domenica 8 ottobre 2017

Immagini dalla Fondazione Fotografia di Modena (per Master of Photography 2017)









Tra i temi più interessanti proposti dalla Fondazione Fotografia di Modena per la selezione dei giovani artisti di Master Photography emergono il viaggio visto nei suoi limiti più remoti di un paesino dimenticato della Sicilia, di un villaggio del Medio-Oriente o nelle regioni impervie dell'Ucraina, poi in visioni assolutamente soggettive che sfiorano il sogno, il paradosso surrealista o l'irrealtà ricreate dall’immaginario dei singoli artisti. Segue il riflesso della società contemporanea attraverso la corsa caotica e disordinata della metropoli nell’ora di punta, infine la casa vista come luogo fisico dell’abitare e insieme nucleo primo di relazioni complesse, conflittuali, certamente mai neutrali che si riflette nel nodo problematico della società : cellula destrutturata e ricomposta nelle più svariate forme oggi. 



Nell’ uso incondizionato e pieno del colore questi giovani artisti proseguono sulla scia dei grandi nomi della fotografia contemporanea come Martin Parr o Steve McCurry qualche volta gettando uno sguardo ironico, critico, senza dubbio irriverente o umoristico e su alcuni aspetti della cultura pop, consumista o della realtà a loro contemporanea. Altrove creano visioni oniriche e mondi paralleli attraverso l’immagine, mitologie di luoghi originali o di popoli distanti nel tempo e nello spazio come  gli eschimesi della Lapponia o alcuni scorci dell’Ucraina. Sempre, in ogni caso, a prescindere dal soggetto e dallo  stile lo sguardo fotografico supera la soglia di riconoscibilità dove l’immagine scivola non-vista, fluida tra le pagine dei quotidiani per provocare,  al contrario un punto di intensità o di contrasto nella visione, per mettere in rilievo un paradosso di quella realtà.  


Il viaggio

Si viaggia ma si resta fermi, perduti nell’immobilità di un paesino del profondo sud Italia a Ragusa oppure dentro un dedalo labirinto di strade e palazzi dalle alte mura di cretese memoria dove gli individui restano intrappolati, reclusi o perduti entro stretti sentieri in pietra e cunicoli di percorsi che li riportano sui loro passi deviando costantemente dal tracciato senza trovare via d’uscita. Si viaggia con la mente e il cuore costruendo scenari del sogno, visioni di non-luoghi risuonanti di antica bellezza la cui essenza richiuderebbe in sé l’idea pura del viaggio ma si resta fermi, serrati entro i limiti insondabili di strade lastricate, e mura in pietra a vista di millenaria provenienza . Un uomo cammina volgendo a noi le spalle attraverso uno di quei sentieri sassosi mentre la cittadina dall’alto resta arroccata sulla pietra,  dormiente nella sua folgorante apparizione, scintillante di luci riflesse come tutte le città del sud. Una cattedrale chiusa da  una cancellata, un  vecchio seduto a un caffè, alle sue spalle una piazza. Barocca e austera la cattedrale si erge in una immensa solitudine come il vecchio aspettando la discesa della notte mentre scruta il paese svuotato, i gomiti appoggiati alla tela verde cerata.

Rush Hour, (città, metropoli e frenesia)

Sono in fila lungo il marciapiede aspettando una metropolitana.
Spazi vuoti o sovraffollati di metropoli moderne, spazi grigi di cemento o vetro riflesso, anonimi, senza volto nella massa disuguale e invisibile dei volti e presenze che affollano la striscia di cemento sottile in procinto dei binari. Figure o masse in movimento sono riprese dall’effetto sfuocato dell’obbiettivo, silhouette di uomini rapidamente attraversano la strada, biciclette in corsa sull’asfalto bagnato e luccicante sotto l’effetto delle luci riflesse, la città sullo sfondo, oppure una figura precipitandosi attraverso la scalinata di una metropolitana. Un abbraccio rapido nella notte contro i fari abbaglianti delle auto, altrove rincorrendo l’ora, gettando ansiosamente lo sguardo sull’orologio della stazione, pressando la folla, correndo attraverso scale mobili, saltando dentro le porte aperte d’una metropolitana.
La metropoli è linea grigia e metallizzata di una sopraelevata, astrazione artificiale di periferiche o strade ferrate viste dall’alto e  ricondotte a linee elettriche e vibranti nella notte oppure a tracciati luminosi e ellittici, in navigazione libera sullo skyline virtuale e informatizzato dello spazio urbano. Visioni notturne perturbanti si alternano a quelle puramente astratte d’una città  che diviene creatura della notte dai risvolti illeciti o rimossi nella piena coscienza borghese; d’indaco e idrogeno si riveste nel contrasto violento delle luci artificiali, aggredenti contro l’oscurità; nel calore freddo a neon l'insegna lampeggiante di in sex shop invitando a paradisi perduti. 


Home 





















La casa in questa serie è immagine di individualità e conflitto, opposizione di volti, non-comunicazione. Visivamente è la rottura dell’unità compositiva che riflette una cellula famigliare infinitamente spezzata e ricomposta, divisa e allargata in ogni caso composita, mai neutrale oggi.
 La casa è anche la solitudine dei volti, gli sguardi ipnotici di adolescenti fissati su uno schermo o i primi piani di occhi che vi guardano senza vedersi veramente nel rapporto tra genitori e figli. In un altro punto di vista l’idea di casa appare  attraverso gli alloggi precari degli immigranti  verso l’Europa: spazi provvisori o riadattati dei centri sociali per accoglierli, i luoghi occupati o abusivamente squattati dagli illegali.
Casa è una riunione di migrati in un appartamento clandestino di notte tra birra, alcool e fumo di sigarette alla musica intonata da una chitarra; casa è una cena solitaria su un tavolino di fiori finti, nel centrotavola plastificato di un tavolo rilucente e la stanchezza di occhi che si chiudono dentro una testa sovraccarica di pensieri. Casa è la cena di una coppia su un sofà di fronte a un mega schermo rilucente di televisore, è il riunirsi intorno al fuoco in una tenda eschimese in Lapponia.
E’ ancora lo sbattere la testa contro un vetro gocciolante di pioggia o vista dall’interno di un lavaggio industriale; è un abbraccio di corpi, una porta che si apre su una baita in montagna e tre bambini ridenti affacciandosi da quell’ antro del sogno. E’ una capriola su un sofà e un neonato a carponi; o ancora un bambino incuriosito che getta lo sguardo dentro una latta rilucente insieme a un vecchio in un garage polveroso dell’est Europa; là, in quello scantinato scintillante di pezzi d’acciaio e ferri vecchi ovunque intorno.


Nella sezione “popoli dal mondo”  è ancora una famiglia riunita di fronte alla soglia d’una casa medio-orientale, di cui sono visibili in primo piano solo la tenda che ne cela l’interno, il pezzo di muro sbiancato dal sole in esterno e il rosso carminio della terra che la re-incornicia; l’uomo è al centro, le donne dal capo coperto sollevano il loro sguardo all'obbiettivo in una sorta di quadro famigliare radicato nella tradizione islamica e nel modello patriarcale ma aperto verso l’avvenire come lo sguardo di questi bambini proiettato fuori, oltre l'orizzonte frontalmente a noi.


Alphabet
 


Osserva l’alfabeto, l’immensa immensa pagina di scrittura universale incisa sulle pareti del mondo, qui mentre compare su questo  muro esterno d’edificio in terra rossiccia e geroglifici arabi. Lei, bambina minuscola con lo zaino in spalle, in assenza di altri segni del reale s’arresta sul sentiero polveroso che la porta verso la scuola coranica; osserva l’immensità smisurata della parola, dettata o rivelata dai profeti nel libro sacro, ripetuta, imposta e salmodiata  dai versetti del Corano lì trascritti su quel muro del villaggio. Non banchi ne libri, nessuna lavagna per imparare a leggere e scrivere, comincia a decriptare l’alfabeto del mondo, il linguaggio universale e segreto delle cose; interroga semplicemente la simmetria precisa dei caratteri, la cornice a inchiostro che creano ripetendosi sull’ immenso foglio-muro della composizione-mondo.





Sugli Urali tra gli altopiani desolanti e brulli dell’Ucraina, una musica di tamburi  al tramonto. Un gruppo di musicisti eleva il proprio canto di bellezza e ispirazione al cielo sollevando gli strumenti e le braccia  verso l’alto contro la luce refrattaria e argentea della sera. Inviano questo canto all’infinito, a una presenza universale e divina sopra di loro mentre la luce declina sfuggente al tramonto e le distese brulle in pietra si snodano contro le asperità degli altopiani circostanti.  Ancora in Ucraina, una donna si affaccia, tondeggiante al centro della sua casa mentre in quiete cucina con le poche cose a disposizione sulla stufa a legna sorridente nel vetro di una finestra riflessa.



Fotografie per Master of Photography ( viste a Festival Filosofia 2017) di: Comewell Puplampu, Martina Biccheri, Max Brucker, Molly Keane, Niko Giovanni Coniglio, Olympe Tits, Sohail Karmani, Sonja Thoms, Souvid Datta, Viktoria Sorochinski, Wojciech Grzedzinski e la stessa Gillian Allard



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