martedì 4 ottobre 2016

"Dante Eco, spirito green" ( viaggio fotografico tra mistici e poeti ) a Palazzo Rasponi a Ravenna



Un poeta, Dante, il sommo, esule dalla propria città per ragioni politiche in un’Italia frammentata, dilaniata da conflitti tra papato e impero, lui costretto al perpetuo esilio da una corte all’altra fino ad approdare a Ravenna dove termina l’ultima cantica del “divino poema” pietra miliare della cultura e della lingua letteraria del nostro paese; poi un santo dal misticismo e dall’estasi religiosa generati nel contatto con la natura, Francesco d’Assisi, che rinunciando a tutti i suoi averi sulla via di Cristo e della povertà sceglie di vestire un saio di tela grezza legato da una semplice corda e fonda  più tardi l’ordine francescano per dedicarsi completamente alla vita spirituale. Lui che comprendeva e parlava la lingua delle creature, degli animali, dei boschi e del cosmo abitato dalla presenza infinita del divino celebrata nel celeberrimo  poema in italiano volgare “Il cantico delle creature”. Infine, l’ultima figura profetica dello stesso periodo storico è il precursore e interprete delle Sacre Scritture nato dell’entroterra cosentino Gioacchino da Fiore teologo e mistico medievale dalla dottrina monastica rigorosa che confluisce nella fondazione di un nuovo ordine Florense. Nella sua interpretazione profetica del Vangelo elabora una teoria della Trinità  cristica vista attraverso le tre età della storia che sarebbero culminate con l’avvento dell’era dello Spirito.  L’eco di queste tre figure attraverso i luoghi a loro legati è quello che ispira e tiene insieme il progetto fotografico “ Dante Eco spirito green” a cura di Francesco Tassone  con le fotografie di Giampiero Corelli visibile fino al 9 ottobre nella splendida cornice di Palazzo Rasponi a Ravenna.   

Reinterpretare, ri- fotografare  i luoghi dell’entroterra ravennate, la pineta prima fra tutti che Dante ha attraversato e volto in versi, poi quelli interiori, simbolici dove si esplica e prende forma e intensità la vita del santo francescano, tale operazione già implica una trasmutazione poetica della materia, nonché  il porre una relazione innegabile tra l’ecologia come l'amore e il rispetto per il pianeta e poesia come la ricerca del senso e della forma dell’essere. Perché amare la natura, prendersene cura, la cura di sé e dell’altro diviene uno dei gesti fondanti del progetto qui pensato “Dante Spirito Green” ispirato ai luoghi che come tracce spirituali ci riportano al sommo poeta e alle altre figure d’eccezione a lui associate nella mostra. Significa raggiungere nel modo più semplice e diretto possibile il divino, lo spirito o meglio la presenza d’uno spirito universale in esso che riconduca all’assoluto, a Dio o all’essere in qualunque modo lo si voglia denominare. Equazione perfetta che lega nel suo aspetto essenziale l’ecologia e la poesia, là dove l’amore e il rispetto per il cosmo divengono strumento per ritrovare e esprimere l’anima divina nell’uomo, allo stesso modo la sua relazione alla parola e alla poesia.


Le tre immagini della prima sala espositiva ci riportano a uno dei temi fondanti dello scrittore e teologo Gioacchino da Fiore, quello della trinità interpretata in tre epoche della storia terrena,  l’età del Padre corrispondente alle narrazioni dell’Antico Testamento, quella del Figlio rappresentata dal Vangelo e dalla venuta di Cristo ancora in corso, infine quella dello Spirito coincidente con un prossimo avvenire dove una più elevata umanità e una nuova chiesa spirituale e libera avrebbe preso il posto di quella precedente. Nella prima immagine, il corpo del Cristo crocifisso appare disteso di fronte alla finestra absidale e allungata d’una cripta scavata nel sottosuolo, nell’abbazia fondata da  Giacchino a S. Giovanni in Fiore.   Antro di luce luminoso la cui sola sorgente sembra provenire da quell'unico punto di luce sopraelevato, esso irradia proiettandosi attraverso una scalinata di gradini scavati nella pietra fino a raggiungere il suolo e il corpo scolpito del crocifisso nella totale oscurità in cui è immerso il luogo. La figura di Cristo è deposto  su questo piano sepolcrale, dal sudario alla pietra e ancora inciso dei segni e impresso delle sue stigmate: scarno, denudato, apparentemente privo di vita eppure disteso esattamente di fronte a quella scalinata o sorgente di luminosità divina nella totale oscurità che precede l’ascesa verso l’alto, il ritorno all’assoluto o il congiungimento al Padre. Forse che la sua anima ha già lasciato quel corpo impresso nel sudario e deposto sulla nuda 
pietra in attesa di risurrezione.

Nell’immagine successiva la seconda persona della trinità, il Figlio si incarna nel volto d’una statua, fotografata in sfocatura intenzionale o nell’effetto di duplicazione voluta dell’immagine attraverso una miriade di proiezioni che si sovrappongono e in parte dileguano, incerte, sfuocate o di difficile leggibilità sull’emergere imponente del fondo. Il volto dell’umano appare perduto nella nebbia della ricerca di sé, dei propri confini e di un dialogo inevitabile al Padre: volto in perdizione nel magma di un fluire umano e conflittuale di sentire, nel gioco dei riflessi e delle sovrapposizioni tra i diversi io che lo abitano, infine nella dissoluzione della propria immagine a tratti contro i contorni sfumati   dell’ambiente esterno.


La terza persona della trinità, lo Spirito, appare personificato in questa sorta di animale celeste o creatura quasi alata aprendosi un cammino con le sue corna simili ad ali in mezzo a un bosco di rovi, cespugli a macchia, alberi a arbusti.  Un bianco ariete appare in mezzo a una foresta di vegetazione selvaggia vista in un profondo chiaro-oscuro come una scia luminosa del bianco in mezzo all’oscurità della selva, dei sentieri e degli alberi circostanti. Traccia l’avvento di una nuova era per lo spirito, la via d’una spiritualità ancora in parte da percorrere per gli uomini, un regno dell’elevazione del pensiero e del ricongiungimento alla sua essenza divina. 



Nella seconda sala la presenza del sommo poeta, Dante, è evocata attraverso i luoghi che sono divenuti tracce spirituali e letterarie della sua vita nonché della sua opera là dove l’amore per il luogo, per la natura divengono elementi fondanti della parola poetica.  L’immagine ispirata alla pineta Classense vicino a Ravenna, uno dei topos letterari della Commedia dantesca si rifà al tema della rinascita, dell’elevazione spirituale o del ritorno alla luce dopo il lungo peregrinare del poeta attraverso i regni delle tenebre e dell’espiazione.  Nella versione fotografica di Corelli, esclusivamente in bianco e nero, una giovane donna abbraccia il figlioletto appena nato, vista di profilo, in primo piano, entrambi nudi fino al busto sullo sfondo delle cannucce e dei tronchi di pini contro il tramonto. Solleva il bambino al cielo elevandolo alla grazia del creato, alla potenza del divino nel gesto di tendere le braccia verso l’alto contro il tramonto per celebrare la nuova vita lì sopraggiunta, la nascita o la ri-nascita d’un tratto. Manifesta il ricongiungimento all’assoluto attraverso la natura e disegna la via dell’amore per il creatore partendo dall’amore per la piccola creatura.  Immagini dominanti sono qui quelle della nudità, della trasparenza e della rinascita.


Nell’ultima sala la visione fotografica di un Dante esule è ispirata dalla pineta limitrofa a Ravenna, a Lido di Dante. L’uomo vaga solo attraverso la spiaggia, in riva al mare sul bordo esterno della pineta,  lui il poeta, l’esiliato e il profugo, il religioso Dante. Dopo essersi smarrito in mezzo alla selva infestata di selve e aver intrapreso insieme alle sue guide spirituali il viaggio attraverso la dannazione infernale, l’espiazione e la redenzione- forse poco prima di cominciare il cammino di ascesa verso l'assoluto- si ritrova qui su questa spiaggia deserta alle spalle della pineta, vagando contro la costiera aspra e selvaggia spazzata via dai venti e battuta dai fiotti marini, lui l’uomo e il poeta , l’esiliato e il geniale visionario.     



venerdì 2 settembre 2016

"AWA'S JOURNEY" , al Shonibare Studio, London (regia di Danielle Urbas, con Union Dance, musiche di Mosi Conde e video di Dan Saul, testo di Beverly Andrews)

  



Due storie opposte e parallele si intrecciano 

in“Awa’s journey”, un viaggio multimediale attraverso il teatro, la danza, e la musica live africana messo in scena da Union Dance con la regia Danielle Urbas al Shoribare Studio di Londra nella combinazione sinestetica di diversi linguaggi: la parola e il corpo in primo luogo, poi il montaggio di immagini video del film-maker Dan Saul  estratte dall’attualità contemporanea dei conflitti internazionali e dei flussi migratori di massa verso l’Europa. Un’altra storia si intreccia a questa nello spettacolo e ci riporta molto più indietro nel tempo all’epoca di un Mali imperiale  nel XVI secolo per rivivere la stessa vicenda attraverso un’immagine uguale e contraria rinviata a specchio da un periodo d’oro della storia africana e da una corte inglese dilaniata da violenti conflitti religiosi. “Awa’s journey” è il viaggio di una giovane donna maliana in fuga dal proprio paese dopo l’occupazione del territorio da parte delle fazioni estremiste islamiche, viaggio dalla terra natale alle strade di Londra, ma anche, al contrario in una seconda storia, il racconto di una nobile principessa dallo stesso nome che giunge in visita presso la corte di James I in un’ Inghilterra lacerata da conflitti religiosi e violenti spargimenti di sangue .



Il racconto di Awa, gridato o sussurrato , intensamente imploso nello scorrere delle immagini video sul suo volto in primissimo piano o nell’eco della sue parole intercalate da immagini dei media, dagli intermezzi musicali di danza e canto dei griot, ci interpella o parla direttamente perché richiama alla memoria e fa appello a immagini o scene viste ogni giorno nella nostra attualità al quotidiano. Lei, uno dei tanti volti o storie di persone oggi profughe nel mondo: disperse, in fuga, in migrazione volontaria o obbligata dall’Africa o dal Medio -Oriente verso l’Europa in seguito a persecuzioni religiose, guerre civili o a crisi economiche che hanno investito tali territori. Nello specifico nel dramma qui, le milizie estremiste islamiche attaccano e occupano il nord del Mali dopo la caduta di Gheddafi rivendicando la fine  del governo e della costituzione fino a gettare il paese nel caos, nella guerra civile e in uno stato di instabilità politica determinante.  La fuga verso l’Europa diviene la sola via possibile per la donna: la sua traversata a nord, oltre il confine attraverso il deserto fino al mare e poi oltre imbarcandosi su una nave clandestina in condizioni miserevoli per arrivare in Europa insieme a tanti altri profughi illegali senza più identità né documenti, senza più volto ne passato. Solo un desiderio primo le è rimasto, come racconta nel monologo, l’impulso essenziale alla vita, la lotta estenuante per sopravvivere, il desiderio di lasciarsi alle spalle la violenza e l’orrore della guerra per ricominciare una nuova esistenza.
Nel prologo dello spettacolo Awa  è arrestata dalla polizia mentre vaga per le strade di Londra in preda a una parziale amnesia, vestita di stracci e senza più documenti; là incomincia a raccontarsi in un monologo sussurrato, intimo e auto-riflessivo di fronte all’ ufficiale di polizia che a sua volta diventerà un interlocutore privilegiato nello spettacolo,  colui che incarna la coscienza conflittuale dell’uomo occidentale, bianco e “civilizzato”di fronte all'incomprensibilità di un mondo e d’una crisi globale che sta investendo sempre più una realtà  fuori dal suo controllo.
Stralci di memoria e momenti della fuga si alternano nel monologo di Awa a repentini ritorni al passato in Mali e tratti di un presente disperante dove le vicende e i ruoli si sovrappongono sul filo degli eventi che l’hanno condotta lì e resa come tanti altri profuga, rifugiata o vittima della guerra, precipitata dal suo precedente status sociale: 
“Come ogni cosa è accaduto così rapidamente, quanto in fretta tutto è cambiato. La vita che conoscevo svanì semplicemente, sembrò come fosse scomparsa nel giro di un solo giorno e quello che era rimasto non mi apparteneva più. Era come se in una notte fossi diventata una specie di dipendente, ma non dalla droga o da qualche psicofarmaco bensì dalla vita. Tutto quello che volevo era sopravvivere perfino in quell’oscurità, in quell’inferno sulla terra dove ogni cosa che amavo era stato distrutto. Semplicemente volevo sopravvivere. Cominciai a sentire che non ero più molto umana ma simile a un animale sulla terra con un solo impulso dentro di sé, sopravvivere, continuare (..) E a poco a poco tutti i piani che mio padre aveva fatto per un viaggio sicuro cominciarono a incrinarsi. Era come se il suo amore non potesse più proteggermi, come se non fossi più in pieno controllo della mia vita ma spinta da eventi che apparivano fuori dalla mia volontà. ”


Awa attraversa il deserto in una fuga estenuante nel tentativo di raggiungere e imbarcarsi verso il vecchio continente. Nello spettacolo un gruppo di attori su scena avanza e retrocede nella totale oscurità, qualcuno cade a terra come avendo perso i sensi, crollano e si rialzano accompagnati dal canto dei griot mentre una giovane danzatrice appare in un movimento frenetico del corpo, nella simulazione d’una camminata immobile come attraverso sabbie mobili che la risucchiano al suolo. Avanza e retrocede in una marcia infinita senza potersi muovere dal punto iniziale; crolla al suolo, si rialza e inizia questo monologare infinito del corpo con sé stesso in una sequenza ripetitiva, sempre più veloce e esasperante, in un crescendo di tensione fino allo sfinimento, alla fuga finale dalla scena :
“ Non devo fermarmi, non devo fermarmi, se mi fermo mi troveranno, mi prenderanno. Non devo bere, non devo mangiare, non ho tempo per mangiare, devo continuare, correre e continuare, correre fino al confine, correre e correre più avanti fino alla fine, devo continuare, non devo fermarmi, non devo fermarmi.”

 Si imbarca su una nave clandestina al prezzo di ciò che possiede ma l’ l’imbarcazione affonda durante la traversata e Awa si salva per miracolo; viene portata sotto shock in un ospedale dal quale poi fugge per continuare il suo viaggio: “Era come se la mia vita all’improvviso fosse diventata qualcosa di molto piccolo e insignificante. Spazzata via da una grande marea sulla quale non avevo alcun controllo e tutto quello che potevo fare era tentare di restare con la testa sopra l’acqua per non annegare.”

Illegale e senza più documenti incorre nell’infausto destino di molti profughi : entra clandestinamente nel paese trasportata da un camion fino al confine, è assalita sessualmente e poi lasciata nelle mani di una donna che la sfrutta come schiava domestica per alcuni mesi fino a quando  non riesce a fuggire. Mentre la situazione politica deteriora ulteriormente in Mali navi di emigranti, di rifugiati fuggendo l’avanzata degli islamisti approdano sempre più frequentemente sulle coste del Mediterraneo là dove l’Europa reagisce lentamente, a fatica e quasi  paralizzata dalla crisi globale in atto dichiarando lo stato di emergenza, di allerta di fronte all'ondata migratoria dilagante. 


Tuttavia anche, un altro volto del Mali appare in questo dramma, l’immagine di un’altra epoca che affonda le proprie radici in un passato regale, in un impero prospero e influente fino al XVII secolo. Là la narrazione resta legata all’oralità, al canto, alla musica e alla parola poetica come storytelling, poesia e saggezza antica tramandata di generazione in generazione dai griot africani che, nello spettacolo, accompagnano con la loro musica, al vibrare della chora, la danza e la parola. L'arrivo d’una corte maliana regale giunta far visita a quella inglese del XVI secolo restituisce un’altra storia al continente africano, un altro punto di vista, il rovesciamento della prospettiva dove l’Africa non appare più  come quella parte del mondo privata oggi d’ogni mezzo o risorsa e tagliata fuori dall’asse di influenza della geo-politica mondiale ma come un luogo dalla cultura e la  storia ancestrale,  un paese quasi utopico di pace e prosperità dove si riconosce la coesistenza pacifica tra gli individui e il libero culto delle religioni, dove si vive nel rispetto dell’ altro, dell’ ordinamento esistente e della storia come del valore d’un passato condiviso e tramandato di generazione in generazione. Da tale punto di vista volutamente straniante uno sguardo critico è gettato sull’Europa occidentale del XVI secolo per mostrarne, nella tradizione di tutta una letteratura filosofica e di viaggio da  Montaigne in poi, le deformazioni politiche e di costume , le guerre fratricide o di successione, infine le persecuzioni religiose entro uno stesso credo.

Come l’avvocato bianco britannico di Awa afferma in una discussione serrata, introspettiva e critica con l’ufficiale nell’epilogo della storia “Ho sempre pensato che la storia segua una traiettoria diritta, lineare; crediamo di poter imparare dai nostri errori e di diventare migliori nel tempo ma continuiamo a ripeterli. Abbiamo scavato e estratto il nostro piccolo dominio prezioso di risorse da questo paese, instaurato regimi violenti e ingiusti e poi, quando tutto appare crollare, alziamo le mani nell’orrore e ci allontaniamo. E quando quei pochi disperati fortunati abbastanza per fuggire siedono di fronte a persone come voi e noi,voi date giudizi sulle loro vite, se i traumi che hanno appena avuto il coraggio di raccontare siamo genuini o meno (…)Noi non abbiamo assunto la responsabilità per l’orrore che abbiamo creato in questi paesi; mi chiedo se questa non è forse un test, una prova per l’occidente, e se lo è noi l’abbiamo sbagliato completamente.”


E’ , infine, lo sguardo auto-riflessivo di un impero britannico che a un secolo quasi di distanza  dalla fine della colonizzazione guarda al proprio passato di predominio sull’Africa e il sud-est asiatico, in un certo senso agli errori commessi dalla storia che costantemente si ripercuotono e si ripetono, o ricadono malgrado quanto se ne dica sull'attualità del presente. Quella coscienza occidentale cerca qui un modo nuovo di rapportarsi al proprio passato coloniale e, insieme, a un continente stigmatizzato, a lungo considerato “perduto”.  
Alla fine del dramma l’atto simbolico di un abbraccio, di un bacio condiviso tra la giovane principessa africana e l’ufficiale britannico appare come un modo di ripensare la relazione di potere tra colonizzatore e colonizzato mentre il vecchio continente tende la mano a questo altro nuovo ed emergente o riemergente in una stretta simbolica e pacifica tra i due quasi volesse rinegoziale la storia e dunque  le sue conseguenze sul presente a un secolo di distanza dalla fine dell’impero. Simbolicamente, lo scambio di un dono ancestrale che  Awa cede all’uomo - la collana preziosa che avrebbe garantito protezione alla persona che l’avesse portata e passata alle generazioni successive - sancisce tale abbraccio simbolico tra i due. La scena sembra implicitamente voler riconciliare le prospettive della storia, i due volti dello stesso personaggio proveniente da epoche diverse, i due destini opposti di prestigio e oppressione, lo iato tra passato e presente e farli confluire dentro un’immagine nuova per il continente africano, forse un modo nuovo di pensare la storia o il il corso di un destino.  



Nel finale  danzatori e attori su scena neri per la maggior parte e pochi bianchi in mezzo a loro accompagnati da un canto lento e avvolgente al suono malinconico della chora incominciano all’unisono il movimento d’una pulsazione simile a un respiro e a un battito comune, il loro costato sollevandosi in un moto condiviso, in uno stesso ritmo amplificato dal ritmo del gruppo. A poco a poco espandono questo battito, lo fanno proprio fino a diventare corpi che vibrano in un solo respiro, dentro un solo cuore, quello che batte per la loro terra, per il destino del loro continente,per una storia condivisa mentre le didascalie ci raccontano che il Mali fu in seguito invaso dall’impero Songhai perdendo il proprio predominio nella storia.
I corpi degli interpreti con le spalle al pubblico si allontanano camminando verso l’oscurità al fondo della scena, poi si volgono a noi all’improvviso e s’arrestano. Con movimenti lenti, appaiono chiamare verso di loro il volto, il corpo di un uomo bianco rimasto a lato in esterno a guardarli, a giudicarli senza comprendere. L’uomo si avvicina, diviene parte del gruppo, insieme a loro nel battito comune. I loro palmi ora sono volti verso l’alto, gli occhi socchiusi, la tensione palpabile sulla pelle mentre retrocedono, si allontanano definitivamente verso  le quinte.

Immagini video di volti, di ritratti in primo piano ovunque si proiettano attraverso i corpi degli attori e sui muri, limpide e meravigliose. Amplificate nel silenzio parlano, gridano o sussurrano a noi spettatori, quelle stesse immagini che avevano risposto visivamente in vari momenti alle parole nello spettacolo. Volti neri e bianchi, africani, europei e medio - orientali, grandi occhi limpidi o altri oscurati dalla rabbia o dalla disperazione,   gruppi di popoli, individui visti nella rivolta, nella sovversione, nel rovesciamento politico di un sistema o nel primo piano di sguardi d’una sorprendente bellezza. Uomini, donne e bambini, una miriade di immagini parlano della storia contemporanea, della nostra attualità di migrazioni, guerre e flussi di popoli in fuga da una parte all’ altra del mondo e si rivelano allo stesso tempo limpide, poetiche, riassumendo in loro stesse tutto il senso di questo teatro.                                  

                            


lunedì 22 agosto 2016

"FACING HISTORIES IN HIROSHIMA" reading-performance e mostra al Mambo di Bologna





Hiroshima e Nagasaki furono completamente distrutte da due bombe atomiche lanciate nell’arco di due giorni sulle due città giapponesi ( il 6  e il 9 agosto la data del primo e del secondo lancio) per sancire nelle parole dell’esercito americano la fine del II conflitto mondiale. Oltre la morte immediata di centinaia di migliaia di persone seguirono nei giorni e negli anni a venire gli effetti devastanti, irreversibili e prolungati delle radiazioni sui corpi e sugli spazi contaminati nel breve o lungo termine tanto da produrre conseguenze visibili o non immediatamente manifeste, menomazioni fisiche o irreversibili traumi sugli individui.

Nel corso di una performance-reading al Mambo di Bologna Yumi Karasumaru ha reso omaggio alla storia drammatica contemporanea del proprio paese attraverso una rielaborazione consapevole, emozionale e poetica insieme della memoria collettiva e personale risvegliata attraverso le immagini tratte dalla storia recente dell`esplosione atomica in Giappone. Riproduzioni, proiezioni su larga scala di fotografie tratte dalla stampa, dai filmati o da collezioni private dell’epoca sono stati successivamente reinventati dall’artista attraverso una pittura libera emozionale, in ideogrammi lirici improntati sulla tradizione pittorica giapponese e sui versi brevi degli haiku. L’esito è una rivisitazione espressionistica, poetica, affidata in primo luogo alla vibrazione sperimentale di una cromia estrema che evoca pur nella scelta della figurazione un tipo di pittura informale e astratta.

“Il mio lavoro e` una profonda affermazione di appartenenza verso il mio paese nella pittura come nella performance ma anche condividendo con esso uno stato d’essere , una tensione diffusa, apparente, un’inquietudine permanente verso il futuro. Perche’ abbiamo visto e studiato a diverse riprese il passato sviluppando una consapevolezza storica differente sull’esistenza. Ho creato una serie di paesaggi antropologici e geografici basati sulla mia visione e sensibilità”. Una specie di ragnatela dove le storie si intessono tra passato e presente, vere o presunte, tratte da documentazioni storiche o fittizie, chiare o oscure, situandosi tra il pubblico e il privato, tra le immagini d’archivio o la trasposizione pittorica, espressionistica e assolutamente soggettiva delle medesime.

Attraverso i filtri colorati che ne trasformano o influenzano completamente le sembianze le città di Nagasaki e Hiroshima appaiono ora ricoperte da uno schermo o velatura giallo-arancio simile a una radiazione diffusa e illocalizzabile, bruciante come una sfera di fuoco, un nucleo solare incandescente d’inverno, ora assumendo i colori grigio-argenteo slavato e verde cinereo di una bomba all’idrogeno esplosa: la colorazione cianurica e malsana di una distesa velenosa e epidemica di morte, d’una contaminazione irreversibile e sottilmente dilagante, corrosiva sulla superficie della terra.








Una decorazione militare del corpo kamikaze sullo sfondo d`una sfera solare arancio da’ inizio emblematicamente alla serie dei dipinti disposti in piccolo formato sulla parete; seguono i ritratti stilizzati in ideogrammi a china e matita degli ufficiali dell`esercito responsabili del lancio dell’atomica, il volto sullo sfondo violaceo e rosato d`una madre con il figlioletto in braccio in un ritratto velato che riporta l’immagine alla dimensione del mito o del sacro quasi celato nell’enigma del volto femminile; di lei si racconta che si gettò in un fiume insieme ai propri figli lasciandosi annegare per permettere al marito di proseguire la propria carriera nell`esercito al più alto grado come kamikaze di morte.



Ancora, appare un orologio da polso ricoperto d`una patina verdastra e immobile, l`incisione inattesa del giorno e dell`ora, della data rimasta fissata alle 8 e 15 del mattino, il momento preciso in cui venne sganciata la bomba su Hiroshima a un km dall` epicentro. Il velo verdastro della patina che ricopre simbolicamente l`oggetto e la data dell`evento in un`altra versione diviene una coloratura sfumata,cinerea e bluastra che come le ceneri dopo una combustione ricopre di quella distesa di polvere e fumo l’oggetto dopo l’esplosione.
Hiroshima e` vista nei colori del grigio e del rosa sfumati, diluiti e diffusi come un’infinità di minuscole particelle ionizzate dall`irradiazione attraverso l`atmosfera. L`orizzonte della citta’ e` sempre piu` cancellato dalla nuvola atomica di particelle gassose in espansione che ne dileguano ogni forma solida, la linea di ogni contorno in slavature intenzionali di colore, il blu, il grigio e il rosa o nella loro parziale svaporazione eterica.

In altri quadri la  città e` vista come ricoperta da macchie e aloni d’un infinita’ di punti d`arancio frammisto a grigio sullo sfondo d`una tonalita’ rosso bruciante infuocata in rari sprazzi all`orizzonte, vista come gli effetti della radioattivita` sui corpi, sul paesaggio o sull`atmosfera avvelenata dalle sue cellule ionizzate.
Una pioggia nera appare ancora su uno sfondo rosato in rigatura di linee dense e oscure lasciando rigagnoli e tracce d`acqua colanti scavate sulla superficie del quadro: si dice che una pioggia nera cadde dal cielo a pochi giorni dall`esplosione sul fondo rosato e violaceo di una citta’ colpita, anestetizzata e semi-distrutta.


Nagasaki appare come un corpo carbonizzato, come lo scheletro d`un luogo di morte, cinereo, grigio e cianurico in un`altra versione della serie. Un sandalo incenerito e rimasto intatto nella sua forma originaria appare tra i primi piani degli oggetti assunti come segni o simboli  indelebili della tragedia su uno sfondo blu indaco e celeste, reso quasi irriconoscibile da una pioggia di colore espressionista. Ancora un triciclo abbandonato   è dipinto in primissimo piano maculato in macchie d’arancio incendiarie e divoranti come le radiazioni di un sole infuocato su una patina grigia di fumo e di sonno mortale. Infine un`uniforme mimetica verde militare appare letteralmente corrosa dagli effetti d’una radiazione diffusa e impalpabile.







Nella serie il volto di una giovane donna ustionata a quattro giorni dall’esplosione appare in un violento chiaro-oscuro a  matita e acrilico su tela. Volto sfigurato, in parte cancellato dalle lesioni, la capigliatura e il contorno sono resi per l’effetto d’un segno violentemente tracciato, inciso quasi, violaceo, indaco e innaturale  contro l’involucro esterno della pelle ricoperta di  cicatrici, intensamente segnata anch’essa, grigiastra e marcata come la maschera di un volto assente in sé stesso; quasi il calco funerario di un’umanità scomparsa, gli occhi restano cavità vuote, spente prive d’ogni scintilla di vita a renderli ancora riconoscibili e umani.



Come un’eco da un tempo altro,
come la memoria di un’età mitica fuori dalla storia e dalla cronologia degli eventi, come una dimensione  poetica intrecciandosi a quella dell’attualità tragica raccontata dalla storia recente di Hiroshima, un altro ideogramma appare, ugualmente ricoperto d’una patina rosa, indaco a tratti intensamente  violaceo di colore che trasfigura i volti e i corpi fino a trasporli ancora una volta in una dimensione irreale, mitizzata e astratta. In questa versione  è una fotografia di gruppo, una scuola femminile prima della guerra, studentesse d’una istituzione altolocata giapponese e insegnanti reclutate in seguito durante la battaglia di Okinawa nel 1945 come infermiere volontarie, la metà delle quali morì durante la guerra. Ritratti immobili fissati nell’istante atemporale di una eterna edenica infanzia: questa volta il velo rosato e indaco posto sull’immagine è quello  lieve e impalpabile della memoria, dell’infanzia come luogo mitico antecedente la storia e non intaccato ancora dall’ombra o dalla traccia manifesta della sofferenza, del conflitto o della morte. Volti antichi, lontani da ogni identificazione realista possibile, capelli intrecciati, camicette bianche candide, gonne lunghe tra loro d’una identica uniforme imposta alle giovani allieve, poi il velo distanziante, la patina lieve e avvolgente del ricordo, quasi come se l’immagine fotografica fosse colta nell’immobilità di un istante unico e irripetibile.    








 “Facing histories in Hiroshima” la reading-performance tenutasi il 6 agosto per rendere omaggio alla memoria storica dell’evento e alle sue vittime ha combinato le modalità espressive del teatro giapponese classico che affonda le sue radici nella tradizione del n^o e del kabuki , teatro ritualizzato ricondotto all’essenziali d’una “messa in scena” che fissa la forma come pura presenza scenica attraverso un lavoro particolare sull’energia e sull’essenzialita’ del gesto, nonché attraverso l’uso di maschere. Dall’altra parte era la tradizione performativa occidentale attraverso la lettura di testi poetici estratti da autori sopravvissuti alla tragedia nella voce lenta, limpida e tenue di Yumi Karasumaru e sulle sonorità elettroniche di Enrico Serotti. Paesaggi sonori accompagnano creati dalla combinazione aleatoria, di suoni, basi elettroniche e suggestioni vocali nella pura improvvisazione del momento.

Quadri dell’artista sono proiettano sullo sfondo di una parete immensa mentre un recitativo lento e scandito prosegue nelle due lingue, l’italiano e il giapponese, attraverso la lettura di un papiro bianco che srotola progressivamente al suolo ai suoi piedi.
Il profilo del corpo nel kimono bianco si tinge come la città delle diverse colorazioni dei quadri proiettati sul muro: paesaggio dell’anima astratto e espressionista e’ dato per diverse tonalità emotive, ora cinereo, lugubre e grigiastro nella sembianze di una morte annunciata per Hiroshima dopo l’esplosione, ora infuocato, rosso, irradiante nella contaminazione che ne ricopre ogni corpo e luogo nei mesi e gli anni a venire. Una polifonia di suoni elettronici accompagna, paesaggio sonoro creato dai gesti lenti, minimali e improvvisati del musicista sintetizzando gli input vocali e sonori su scena.





I corpi si espandono così terribilmente che non ci sono più confini, quello di un uomo e di una donna visti in un’unica forma.”
Un volto carbonizzato, devastato dal fuoco. Parola flebile, sussurrata: “Aiutatemi per favore. Questo è il volto di un essere umano”.

Trovarono rifugio in una stanza, neppure una candela tra loro. L’odore di sangue crudo, il sudiciume, il sentore di morte.
In quella stanza del seminterrato, una giovane donna stava per dare alla luce un bambino, nel travaglio senza neanche un fiammifero acceso a rischiarare la totale oscurita’.
Le persone non pensavano più a loro, alla loro paura, al loro dolore, aiutarono l’arrivo del nuovo nato.
La levatrice morì in mezzo a una pozza di sangue senza poter vedere l’alba del nuovo giorno, morì portando alla luce una nuova vita.
Portare avanti la vita anche se doveva lasciare la sua, una nuova vita là in mezzo all’ inferno.”

Ridateci la pace.
Ridateci i nostri padri, le nostre madri, i nostri anziani, i nostri bambini.
Ridateci noi stessi. Ridateci coloro che hanno dato senso e bellezza alla nostra vita.
Ridatemi me stesso, ridatemi il calore che da senso alla mia esistenza.

Ridateci la pace, una pace umana, semplice e sacra che persista finché questo mondo possa chiamarsi di nuovo umano”.


lunedì 18 luglio 2016

Notes from Abadiania ( viaggiando attraverso l'America del Sud)











Il tramonto: è la prima cosa che ti colpisce, che vedi arrivando dall’aeroporto di Brasilia sull’autostrada per giungere al piccolo villaggio sperduto di Abadiania a un’ora e mezza circa dalla grande città. Basso, denso e pesante discende come un involucro greve, oscurante a vista e, tuttavia, irradiato dalle tonalità accese dei rossi e dei carmini, dei porpora e degli aranci frammiste all’argento del fondo. Striature blu e luminose frapposte alle tenebre precipitano rapidamente sulla terra fino a coprirla, avvilupparla della sua densa presenza. Niente a che vedere con i nostri cieli limpidi nelle sere d’estate tenui e avvolgenti dove lentamente il sole scivola via per lasciare venire prima la graduale assenza di luce, poi, lentamente la sera che fa capolino quasi controvoglia e senza che ci se ne renda conto mentre l’ultimo lembo di sole arancio è ancora visibile al fondo dell’orizzonte. Paesaggi immensi si distendono sotto quel cielo disceso pesantemente sulla terra del Goias, piane e colline quasi disabitate ricoperte di lussureggiante vegetazione. I cespugli, gli alberi e gli arbusti si stagliano nei loro contorni insidiosi e appena riconoscibili attraverso l’oscurità ormai discesa mentre percorriamo un’autostrada ritagliata dal nulla su quello sfondo disabitato. Illuminata solo dai fari delle auto nella notte incrociamo saltuarie stazioni di servizio, un centro commerciale, desolanti villaggi.






Ci si sveglia presto ad Abadiania fin dal primo giorno, il sole entra attraverso le grandi vetrate senza persiane delle porte-finestre dando sul patio, attraverso le tende beige e da quella luce mattinale non si può che essere risvegliati, sorpresi, stranamente incantati. Si insinua lentamente come un chiarore concentrato su un punto luminoso e irradiante che si leva all’orizzonte dietro le colline bluastre, ancora sbiadite e immerse nel tepore della semi-oscurità. Inesorabile sale sempre più e irradia, si espande, si impone come un fulcro luminoso che viene a rischiare e dare vita a tutta la terra intorno. Paesaggio popolato di presenze, porta in sé spiriti e segni divini ovunque quasi si manifesti come l’impronta silenziosa d’una forza spirituale immensa e onnipresente qui tangibile, a diretto contatto con l’umano fino a colmare l’aria, l’etere e il suolo delle sue impronte luminose e divine.





Passeggiata sulla terra di Goias, arbusti e natura vivente


Si parte la mattina presto poco prima del sorgere del sole per andare ad esplorare i paesaggi circostanti. All’alba ancora i colori non sono nitidi e le tonalità appaiono smorzate, sfumate come la mente di chi a metà tra il sonno e la veglia si trova ad avanzare, a vagare alla ricerca di un sentiero mentre il resto delle persone partite prima sono già scomparse all’orizzonte. Assenza di luce, torpore mattinale di un corpo ancora in parte assopito, il vento fresco e mattutino arriva a folate improvvise ancora privo del calore del giorno. La terra battuta del sentiero si infiltra attraverso i sandali aperti,granulare, polverosa come il cammino fatto di terra, pietre e sassi dispersi. Segui il sentiero: avanza, sale, poi svolta in una discesa improvvisa senza sapere esattamente dove ti porterà; segui il cammino passo a passo nell’incertezza, nell’apprensione imprevista del trovarti solo in mezzo a quelle vallate, nella speranza di incontrare qualche altro viandante mattutino, quando, d’un tratto, il chiarore mattinale come una luminosità pervasiva e tenue, diffusa dietro il profilo delle colline si affaccia mentre il sole, astro nascente sorge come presenza ineluttabile, invisibile e, insieme, ovunque manifesta. Promette salvezza, sembrerebbe, al solitario viaggiatore permeando la terra della sua aurea luminosa, impronta prima dell’anima universale. Allora i colori divengono nitidi, chiari d’un tratto, verdi, ocra, e terre riflesse nella trasparenza di sfere, ombre e cristalli di luce e tutto si rende visibile, leggibile anche il non-manifesto mentre il sentiero prosegue rossiccio, ocra e polveroso oltre il nostro sguardo, segretamente animato, sembra, dagli spiriti sacri che vivono lì tra quelle vallate. Le case del villaggio sono a distanza come un’apparizione vaga e incerta e i cespugli parlano la lingua segreta delle creature, i tronchi ritagliati e incisi portano la memoria secolare della loro permanenza, gli arbusti sono viventi e sussurrano parole incomprensibili attraverso il vento. Le ombre si impongono, i segni dell’invisibile divengono più presenti dell’umano, il mondo sottile si affaccia lì tra le linee per chi voglia essere attento ad ascoltarlo.




Terra rossa




Sgretola lungo i sentieri polverosi, calda e del colore avvolgente della madre terra d’Africa; il suolo sabbioso e rossiccio porta in sé il riflesso e il calore del sole basso all’orizzonte. Cristalli riflettono ovunque, ugualmente, nei negozi e nei bazar lungo la strada principale, nelle case e al’ingresso delle pousadas: grandi, piccoli, trasparenti, intagli di pietre semi-preziose o non levigate, cristalli di tutte le dimensioni e forme oppure della trasparenza verde o rosata dei quarzi, della vibrazione rossa del topazio, del giallo- arancio vitale dell´opalina, dell´agata ambrata e madreperlacea, infine nelle cavità chiuse, geodi dentro le quali coaguli o distese violacee d’ametista affiorano. Gli intagli dei quarzi si trasformano, poi, in pendenti di pietre opache e sfumate mosse dal vento, in croci, arbusti levigati, contorni piramidali vorticanti di energia, collane o bracciali decorativi, infine in rosari per il culto religioso.







Una strada si disegna in mezzo alla savana, al “cerrado” o alle vallate intorno, da un lato ricongiungendosi all’autostrada e al resto dell’abitato urbano, dall’altro al limite opposto, con la Casa spirituale di S.Ignazio, la casa bianca e blu di Abadiania: l’ingresso e la tenuta, il giardino meravigliosamente custodito con i suoi vialetti e aiuole, il patio esterno, la piccola cappella con le piramidi di energia mediatrice alle entità, i piccoli antri di ritiro solitario, gli angoli di profonda meditazione e preghiera.

Patio e giardino di giorno: è oasi di pace, calore del sole che viene a riscaldarvi dentro un corpo intorpidito sulla panchina, irrigidito da tutti i suoi mali. Lievi folate di vento portano con sé i messaggi dell’invisibile. Serena armonia di un giardino zen, pace insperata, inattesa al margine delle lamentazioni dell’essere. E' rigoglio di piante verdi, silenziosa e muta perfezione del ritrovarsi, interi, intatti, integri insieme al senso della propria perduta esistenza. Quiete insperata ai margini della tempesta ancora nei suoi lembi a trascinarvi. Quando volendo scappare siete indotti, gentilmente rapiti e obbligati a restare, in quella serena stasi dell’anima, qualche volta avvicinandovi allo stato di indolenza a metà tra la meditazione e il riposo, in quasi abbandono dal vostro io cogitante. 

Patio alla discesa della sera. Nel controluce d’ombra del tramonto mentre le nuvole gravano pesantemente sul cielo bluastro e argenteo, basso sulla terra, il patio appare nei suoi contorni esterni riconoscibili come architettura insieme al profilo dei visitatori sul fondale limpido e argenteo. E' contemplazione del divino attraverso l’anima della natura, un tutto cosmico risvegliato, vivente in spiriti e orbe di luce notturna, vortici di energia e lievi passaggi di brezza brumosa. Rendono i contorni liquidi all’orizzonte come la vastità d’una bassa marea contro il paesaggio collinare.

 La cascata

 Il sentiero discende come un valico dietro la Casa, la terra è arsa, polverosa mentre i cespugli del "Cerredo" appaiono rigogliosamente verdeggianti nelle mille sfumature ai lati.
All’ ingresso della zona sacra c'è un momento di stazionamento, di pausa e distacco dal precedente brusio della conversazione; un silenzio improvviso è imposto quasi lì d’un tratto dagli spiriti della natura, dalle entità benefiche della Casa e dalle forze sacre del luogo. Si entra in silenzio, quasi in punta di piedi, trattenendo il respiro mentre si percorre la banchina in legno. Rami d’alberi si intrecciano sopra la vostra testa a guisa di porta o soglia verso un rituale di passaggio, di purificazione o rinascita.

Secondo stazionamento: dopo essersi tolti i vestiti si discende ulteriormente verso la sorgente sacra. Il primo ponte è quello degli addii al passato, della cancellazione o lavaggio via di quello che era prima, nel secondo ponte si attraversa il qui e l’ora, il momento presente dell’accadimento, della trasformazione simile a un rito quasi di passaggio. Nel terzo ponte lo sguardo è volto verso un presente che si proietta già nell' a-venire di un prossimo compimento. Scivoli sulle pietre massicce e levigate dall’acqua vicino alla sorgente tenendoti alla barriera in legno; sei a un passo dalla sorgente, immergi le mani e le braccia sotto quell’acqua limpida, cristallina al primo contatto gelida, incredibilmente, inaspettatamente raggelante al tatto, poi d’un tratto come per una decisione improvvisa,  e con una determinazione decisiva e irreversibile immergi l`intera testa, i capelli, la nuca gridando al contatto; sei raggelato, stupido, graziato, risvegliato. Immergi ancora la testa con i capelli fino alle spalle e il viso, tutto il volto, una secchiata d’acqua gelida e cristallina, bevi e sputi, una due, tre volti, ti immergi ora braccia e gambe, tutti i punti del corpo dove senti il bisogno o la necessità di rigenerarti, lavarti, purificarti in una infinito processo di liberazione. Resti ancora sotto quel getto d’acqua con la sensazione ora che non sia più tanto fredda, ma invece semplicemente fresca, rigenerante, pura, proveniente dalle radici misteriose del sacro. Ne esci lavato, risvegliato, rianimato e insieme riempito di gratitudine e amore verso quel dono ricevuto, generosamente concesso dagli antri segreti dal mondo spirituale gravitante in quel luogo.



"Fogafogo Park and natural lake" (foto non possibili alla Cascata)


La domenica sera il villaggio è deserto, completamente svuotato, i negozi chiusi, la maggior parte dei visitatori partiti, il viale di ingresso della Casa solitamente colmo di persone vestite in bianco quasi vuoto. I pochi visitatori rimasti sono rifugiati dentro le loro pousadas; il cielo bluastro e grigio discende basso su di noi mentre il sole sta scomparendo in un angolo remoto dell’orizzonte e la notte cala d’un tratto senza che ce ne rendiamo conto. Una strana solitudine si impone allora, il senso d’essere perduti in mezzo a un nulla della savana o del deserto, d’un villaggio d’America latina smarrito chissà dove, di case sorte lì da un giorno all’altro precariamente e senza un motivo preciso. Eppure la sensazione non è angosciante ma lieve quanto i colori del cielo ancora rossiccio e caldo a quell’ora, dei sentieri e degli intonaci esterni delle case che riflettono nelle mille tonalità del blu pastello, giallo luce, viola indaco palpitante, arancio chiaro e verde brillante .




La Casa, la trasformazione, la via della guarigione










Venerdì è ultimo giorno di incontri alla Casa. La hall è stracolma di gente quel giorno in piedi in attesa, nel cortile esterno ugualmente una folla vestita in bianco. I primi arrivati sono seduti già in meditazione, altri non sono ancora completamente risvegliati, presenti, altri sono già in stato di abbandono consapevole, di preghiera o di interna sospensione, dallo spirito alla materia alla ricerca di connessione, contatto, unione con le forze di luce e di amore prevalenti nel luogo. Molti, soprattutto gli autoctoni brasiliani giunti in giornata per vedere il medium appaiono inquieti, ansiosi, in cerca forse di un intervento divino, d’una visibile trasformazione, d’una risposta, un aiuto o un semplice incoraggiamento. A lato della sala il volto d’un giovane Cristo profeta e mistico in ritiro nel paesaggio desertico presso il lago di Genesare fissa con i suoi occhi chiari della limpidità e trasparenza del creatore i visitatori; a braccia aperte vi accoglie con il suo sguardo puro, celestiale, vestito d'una tunica bianca e una stola rossa in postura meditativa. I volti delle entità di luce, dei santi o dei medici spirituali che si manifestano alla Casa sono giovani e viventi, dipinti nei colori puri del blu, del rosa o dell’ocra,“a plat” nei ritratti restituendo il senso di una spiritualità talmente presente, di forze divine sottili, invisibili che agiscono a diretto contatto con il piano dell’umano. Ci parla di un modo di vivere la religiosità, quella cristiana in primo luogo, fuori dal formalismo della chiesa ufficiale, qui vitale e immediata quanto impregnata di spiritualità e fuori da tanta ufficiosità della tradizione occidentale. Una giovane Vergine Maria dal volto puro, presente e animato in primo piano,  si impone al centro dipinta "à plat" nel ritratto. I suoi occhi vi parlano, la giovinezza e la freschezza dei suoi tratti in uno sguardo nuovo, umano, la sua divinità diretta al vostro sguardo.


Nella hall stracolma al mattino presto prima che inizino le operazioni alla Casa si intuisce un senso di attesa, di aspettativa, di una sospensione carica di speranze e domande inviate all’ alto: insieme un aspettare e un aspettarsi. Essere lì in ascolto di sé, in stato di svuotamento dal proprio ego onnipresente, di riconnessione al proprio centro e all’ alto, al sé profondo e nell’unità al divino in noi. Invocare la presenza di Cristo, di un Cristo giovane, umano, vicino all’ uomo e in diretta connessione a lui attraverso la parola del Figlio di Dio contro gli stati di smarrimento o perdizione del proprio corpo-spirito. Pregare intensamente di fronte a un volto dallo sguardo riempito d’amore e di luce, oppure chiudere gli occhi e raggiungere, nel tempo, quello stato meditativo di svuotamento e assenza di sé, di riconnessione a un sé più antico, più vasto e primo unito al tutto, infine di dialogo con le entità di amore e luce presenti nel luogo. Una corrente vibratoria si crea allora attraverso l’unione di tante singole energie meditative e spirituali nelle sale di meditazione in modo particolare per sostenere e far scorrere come una corrente di vita e d’amore il piano energetico e spirituale che sottendono le presenze benefiche alla Casa . Ha inizio la preghiera di apertura della giornata con un’invocazione al potere di Dio che solo guarisce mentre si ode la proclamazione: “Questa è una Casa di luce, di pace e d’amore, una Casa che lavora con l’energia della presenza divina universale che sana in noi non i sintomi ma le cause prime e profonde che li hanno generati fino a renderli malessere, dolore o malattia. Le persone arrivano qui con le loro richieste di aiuto, il loro carico di speranza o disperazione, la loro ricerca di fede o spiritualità. Entità d’amore e di luce benefiche all’umanità li assistono nel loro processo di evoluzione, cura, trasformazione o guarigione. Questo accade su diversi piani, a diversi livelli, profondamente nell’individuo, lentamente chiamando in causa o andando a ripristinare tutti i suoi strati dell’esistenza fisica, sensibile, mentale e spirituale fino a ricongiungersi con quella divina. E’ dentro quell’energia che tiene connesso e unito insieme tutto l’universo, presente nell’anima universale di ciascuno di noi, che risiede forse il segreto o il nodo della guarigione: noi creature e co- creatori insieme al divino e a sua immagine del senso e la forma della nostra esistenza sulla terra.