venerdì 1 maggio 2020

Voci e immagini da “Terra Madre” di Ermanno Olmi (2009 )





In occasione della “settimana della terra” la Cineteca di Bologna ha trasmesso il film documentario “Terra Madre” (2009) di Ermanno Olmi parte della sezione “ Il Cinema Ritrovato”. “Terra Madre”, dal titolo, si ispira all'incontro mondiale a cadenza biennale tenutosi a Torino dove nel 2006 si sono ritrovate varie categorie di “lavoratori del cibo” insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo per confrontarsi sul tema di una globalizzazione positiva: come nutrire il pianeta intero senza devastarlo stabilendo un rapporto armonico con l’ambiente.         












Olmi partendo da tale presupposto ha creato un documentario poetico che si sposta attraverso il globo dall’India, all’Africa, all’Europa fino ad approdare in Italia dove un uomo vive quarant'anni in solitudine a contatto solo con la propria terra per narrare, infine, attraverso le immagini una connessione ancora possibile, profonda e ancestrale, con il mondo della natura.  Si tratta, allora, di aprire una prospettiva su “un altro modo di vivere” opposto al sistema di consumo e sfruttamento incondizionato e attuale del nostro pianeta.
Vi sono evidenti implicazioni economiche, ecologiche e sociali correlate al tema di “un altro possibile futuro per l’economia globale: l’idea di uno sviluppo sostenibile, la necessità di una nuova ecologia per la terra, e infine di una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità nelle diverse aree geopolitiche mondiali .
 Il tema di “Terra madre” indirettamente tocca   anche noi tutti oggi da vicino  mentre  lentamente tentiamo di ritornare a una presunta normalità dopo mesi di quarantena e distanziamento sociale forzato, generati  da una crisi globale senza precedenti di cui l’emergenza epidemica è forse solo il fattore più evidente. 
La terra agonizzante si ribella all’espropriazione e sfruttamento incondizionato delle sue risorse, alla desertificazione, ai disastri naturali prodotti dall’uomo, ai disequilibri climatici, alla ferita inferta al suo ecosistema. E dunque, l’epidemia, il contagio diffuso, il temporaneo arresto di tutte le attività sociali e produttive nei nostri paesi occidentali forse non sono che un’indiretta conseguenza di un sistema naturale che si rivolta all’uomo nel suo agire  sconsiderato  o, semplicemente tenta di riassettarsi dal disequilibrio profondo da lui generato con le conseguenze epidemiche che conosciamo.  
Se tale pandemia a breve o lungo termine sarà arginata molto dovrà continuare a cambiare o essere cambiato in questo riassesto necessario dell’uomo verso il proprio pianeta: terra che genera e si rigenera, madre-e-padre insieme, contro gli estremi di globalizzazione senza limiti e economia insostenibile di oggi. Una prima allerta allarmante sotto forma di contagio globale la terra ce l’ha già data.

Vandana Shiva, (attivista politica e ambientalista indiana)

“In India crediamo fermamente che in questo meraviglioso pianeta la rete del cibo sia connessa alla rete della vita.[..]La nostra identità primaria, la nostra ricchezza e salute derivano dalla produzione e assunzione di “cibo buono”. Le nostre sementi sono state brevettate, diventando monopolio di un gruppo di corporazioni con il 95% di semi geneticamente modificati. In India da quando tali semi sono stati venduti centinaia, migliaia di coltivatori si sono indebitati, o peggio suicidati. .. L’ultima fase della globalizzazione è la privatizzazione. Le corporazioni vogliono creare la proprietà di tutto: del cibo, dei semi, dell’acqua. Salvare le sementi significare salvare il nostro futuro”. Nel video l’attivista politica indiana definisce la necessità di “un nuovo umanesimo”, cioè una nuova politica globale resa necessaria dal cedimento del sistema attuale che permetterà all’umanità di tutelarsi reciprocamente limitando i bisogni quando questi divengono sprechi o inutili consumi. “ Live with less” , “vivere con meno” nell’ottica di Vandana Shiva significa proteggere la terra perseguendo un’economia sostenibile e in armonia con la natura e le comunità locali.




Aminata Traoré ( scrittrice e attivista politica del Mali)



     “ Sono una madre dal cuore martoriato dalla migliaia di partenze forzate dei suoi figli che vengono a morire alle porte dell’Europa o alle sue barriere. Uno di quei giovani prima di scavalcare il filo spinato di Ceuta ha detto a un amico: “ Se muoio dì a mia madre che ho fatto tutto il possibile per lei, perché non voglio che muoia di fame. Da noi si dice che la madre porta il figlio,  la terra invece ci porta tutti, la terra è nostra madre, ricca abbastanza da nutrirci tutti. La terra è generosa, è una madre che dà a tutti”. La scrittrice aggiunge che la terra africana soffre oggi più che mai l’impatto dei cambiamenti climatici nella costante carenza d’acqua, nel surriscaldamento dell’atmosfera, infine in interi ecosistemi minacciati nella loro stessa esistenza. Se la terra è pensata come cosa comune dovrebbe essere governata da un’economia che garantisce un bene comune e un sostentamento equo per la maggioranza. I predatori della terra sono oggi il consumismo sfrenato, lo spreco e lo sfruttamento senza limiti delle sue risorse.
Ermanno Olmi nel documentario, narra attraverso poche immagini silenziose accompagnate da una voce fuori campo la storia di un uomo nel nord Italia che ha vissuto per molti anni in una cascina separato dal resto del mondo, lui che aveva visto “la corruzione della nostra terra come atto sacrilego e aveva posto lì la sua difesa” ; alla ricerca, forse, di un fragile equilibrio tra la sua intima verità e un mondo là fuori che sentiva come violento e estraneo . Olmi afferma a questo proposito: “ Uomini e donne ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa di cibo per tutti i popoli. Qui una testimonianza di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti.”







Finale: immagini  da “Terra-madre”

Il ghiaccio ricopre la terra; l’uomo spala la brina, scava, cerca al di sotto le zolle umide e vive sotto la lastra immemore di ghiaccio. Il fiume immobile, scintillante come una lama sottile, lucida e ghiacciata riluce a distanza al culmine dell’inverno. Si potano e si legano i viticci nuovi dei frutteti. Lo scorrere lento delle acque al disgelo: i ghiacci si sono sciolti ma ancora il fluire è trattenuto  dall’atmosfera rarefatta e nebbiosa della stagione. Rompere la crosta di pietra e terra gelata, rimescolare, sommuovere la terra alle radici.

Primi albori di marzo. L’uomo prepara il terreno alla semina, segna lo spazio, lo traccia, lo incide di solchi. Poi, uno a uno lascia cadere i grani, le sementi nel terreno e lo ricopre come volesse celarne il segreto. Voci solitarie risuonano nella campagna circostante. 
La terra nasconde nel calore dei suoi visceri i semi e attende di restituirli a nuova vita. L’immagine del fiume ora lento e regolare come lo scandire del battito perfetto delle ore e delle stagioni. Verdi germogli fioriti lentamente si trasmutano in piante mentre i primi rami in fiore appaiono sulle asperità delle rocce.  Vento dell’est, annuncia cambiamento.

L’acqua, una pioggia cade lieve e continua sulle piante. L’uomo solo attende la fine della pioggia. Attende lo scivolare via dell’acqua dalle foglie, goccia a goccia il tempo della crescita. Le piante  appaiono iridescenti al palpitare di goccioline vive. Microcosmiche creature e insetti svolazzano intorno. L’uomo ora estrae le piante e i loro frutti dal suolo: lucide e oscure melanzane, peperoni scintillanti nel loro arancio solare, more succose, albicocche all’apice della loro maturazione. L’acqua scorre e irriga il germogliare di nuova vita. Un bimbo tra le piante gattonando esplora, al tatto, le forme nuove che gli si presentano sul cammino. Il fiume scorre lento e continuo in un fluire intercalato di foglie d’acero, di bianchi gigli e gracili papaveri rossi nel divenire inarrestabile della vita.


trailer del film "Terra Madre"








venerdì 10 aprile 2020

“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi









La mostra fotografica “Women: a century of change” allestita dal National Geographic in collaborazione con i musei bolognesi presso Santa Maria della Vita e prevista fino al prossimo Maggio non è più visitabile a causa della chiusura tempestiva di tutti i luoghi pubblici e culturali per l’ epidemia devastante che sta colpendo il nostro paese insieme al resto d’Europa e del mondo. Ho avuto modo di vedere quelle fotografie pochi giorni prima che il decreto sancisse la chiusura definitiva di tutti i luoghi pubblici cittadini. Mi domandavo se avesse senso parlare di queste immagini ora di fronte ad emergenze molto più gravi, sanitarie e economiche del paese. Eppure, mi sembra che i nuclei tematici in cui è suddiviso il percorso, aprendo prospettive sulla rappresentazione del femminile nel tempo e nello spazio attraverso le diverse culture –un secolo di storia delle donne- abbiano ancora molto da dirci, oggi, di fronte all’emergenza che stiamo vivendo. Le immagini di queste donne infatti ruotano intorno ad espetti essenziali dell’esistenza che tanto più siamo chiamati a riconsiderare o attraverso i quali ripensare l’emergenza attuale: la forza come resilienza, la saggezza come discernimento di fronte all’inaspettato, l’amore come principio unificante tra gli individui infine la bellezza come baluardo contro la distruzione della nostra specie.


I: Empatia

L’amore   nelle sue differenti accezioni viene definito dal dizionario Treccani come forza universale  di riconnessione e unione tra le anime, tra le persone e i luoghi, tra il divino e l’umano, tra il sentire e l’agire individuale. Esso è ancora il desiderio di produrre un bene comune, il bene dell’altro, poi l’ attrazione basata su un affetto o un sentimento che unisce due persone, infine la vicenda o la passione amorosa. Oggi, ritroviamo le nostre case come luoghi di rifugio e insieme di vita concentrata in pochi metri quadrati di spazio ritagliati dall’esterno per prendere le distanze dal mondo, per cautelarci e insieme prenderci cura dei nostri cari. Iniziamo a osservarlo in un silenzio nuovo, e, tale lentezza dimenticata ci riporta a un tempo del passato, lento e scandito da ritmi e mansioni quotidiane nel quale  oggi di nuovo ci troviamo a vivere, costretti a fermarci e a restare.

L'amore in questo frangente estremo ritorna ad essere empatia con l’altro pur nella distanza. Tracciare i confini di un proprio spazio, intimo e invalicabile come la casa, e insieme vivere quest’empatia o fratellanza con chi ci è prossimo affettivamente. Sentire gli altri vicino e lontano insieme pur nella distanza, sulla base di un comune destino che ci tiene qui legati come specie. Allora,  gli abbracci e i baci con i nostri simili come la possibilità di stare vicino e condividere il contatto con gli amici, i famigliari, i prossimi li riscopriremo, quando ci saranno concessi liberamente dopo la pandemia come dono, unico e prezioso, di cui avere cura.

Riconnessione: il senso di appartenere tutti a una stessa comunità, gruppo o umanità nonostante le differenze e separazioni; il senso dell’essere tutti insieme a fronteggiare un male comune, nel tempo di una sospensione forzata e dolorosa dalla frenesia abituale del mondo, dalla nostra corsa affannata. Infine, la percezione più chiara che mai ora della vita come destino oltre il qui e ora della terra.






Nella prima di queste foto del National Geographic l’amore è una madre che stringe il figlioletto appena nato al petto in un abbraccio intimo e avvolgente. Dentro la vasca di casa, in un bagno ricoperto di petali di rosa inebrianti che avvolgono i corpi nudi nell’ acqua primordiale della nascita. In un’altra fotografia una giovanissima afghana  abbraccia la sorellina di pochi anni il giorno del matrimonio al momento del distacco o della forzata separazione dalla famiglia paterna. Abiti rossi nuziali, decorazioni argentee scintillano nei primi piani sui volti; la prossimità e la tenerezza dell’ultimo abbraccio prima del definitivo distacco.

Ad Aleppo, in Siria, nell’immagine successiva, l’atmosfera di una serata danzante a un ricevimento di nozze appare, al contrario, soffusa e sofisticata, intrisa di eleganza e mistero. La festa nel vuoto scintillante in cui appare sembra sfidare  i  quattro anni di assedio della città, gli scontri tra i ribelli e l’esercito siriano e le rovine lasciate dalla guerra. La sala del palazzo appare sontuosa, gli abiti da sera eleganti e avvolgenti fino ai piedi, le luci soffuse, l’atmosfera ovattata, l’ombra della morte lasciata fuori mentre all’interno è il sogno ad occhi aperti a dominare.

II: Forza

Forza è sinonimo di solidità, durezza e vigore, di un potere fisico ma anche mentale, oppure si identifica con il concetto di autorità morale:  l’attitudine a influenzare gli animi, a controllarli e sottometterli a sé. In questo senso ci sono due aspetti che riguardano la forza, quello più evidente è l’impeto o la violenza con cui essa si manifesta, l’altro, più sottile, indica la capacità di superare le difficoltà e gli impedimenti, vale a dire la forza interiore di pensiero e di resistenza. La lotta tacita contro ogni forma di sopruso o violenza perpetuata da un sistema o da una parte dominante su un’altra, che può anche identificarsi come una forma di attivismo politico.
Resilienza oggi per noi significa, in questo momento particolare di emergenza virale e in quanto cittadini appartenenti  a una comunità, vivere l’isolamento forzato nelle nostre abitazioni per lottare contro l’epidemia, vedendoci privare del nostro tanto acclamato diritto occidentale alla libertà individuale e all’azione. Per ovvi e giusti motivi di tutela delle nostre vite e di chi ci sta accanto. Resistenza è riadattamento a queste nuove abitudini  che ci vengono imposte, sentite spesso come restrizioni alla nostra capacità di muoverci, lavorare e produrre in maniera proficua a contatto con gli altri. La resilienza ancora oggi diventa necessità quando dobbiamo lottare contro il clima di paura diffuso: il senso di un pericolo generalizzato e globale, non ben localizzabile, l’ombra oscura di un contagio che si profila sul mondo intero









Vediamo , di seguito invece, come si presenta la forza in queste fotografie;  donne di provenienza e cultura differente, appaiono accomunate nell’affermare la propria libertà individuale contro situazioni di violenza e repressione domestica o familiare, politica o sociale nei propri paesi.  Nella prima foto documentaria è il volto di una donna del Myanmar  che fieramente mostra le proprie  cicatrici su parti delle braccia e del viso causate da ustioni dell’esercito militare durante il regime.

Una seconda  foto: un' attrice afghana sfida le convenzioni millenarie del proprio paese alla guida di un’auto a Kabul investita dagli insulti di un gruppo di estremisti islamici. Esplode in una risata dall’ interno della vettura alzando il volume della musica contro il frastuono delle grida provenienti dall’esterno.

E’ l’assimilazione ai modelli maschili oppure la tacita opposizione e resistenza ad essi quello che appare nelle due immagini che seguono. Da una parte vediamo una recluta delle forze armate in Tongo ricondotta alla sua pura forza fisica quasi abbrutente. Dall’altra, una figura esile vestita con una camicetta bianca e una gonna scura  è chiamata in giudizio dietro la  gabbia di un tribunale militare kurdo. Il suo volto appare orgoglioso e austero come una corazza inossidabile  mentre viene condannata a reclusione per lotta politica a favore del partito popolare. La forza, infine qui, diviene sinonimo di tacito ammutinamento: resistenza operata nel quotidiano contro forme aperte di sopruso e prevaricazione sul femminile.



III: “Attraverso la lente”




Milaya” è un telo ricamato a mano con motivi fantasiosi e floreali espressione di gioia e creatività. Queste donne africane lo dispiegano con fierezza di fronte alla macchina fotografica in un campo profughi dell’Uganda. Mostrano all’obbiettivo l’oggetto più prezioso che posseggono, ciò da cui non si sarebbero mai volute separare lasciando quel campo e che gli avevano trasmesso le  madri e le nonne insegnando loro  a ricamare come dono per il futuro. Fuggite dalla guerra continuavano a cucire quei tessuti dai motivi festosi, dai colori di una straordinaria vivacità e brillantezza imparando così la lotta, la resistenza tacita contro la violenza, infine un mezzo per guadagnarsi la loro sussistenza economica. Cucivano insieme tasselli di speranza intrecciando i fili di un ancora possibile futuro. Ricamavano disegni immaginari di abbondanza e creatività contro il  regno presente di miseria e rovina.




IV:  Speranza


Dalla definizione Traccani: aspettativa fiduciosa nella realizzazione presente o futura di quanto si desidera. Fiducia nell’avvenire, nella buona riuscita di qualcuno o di qualcosa.
Nell’immagine fotografica della mostra, una schiera di donne mussulmane avvolte completamente dalla testa ai piedi in una tunica e velo neri incidono di una traccia oscurante il territorio sabbioso che le circonda mentre una piccola figura si staglia a lato vestita di bianco. Loro avvolte dall’oscurità, cancellate nella loro identità femminile si ergono contro questo piccolo barlume di speranza a lato luminoso come una visione per le generazioni future.


Oggi le piazze, le strade delle città italiane appaiono deserte, il silenzio a volte opprimente contro il cemento degli edifici, i negozi dalle saracinesche sbarrate, le scie grigie, vuote e opache delle strade desolanti. Questa cortina di ferro è discesa sulle nostre città a causa del contagio, dei molti morti in alcune zone, della paura da un lato, della manipolazione mediatica e delle leggi che ci impongono l’isolamento dall’altro. Dunque in tale dimensione di fragilità e disorientamento oggi dove situare il concetto di speranza? Da una parte sono molte le voci, religiose spirituali o semplicemente umaniste che richiamano a valori di comunità, solidarietà, e appartenenza comune ai quali non possiamo sottrarci. Dall’altro lato, si affaccia molto chiara l’urgenza di un cambiamento planetario, intrinseco e necessario per il sistema-mondo  perché a tutto questo venga posta una fine.     E’ soltanto forse realizzando questo mutamento di prospettiva, oltre l’ossessione di onnipotenza e possesso  che ha guidato  l’uomo fino a questo momento nel sistema occidentale che si potrà parlare di una evoluzione possibile per tale crisi globale, l’accendersi di una fiammella di speranza dopo l’oscurità. Oggi speranza va di paro passo con il superamento di questa emergenza mondiale, con la necessità di reimpostare dei parametri planetari che vadano dallo sfruttamento e l’ineguaglianza verso i valori di appartenenza comune, di rispetto della terra, poi del sé come umanità in relazione all’ altro.


Finale: saggezza

Saggezza: l’abilità a discernere interne  qualità e relazioni. Coincide forse con una visione interiore, con una conoscenza approfondita e autentica delle cose. E’ la saggezza che ci rende atti a valutare le situazioni e a decidere perché deriva insieme dall’esperienza, dalla meditazione e dalla coerenza morale. La saggezza al femminile è sempre stata connessa alle forze della natura, come una specie di armonia intuitiva con il cosmo, di innato sapere a contatto con la luce del nostro essere interiore.









Immagini differenti come tanti riflessi colorati di un unico prisma ci parlano in queste immagini di saggezza come apprendimento nelle diverse scuole del mondo. In un’aula femminile dall’aspetto modesto in un villaggio pakistano_ le pareti nude e spoglie visibili sullo sfondo_ le  giovani allieve appaiono avvolte da un velo grigio e opaco lungo fino ai piedi. I loro volti limpidi sono attenti, concentrati in primo piano, pronti a ricevere, accogliere e condividere conoscenza e curiosità oltre le barriere alienanti di segregazione e ignoranza cui sono soggette le donne in Pakistan. In Turchia, ancora, una classe solo maschile di bambini impara l’inglese da una volontaria del Corpo di Pace delle Nazioni Unite. La dedizione della giovane insegnante, la vivacità delle voci nell’aula, l’ entusiasmo  e la saggezza volgono il luogo del conflitto etnico in una missione costruttiva di pace. Infine, nell’ultima immagine,  bambine di un villaggio africano trasportano in maniera itinerante banchi e sedie da un luogo all’altro attraverso una strada rossa in terra battuta per dare vita a una scuola provvisoria sorta in angolo sperduto del suolo africano. Saggezza qui diventa adattamento, sopravvivenza, armonia necessaria da ristabilire con la natura, infine l’inevitabile lotta contro le barriere alienanti dell’ordine sociale esistente.







venerdì 31 gennaio 2020

Picasso, la sfida della ceramica ( al MIC di Faenza)












“Che cos’è la scultura, che cos’è la pittura? Ci si aggrappa sempre a vecchie idee, a definizioni superate come se non fosse il compito dell’artista di trovarne delle nuove.”

“Per me non c’è ne passato ne futuro nell’arte. Se un’opera d’arte non può vivere nel presente non deve essere considerata. L’arte dei Greci, degli Egizi, dei grandi pittori vissuti in altre epoche non è un’arte del passato. E’ più viva oggi di quanto non lo sia mai stata.”

La sfida di tutta una vita per Picasso, artista geniale e poliedrico che più ha influenzato l’arte del secolo scorso, è quella di sperimentare, confrontarsi, mettere alla prova tutte le tecniche e materiali in un faccia a faccia inesausto, estremo e vitale con la creazione. Picasso inizia a lavorare estensivamente con la ceramica solo tardivamente negli anni cinquanta e ne apprende le tecniche a partire dal 1948 in Costa azzurra al laboratorio Madoura dei coniugi Ramié. Accoglie la sfida, vi si getta con entusiasmo fino ad appropriarne i mezzi e gli stili della tradizione tanto che l'arte ceramica diviene parte integrante del suo universo poetico al pari degli altri mezzi espressivi.

In questo senso il gioco di influenze è duplice tra l’artista l’opera: da un lato, Picasso come genio assoluto dell’arte moderna sperimenta con la ceramica al pari di ogni altro materiale plastico. Mette alla prova tutte le tecniche e, nelle opere più propriamente sculturali come i vasi antropomorfi, trasforma e stravolge l’oggetto intervenendo con la pittura sull’argilla soprattutto attraverso l’ingobbo, poi con ossidi, smalti colorati, pastelli ceramici o lustri metallici. Utilizza l’incisione su ceramica nonché l’assemblaggio casuale di oggetti “trovati” che poi diventeranno vere e proprie sculture. D’altra parte, l’artista spingendosi oltre i limiti della tradizione rinnova radicalmente quest’arte esercitando un’influenza sugli sviluppi successivi della medesima: non più forma decorativa ma, nelle sculture più originali ,veicolo d’espressione totale. Come tale entra a far parte di un universo poetico i cui temi ricorrenti sono la rappresentazione del femminile, l’erotismo, la virilità, il tragico, il gioco con la materia.





Vasi-donna



“Io prendo un vaso e con esso do forma a una donna. Prendo la vecchia metafora e la realizzo nella direzione opposta, le do nuova vita.”


Muoversi dalla metafora alla realtà, renderla tangibile in una forma.

I vasi antropomorfi divengono sculture a sé stanti; ne “le Quattro Stagioni” le figure femminili fuoriescono dai limiti del vaso pre-esistente e prendono vita, modellano il corpo plasmandosi nelle rotondità di natiche, seni e teste in forme sensuali e avvolgenti impregnate di eros. Compaiono, ancora, le teste-anfora ispirate alla tradizione pre-colombiana, poi delle teste femminili a forma di sasso, massicce nello sguardo, altre piangenti senza lacrime reclinate in avanti e spogliate di ogni ornamento.

Occhi enormi tridimensionali quasi, neri e ultraterreni vi fissano mentre i volti affiorano di profilo dipinti con le tonalità rossicce dalla terra. Intagliati per scorci di profilo su frammenti di pietre gli occhi si stagliano cerchiati in nero e impressi quasi a fuoco sul fondale rossiccio dell’ argilla.



Fluttuante come onde mosse da una corrente di linee dipinte e flessuose, il vaso-anfora si veste del corpo di una donna e le dà mobilità, spirito e vita. Maree dipinte a nero pennello, morbide e sinuose abitano questo corpo massiccio e statico di terracotta.






Quattro sfaccettature di uno stesso volto si disegnano tracciate nelle linee essenziali del contorno su un vaso di tradizione azteca. Qui il viso è scomposto sui quattro lati, visto nelle quattro direzioni come una forma unica frantumata, ripetuta, resa multipla in senso cubista.







                         
Ora sono mani che appaiono e plasmano, appropriano la forma stessa del vaso, ne inglobano la superficie come le forme al di sotto: il fondale nero della ceramica, l’ocra di queste mani presenti e vive su un giallo brillante, il bianco smaltato delle figure rilucenti al di sotto.




“C’è questo smalto liquido applicato alla forma che viene colorata con l’aggiunta della pittura; esso trasforma, rende l’oggetto diverso”.


Il frammento della lastra ceramica è ricoperto di smalto liquido come una colata di colore sulla superficie lustra in seguito ridipinta a pennello. E’ un “Dejeuner sur l’herbe” (1962) dal tema classico grandiosamente riappropriato dall’artista, soggetto alla metamorfosi picassiana di una scultura ceramica dove il volto maschile appare ancora una volta fatto a pezzi, dilaniato e inciso richiamando la drammaticità violenta di Guernica. Il corpo femminile appare semplicemente di fronte a quello nella grandiosità dei volumi, nella sensualità di forme piene e carnali di cui la testa è un frammento tra i tanti: distaccato, messo in rilievo al centro del torace tra i due seni. 



Vasi con gufi...





Gufi, civette, animali notturni incisi a coltello appaiono sulla terracotta modellata e dipinta di altre sculture ceramiche. Scavati, estrapolati dall’argilla del vaso stesso, incisi soprattutto negli occhi neri, piccoli e acuti che intercettano, sporgendosi verso l’esterno, lo sguardo dei visitatori.


 

Ne “ la civetta”, per esempio, gli occhi sono notturni,  proiettati verso l’esterno per rubare un qualche segreto all’oscurità mentre  la figura appare stilizzata, iconica, incisa in segni essenziali. Essa aderisce alla forma del piatto, alle profondità della parte incava con il ventre e il bacino mentre la testa emerge nera e tondeggiante al di sopra e le zampe artigliate al di sotto, dall’altra estremità del piatto. Gli occhi ci fissano da lontano in maniera quasi ipnotica mentre il corpo dell’animale si plasma completamente nell’oggetto in ceramica fino a renderlo vivente, abitato.

“Quando inizi un ritratto cerchi una forma pura, un volume chiaro attraverso una serie di eliminazioni. Raggiungi inevitabilmente la vetta. E’ necessario sapere quando fermarsi”. 


Le "eliminazioni" divengono "illuminazioni", sembra affermare Picasso, perché è nel togliere, nell’ estrarre un dettaglio dalla massa indefinita della materia che si raggiunge l’idea, la visione pura ed essenziale, il culmine  e l’espressività nel lavoro d’arte.  Ora l’occhio dell’animale è espanso al centro del piatto, nero e bianco su un fondale concavo e rossiccio di terracotta contornato da tori dipinti nell’ immaginario delle corride. Diventa oggetto-forma in sé, un grande occhio centrale espanso come il pittore nell’ atto di guardare :  cogliere una verità, rubare un segreto, lasciarsi attraversare dalla realtà tutta attraverso uno sguardo.


Il video  esposto al Mic in concomitanza alle opere segue l’artista nel mentre della creazione, lo mostra nel lavoro quotidiano a una tela, poi nel processo di assemblaggio dei materiali più desueti e raccolti intorno a lui casualmente per sperimentare con la ceramica. Allo stesso modo le tonalità più inaspettate dell'argilla escono dalla fornace  con la casualità di un gioco calcolato .


Mentre Picasso disegna le forme appaiono rivelandosi quasi dalle sue mani, dal suo corpo sulla tela. Si materializzano nella sua mente creatrice, nei suoi occhi acuti e scintillanti, nel suo tocco incidente e lieve, nella più totale libertà espressiva delle sue mani cedute alla creazione. 
  Una tela bianca con mano sicura traccia una linea, poi un’altra, un’altra ancora. Carboncino o matita l’immagine prende forma, la linea avanza lenta e inesorabile e le case del villaggio prendono forma , poi l’opificio, la strada un ritratto femminile. La mano, strumento fisico e psichico insieme dà forma e lascia affiorare quella realtà prima e malgrado sè stessa.   



Nature e volti dipinti su ceramica






Gli oggetti prendono vita dalle sue mani, le forme nei piatti con nature morte assumono corpo, movimento, passione e sensualità. 
Un coltello, una forchetta, una mela fuoriescono dal piatto in ceramica, quasi fossero in trompe l’oeil, abitate di vita propria. La materia si plasma, si piega e si ribella alle superfici statiche tradizionali. Nella lastra dipinta con natura morta le forme dei frutti divengono scomposte e frammentate, viste nella loro deformazione e rielaborazione costante da angolature differenti, a volte sovrapposte in un’ottica cubista.






Un vaso in terracotta a due ante è dipinto con due teste una frontale, sorvolata da una civetta, e la stessa vista di profilo. 
Il giallo è immenso, solare e irradiante sull’argilla, il volto è tracciato da una semplice linea nera come attraverso la mano di un bambino. I contorni sono essenziali e marcati, gli occhi neri sullo sfondo giallo e luminoso. Semplicità sostanziale e primaria di un dipinto su argilla fatto di getto quasi. Il volto espanso aderisce totalmente alla forma pre-esistente, la ricopre quasi assimilandosi al vaso. Diviene questo volto-civetta emerso sul uno sfondo vibrante e colorato; al di sopra, il suo doppio acuto, osservatore e intuitivo capta e registra, legge e scompone la realtà per comprenderla e restituirla in un vocabolario di forme nuove nate dal suo interno atto di visione.





lunedì 2 dicembre 2019

Il sogno di Chagall (a Palazzo Albergati, Bologna)






















“Chagall sogno e magia” attualmente a Palazzo Albergati a Bologna ripercorre l’universo poetico e visionario, la dimensione onirica e immaginativa dell’opera di Marc Chagall a partire dal 1925 fino ai giorni nostri : il suo stile unico nella più totale libertà espressiva insieme ai temi ricorrenti di tutta una vita; la memoria d’infanzia nella cittadina russa natale si intreccia alla profonda spiritualità Biblica, infine l’amore come forza unificante e creatrice del suo intero universo poetico.

La stile originalissimo di Chagall nasce, infatti, come sintesi di tre culture che si intrecciano sul suo cammino: quella ebraica di discendenza famigliare ritrovata soprattutto attraverso la lettura biblica, quella russa dell’infanzia e della prima giovinezza da Vitebsk a S. Pietroburgo, infine quella europea, o meglio francese al crocevia di tutte le nuove avanguardie trasferendosi a Parigi dal 1910. Chagall,tuttavia, pur assorbendo alcuni elementi della nuova arte a stretto contatto con gli artisti dell’avanguardia persegue sulla sua via creativa con la più totale libertà espressiva in una visione unificante dove la vita e l’amore nutrono la sua arte, colorano il suo linguaggio e connettono in qualche modo il piano individuale e onirico della sua esistenza a un senso universale della natura e del cosmo.

Dopo alcuni anni trascorsi in Europa dove Chagall comincia ad acquisire fama internazionale l’artista decide di tornare a Vitebsk alla ricerca delle proprie radici, forse per quel legame primordiale alla propria cultura russa e ebraica. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trova in Russia costretto a restare nel suo paese durante la rivoluzione bolscevica fino al 1922; sposa Belle musa ispiratrice di tanta sua arte e nasce la figlia Ida. Dal 1923 ritorna con la famiglia in Francia dove resterà fino agli anni ’40, costretto allora a rifugiarsi negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni naziste come molti altri artisti ebrei in Europa. Una vita di erranza, di dislocazione e esilio scelto e imposto a lui da quel destino di “ebreo errante” cui il tema dell’esilio fa da sfondo alla metamorfosi creativa di un mondo reinventato dai colori della sua immaginazione. 



“Là dove sono queste casette ammassate, là dove il sentiero sale, là dove il fiume più ampio scorre, là ho sognato la mia intera vita. 

Di notte un angelo attraversa il cielo. 
I tetti delle case sono immersi in una luce abbagliante che predice per me una lunga, lunga vita. Il mio nome si solleverà sopra quelle case..

Popolo mio è per te che ho cantato ..è una voce che proviene dalle profondità riempita di tristezza e inumana melodia. E’ per te che ho dipinto fiori, foreste oscure, persone tra le case, come un barbaro ho sfregiato il tuo volto ma ti ho benedetto giorno e notte”. ( Marc Chagall)




Chagall e la Bibbia

“La Bibbia mi ha affascinato da quando ero bambino, mi è sempre sembrata la più bella fonte di poesia di tutti i tempi. (.. ) Un eco della natura che, insieme, rappresenta per me l’enigma che  ho cercato di cogliere da tutti i tempi”[1].





Chagall l’ebreo errante, il poeta da sempre alla ricerca delle proprie radici, l’esule o eterno esiliato in Europa dalla propria terra natale per scelta o per destino. Chagall tutta la vita trae ispirazione dai testi biblici, non smette di leggerli, tradurli, interpretarli e  restituirli attraverso la propria arte. Negli anni '30 si reca in Palestina nel corso di un viaggio sulle tracce dei luoghi sacri, in Terra Santa  alla ricerca della storia del popolo eletto. Dal viaggio scaturiscono sessantasei stampe realizzate tra il 1931 e il 1939, poi una serie di incisioni a tema biblico permeate dalla luminosità intensa della terra palestinese, dai colori caldi e vividi riscoperti a contatto con i luoghi sacri e, insieme, di una rinnovata fede spirituale che investe della sua natura divina l'uomo come ogni aspetto del cosmo.   L’esodo del popolo ebraico dalla terra di schiavitù in Egitto alla terra Promessa nell’Antico Testamento al centro di tutte le incisioni diviene paradigma e possente allegoria  nella pittura di Chagall delle persecuzioni del popolo ebraico in epoca nazista in Europa fino al tragico esito della shoah. Si situa, là, forse anche per Chagall il tentativo di interrogare la propria identità insieme russa e europea, cosmopolita e intrecciata alle radici culturali ebraiche nella propria infanzia a Vitbsk pur non appartenendo strettamente a quella religione e cultura, non a una terra in particolare, lui che da sempre aveva scelto di ricreare con la sua pittura un mondo onirico e immaginativo per riscrivere e abitare quello reale.

“Davide e Golia” (gouache)

 Al centro il gigante Golia sconfitto al suolo e circondato da una massa di folla mentre il giovane re Davide sul trono innalza nel canto un inno a Jaweh e al suo popolo. Nell’ accumulo delle figure in cerchio troneggiano i colori espressionisti delle tuniche rosse e gialle di Davide e Golia poi il verde e l’oro della veste del re e della sua corona. Davide canta e suona per Israele, la sua terra, il popolo eletto e lui il prescelto, celebra un inno grandioso a Dio avvolto dalla luce solare di Palestina. È la luce di un Dio che lo privilegia, lo gratifica e lo pone a guida e al centro del suo popolo. La saggezza e la forza di Davide rispendono dell’amore assoluto che Dio gli dona o gli concede e la grandezza luminosa del giovane inonda con la sua musica e danza la folla sotto gli occhi di Jaweh.

Giosuè” in un’altra   incisione arresta il sole in un raggio rosso pronto a inciderne la tunica bianca in primo piano mentre il popolo si staglia come una nuvola ocra sullo sfondo. Giosuè ancora appare guidato dall’angelo mandato da  Dio che avanzando gli apre il cammino, la testa rivolta indietro, lo sguardo a contatto con il suo sguardo per condurlo senza indugio mentre il corpo dell’angelo avanza nella direzione opposta a quella del giovane. E ancora, Mosè prima dell’esilio biblico immerso in un blu celestiale, poi in un rosso rivelatorio riceve le tavole sacre, la legge delle Scritture affidatogli da Dio per Israele. Infine le acque del mar Rosso sono viste aprirsi nel gesto possente del profeta, la guida, colui che conduce ed è a sua volta condotto dalla volontà di Jaweh . Nel disegno quasi espressionista in pochi tratti di colore si staglia il giallo vivido e intenso della tunica di Mosè, le grandi onde bianche e bluastre sospinte ai lati dal nugolo di folla in rosso, infine l’angelo del Signore che sovrasta la scena per permettere al popolo ebraico di fuggire dall’Egitto.   

“Dream room”. Immagini in movimento dall’opera di Chagall ( video-installazione)



Le figure si sollevano in volo portate dalle ali dell’amore, del sentimento o della fantasia: sopra i tetti di Parigi Belle sospesa in volo afferra la mano del pittore ancora a terra in abito nero. Il sogno ad occhi aperti contagia la realtà e i tetti delle case, i quartieri, i paesaggi si tingono di verde, le strade di blu o di rosso secondo l’emanazione sensibile, luminosa e soggettiva di ogni momento. Mazzi di fiori di fronte a noi nella loro forma espansiva, vibrante di luce, ora rose bianche si accompagnano a visioni di angeli, celestiali figure o a una giovane sposa. Bouquet rossi e creature alate simili ad animali antropomorfi scorrono sul video in forme sinuose e irreali, a testa in giù, poi, un gallo viola compare in primo piano sullo sfondo blu e una luna a metà disegnata; accanto il profilo animato della torre Eiffel. 
Tale animale è simbolo in Chagall di una forza viscerale e insieme vitale nella creazione.

La sposa: scintille di luce cadono su di lei a pioggia eterea, segue il volo oceanico degli innamorati, fluttuanti, stretti insieme in amorevole cura. Lampi e uragano irrompono sul video all’improvviso: l’oscurità, l’esodo dalla città natale. Un ospite alato e nuvole bianche scorrono sullo schermo mentre un angelo suona la cetra. 

Un cielo stellato, scintillante fa da sfondo alla figura del musicista, saltimbanco o artista di strada. Il suo volto è dipinto in verde, la sua giacca in blu e violetto; alter-ego del poeta sullo sfondo della città straniera.

Un mondo è ricreato dentro questo sogno ad occhi aperti di Chagall: una pioggia di fiori, un cavallo alato, Belle la musa ispiratrice, un sole rosso infuocato sullo sfondo del cielo blu oltremare.

Un angelo giunge in sogno a visitarlo, una pioggia di fiori. La creazione è vista avvolgere e avviluppare del suo moto continuo un cosmo mosso dal fluire universale dell’amore come forza unificante là dove gli amanti sono visti sollevarsi in volo sullo sfondo della città che rimpicciolisce a distanza lasciandosi alle spalle l’incubo dell’esilio e della guerra.

Una nuvola bianca, una stella rilucente nel firmamento divino.

Parole scritte sulle pareti dei cieli in controluce all’oscurità dilagante; parole limpide e luminose, solari e stagliate contro le pareti di tenebre della notte. 

Il divino e l’umano si intrecciano nell’universo di Chagall impregnato di fede e spiritualità.


“Il gallo viola”, “gli innamorati con l’asino blu      

Nubi minacciose incombono sulle tele a partire dagli anni ’30 mentre i colori si iscuriscono e le ombre aumentano insieme alle effigi tragiche del Cristo che accompagnano quelle dell’ebreo errante. Nel 1939 Chagall è costretto all’esilio negli Stati Uniti e, successivamente, esposto al dolore terribile dell’improvvisa scomparsa della moglie Belle. Smette di dipingere per qualche tempo ma l’arte rimarrà sempre la risorsa estrema che lo salva dall’ oscurità e dalla disperazione. 

Devo dipingere la terra, il cielo, ciò che porto nel cuore, la città in fiamme, la gente in fuga, i miei occhi pieni di lacrime, o devo fuggire, verso chi E volare via..”[2] 

L’artista  rientrerà in Francia definitivamente nel 1948, stabilendosi nel Midi e ritrovando una rinnovata felicità creativa accanto alla nuova moglie Vava a partire dalla fine degli anni ’40. Nei suoi quadri ritorna estensivamente il tema e la presenza allegorica dei fiori, accanto agli autoritratti simbolici di sé come dell’inizio di una nuova vita.   

Chagall scrive a proposito delle sue scelte cromatiche: 

Il colore trascende le forme, è la forma dell’emozione, del sentire e non è ristretto alla realtà. Si muove e da origine alle tele nei loro voli e fioriture[3]. 

Il colore è fantasmagorico, soggettivo, vibra di luce insieme alle sensazioni colorate che emanano le tele, ora in una visione evidentemente più rasserenata rispetto agli anni ‘40. Le tele si colorano di blu, le finestre aperte lasciano entrare,come afferma Chagall, l’aria blu, l’amore e “i fiori per dimenticare le tragedie della vita”. Sbocciati, riempiono nuovamente le tele e proliferano in forme aperte e rose bianche oppure in mazzi fluorescenti e colorati .



Un fondale intensamente blu riempie  in modo immersivo la tela in “gallo viola” (1966) mentre il poeta in uno dei suoi autoritratti in costume rosso circense porge un mazzo di fiori luminescenti e colorati alla giovane sposa seduta su un asino verde, e un gallo indaco appare in alto a testa in giù a scrutare la scena. Il mondo naturale di cui i fiori, gli animali, gli oggetti simbolici disseminano il paesaggio sono avvolti e  ricompresi, ancora una volta, dentro questa visione più ampia del cosmo intrisa di un profondo senso religioso dove tutto si connette e ritrova nell’unità una propria completezza. 
L’amore inteso come forza unificante è, generalmente nella visione chagalliana ciò che unisce la natura e lo spirito perché come si narra nella leggenda hassidica:  “quando il fiume dell’amore divino si riversò nel vaso del mondo questo si spezzò in migliaia di frantumi dando vita alle singole cose in ognuna delle quali era rimasta una scintilla dell’amore divino”[4].

 Gli innamorati con l’asino blu” (1955)

Nell’abbraccio oscurante della notte due amanti stretti insieme in una visione intima del quadro appaiono avvolti in una linea continua  che dalle loro teste prosegue fino al capo dell’asino in blu in una simbiosi totalizzante tra tutti gli elementi: le figure umane,  il profilo dell’animale, il mazzo di fiori espansi a lato, la piccola luna calante ai loro piedi. L’abbraccio amoroso della notte inonda pervasivo tutto l’insieme.




Ritratto di  Vava”.

Quando gli alberi divengono minacciosi e il cielo svanisce nella distanza i tuoi occhi mi toccano.
Quando ogni passo è perduto sul prato, quando le onde si muovono rabbiosamente nella mia mente e dal blu qualcuno mi chiama, con te sono giovane.

 I miei anni cadono come foglie e qualcuno riempie di colore le mie tele così che esse risplendono per te.  E il sorriso sul tuo volto è radiante, più brillante delle nuvole più brillanti, così corro là dove sei, 

là dove pensi a me e attendi me.” (Chagall, “A Vava”)

Il fondale è rosso, il volto bianchissimo e puro incorniciato dai capelli corvini, la figura netta e limpida appare in primo piano nella camicetta bianca e la gonna blu. Un mazzo di fiori meravigliosi e aperti in una fantasmagoria di colori sono lì accanto a lei mentre l’autoritratto dell’artista si staglia, indaco in profilo sullo sfondo, per ricomprendere ancora una volta i due esseri nell’ incanto della natura e nel fluire dell’amore universale.














[1] Cfr.Chagall, Sogno e magia, Catalogo della mostra, 2019
[2] Cfr. Chagall, Sogno e Magia, Catalogo 2019
[3] Ibid.,
[4] Cfr. Chagall art dossier, pag. 47