Ravenna con i suoi mosaici e le sue basiliche, la sua aurea
splendente di capitale anche se solo nel breve spazio di un secolo, il V d.c. , continua
a vivere oggi oltre la ristrettezza fisica e mentale dei suoi abitanti, oltre
le costrizioni sociali, spaziali e comportamentali di tutti i piccoli centri
urbani. I suoi palazzi di foggia antica ormai decaduti, serrati da
finestre e persiane sbarrate nascondono corti, chiostri e giardini, intere
stanze guardando solo verso l’interno mentre le facciate danno
sull’esterno a quelle viuzze strette e
tortuose del centro pavimentato di pietre, e quelle parti di mura che ancora
oggi la isolano e la separano, volutamente creando barriere di diffidenza e
silenzio, isolamento e paura dell’altro, dello straniero, dell’estraneo, di
tutto ciò che non appartiene alla loro vecchia guardia aristocratica. E, nonostante questo, le porte cittadine, gli archi ancora maestosi si aprono come frontiere, vie
d’accesso, zone franche verso l’interno pedonale del vecchio centro.
Ritrovare la città come stranieri ritornandoci dopo tanto tempo, non riconoscersi tra i suoi abitanti, non appartenere, essere estranei in quel luogo poiché prima si era sempre abitato fuori, nelle zone limitrofe, nelle campagne, nei paesi e nei villaggi che circondano il piccolo centro cittadino. Ritornare con questo senso di non-appartenere, anche, a quella gente di campagna, dei villaggi, del paese di cui non resta oggi altro che un piccolo agglomerato urbano di case sparse e altre costruite recentemente a ridosso della città dove nuove famiglie si sono insidiate. E distese ampie, immobili isolate di antiche lagune bonificate divenute, in seguito, campi e terre coltivate, campagne lussureggianti e rare case intercalandosi a quelle.
Restare tristemente colpiti, ancora oggi, dall' occlusione, dai separatismi, dall'avidità degli abitanti cittadini riconoscendo in essi la ristrettezza mentale delle piccole città di provincia. Eppure, una strana bellezza trapela dai luoghi consegnati alla storia antica, un'aurea regale, silenziosa ogni volta entrando in quei siti a parte della città, percorrendo per arrivarci sentieri di pietre a vista, prati e scorci di pineta dove si scorgono all'improvviso tra i lastricati parti delle basiliche, cime dei campanili, cupole, contrafforti, oppure queste piccole costruzioni in mattoni che si intravvedono in mezzo alle vie pedonali soprattutto la sera, al crepuscolo, quando la città si svuota all'improvviso dei suoi turisti, dopo le nove il centro divenendo solitario, stranamente disertato.
E' questa aurea regale o alone aristocratico, solitario e poetico che ancora oggi aleggia leggero quando il volto più autentico della città si scopre, lasciata a sé stessa, non invasa dalle orde assedianti dei turisti come nelle grandi mete d'arte italiane. Ravenna è la luce degli ori e dei mosaici irradiante che riflette e rifrange contro quella che penetra dalle vetrate opache, nelle tonalità smorzate d'alabastro delle basiliche.


E, ancora sono i blu oscuranti dei cieli stellati di Galla Placidia_ il piccolo mausoleo dal nome dell’imperatrice che governò qui per quarant’anni_ tempestati di stelle e croci greche cerchiate in oro, tenue bianco o azzurro pallido con qualche raro riflesso di verde o di rosso.
Rivedendo l’interno dopo tanto tempo totalmente ricoperto di
mosaici si resta colpiti dall’intensità
di quel blu oltremare, astratto quasi nel suo darsi in contrasto voluto con le
croci e i motivi decorativi d’oro, mentre le fondamenta di pietra appaiono
permeate da un soffuso, opaco riflesso d'alabastro che salendo verso l’alto
dissolve in pura luce come la materia terrena al contatto con il mondo
ultraterreno. Cervi si abbeverano, alla
ricerca del cammino, assetati alle limpide sorgenti, immersi in un esubero
rigoglioso di tralci e di viti, tra loro le figure dei quattro apostoli; allo
stesso modo una croce d’oro brilla al centro della cupola circondata da una
miriade di stelle che moltiplicano in
intensità al loro avvicinarsi in
prossimità d'essa creando il senso d’una profondità spaziale ultraterrena. Come
questi cervi si abbeverano a una fonte sconosciuta dentro la selva alla ricerca
del cammino verso la croce dorata in alto, l’anima è alla ricerca
dell’assoluto, del divino, nella lotta tra la vita e la morte, e le dominanti oscure del blu oltreoceano
sono riassorbite a poco a poco dalla luce calda dell’alabastro poi
dall’irradiazione dell’oro proveniente dall’alto della croce.

Le volte sovrastanti portano al centro il monogramma del
Cristo affiancato alle lettere greche alfa e omega, il principio e fine di ogni
cosa mentre nelle lunette laterali l’acqua
sgorga zampillante dalle fonti a cui
due colombe si avvicinano per dissetarsi. Nel mosaico sovrastante
l’ingresso, il Cristo è visto con
estrema naturalezza, giovane e imberbe come pastore attorniato dal suo gregge,
scettro e croce alla mano, di fronte a lui il fervore nascente d'una nuova
spiritualità agli inizi del
cristianesimo nella figurazione del martirio di S. Lorenzo.

Tali luoghi di splendore e silenzio sono nascosti, scavati
dentro la città e le sue zone d’ombra, tra le vie ristrette e tortuose del centro :
i monumenti perduti e ritrovati, i luoghi del passato riportati alla
luce nella grande semplicità e epurazione di alcune basiliche; ancora, i frammenti di mosaici pavimentali e
i tappeti aurei trasferiti in nuovi siti, le facciate dei suoi antichi
complessi monastici, i loggiati con i chiostri e le corti interne oggi divenuti musei e
biblioteche, infine alcuni giardini che si aprono come tracciati simmetrici e
regolari all’esterno dei medesimi .
La struttura
ottagonale sovrastata da cupole e contrafforti di S. Vitale ci sorprende passeggiando incuranti per l’estremo nitore del contorno nel controluce tagliente della sera.
Non è più la struttura chiara e longitudinale delle antiche basiliche paleocristiane ma quella d'una
costruzione concentrica e complessa che fa perdere facilmente il proprio percorso allo sguardo, costruita su
più piani con cunicoli e deambulatori, esedre traforate che collegano un piano
all'altro e grandi archi circolari. Tutto all'interno contribuisce a dare
questa dimensione d'una struttura complessa e sfuggente che alleggerisce il peso della sua massa strutturale
disperdendosi in tante arcate e esedre, in molteplici punti di vista.
Nell'interno, ampiamente in penombra,
oltre la cupola principale decorata di
marmi e stucchi d'epoca successiva, lo sguardo corre immediatamente all'abside
risplendente di mosaici.
Là sono i verdi e gli oro, i blu e gli alabastri, Cristo
seduto sul globo celeste circondato da due
arcangeli, sulla destra il vescovo recando il modello della chiesa da
lui costruita, e il verde pervasivo,
alternato a tessere d'oro, verde
lussureggiante della pineta adiacente la città,
verde della selva a ridosso del mare, verde e oro, verde portato al
massimo della sua interna luminescenza per fare da sfondo a motivi geometrici e
scene dell'Antico Testamento: le tavole di Mosé, il sacrificio di Isacco, la
storia di Abramo ricongiungendosi alla simbologia del Nuovo Testamento nell'
ordine superiore. E, poi, ancora il verde,
alternandosi all'oro, fa da contrappunto alle figure sospese che fluttuano
sui fondali dorati, alle corti di Giustiniano e Teodora, giovane imperatrice
dal volto nobile e austero, icona magnificente nello sfarzo degli abiti, nella
ieratica postura che non smette di rinviarci, tuttavia, il senso d’una
dolorosa, velata gravità.
La basilica di S.
Giovanni immersa nella semi-oscurità dell’interno, ci sorprende oggi per sua
luce soffusa proveniente dalle navate laterali e le sue file di colonne
bianche, regolari e simmetriche sovrastate da semplicissimi possenti archi
bianchi. Sui muri frammenti di mosaici pavimentali, i più antichi della città, vi assalgono dalla penombra dei corridoi, emersi in frammenti disparati, in figure bizzarre, in animali fantastici e
inverosimili oppure nel dettaglio della torre
d’una città, della nave rilucente d'un porto, nel volto d'una giovane
imperatrice, in motivi geometrici infine forse d’influenza araba o orientale.
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