venerdì 24 febbraio 2023

"Atlantide 2017-2013", Yuri Ancarani, video-installazioni al Mambo di Bologna









 Atlantide secondo la tradizione letteraria rappresenta il mito del continente sommerso, l’isola leggendaria “ sprofondata in un singolo giorno e notte di disgrazia” nelle parole del Timoteo di Platone. Atlantide è anche il titolo scelto dal regista ravennate Yuri Ancarani per il docu-film presentato nella sezione Orizzonti al Festival del cinema di Venezia del 2021 e attualmente al centro del progetto espositivo a cura di Lorenzo Balbi, “Atlantide 2017-2023” al Mambo di Bologna. Perché se di continente sommerso si tratta per questa  “Venezia-Atlantide”, esplorata dal regista nei suoi paradossi e radicali cambiamenti sociali soprattutto qui esso coincide drammaticamente con l’universo esploso dell’adolescenza tra i più giovani d’oggi: “l’ambiente e le pratiche di una generazione alla deriva vista sullo  sfondo senza tempo del  paesaggio veneziano”. La sceneggiatura è in fondo plasmata sull’unicità stessa della laguna, la città sommersa e riemersa dall’acqua sfondo alla vita in divenire di un gruppo di ragazzi, gli scorci sul loro esserci e relazionarsi là dove il film come afferma Ancarani “si è lentamente costruito da solo”, prima di ogni sceneggiatura. Il lungometraggio presentato per l’esposizione in una sala del museo bolognese diviene parte di un progetto più ampio, opera corale che include anche una serie di nuovi lavori: brevi cortometraggi, una video-installazione posta in maniera speculare al centro della sala, infine una serie di frames fotografici ingigantiti e immersi nell’atmosfera psichedelica e allucinata del finale del film con le musiche trap di Sick Luke.


Come Ancarani afferma in un’intervista: “ Mi occupo di cinema di realtà perché oggi la realtà fa molto più paura della fantascienza. C’è tanta violenza in queste inquietudini di Daniele, il protagonista, un giovane di sant’ Erasmo nella laguna che vive di espedienti e si sente emarginato dal gruppo dei suoi coetanei. I ragazzi sono quasi tutti non attori e le loro vicende di vita_ i dialoghi rubati dalla realtà, il loro rapporto con Venezia attraverso gli angoli della laguna dove si ritrovano e si consumano le loro relazioni spesso alla deriva nella fuga dalla realtà verso uno sballo distruttivo_ tutto ciò è al centro del film come un’ osservazione in divenire nel corso dei quattro anni di produzione.  Barchini colorati con musica trap a tutto volume sfrecciano attraverso la laguna nella notte veneziana mentre una vita di svago, di evasione devastante emerge dal close-up cinematografico su questi adolescenti alla deriva . Daniele separato dal resto del gruppo passa il tempo  passa il tempo a trasformare piccoli motoscafi lagunari in pericolosi bolidi da competizione sperando così di poter guadagnarsi il primato e il rispetto dei suoi coetanei.

Adolescenti visti in un mix micidiale di alcol e droga in tale ricerca di svago senza limiti corrono sui piccoli motoscafi nella notte veneziana attraverso i cunicoli stretti e i riflessi oscuri dei canali poco illuminati dove baluginano a distanza luci scintillanti e i psichedelici bagliori della città . Un’altra protagonista, Bianka, è vista in una sorta di estasi allucinata muoversi a ritmo frenetico di musica tecno sulla barca che Daniele conduce a sempre a più forte velocità sfrecciando attraverso i canali mentre appare schivare a malapena i ponti bassi che sembrano travolgerla nella piena euforia del momento e l’immagine sempre più mossa e instabile rivela la percezione soggettiva, distorta della sua mente nella parziale perdita di punti di riferimento. I due consumano un rapporto fugace sulla barca in immagini filmate attraverso forti contrasti chiaroscurali e filtri colorati violacei e verdi riflessi nella laguna; poi il ragazzo è visto correre nella notte inseguito da altre barche solo con il volto sanguinante  sullo sfondo di una città fantasma accelerando in immagine sempre più distorte  e allucinate di ponti e strade che si protendono verso di lui oscuri e minacciosi quasi ad ingoiarlo in uno scenario infernale percepiti come dall’interno della sua mente. La realtà finisce per rivoltarsi contro e la vicenda volge in tragedia: Daniele muore tragicamente in un incidente in laguna annunciato dal telegiornale in uno schermo parallelo  e il barca in fiamme è vista bruciare in un falò in piena notte al centro della laguna.

“La storia è un pretesto per lasciarsi dominare dalle immagini, sono loro che ti raccontano, che vibrano in te” afferma il regista. Venezia rivive nel video e nei cortometraggi di Ancarani come un mondo a sé, un universo d’acqua che diviene anche la sua metafora visiva più potente; Atlantide filmata dall’altezza stessa dalla barca, appare invisibile e profonda  come il continente sommerso di questa generazione non-vista che riemerge per frammenti o in negativi fotografici tra le linee. Altrove l’acqua è riflessa contro un cielo terso e limpido al tramonto come impeto e grido di libertà mentre le barche sono viste sfrecciare libere nella laguna. Ancora la osserviamo cadere goccia a goccia da un rubinetto della fontana quando Daniele afferma di non poter credere ai propri sogni, infine appare salire inesorabile nel crescendo drammatico del film pari all’insofferenza celata di questi giovani, simbolo di annegamento o di deriva di un’intera generazione attraverso l’ acqua all’immagine del bastione corroso visto crollare all’improvviso all’ingresso della laguna. 

Ancarani esplora come video-maker attraverso i cortometraggi e il film presentato alla mostra di un’estetica dell’immagine differente che egli ricerca guardando oltre la consuetudine del film scritto e diretto come “un modo nuovo di fare cinema”. Lo definisce un “ cinema fuori dall’inquadratura” che continua oltre il frame ed esiste prima ancora di ciò che viene inquadrato dentro la cornice della telecamera. Filma questi giovani  senza dare loro un copione scritto, prima di una sceneggiatura seguendo i loro incontri e conflitti, il loro relazionarsi e agire attraverso la cinepresa oppure utilizzando droni che si muovono autonomamente sulla laguna. Perché il  lavoro vuole portare in sé l’attuale, cogliere  il presente di una giovinezza che si muove troppo rapida sotto i suoi occhi per poterla arrestare in una forma scritta, allo stesso modo il volto di una città che cambia altrettanto rapidamente divenendo luogo esemplare per raffigurare la crisi del capitalismo globale. E la mostra al Mambo di Bologna vive di questo stesso processo in divenire, tassello di un progetto più ampio che ingloba il film Atlantide ma anche la fotografia e la video-installazione perseguendo  l’’immagine visionaria che ne scaturisce con lo stesso intento poetico attraverso modalità visive differenti.













lunedì 16 gennaio 2023

JAGO, BANKSY E TVBOY, STORIE CONTROCORRENTE ( a Palazzo Albergati a Bologna)





 




Una serie di storie controcorrente che in aperta rottura con il sistema esclusivo dell’arte  si vogliono risolutamente provocatorie, anticonformiste e in presa diretta sul nostro tempo, ciò accomuna i tre artisti esposti in triplice monografia nella mostra bolognese di Palazzo Albergati visitabile fino a maggio 2023: il celeberrimo e misterioso Bansky e due degli esponenti più influenti della nuova generazione italiana, Jago e TVboy. Circa sessanta opere suddivise in quattro sezioni_ le tre monografie e una quarta con tele di giovani emergenti ispirati ai medesimi _ dialogano tra loro attraverso una concomitanza di stili diversi che scorrono fluidamente dalle icone classiche a quelle pop contemporanee per TVBoy , alla sperimentazione scultorea  per Jago,  alla pittura a spray e graffiti per Bansky. Primaria necessità per tale generazione di street artists resta il raccontare storie e farsi interpreti della realtà contemporanea uscendo dai canali elitari dell’arte per farsi portavoce di scottanti tematiche sociali o emergenze attuali quali il terrorismo, la crisi economica, l’ambiente, la violenza, il razzismo, la discriminazione. E’ ancora dare corpo e spazio a un’altra versione della realtà oltre quella politicamente corretta e ufficiale,oltre alla  voce dei poteri forti o dei media dominanti, raccontando l’alterità, la marginalità, l’urgenza di un luogo e di un momento sui muri o gli edifici di una città.

Così nella prima sala introduttiva di Palazzo albergati sono accostate tre opere simboliche nella poetica dei tre artisti in dialogo. Celeberrima la litografia di Bansky ( 2004) con uno dei suoi iconici topi sopravvissuti all’apocalisse e la scritta rossa colante in graffiti “Because  I am worthless” che grida dai margini il suo inno alla libertà. Del 2005 è la scultura di Jago “ Memorie di sé”dove un bambino viene letteralmente generato dalla testa di un adulto, nel suo involucro-cranio bianco di marmo scolpito quasi incarnandosi come pensiero e presenza auto-generata nell’universo. Infine è l’autoritratto ironico di  sé per TvBoy come icona pop nei panni della Gioconda mentre il giovane artista si incarna e rinasce in questa rivisitazione contemporanea del celebre ritratto.

Jago, la nuova scultura italiana

La provocazione in Jago nasce già dentro e a partire dalla materia, dall’interno del blocco di marmo dove un’energia si ripercuote e una forma unica emerge e a poco a poco si compone.  Là, il pensiero si unisce al fondo materico plasmandosi all’esterno in figura alla ricerca di una visione personalissima e innovativa. Al centro del suo lavoro restano le immagini e le icone del presente che passano tuttavia, attraverso un procedimento esecutivo classico: dal disegno al modello al calco in gesso. Così in Airavata un piccolo elefante in marmo  appare scavato dentro un sasso di fiume che diviene guscio, involucro ma anche gabbia in un atto di auto-generazione che unisce al simbolo della nascita quello di una prigionia primigenia.

Raccontare storie umane o personali attraverso la materia implica, anche d’altro lato, il confrontarsi alla “Grande storia” attraverso citazioni che si spostano dall’antichità classica al postmoderno in un modo quasi per introiettare la tradizione e rigurgitarla fuori dando ad essa nuova libertà ed espressione . Così appare il busto di papa Benedetto XVI esposto alla Biennale di Venezia  ma rielaborato nel 2016 dopo la sua abdicazione con il titolo “Habemus Hominem” (2009). La figura risulta ora spogliata dell’abito, scarna e drammatica fino alla pelle nuda e le ossa, il volto mostrando due cavità vuote al posto dei lobi oculari. Uomo ora intagliato nella pietra, segnato nel viso, deposto e denudato ma anche avvolto da una nuova, inattesa serenità nell’aurea che emana.

Altrove, nel 2018 Jago scolpisce una Venere classica privata della giovinezza e di ogni splendore estetico implicito nel modello originario. I segni del tempo marcano pesantemente il suo viso dai capelli rasati; l’imperfezione del corpo è colta nel passaggio del tempo che vi si imprime mentre un braccio ne ripara i seni cadenti con le non più non giovani membra nella posa. Jago mostra un corpo la cui bellezza non sta nella perfezione delle forme ma nella verità di una storia, di una vita vissuta, di uno sguardo magnetico e indagatore che a sua volta si volge  allo spettatore e rinvia a lui quella domanda sul senso della bellezza e dell’esistenza.   In un altro gruppo di opere più recenti Jago ritorna al presente svincolandosi dalla storia: guarda ciò che attraversa il proprio tempo e gli da forma scegliendo di diffondere direttamente  il proprio  lavoro attraverso i video e i social network prima che attraverso le gallerie d’arte. Così nasce  “Apparato circolatorio” nel 2017 dove i trenta calchi di gesso raffiguranti l’ organo cardiaco sono riflessi a specchio in una stanza mentre un video a ripetizione riproduce l’esatto movimento del cuore: il suo battito vitale, la sua pulsazione primigenia e inarrestabile espansa dall’interno come per dare vita a questo grande cuore fatto di mille battiti e pulsazioni lì convocati.

 


2019, Jago durante la missione “Beyond” dell’Agenzia Spaziale Europea è il primo artista a inviare una scultura nella Stazione Spaziale Internazionale che tornerà sulla terra solo nel febbraio 2020. “First baby” una piccola scultura fluttuante  nello spazio rappresenta un essere umano nella sua forma embrionale: un feto nell’atto di formarsi circondato da un universo ugualmente in espansione proiettato  come installazione. Là una galassia di punti luminosi in movimento riflette, di tanto in tanto, splendenti meteoriti tra le quali scintilla questa piccola creatura nell’atto di prendere corpo e venire alla luce sulla terra.


TvBoy,  tra Urban art e icone contemporanee

Artista italiano della giovane generazione nato a Palermo ma cresciuto a Milano diventa uno degli street artist più noti del presente. Come Banksy, il misterioso predecessore di Bristol, incarna perfettamente il suo essere contemporaneo affrontando nell’arte tematiche urgenti e imprescindibili nella nostra società  quali razzismo, discriminazione, ambiente, la violenza o l’immigrazione con uno stile implicitamente satirico e provocatorio. Sempre e comunque nelle sue opere si passa attraverso un metissage di forme e stili che spaziano dall’arte urbana alla pop art attingendo anche dai fumetti e dai videogiochi per produrre icone costantemente rivisitate tra passato e presente.

Così “The pearl earring selfie ” appare come un rifacimento pop e contemporaneo del noto ritratto di Vermeer utilizzando una tecnica mista tra stencil per i contorni e pittura ad olio all’interno della tela. Riflessione implicita sull’uso pervasivo delle tecnologie e dei social nella società odierna la ragazza del ritratto appare, nella versione di TvBoy, di fronte a uno specchio intenta a scattarsi un selfie con il proprio smartphone. Nel forte realismo i contorni del volto riprendono perfettamente quelli dell’originale; la bellezza e la vivacità dello sguardo sembrano volgersi ammalianti allo spettatore, ma la nuova versione appare acquisisce visibilità immediata come  fenomeno  di comunicazione di massa e insieme critica implicita all’uso esasperante dei nuovi media.





Si tratta  per questa generazione di artisti contemporanei di prendere la storia controcorrente ponendosi tra continuità e rottura rispetto ad essa attraverso i capolavori immortali dell’arte classica e moderna nella volontà di rileggerli, reinterpretarli in icone di spesso in una visione ironica del presente.  E ancora diffondere le proprie opere senza la mediazione di gallerie o dei canali ufficiali ma invece sui muri della città o su pagine indipendenti del  web per raggiungere direttamente il grande pubblico. Così troviamo tra i lavori più noti dell’artista il celebre bacio di Francesco Hayez rivisto ai tempi del coronavirus con tanto di mascherine sul volto e amuchina gel sulle mani tra i due amanti.  E ancora sono baci per lanciare un messaggio di amore universale a favore della battaglia per una piena libertà sessuale nei baci tra celebri icone pop come Messi e Ronaldo o tra le protagoniste della serie spagnola “La casa di carta”.

Prevalenti, infine, restano le tematiche sociali nel lavoro di TvBoy a cui egli vuole dare voce con ironia e provocazione contro assuefazione prodotta, al contrario,  dall’usuale bombardamento televisivo. In alcune delle sue opere più note ritroviamo il tema dei diritti umani, l’emergenza dell’immigrazione in Europa o la lotta contro il razzismo. Così il ritratto del  bambino annegato in mare durante la traversata del Mediterraneo ricompare con la pagella in tasca bocciando l’UE nel far fronte all’emergenza. Ancora, si staglia indelebile  il volti di Giovanni Falcone leader della lotta antimafia nella sua esortazione ad “andare avanti” mentre Gino Strada tiene in mano il cartello stradale dalla scritta“stop war” o ancora una bambina contro un muro dipinge in vernice  bianca il simbolo della pace impressa su “Hope”. 

 

Banksy, lo “street artist” più controverso del mondo






Come non concludere questo excursus sulle voci controcorrente dell’arte oggi senza soffermarsi sul celebre e misterioso paladino della street art Banksy; lui, attento osservatore delle dinamiche sociali nell’arte contemporanea sceglie di mantenere l’anonimato ma i suoi graffiti e stencil sono diventati immagini-simbolo uniche della nostra contemporaneità. Basti citare tra i suoi soggetti ricorrenti apparsi sui muri di svariate città nel mondo e entrati nell’immaginario comune gli animali emblema come gli iconici ratti ( rats) che invadono simbolicamente i muri degli edifici con i loro messaggi colanti in inchiostro rosso_ graffiti o stencil_ in parole di marcata satira sociale contro l’establishment. Oppure, ancora, i messaggi ufficiali dell’autorità o dei colossi economici dominanti ( Macdonald) sovvertiti riscrivendo ironicamente la verità della versione non ufficiale; infine le rivisitazioni iconoclastiche di note personalità del XX secolo come la regina Elisabetta o Churchill. Sono parte ormai dell’immaginario comune stencil come “girl with a baloon”, la bambina con il palloncino rosso simbolo di speranza e libertà,  “flower thrower”, il soldato che getta fiori contro l’esercito o ancora “Ronald and Mickey Mouse”, satira ironica sulle atrocità della guerra in Vietnam vista attraverso il tema dell’innocenza violata.


Nella litografia “Fought the law” Banksy parafrasando l’immagine di cronaca dell’attentato al presidente americano R. Regan nel 1981 pone sé stesso nei panni di Hinkley l’uomo delirante che sparò cinque colpi di arma da fuoco senza causare vittime ne riuscire nell’atto. Dietro all’uomo ferito a terra braccato dai membri dei servizi segreti  con una scia di vernice rossa colante ai piedi compare la scritta:“I fought the law and I won”dove ancora una volta si rimarca la rivolta dello street artist al discorso ufficiale e insieme l’opposizione alla violenza cieca delle autorità. Tuttavia, l’uomo a terra, suo alter ego, lascia cadere qui non un’arma da fuoco bensì un pennello intriso di vernice rossa suggerendo chiaramente che gli artisti di strada appaiono come criminali agli occhi della legge e come tali sono trattati. Ancora una voce contro-corrente afferma in pochi tratti rapidi e immediati la sua dichiarazione di poetica; Banksy, l’outsider per eccellenza, è colui che utilizza come armi pennelli e colore, bombolette spray e vernici in tenaci dichiarazioni di satira fuori dai canali ufficiali- del mercato e dell’arte- riaffermando costantemente la sua innocenza e disincantata ironia.

 




sabato 3 dicembre 2022

DE CHIRICO E L’OLTRE: dalla stagione barocca alla neo-metafisica, (mostra a Palazzo Pallavicini, Bologna)

 





E’ un De Chirico inusuale, certamente meno noto e acclamato ma altrettanto ricco di suggestioni e rimandi in controluce alla prima pittura metafisica quello che appare nella mostra di Palazzo Pallavicini, “De Chirico e l’oltre” visitabile fino al 12 marzo a Bologna. La prima parte delle opere esposte infatti appartiene al periodo della cosi detta produzione “barocca” ove l’artista lasciata Parigi per ristabilirsi definitivamente in Italia, ( da Milano a Firenze approdando infine a Roma) trae ispirazione dai grandi maestri del passato quali Rubens, Tintoretto, Delacroix o Renoir. Opere barocche che superando l’apparente naturalismo nella citazione quasi “post-moderna” dei grandi maestri della tradizione pittorica occidentale si pongono definitivamente  in un ottica dell’oltre, vale a dire ancora una volta nel superamento della natura verso la creazione di una visione onirica e irreale: “una finzione più vera del vero”. Nella seconda parte del percorso espositivo ricompaiono opere della stagione neo-metafisica appartenenti all’ultima parte della produzione artistica dechirichiana ( 1968-78) tra cui le suggestive ambientazioni delle Piazze d’Italia, le enigmatiche composizioni di oggetti e gli emblematici manichini rivisitati però con ironia, qui in forme più serene e giocose. Il percorso espositivo ci immerge in questa esplorazione di opere meno usuali e poco conosciute del grande maestro della metafisica che tuttavia riconducono in qualche misura, seppur in maniera differente dal periodo dell’avanguardia,  a un superamento della realtà oggettiva, certamente dello sguardo naturalista per esplorare attraverso la finzione  l’enigma annidato dentro le cose, una loro paradossale verità in quel presunto gioco di non-vero.

 


Bagnanti con drappo rosso nel paesaggio ( 1945)

E’ una visione di donna voluttuosa vista nella sinuosità di forme dall’apparenza realiste del corpo femminile ma che rinviano all’ideale barocco di una musa accogliente e voluttuosa, ammaliatrice, avvolgente nelle forme là dove il pittore rivisita il tema delle bagnanti in una variante moderna e seducente. Lo sguardo della donna ipnotico e incantatorio oltrepassa la semplice rappresentazione realista invitando già nel drappo rosso vivo che le modella il corpo alla carnalità, all’erotismo o a un’idea di implicita seduzione nell’immaginario dello spettatore.

Composizione con agnello (1947)

Ancora in un De Chirico barocco e figurativo è questione di spingere lo sguardo oltre l’apparenza oggettiva delle cose, per “veder la realtà oltre la realtà”, sviscerare la natura soggettiva dell’evento attraverso una finzione che riesce a rivelarsi “più vera del vero”. E’ l’immagine dell’agnello macellato che oltre la natura morta raffigurata appare come l’animale votato al sacrificio, la vittima votiva oggetto di olocausto arrestata nella sofferenza dell’oltraggio, nel mentre dello sgozzamento là dove l’espressione del suoi volto umanizzato si staglia in composizione frammentaria sull’immobile carne macellata tanto da rendere viva la crudeltà, l’aspetto sacrificale del gesto ben oltre la figurazione.

 

Autoritratto


Gli autoritratti si susseguono nel corso della vita e della produzione artistica dechirichiana come forma di rispecchiamento e insieme implicita dichiarazione di poetica: atto attraverso il quale l’artista riflette su sé stesso e la  propria concezione estetica. Da tale stagione figurativa emergono in particolar modo l’ “autoritratto in costume” e quello dove si mostra peculiarmente “nudo” di fronte al suo pubblico di interlocutori. Nel primo si rappresenta indossando un costume nobiliare del ‘600; si traveste in tale anacronistica visione del passato proclamandosi vicino ai grandi maestri del seicento là dove rinnega in qualche modo i valori modernisti di cui si era fatto portavoce nell’avanguardia. Appare tuffarsi in un ritorno alla tradizione pittorica barocca come via di fuga dal presente, nella citazione soggettiva di immagini provenienti da un passato rivisitato con la consapevolezza, certamente, dell’ insanabile frattura tra modernità e tradizione.   

In “Autoritratto con corazza” la maschera scelta dall’artista per raccontarsi in una sorta di autobiografia visiva è la pura e semplice nudità. Si mostra nudo di fronte allo sguardo dei suoi detrattori, critici e pubblico che l’avevano in qualche modo osteggiato rifiutando la sua nuova pittura antimoderna. E in tale tela maschera intima, rimpicciolita di sé stesso si mostra nudo nel suo corpo invecchiato, poco attraente, nella piena nudità del suo essere artista in qualunque modo, amato e esaltato oppure vituperato e non più compreso da critica e pubblico. Lo sguardo permane nei ritratti in primo piano come antro  rivelatore, là dove si manifesta ciò che trapassa la maschera dell’apparire o i travestimenti che esso assume per lasciar trapelare la natura incondizionata del creatore.

“Due cavalli in riva al mare” ( 1964)

La tela si rifà a uno dei soggetti figurativi privilegiati da De Chirico nella serie dei cavalli dipinti intorno al 1926 in riva al mare allo stato brado in mezzo ad antiche rovine. Magnificamente delineati in linee morbide e spumose appaiono qui nuovamente mossi dalla foga del vento circostante, selvaggi nell’andatura inquieta e tempestosa, colti in un nitrire bizzarro e incontenibile di teste. Loro, avvolti in questo vortice di schiuma e fluidi dalle acque del mare. Umanizzati, emergono dalla tela come  creature scalpitanti, vive, quasi irreali oltre la barriera mimetica della figurazione. Si rivelano a noi spumeggianti nella plasticità di forme mosse, incontenibili, non-finite.






Neometafisica ( 1968-78)

Dechirico nell’ultima parte della vita si lascia alle spalle l’ormai estinta ispirazione barocca per ritornare a una reinterpretazione dei primi temi metafisici che lo avevano reso protagonista indiscusso dell’avanguardia moderna. Ritornano le enigmatiche visioni sulle Piazze d’Italia vuote, i manichini disumanizzati dall’evidente portata simbolica, gli accumuli indecifrabili di oggetti antichi e moderni e ancora le rovine o i templi classici che inondano le stanze borghesi. Muta tuttavia, visibilmente, l’atmosfera e lo stato d’animo di queste ultime opere neometafisiche dove non trapela più la precedente visione disincantata e nichilista dell’universo_ la follia del mondo, il senso di spaesamento e perdita di riferimenti, la malinconia devastante dell’individuo moderno a inizio ventesimo secolo_ quanto un senso di accentuata ironia verso l’esistente: una visione più serena della realtà dominata da colori accesi e cadenze più giocose velate a tratti di una qualche malinconia.

Ne “Il pittore” (1958) ricompare l’invenzione del manichino al centro dei suoi primi quadri metafisici come alter-ego disumanizzato ma tanto più investito di sovra-senso simbolico ed evocativo. Seduto su un cubo squadrato  volge a noi le spalle con lo sguardo puntato verso il varco aperto del paesaggio fuori;  lui, concentrato nello studio della tela che gli sta di fronte agli occhi a distanza. La stanza come la proiezione del suo sguardo è questo reticolo di linee tracciate, di contorni stagliati e forme geometriche in una nitida ricostruzione dello spazio. Posto di fronte a lui è, infine, un altro manichino simile al suo riflesso su uno specchio deformato dove la realtà è ricondotta al quod essenziale del disegno. 

Manichini ripensati in tale inedita  versione divengono “maschere” nelle tele del 1970, visioni sovrapposte e contrastanti dell’io,sdoppiamenti o rivisitazioni stranianti di sé stesso.

Maschere ancora compaiono nell’intreccio dei due corpi in “La tristezza della primavera”( 1970). Un albero rigoglioso nel pieno fiorire della bella stagione annuncia l’affacciarsi della primavera sullo sfondo, ma i due manichini non si guardano serrati in una stretta che potrebbe apparire un abbraccio se non fosse impedita dall’intreccio delle linee sinuose sullo schienale barocco posto lì ad trattenerli. Sono maschere nude che non si e  guardano  e corpi immobilizzati dal grigiore di linee dense e sinuose pronte ad intrappolarli. Ancora in un’altra tela, “Ettore e Andromaca” ritornano come manichini stretti l’uno all’altro; maschere ultra-umane svuotate di identità si guardano senza vedersi, senza più occhi disegnati per a riscattare il proprio destino di automi  così come la percezione di un mondo immerso nel caos e nell’incomprensione.

Interno metafisico con officina e vista sulla piazza” ( 1969)

Giocoso e ironico diviene questo “interno metafisico” dipinto da De Chirico nel 1969 dove si accentuano i colori accesi e i toni più sereni nella reinterpretazione dei temi del passato. Dentro la stanza è un’agglomerato di oggetti e ritagli colorati di forme all’apparenza indecifrabili che strutturano la realtà attraverso un’architettura frammentata di sfaccettature cubiste. Un quadro dentro il quadro si apre su questa dimensione del presente:  “la fabbrica moderna”, un’officina industriale con vista su una piazza deserta. Un altrove  metafisico, l’enigma della realtà che si nasconde dietro quella apparente si affaccia dove oggetti iper-realisti come la fabbrica  o la piazza assumono sembianze astratte e irreali rimandandoci a quella malinconia e spaesamento delle prime ambientazioni novecentesche. Ancora, è la consistenza della memoria, la citazione del passato evocativa e nostalgica che si innesta, in un’unica composizione, sulla vivacità del presente nella sua vena ironica, molto più lieve e disincantata. 







giovedì 3 novembre 2022

Civilization ( fotografia, Musei San Domenico, Forlì)








Vivere, sopravvivere o diversamente buon vivere,  in questa dicotomia obbligata e, insieme sentiero che biforca in contrastanti  direzioni sembra porsi la scelta obbligata della società a noi contemporanea così come il nodo focale della mostra attualmente a Forlì, Civilization. Come se la nostra civiltà planetaria giunta ormai al ventunesimo secolo debba fermarsi di fronte a un bivio irreversibile  tra innovazione tecnologica_ un avanzamento digitale senza precedenti_ dall’altra parte, la minaccia di sopravvivenza per quella stessa umanità  messa di fronte a processi irreversibili e distruttivi da essa  stessa generati. Basta solo enumerare i molteplici e deleteri mutamenti della superficie terrestre, la  manipolazione distruttiva delle sue risorse o le derive ambientali che giorno dopo giorno continuano a mettere in discussione la sussistenza del nostro pianeta, i suoi abitanti ed ecosistema.  Inedita alternativa che si prospetta rispetto a tale dicotomia è quella citata nell’ultima parte del titolo, la scelta del “buon vivere”, scelta consapevole di un ritorno a una sorta di equilibrio planetario ristabilito, altra via percorribile rispetto a quella attuale nella progettazione delle nostre società presenti e future. Trecento immagini e centotrenta fotografi provenienti da oltre 30 paesi nel mondo raccontano e riflettono, esaminano e attraversano i nodi focali di tale attualità spesso conflittuale da molteplici prospettive e luoghi del mondo.

Lo strumento di comunicazione forse più immediato e universale oggi per rappresentare e condividere storie e scorci del nostro presente è la fotografia, digitale e non, alla portata di tutti, intuitiva e immediata nel suo modo di riflettere e raccontare, immortalare e interrogare la realtà contemporanea al crocevia tra ricerca estetica e riflessione politica.  Otto sezioni, otto temi conduttori all’interno di Civilization ci permettono di navigare attraverso la miriade di scatti proposti, tra esponenti cardine della fotografia internazionale ( Burtynsky, Hofer, Mosse) e artisti emergenti o meno noti del panorama italiano e oltre.


Alveare, ( Hive) il primo tema esplora il reticolo, l’agglomerato tentacolare, le reti urbane che danno forma alle civiltà moderne e ai loro sottotesti architettonici nei quali le città si articolano ed espandono oggi. Si passa, poi, al concetto di flusso ( flow) quale “ i movimenti visibili e invisibili delle persone, delle merci e delle idee attraverso il mondo contemporaneo”. Si giunge, infine, al tema della persuasione ( Persuasion) e del controllo l’uno esponendo i meccanismi subliminari di manipolazione e influenza da parte dei media, pubblicità e social network, l’altro come l’aperta sorveglianza nell’esercizio del potere in varie parti del mondo, la Russia per citare l’esempio più palese.  A ciò si oppone l’estremo della rottura ( “disrupture”) altro concetto cardine di Civilization come tutto ciò che rompe l’ordine o la struttura in essere di un sistema costituito sia esso una guerra come quella attuale in Ucraina o ogni conflitto interno a un paese che conduce a massicci flussi migratori, infine l’evento pandemico che ha colpito la sfera globale. Fuga ( “escape”)nella sala seguente rappresenta l’antitesi occidentale, la risposta di evasione e fuga dal reale in meccanismi inibitori che sfociano negli eccessi dell’industria del divertimento senza limiti dell’occidente. Infine con “Next”, oltre,  il percorso si conclude con un punto di sospensione, una domanda aperta  e senza risposta sul “ e poi”, ciò  che viene dopo rispetto a questo presente raccontato in molteplici sfaccettature e contraddizioni. Ci sono i nuovi orizzonti aperti dalle intelligenze artificiali, la robotica e le sempre più audaci esplorazioni dello spazio  nella caleidoscopica visione futurista del ventunesimo secolo ma anche le sacche di marginalità e miseria, i flussi di popoli in fuga da guerra e carestie dall’altra parte del pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, i sentieri che biforcano o le vie possibili percorribili per la nostra prossima umanità raccontata per immagini nelle molteplici visioni di  Civilization. 


1-Alveare: “Favelas nella periferia di Bombai”, R. Polidori

La tentacolare città indiana nella periferia di Bombai è vista come una distesa caotica e polimorfa di costruzioni precarie e tetti di lamiera che occupano completamente l’altopiano e si estendono fin dove lo guardo può arrivare senza lasciare uno spiraglio, un respiro, un attimo di tregua a chi guarda. Emanano un senso di saturazione, di affollamento ma anche un groviglio disordinato di forme difficili da ricondurre a un disegno preciso mentre in un altro quadro astratto di Cyril Porchet, “folla”,  l’idea di affollamento è vista come un concetto dinamico, un movimento ribollente di guizzi e colori simili a un vortice che si riavvolge su sé stesso, verso il proprio centro mentre l’arancio, il rosso e il giallo finiscono per ingurgitare tutti gli altri colori.

Nella sezione  “Soli insieme” la ricerca di socialità nella metropoli va di pari passo con il senso di solitudine dilagante e quello di interdipendenza rispetto ai propri simili. Florian Bohm in “wait for walk”, (attendere prima di attraversare) rappresenta una folla di persone anonime, oscure e indaffarate, ferme a un attraversamento pedonale sulla 5 strada di New York; ciascuno preso nel proprio piccolo universo di vita, indifferente agli altri e tuttavia parte di una composizione più grande che viene a disegnarsi malgrado sé stessa in quello scatto fotografico perfetto. Persone in cammino sul bordo della stessa indifferenza e tuttavia viste in un quadro poliedrico, in una composizione mista di etnie, provenienze e ceti, specchio della nostra società d’oggi.

2- Solitudini a confronto

Peter Hugo in “there is a place in hell for me and my friends” riprende in primo piano ritratti di individui di cui la pelle diviene contrassegno, marchio di diversità rispetto ai canoni estetici condivisi e ancora rilievo di un confine su cui si combatte l’appartenenza a un gruppo come assimilazione e invece, al contrario la stigma prodotta dall’ ambiente su quello stesso individuo in caso di cesura con il medesimo.

Wang Qingsong “Work, work, work

 La schiavitù epidemica del lavoro nella società cinese di oggi dominata dal capitalismo produttivo occidentale è vista attraverso una messa in scena volutamente eccessiva e grottesca dove una folla di impiegati vestiti in uniformi simili a detenuti o prigionieri di guerra è rinchiusa dentro un capannone saturo di  computer e rumore mentre continua a lavorare in maniera spasmodica: loro mantenuti in vita da flebo artificiali per resistere ai ritmi disumani imposti. E ancora in queste visioni di solitudini a confronto nelle metropoli moderne sono le visioni di volti schiacciati contro i vetri della metropolitana ritagliati di notte  in singoli riquadri oppressi dal soffocamento dello spazio circostante.

3- Flusso

Mintio, “Bangkok, concrete euphoria”

Nel grande circuito elettrico delle metropoli moderne apparentemente  tutto scorre in un fluire rapido e continuo dove il denaro così come le azioni quotate  sul mercato finanziario, il petrolio o ogni altra fonte di energia produttiva  si muovono invisibili e onnipresenti alla velocità della luce attraverso le condutture che reggono e oliano tutto l’apparato. Tuttavia tali sistemi appaiono tanto tecnologici e veloci quanto esposti al loro collasso improvviso e definitivo nel momento in cui qualcosa si rompe o si arresta nel circuito: un’epidemia, una guerra, una crisi che sconvolge gli assetti mondiali e l’accesso alle risorse energetiche, l’evento eccezionale e non calcolato che accade come il suo irreversibile punto di non-ritorno.


4-Persuasione e controllo 

Identità e controllo subliminare dei media: algoritmi sempre più esatti e complessi creati dai grandi colossi che dominano la rete riescono non solo a raccogliere dati, influenzare le scelte degli utenti del web ma addirittura a predire e uniformare, plasmare e modellare i nostri gusti futuri, trend dominanti e preferenze sulla rete.  La persuasione può essere esercitata in maniera sottile o palese,  indotta attraverso  la pubblicità e il marketing in operazioni commerciali estremamente sofisticate nelle nostre società attuali. Vediamo tra le fotografie stereotipi di ritratti resi plasticamente su cartelloni pubblicitari,  simulazioni di luoghi identici agli originali in angoli desueti della terra come una filiale di Starbucks aperta in mezzo a falsi di palazzi antichi negli Emirati. Ancora,  immagini  multiple in schermi simultanei volutamente confondono l’individuo dissimulando una percezione nitida della realtà. Infine nella fotografia di Thomas Weinberger, “luce condensata”, un’atmosfera surreale e rarefatta emerge da un paesaggio urbano di impianti industriali irradiati di luce artificiale a distanza. La civiltà è qui rappresentata attraverso la grande metafora della fotografia là dove la luce irradia celebrando il potere creativo dell’uomo, la sua capacità di trasformare tangibilmente la realtà ma anche la fragilità di tale costrutto  nell’inverso potere di  distruggerla o manipolarla a discapito dell’altro.



Le civiltà appaiono come meccanismi complessi,  un insieme di componenti che devono funzionare in un ingranaggio perfetto e resistente a minacce interne o esterne al sistema. L’idea di controllo è espressa in questo modo attraverso tutti quei meccanismi di sorveglianza e potere con cui l’autorità viene esercitata nel quotidiano sull’individuo da istituzioni anonime e senza volto nelle stazioni di polizia, nelle prigioni, nelle centrali elettriche, nei tribunali o negli ospedali. In questa parte della mostra le immagini ci parlano di sistemi complessi o semplici, di punti che si compongono in un reticolato, di circuiti elettrici inglobati insieme  in un’unica rete. Altrove sono i fotomontaggi di regimi e parate militari alludendo alla recente storia cinese in un’ottica di imposizione sulle masse. Si oppongono così i due estremi opposti di libertà individuale, democrazia come pluralità, diversità, espressione di una maggioranza condivisa ma anche della sua opposizione e, dall’altra parte, i regimi di sorveglianza e controllo indiretto oppure apertamente imposto  sulla vita del singolo in forme coercitive di potere.

5-Rottura e fuga  

Le fotografie in questa sezione evocano tutti quei fenomeni di frattura sociale, politica, catastrofi naturali o generate dall’uomo che conducono a un punto di non-ritorno, a una svolta radicale e senza precedenti rispetto allo status quo della realtà esistente ma, anche, a tutti i conflitti insanabili interni o esterni a un popolo che ci costringono a guardare in faccia il fallimento della nostra idea di civiltà.  Tra le immagini più recenti quelle relative alla guerra russo-ucraina, Kiev colpita dai missili russi, le devastazioni prodotte su città ucraine come Mariupol  occupate dall’esercito  russo, “la marcia ucraina “dell’orgoglio nazionale” nel 2017, e ancora le flotte di migranti in fuga verso l’Europa occidentale: i profughi di guerra e quelli naufraghi al largo dei porti nel Mediterraneo. Infine sono  le immagini della pandemia nella sua prima e più violenta ondata di contagi, la reclusione e l’isolamento nei reparti Covid durante l’inverno 2020.

6-Next…Cosa viene dopo?

E poi cosa viene dopo? Ci interroga l’ultima sezione della mostra, mentre gli aerei con auto-pilota  sono già una realtà e le intelligenze artificiali sostituiscono in parte il lavoro degli umani nelle catene di produzione industriale robot operano sui corpi e sostituiscono parti dei loro arti con protesi artificiali. Se l’avanzamento delle tecnologie e l’avvento del digitale con l’ausilio della rete prospetta innovazione e progresso in ogni ambito della nostra vita dall’altra parte i fotografi contemporanei mettono in luce anche l’altro lato della medaglia:  le derive e i conflitti che tale corsa verso un progresso tecnologico fine a sé stesso  o un sistema economico globale non sostenibile o non equo producono con effetti devastanti sulla sussistenza dello stesso pianeta. Tale la dicotomia irrisolta, la domanda lasciata aperta e  alla quale solo le scelte nel prossimo futuro della nostre civiltà europee e non potranno dare risposta. Tra le vie percorribili “sopravvivere”, cioè proseguire verso una propria inevitabile  auto-distruzione, vivere o infine “ben vivere” con una differente consapevolezza politica e umana globale.