al deserto del Kalahari sono i ritratti di volti ripresi in mezzo alle tribù ancestrali dei Boscimani che vivono sul territorio.
Nella loro più importante danza rituale in Namibia le donne cantano e battono le mani in circolo mentre gli uomini danzano in un cerchio più ampio intorno a loro  su uno spiazzo circolare al centro del villaggio; il ritmo frenetico della musica che si instaura sullo sfondo degli arbusti e dei cespugli nella savana accompagna lo sciamano attraverso il suo viaggio rituale verso l’aldilà. L’immagine coglie il  senso di una danza sacra che riconnette il singolo alla comunità, e disegna un scenario simbolico, di passaggio attraverso il quale il mondo materiale entra in contatto  con quello spirituale o l’uomo si riconnette alle forze sottili della natura che muovono il cosmo.

Ritratto di una donna dalla tribù Himba   (Angola)

Si dice che le donne restavano sole nel villaggio, assumendo tutto il potere su di loro quando gli uomini partivano per lunghe trasumananze alla ricerca di acqua e nuovi pascoli con tutto il loro bestiame.
Questa donna appare seduta sulla terra  in posa meditativa, scorta di profilo obliquamente alla macchina eppure a distanza ravvicinata d’essa, forse intenta a una sorta di preghiera o invocazione silenziosa ad occhi chiusi per il ritorno degli uomini. Salgado la sorprende in tale  sguardo estatico, nel silenzio della sua postura, nella solitudine essenziale della sua figura volta  verso l’interno, ripiegata su sé stessa in atteggiamento di silenziosa contemplazione o, semplicemente di attesa, nella sospensione del momento presente. Ne emerge la dignità  solitaria e l’intrinseca bellezza di un ritratto quasi regale sottratto al fluire consueto del tempo nel villaggio.  I capelli sono intrecciati e accuratamente acconciati con ciocche in rilievo secondo lo stile locale, bracciali argentei scintillano maestosamente ai suoi polsi mentre il corpo resta per metà scoperto, denudato secondo l’usanza indigena.


Genesis, the origin of creation


Una mandria di bufali è vista dall’alto, riunirsi  in un grande branco al centro di una terrapieno nel parco nazionale dello Zambia. La foto scattata silenziosamente a distanza da una mongolfiera per non interferire con i movimenti degli animali appare immersa in un effetto pittorico quasi astratto. Vediamo questo piano infinito attraversato da onde e fluttuazioni di branchi, pensiamo a spostamenti di animali in massa a distanza, a orme di passi viste dall’alto, all'immagine d’uno sciame, d’uno scorrimento di acque, d’un fiume in espansione e straripamento verso un immaginario orizzonte oceanico al fondo della foto, quasi a una grande superficie mossa e movente tinteggiata nelle tonalità argentee del grigio, del bianco e del nero  fino all’orizzonte. Al di sopra un cielo carico, trafitto da una luce irradiante per punti di intensità attraversa le nubi al tramonto. E’ a partire da quella luce  d’origine quasi divina, scendendo dall’alto come una rivelazione o un’apertura dall’infinito verso la terra più in basso che Salgado crea la potenza dell’immagine e, insieme, coglie l’idea  di genesi come di un ritorno all’origine della creazione.  Nel testo biblico della Torah , Javé, il Dio dell’Antico Testamento creò l’universo, la terra in sei giorni e il settimo si fermò a contemplare l’esito della propria creazione. E' anche ciò di cui parla “Genesi “ di Salgado nella foto: il grande mistero della creazione del mondo, le forze della natura al lavoro, Dio al di sopra di esse, l’inizio e la fine di tutto quello che esiste come leggiamo all’inizio della Genesi:“Io sono colui che io sono. Questo è il mio nome per sempre, questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.”
 “L’io sono”, il primo nome dato a Dio nella Torah qui è figurato, colto come questa luce che scende dall’alto e irradia simile a una rivelazione divina al fondo di un  cielo coperto e oscurante al tramonto, mentre disegna il suolo, la superficie del mondo, con linee di vita che proseguono verso il loro proprio infinito e iscrivono parole su un Libro Sacro, quello dell’universo: il tessuto significante della terra.