venerdì 1 gennaio 2016

Steve McCurry (II PARTE): Ritratti e volti dal mondo (dalla mostra "Icons and women” )









Herat, Afghanistan, 1992

Ha il volto scoperto questa giovane afgana, solo il capo avvolto da un velo bianco che le cinge le spalle fino al collo sopra una tunica di tela grezza, scura in netto contrasto con la bianchezza del velo. Le mani nude in primo piano, segnate dal sole o dal lavoro stringono al petto libri, quaderni, fascicoli, forse anche versetti e scritti del testo coranico. Una stella rossa, scintillante al centro delle pergamena  nitida e ocra, la ragazza stringe quei libri come fossero la sola ancora di salvezza, la sola via di affrancamento e libertà individuale, il solo appiglio verso una conoscenza possibile  e dunque una consapevolezza aggiunta, un reale scelto anziché imposto per una giovane donna afgana in un mondo dominato da uomini e sottomesso a gerarchie religiose e di potere imposte dalla società islamica. Insieme al volto i libri sono il solo punto focale su cui la  luce si sofferma e converge delineando due precise fonti luminose per l’immagine: il bianco e la luce come l’apertura verso un futuro immaginabile, una via tracciata per l’intelletto e il pensiero mentre il resto della figura e il fondale restano in ombra nella piena oscurità.



Rangoon, Birmania, 1995

Ann Sohn Sushin, leader carismatica birmana rilasciata dopo vent’anni di arresti domiciliari, siede oggi in parlamento e lotta per la libertà politica della Birmania, 
per l’avanzamento del suo paese verso un ordinamento sociale moderno e democratico.
Siede sullo sfondo della bandiera birmana al suo tavolo di lavoro; la vediamo in primo piano, un piccolo orologio dorato al polso, una penna alla mano veste un abito in tela grezza d’un colore chiaro, madreperlaceo quasi.  E’ d’una semplicità e rigore disarmanti, d’un eleganza naturale ineguagliabile. Il suo viso emana una grande calma, ponderatezza nel prendere decisioni, ma anche rigore, controllo, il senso d’una interna disciplina nell’agire quotidiano. Un’aurea luminosa riempie lo spazio della fotografia, la forza magnetica d’uno sguardo che attira il nostro divenendo punto focale dell’immagine, emanando una sua luce interiore, una sua preponderanza che in qualche modo ricopre e vanifica qualsiasi altro elemento inessenziale della composizione. La vediamo in tale sua idealità politica, in tale luce carismatica a illuminare il destino di un popolo, quasi investita d’un ruolo, posta lì da un volere divino a incarnare una lotta, un avanzamento seppur contrastato: il processo difficile, lento e combattuto di evoluzione democratica per il paese.

Wadi Hadramaut, Yemen 1999/ Tiguent, Mauritania




In una delle zone più remote della terra, un villaggio sperduto dello Yemen campi vedi d’agrifoglio si distendono sullo sfondo di case in terra e fango lasciato essiccare al sole a ridosso d’una montagna rocciosa. Le donne impegnate nella raccolta delle messi sono riprese a distanza volgendo a noi le spalle; d’esse percepiamo solo le figure chine a metà celate tra le piante verdi, le tuniche nere e i cappelli di paglia enormi intrecciati di fili, altissimi stagliandosi contro l’orizzonte in una perfetta distribuzione di linee dello spazio, in una casuale quanto assoluta simmetria di forme che si ripetono nell’imprescindibile ordine compositivo dell’insieme. 
Un mondo arcaico, remoto perduto fuori dal tempo e dalla storia ricompare così attraverso la simmetria di pochi elementi, il gioco di corrispondenze tra uno sfondo in terra battuta, il rigoglio della vegetazione in primo piano e le forme desuete dei tradizionali copricapo yemeniti.

Un gruppo di tre figure ugualmente appaiono su una distesa arida nel deserto di Mauritania, due donne avvolte in un copricapo e una tunica nere, il volto battuto dal vento e avvizzito dal tempo, la pelle bruciata dalla calura del deserto, tra loro un bambino in una tunica azzurra il volto baffuto e il copricapo bianco portando tre grandi pani sottobraccio attraversando la distesa desertica,
 il vento in faccia. Le figure appaiono riprese obliquamente a distanza  nel passaggio a piedi attraverso l’arido suolo mauritano, sbattute e travolte dalle folate di  vento. Quasi appartenessero a un mondo arcaico, 
remoto o fuori dal tempo, e fossero viste lì in una composizione quasi pittorica, arrestate nell’eternità d’un istante che racchiude in sé le tre generazioni, le due donne al tramonto e un giovane all’alba della vita, il passato e il futuro, l’essenza del tempo e di quel luogo distillato e arrestato nell’istante dello scatto fotografico.





Rio de Janero 2012/ Jaipur, India 2008/ Rajahastan, 2010  (nuova vita o seconda vista)

Si sporge da una terrazza, il loggiato d’un palazzo antico in blocchi granitici e pietre a vista; abbraccia la vita, la invoca a piene mani, la richiama a sé in un gesto aperto di braccia che accolgono, un volto irradiato di luce e d’amore verso il mondo: la giovinezza e l’entusiasmo irriflesso trapelano dai suoi occhi, emanano dai palmi aperti delle sue mani.
 
Saluta il mondo appena arrivato alla vita con la gioia d’esserci, minuscola creatura appena giunta alla luce inviata dal destino divino in un luogo un tempo precisi per iniziare il suo cammino. 
Mani si avvicendano intorno a lui, uno strumento per sentire il battito del suo cuore, un metro per misurare le sue dimensioni, il cordone ombelicale ancora attaccato alla vita. Grida a pieni polmoni in questo gioioso saluto alla terra, alla vita che gli è stata donata.

Appare avvizzita in volto, vecchia e avvolta da un copricapo colorato, questa donna indiana, coperta da un velo di splendenti colori e contornata da una madreperlacea collana. 
La pelle del suo volto è segnata, dissecata, impressa di profonde rughe e insenature come fosse una corteccia scavata dal tempo, eppure lo sguardo è stranamente limpido, giunge a noi , chiaro, luminoso, come fosse dotato d’una seconda vista a partire dalla sua apparente cecità, visionaria quasi nella limpidezza occultata che s’apre al fondo di tale privazione di sguardo.








Conflitti nel mondo

Mumbai, India ,  (donna ferma a un semaforo chiedendo elemosine)


Una donna sotto la pioggia con il figlioletto in braccio chiede elemosine, la pioggia torrenziale della stagione monsonica in India. L’immagine è ripresa da dentro un’auto, un vetro separa, spesso e opaco, rigato di gocce d’acqua. Gli occhi della bambina appaiono in primo piano, grandi, intensi e scintillanti sotto la pioggia, lei piccolo involucro grigio stretto, avvolto al corpo della madre, intensa visivamente nel contatto con il velo rosso. L’opacità del vetro rigato d’acqua leggermente aperto in alto da una fessura per lasciar passare le monete è visto dall’interno  dell’auto caldo e confortevole, lì dove la foto è stata scattata; documenta e restituisce tra le linee la misura di un paradosso, di un contrasto stridente e irrisolvibile tra due realtà inconciliabili, da una parte la povertà, la gente per strada, l’indigenza e lo sfruttamento  delle risorse per questi paesi satellitari all'epicentro dell'economia globale, dall’altra la ricchezza e l’indifferenza del mondo occidentale, dei grandi monopoli di potere capitalista.

Kabul, 2003 (L’Afghanistan dopo trent’anni di guerra)




Vende arance su un’auto distrutta della polizia a Kabul, sta lì e vende frutta dodici ore al giorno per pochi soldi. E’ pieno inverno, lui è senza guanti e senza cappello, sta semplicemente lì, aspettando che qualche cliente passi a comprare le sue arance per fare un po’ di soldi, forse aiutare la famiglia. L’auto è in decadimento, ricoperta di ferro e ruggine, senza più vernice né porte e finestrini; 
ne resta l’impalcatura esterna, la carcassa svuotata della sua originaria forma, la stessa sensazione trapela dall’ambiente circostante, dalla strada e i muri dell’edificio scrostato di calce, dalle lamiere a vista, dai ferrami e le macerie. Materia in dissoluzione, è soggetta al lavorio di distruzione del tempo e all’azione dell’uomo, della guerra nei suoi conflitti eterni e insolvibili, perpetuati senza finalità alcuna dalle forze distruttive messe in atto dall’umanità. Un lume, una lampada posta sul parabrezza illumina l’auto d’un chiarore lunare; illumina il manto, il  pezzo di tessuto su cui sono disposti con cura i frutti: tondi, colorati, arancio vivo percuotente, meravigliosi nel loro nitore espressivo sul decadimento della materia circostante.

Herat, Afghanistan 



“La città era stata bombardata per dieci anni, assomigliava a Dresda, tutto era distrutto fino all’orizzonte. Questa famiglia era appena tornata dall’Iran dove era fuggita e stava per ricostruire la propria casa, si può intravvedere la parte di un nuovo muro. Sono stato fermo in quel punto sette giorni e ho scattato la stessa foto in momenti diversi. Le persone erano sempre lì e io ho semplicemente fotografato la loro vita e le loro azioni quotidiane. Ho scelto uno scatto solo che era il simbolo per me della loro condizione di solitudine ma anche di coraggio e di caparbietà.”

La visione è suggestiva di mura diroccate, pezzi di case e squarci delle medesime o fondamenta rimaste intatte in cemento grezzo, terra essiccata e fango. La pietra e la terra si imprimono contro il cielo, rossicce e calde nei colori della sabbia, del deserto, degli accampamenti e dei fuochi di notte, dei coprifuochi anche nella memoria impressa dei bombardamenti. Sembrano quasi immergerci in una visione della Palestina, dei paesaggi medio - orientali o in una proiezione della Terra Santa qui devastata e rasa al suolo dalla guerra. Forme di materia in de-costruzione, in scomposizione  libera si impongono nello spazio e sul vuoto, poi un fuoco vivo, un punto focale , una fiamma luccicante e gente intorno al fuoco d’una famiglia ritornata in Afghanistan dopo la guerra. Tale il barlume di un nuovo inizio, un nucleo ricomposto, una fonte di luminosità e di calore dal quale iniziare a ricostruire o riscrivere una storia. Riaccendono un fuoco in mezzo alla desolazione d’una città fantasma, in mezzo all’ammasso di macerie e tra linee e le forme in decomposizione.
                                                           

Giappone, 2011

“L’assalto delle acque è stato implacabile durante il terremoto e lo tsunami del 2011”, racconta il fotografo, ha disperso migliaia di individui, lasciato innumerevoli vittime, raso al suolo interi villaggi, cancellato dalla faccia della terra intere locazioni e punti sulla carta geografica nel corso di qualche ora, poche notti e forse pochi più giorni.
Un’ombra nera appare riflessa in controluce su un vetro infranto. Alone oscurante, inconoscibile nell’effetto fotografico, il profilo del volto è accennato e reso ombra, fantomatica presenza, figura in parziale annebbiamento, immateriale apparizione dal regno dell'oscurità o dell'altrove. La traccia fotografica segue la linea del contorno riflesso nell’oscurità su uno specchio che è anche vetro rigato in schegge e fenditure. Come uno schermo ottico distorcente filtra e impedisce agli spettatori di raggiungere la nitida visione, la riconoscibilità del soggetto come presenza reale, storica e individuale spostando l'immagine a livello di metafora, figura, schermo simbolicamente rinviando ad altro. L’ombra di un evento, d’un passato, della storia d’un popolo come della tragedia avvenuta in Giappone in 2011 resta impressa attraverso l’immagine di quel profilo oscurato e nebbioso come un’impronta, un marchio indelebile, la minaccia di un’ombra oscurante quanto inconoscibile proiettata sui vetri d’uno specchio finito in frantumi.

Peshwar, Pakistan, 1985/2002 






Decide di ri- fotografare la giovane ragazza afghana, ripresa nel campo profughi di Peshwar a diciassette anni di distanza dall’immagine divenuta  simbolo e copertina del National Geographic nel 1985. “Attraverso i suoi occhi, afferma McCurry, abbiamo compreso parte della sofferenza del popolo afgano”. L’aveva notata all’angolo d’una tenda  adibita a scuola femminile nel campo di Nasir Bagh in Pakistan durante l’esodo del popolo afgano all'epoca dell'invasione sovietica dell'Afghanistan negli anni ‘80: in primissimo piano sono gli occhi verdi  grandi e espressivi, lo scialle rosso liso in alcuni punti ad avvolgerle il capo scivolando semplicemente dai capelli alle spalle, lo sguardo, infin,e fiero ma anche colto in una innaturale fissità, come intimamente scosso o spaventato da qualche invisibile terrore o minaccia. Gli stessi occhi ricompaiono a diciassette anni di distanza in primo piano nel ritratto della donna ritrovata ora madre. Decide di lasciarsi fotografare con il burka sollevato fin sopra la fronte; i suoi  grandi occhi fieri, limpidi e illuminati di speranza guardano al futuro con una nuova luce mentre il volto si mostra, infine, nudo, senza velo, autentico.  




Steve McCurry (I PARTE): sulla fotografia e le immagini nel corso d'una vita ( da “Icons and women” ai Musei S.Domenico di Forlì )









S.M (durante le inondazioni monsoniche del 1983):“ Quell’anno in India ho capito che per farcela dovevo entrare nell’acqua lurida coperta di melma, piena di rifiuti e di animali morti: per completare il mio progetto dovevo accettarne tutti i rischi… Ho cominciato a lavorare in una barca per muovermi nelle strade inondate di Gujarat ma è impossibile fare belle foto da quel punto di vista. Alla fine ho capito che l’unico modo per lavorare era entrare in quel fiume marrone con le mie vecchie scarpe da tennis. E’ successo a Porbandar un piccolo villaggio a nord di Mumbai, è lì che ho preso coraggio e ho trascorso quattro giorni nell’acqua fino al petto tra i corpi degli animali. Ogni sera tornavo a casa con i piedi gonfi e piagati. In quel momento ho capito che solo così si trovavano le fotografie. Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda e guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo.”  

Fotografare, afferma McCurry, significa raccontare storie su un tema o un soggetto scelto attraverso la fotografia, storie in cui si crede veramente, che si perseguono con passione fino all’ultimo respiro e, insieme, magnificare gli spazi, i luoghi e le culture ripresi in un momento e in un singolo luogo attraverso il potenziale insito nell’immagine fotografica. Significa, ancora, documentare, lasciare una traccia, rendere testimonianza, se vogliamo rendere giustizia mostrando quello che accade realmente nel mondo in momenti cruciali della storia o dell’attualità, in zone sensibili della terra_ l’Afghanistan, per esempio, durante trent’anni di guerra _ lì dove il dramma umano, i conflitti e le atrocità generate dal medesimo sono all’ordine del giorno una volta che ci si addentra profondamente nella materia oltre le logiche di potere e i sistemi geopolitici di dominio in atto.   Fotografare, in questo senso, implica per McCurry un guardare all’ umano, all’autentico, all’individuale del soggetto fotografato preso nella sua unicità, poi alle conseguenze oggettive e geografiche che tali conflitti producono sui territori, sugli spazi fisici e sociali, per esempio far vedere in che modo la guerra si imprime,  permea e lascia un’impronta indelebile sui paesaggi come sui volti, sulla peculiarità dei singoli individui attraverso un’immagine che vuole provocare un pensiero, risvegliare un movimento dei sensi o della memoria, toccare, muovere o sommuovere, infine empaticamente parlare allo spettatore. Da un punto di vista fotografico, è quel gesto intuitivo del cogliere o riconoscere un momento decisivo per lo scatto, un volto o un ritratto tra una folla, un’immagine autentica, singolare e unica in una scena o tra una moltitudine di accadimenti. 
McCurry lo definisce come la capacità di vedere, immaginare o visualizzare possibilità presenti in potenza in ogni virtuale immagine fotografica a partire dal momento presente, dal luogo o dalla situazione, e, insieme, saper attendere la luce o l’attimo decisivo per lo scatto senza stancarsi mai di guardare. Tale esercizio dello sguardo diviene una pratica costante, quotidiana ripetuta giorni e ore per trovare l’inquadratura giusta, per attendersi e attendere la luce esatta. Come egli afferma nel corso d’una inedita video-intervista alla mostra: “I momenti visivamente più interessanti sono  quelli in cui letteralmente cercavo soggetti e situazioni da fotografare e d’un tratto le cose sono accadute, magicamente quasi, e le immagini si sono rivelate di per sé stesse. Le grandi fotografie accadono nel percorso, lungo il tragitto mettendosi in empatia, in accordo con quello che vi è intorno, lavorando in esterno, esplorando e ricevendo una sensazione precisa da un luogo, dalle strade, fino a perdersi in esse ed entrare in uno stato di ascolto meditativo, surreale quasi. Restando aperti all’accadimento senza cercare di forzare la situazione perché la risposta arriverà nel viaggio, nell’attraversamento prima che nella destinazione finale o nell’obbiettivo pensato. Se qualcosa di importante trapela inseguiamolo, non lasciamolo scivolare via.”


Nell’esposizione attualmente in corso  ai musei S. Domenico di Forlì “ Icons and Women” il visitatore si trova investito e sopraffatto da una galleria di immagini e ritratti d’una sorprendente bellezza e nitore espressivo, d’una armonia e perfezione visiva ineguagliabili e, insieme di fotografie che parlano di guerra, di devastazione o indigenza nelle zone più remote e povere della terra, dall’Asia, all’India al medio - oriente  nel corso dei suoi trent’anni di viaggi e reportage fotografici. I ritratti di donne dominano dando vita a un universo femminile composto da una miriade di sfaccettatura, volti e sguardi provenienti da luoghi e evenienze culturali distanti sulla terra spaziando dal mondo orientale a quello occidentale e islamico. Ancora, le fotografie parlano di fragilità e bellezza: la fragilità dell’uomo posto di fronte a potenze inestinguibili della natura come le tempeste di sabbia nel Sahara, le alluvioni o le piogge monsoniche in India, oppure mostrano la violenza dei conflitti in corso in un mondo scosso da guerre e esodi di massa come i più recenti reportage nei campi profughi afgani.


IMMAGINI DALLA SERIE

Venezia, 2011




La casa è un interno ventricolare con  le mura in pietra a vista rossicce e scrostate in parte nel loro strato più esterno , un selciato di foglie diafane a ricoprirne il suolo. Detriti di terra e piante tentacolari insidiano il visitatore nel passaggio verso l’interno. La proiezione d’una figura compare nell’antro d’una porta luminosa attraverso la soglia d’un edificio invaso da forme di vegetazione selvaggia lambiccandosi sui muri in escrescenze di piante e arbusti lasciati a loro stessi nel lavorio del tempo e nella trasformazione lenta della materia, arzigogolanti in cespugli, edere e foglie verdi, poi tra i sassi e le pietre al suolo frammiste a macerie. La figura avanza attraverso una soglia luminosa, oltre, forse nell’oltre del presente, di un tempo definito e reale per la fotografia verso un tempo onirico, altro, fuori dalla storia, un luogo dell’assoluto simbolico, dell’inconscio nel passaggio surreale alle soglie di una mente razionale, del corpo verso una realtà altra convocata attraverso l’immagine poetica. I colori vivi, rossicci e ocra della terra nuda, delle pietre in cotto e mattoni resistono al germogliare invasivo, selvaggio e proliferante della natura lasciata al suo stadio originario di abbandono, al disfacimento e lavorio incessante di un circolo cosmico di rinascita e distruzione.
 
Rajahastan, India, 1983

Fotografa l’India prima e durante la stagione delle piogge, all’arrivo del monsone quando la siccità spacca la terra in crepe irregolari e rende l’aria irrespirabile creando turbini di sabbia nel deserto: “Si alzò una tempesta di polvere, di quelle che annunciano il cambiamento delle stagioni. C’erano delle donne vestite di rosso che per proteggersi si erano raccolte in un cerchio, strette l’una accanto all’altra con i figli al centro. Le aveva investite  una tempesta di sabbia e per superare la paura e darsi coraggio avevano iniziato a cantare”.
Una luminosità diffusa e avvolgente irradia il cielo al tramonto quando il sole non è più accecante all’orizzonte e  la luce appare attenuarsi, divenire meno diretta e  invasiva nell’atmosfera offuscata, coperta da una miriade di pulviscoli, particelle ocra e beige di sabbia su una nebulosa vaga e indistinta sollevatasi dal suolo. Le donne si avvolgono in circolo l’una accanto all’altra per proteggersi dall’ondata di sabbia e polvere, nei loro drappi, tuniche e veli rossi, svolazzanti in aria attraverso la nebulosa all’imperversare della bufera. Tessuti rossi si stagliano scintillanti, nitidi come una matrice, come un punto certo, un’impronta o una pennellata su un foglio bianco e nudo contro la sfocatura intenzionale generata dal vento. Un punto scintillante e vivo, un lascito, un segno del rosso in mezzo all’alone indistinto del fondo.

Etiopia, 2013


Immensa visione del continente africano, metaforicamente visto nel suo volto di nudità, di indigenza e stato primigenio di corpi, poi nelle sue alienanti barriere di marginalità o abbandono, negli sbarramenti dell’essere al di fuori, ai bordi o ai margini del sistema di potere della geopolitica mondiale. Zona calda della terra bruciata dalla calura e dalla siccità, barrata dentro dalla povertà e dalla malattia, sbarrata fuori dalle dittature o dalla fragilità dei suoi interni regimi, dallo sfruttamento e dall’usurpazione delle sue risorse. 
Volti di adolescenti sono visiti dietro uno schermo-finestra, trasparente zanzariera contro la malaria che divide e separa lo spettatore dall’immagine attraverso un velo, una parete sottilissima prolungata su mura fatiscenti d’un edificio in rovina. Lo sguardo dell’infanzia appare filtrato come questi volti, mani e visi dipinti secondo i riti locali dietro tale schermo trasparente quanto insidioso, 
denso e oppressivo come una maglia di rete finissima: opaco impedisce allo sguardo di arrivare, di oltrepassare la misura d’una soglia. Si veste e veste questi corpi d’uno schermo distanziante, li proietta dietro una parete di silenzio, un muro di suono impenetrabile a noi spettatori quanto sottile, insidiosa prigionia interiore, gabbia virtuale entro la quale i corpi sono trattenuti. I volti scarni dei piccoli indigeni coperti di graffiti, segni e simboli, i colli adorni di collane intrecciate di corda incarnano la potenza del rituale, la presenza innata, massiccia e immanente della natura nelle loro vite quanto la fragilità dell’individuo posto di fronte ad essa senza difese;  braccia si sollevano contro lo schermo sbarrato, voci sussurrano dai muri, ombre di alberi si proiettano sulle pareti fatiscenti aperte in crepe e fessure irregolari. Nudità e indigenza, prigionia dei corpi, primigenia presenza della natura in ogni manifestazione dell’umano si proiettano qui a stretto contatto con le forze divine o naturali del cosmo.


Kabul, Afghanistan 1992


La donna varca una soglia, si accinge ad appoggiare un piede fuori, ad attraversare gli scalini d’una casa afgana, impasto di fango e terra lasciati essiccare al sole, sul bordo, al limite ultimo, esterno della propria intimità che la porterà a entrare come individuo nel mondo.

 E’ forse in un villaggio isolato, sperduto tra le distese rocciose del paesaggio afgano oppure in una città abitata, in un nucleo urbano, la capitale, non sappiamo con esattezza, la foto non ci permette di stabilirlo. 
La tenda sollevata, un piede su uno scalino, con attenzione, con cautela, lentamente la donna si accinge ad attraversare una soglia, a fare un primo passo per entrare nel mondo. Per farlo, il volto, il corpo e la figura sono coperti, completamente occultati, occlusi al nostro sguardo, completamente sigillati dentro quell’involucro-gabbia di tessuto che bandisce e ricopre completamente il corpo femminile lasciando trapelare luce soltanto dagli occhi. L’occlusione della figura, avvolta, avviluppata dentro uno spesso strato di tessuto, tale la maglia di un’armatura, lo strato esterno della corteccia di un albero, il cuoio che ricopre il dorso d’un animale, l’aspetto reticolare d’una fitta grata attraverso cui trapela a fatica l’aria e la luce riflettono la condizione di assoggettamento, d’auto-alienazione, di fondamentale annullamento della condizione femminile nel codice imposto da tale ordinamento sociale e religioso di stampo estremista.


Indossano il burka attraversando il mercato locale in un villaggio afghano. Si soffermano di fronte a una bancarella, ci sono scarpe da ginnastica appese, fili colorati con scarpe di diversi colori e modelli, sneakers, stile americano, laccetti pendenti dall’alto, le merci in fila sul banco e i fili variopinti con altre ordinatamente in aria appese.
 Anche queste donne come le scarpe appaiono appese, intessute in involucri di fili, grate e stoffe multicolori fino ad divenire a distanza manichini, merci in esposizione come le altre, oggetti intrecciati di colori attraenti allo sguardo, beige, bianchi e azzurri, quasi corpi simulacro di reali identità. Come manichini sono viste in linea, in similitudine alle merci e nel contrasto stridente al loro essere umani, abitati da reali presenze e individualità di soggetti femminili.


Bombay, India



Doveva essere un ragazzino qualunque, poco più che un bambino, uno dei tanti cresciuto a contatto con l’illegalità e la miseria nelle strade di Calcutta,Mumbai o Delhi, 
qualcuno in cerca di elemosine dai turisti stranieri o forse un piccolo delinquente, uno dei ragazzi in strada nelle periferie o negli slum dei caotici agglomerati urbani in India. 
Il fotografo lo riprende in primo piano al  momento dello scatto, quello che mira a cogliere un volto in una luce o in una inquadratura particolare, in una sua autentica verità e completezza formale al di là di tutti i convincimenti o le intenzioni a priori definite, aspettando pazientemente giorni e ore in una pratica quotidiana all'osservazione e all'empirica messa alla prova della luce, dei luoghi e dei soggetti inseriti nella loro realtà. 
Lo riprende in questo effetto surreale,come fosse un corpo di creta o d’argilla, come fosse stagliato in un nitore straordinario contro la luce elettrica, satura d’un riflettore, posto sotto quel lume artificiale puntato contro il suo volto fino quasi ad accecarlo. Occhi neri scintillanti  nell’oscurità appaiono intensi e vellutati contro l’effetto voluto del rosso. Quasi fosse un volto dipinto, irreale e nitido insieme,  magnificente sullo sfondo della miseria cancellata, messa tra parentesi dall’empatia stabilita con lo sguardo al centro della scena.











martedì 1 dicembre 2015

Ways to freedom II, post-scritto (Improvisazioni poetiche da "GRADI DI LIBERTA' "al Mambo Bologna)



Cinquanta oggetti per cambiare i nostri gradi di libertà



Gli oggetti della nostra casa, quelli che ci portiamo appresso, che riempiono le nostra borsa o tasche, le cose che fanno parte della nostra vita e ci accompagnano o ci rassicurano al quotidiano, divengono punti di riferimento, qualche volta ancore di salvezza, piccoli rituali che ripetiamo ogni giorno in maniera metodica, quasi sacramentale. Le cose e il loro uso, la relazione che stabiliamo ad esse possono regalarci un grado ulteriore di libertà, ma anche di necessità che diviene dipendenza, sembra suggerirci la mostra presentando 50 oggetti immanenti alla nostra esperienza, al nostro essere immersi dentro le cose e nel movimento del vivente.

L’automobile per andare dove vogliamo, internet per creare contatti, connessioni e scambi in rete, per navigare liberamente nello spazio aperto e virtuale del web,
 i giornali che leggiamo, quelli che ci danno l’impressione di conoscere, scegliere, e comprendere i movimenti e le dinamiche del mondo, di controllare e non essere controllati, 
di sapere e non essere manipolati.
Poi le università, le associazioni, le scuole, le mostre, i musei, i teatri, gli oggetti che portiamo appresso, amuleti, anelli, pietre o croci, gli oggetti dei nostri piccoli esorcismi al quotidiano, 
le pantofole che nascondiamo sotto il divano, gli oggetti che ci portiamo in vacanza,
 i fogli, I documenti, le fotocopie, le note scritte su foglietti volanti per non dimenticare.

Gradi di libertà: la scrittura per liberare il nostro pensiero e spazio interiore, gli infradito che portiamo d’estate al mare, 
i tablet che portiamo con noi sempre, le borse che carichiamo di oggetti e libri sulle nostre spalle, addosso come le parole scritte addosso, gli anti-dolorifici, le pillole, i rimedi naturali, gli infusi, le tisane, quelli omeopatici, i rituali contro i nostri stati doloranti d’essere, i saponi che ci detergono, i detersivi con cui ripuliamo i nostri spazi fisici e interiori, i telefoni, i cellulari per tenerci in contatto, gli sms, le foto, i messaggi per ricevere e dare continuità, scambio, presenza .

 La luce elettrica, le lampadine che si accendono nella nostra mente, quelle che ci danno la libertà di leggere, di lavorare o vivere di notte; il copyright, le monete, le unità di valore e di scambio, gli assegni, 
i crediti, i pagamenti a  breve, medio, lungo termine, a mai.

Gradi di libertà: i cereali, i grani, i risi, le farine, la terra, i nutrimenti, i manufatti, l’acqua che beviamo,
gli orologi, le pile elettriche, le luci che si illuminano nell’oscurità, i certificati di laurea, i libri. Le parole, le lingue straniere se ci permettono di comunicare , di incontrare lo sconosciuto, l’estraneo, l'altro, di vedere il mondo un po’ più grande o un po’ più piccolo, i viaggi per cambiare le nostre prospettive o punti di vista e imparare a guardare con altri occhi; 
i passaporti, i voli low-cost, i biglietti d’aereo o di treno, i messaggi, i contatti e le foto digitali che ci scambiamo nell'attraversamento.

Il diritto al voto, la legge quando ci tutela, le note musicali quando ci accompagnano, le lettere scritte o quelle della scrittura, le cifre virtuali di conti bancari inesistenti, le lenti a contatto, la tecnologia, il gioco nell’infanzia e nell’arte.

Colori e pennarelli, una scatola di matite colorate, una tavolozza di tempere e vernici, di pigmenti rari e coloranti artificiali compaiono per  dare forma e sfumature  ai nostri gradi d’essere, di divenire umani, vitali, depositari d'un segno unico, irripetibile, a noi solo. Le scarpe da ginnastica, da sport o di danza, 
i libri in edizione economica, le tazze di caffè e i libri usati, la proprietà privata e la privacy.

L’acqua , gli acquedotti, la circolazione di fluidi nei corpi, di merci sul libero mercato ,  di idee e parole sulle pagine scritte; 
gli orologi per misurare il nostro tempo interiore, i fogli per non dimenticare, le monetine, 
le chiavi, i gessetti colorati,




le penne, i foglietti volanti, 
gli oggetti irrisori che portiamo con noi al quotidiano creano o sanciscono, costituiscono  o limitano la nostra esperienza giorno per giorno. Ci rendono dipendenti e liberi insieme, per gradi o su piani diversi, noi immersi nel flusso del vivente, dentro le cose e nella relazione unica, personale, assoluta ed emotiva che stabiliamo ad esse perché se da un lato riscattano parte del nostro tempo, delle nostre conoscenze e azioni al quotidiano dall'altro intrecciano intimamente in noi reti tensive di necessità, di abitudine o di memoria rischiando di re-imprigionarci dentro la loro medesima determinazione. 


Cao Fei, “ Whose Utopia” , 2006 (Video in 3 parti)










Una fabbrica della Osram per la fabbricazione di lampadine elettriche appare, una delle tante, innumerevoli realtà sorte in China nel processo di delocalizzazione, di produzione industriale a basso costo e a catena d’una multinazionale spostatasi nella sperduta provincia del Guangdong.

La videasta filma in primissimo piano il lavoro in fabbrica, l’automatismo d’una infinito processo a ripetizione, i colori atoni, spenti, quasi ricoperti della stessa patina di acciaio e vetro dell’ambiente, la luce artificiale, alogena delle lampade a led, l’inumano e macchinino sistema di produzione a catena.
Bulloni, meccanismi a ripetizione sono ripresi in primissimo piano dalla telecamera: rulli, ruote e nastri trasportatori atti all’ottimizzazione dei tempi e dei risultati, pedane riempite di merci, tubi in plastica, filamenti d’acciaio, bulbi in vetro.
Fuoco e acqua, sistemi di saldatura e di raffreddamento: mani lavorano incessantemente alla catena, file di mani in un minuzioso lavoro di incastro e cesellatura, oppure guanti usurati di individui divenuti parti del meccanismo a ripetizione. Lampade, luce puntata dagli occhi al tavolo di lavoro, gli sguardi sono ciechi, i volti disumanizzati, assorbiti dal processo di produzione.
Corpi umani di anonimi lavoratori sono visti attraverso le linee di sedie, di postazioni o di macchine in basso sul suolo , in alto alla luce piatta e alogena attraverso gli spogli soffitti. Fasci di neon, bianchi tubi in primo piano, imballaggi Osram, etichette a vista. 
Le lampadine sono pronte per essere inscatolate, impilate e poi sigillate in  pacchi e cartoni in attesa della spedizione. Numeri e file di merci compaiono, poi container, muletti trasportatori e esportazioni in serie tutta la giornata nel quasi silenzio interrotto solo dai rumori ordinari degli imballaggi e dal basso continuo dei motori.

“Factory fairytale”





Musica di pianoforte, lenta e avvolgente. Stesso sfondo industriale, scarpette di danza classica e una ballerina sulle punte in tutu bianco appare danzando tra i meccanismi a ripetizione ora arrestati della fabbrica. Altri corpi emergono, uomini e donne improvvisano gesti lievi, movimenti appena accennati di mani e braccia divenute ora ali di uccelli e linee di aironi ondeggianti in aria. L’abito leggero d’una danzatrice si lascia condurre in una danza lieve e sinuosa tra innumerevoli file di cartoni e imballaggi industriali; un uomo improvvisa un serie di gesti su un fondale divenuto ocra e beige, colorato e vivo come lui ora, non più ricoperto di quella patina d’acciaio e di ferro. Un chitarrista intona alcuni accordi, ali d’angelo sono viste sulla linea della catena di montaggio.
Tanti modi di dirsi attraverso la danza in una possibile ri-affermazione di sé: la libertà del corpo nel movimento , la libertà d’essere là, semplicemente danzando, 
lasciandosi ondeggiare sulle note lente d’una musica di pianoforte.

“My future is not a dream”

Immagini colorate nella fabbrica in un’utopia di presenza, di umanità e di voce.
Autentici esseri umani ri-compaiono: giovani, uomini e donne della Osram sono ripresi nella loro vita quotidiana in un ritorno all’umano, al colore, all’individuale  oltre l’automatismo del sistema.
Filmati nella loro peculiarità appaiono come ritratti di individui singolari: un viso, un’espressione , uno sguardo, la differenza unica di ciascuno. Imbarazzo e timidezza, orgoglio o disagio nel comparire di fronte alla telecamera trapelano nei ritratti, i colori blu, rosso e giallo, jeans e magliette colorate sullo sfondo d’un ironica musichetta jazz. La nudità dell’esporsi di fronte a una telecamera, dell’avere uno sguardo, un volto, dell’essere presenti, semplicemente per mostrarsi in un istante di vita. 
Esserci nella propria umanità, come gruppo, come singolo, sembra dire il video: il futuro è qui e ora, Osram deve poter divenire quel luogo d’insperata utopia.
 







WAYS TO FREEDOM I, "GRADI DI LIBERTA", sulla nostra possibilità d'essere liberi ( visto al Mambo di Bologna, Novembre 2015)











“Gradi di libertà, dove e come nasce la nostra possibilità di essere liberi”, mostra collettiva recentemente esposta al Mambo di Bologna, interroga il concetto di libertà prima che come condizione oggettiva, politica e sociale esterna all'individuo come possibilità del pensiero, lì dove nasce e si manifesta la nostra facoltà d’essere liberi, in primo luogo dentro la mente di ciascuno di noi, lì dove vengono prese le decisioni o gestite le scelte che in qualche modo sanciranno, limiteranno o condizioneranno, attraverso l'esercizio del libero arbitrio, la condizione esistenziale o la consapevolezza individuale di ciascuno a prescindere dallo statuto politico o dalle limitazioni materiali e sociali vigenti. 
Ugualmente, nel percorso espositivo, il concetto di libertà non è visto come paradigma statico appartenente a una realtà storica determinata, a un ordinamento sociale dato, allo statuto di un individuo o al modo di funzionare d’una società quanto, in primo luogo, come processo mentale, qualcosa che avviene e si esplica nella capacità di discernere, analizzare e prendere decisioni: quell’ insieme di scelte che compongono il tessuto stesso della nostra esperienza nel pensiero e nell’azione quotidiana. L'atto d’una mente riflessiva e razionale oppure i momenti fulminei in cui improvvise intuizioni si realizzano e consapevolezze immediate prendono forma, dunque posizionamenti netti, decisioni di un si o di un no, di un andare o fermarsi,  di un aprire o chiudere una porta, del prendere un sentiero o un altro, dello svoltare in una direzione o proseguire. 
Il paradigma dell’essere liberi o dell’affermare una condizione democratica per un popolo appare come un percorso non lineare  visto in una serie di divenire, nel realizzarsi di piani successivi di consapevolezza, di soglie e di attraversamenti che conducono a implicite metamorfosi nel pensiero e al superamento di limiti interni a una realtà o a una soggettività. Tali passi si percorrono nella “tensione verso”, nell’ipotesi o nell’aspirazione di un individuo o un gruppo che lotta per avvicinarsi al proprio divenire umano, libertario e democratico. E’ prima di tutto un movimento e una pratica del pensiero al quotidiano, un divenire consapevole, “libero da” , altro rispetto una serie di condizionamenti identitari, ideologici, o strutturali che si pongono come sbarramenti impliciti all’io e barriere occludenti al nostro vivere sociale. 

Perché la libertà, sembra suggerire la mostra bolognese attraverso i percorsi incrociati d’opere d’arte, installazioni d’oggetti e video documentari nel doppio sguardo di scienza e arte, la si acquisisce per gradi, dialetticamente scrollandosi di dosso lo stato di assoggettamento, di interiore schiavitù, di mancata presa di potere o riscatto, di mancata affermazione della propria coscienza individuale, politica e identitaria. La si acquisisce nel mentre dell’ “essere nel pensiero e non stare ancora pensando”, ogni volta nel ricominciare a pensare, nel porsi dall’inizio quella domanda, nello scontrarsi con quell' interrogativo  posti di fronte un mondo di limiti e di idealità, di scelte individuali, immanenti all'esserci e di barriere o muraglie, fisiche e metaforiche,  materiali o spirituali apparentemente insormontabili che solo un pensiero libero da forzature o condizionamenti può ancora permettersi di affrontare.  Tale esercizio quotidiano al pensiero travalica categorie storiche e gabbie ideologiche per immergersi nel flusso vitale dell’esistenza come movimento del pensare dentro le forze di vita, dentro i corpi e contro le manipolazioni esterne, mediatiche e dei regimi politici vigenti. Condizionamenti a tutti i livelli sono iscritti profondamente nella nostra mente, permeano quasi la struttura molecolare delle nostre cellule, del nostro DNA dalla nascita e nelle memorie cellulari delle generazioni precedenti.  Sono anche gli schemi, le gabbie sociali, gli abiti che ci vengono messi addosso  in seguito a un’educazione, al funzionamento d’una società uniformandoci in ruoli e posizionamenti, simulacri, simulazioni e maschere. Sono infine le conseguenze che subiamo d’uno scenario politico mondiale fatto di violenti conflitti e di forze che agiscono sulle nostre vite indirettamente, qualche volta brutalmente senza che riusciamo a rendercene conto, non potendo ne prevederle ne controllarle . La libertà è prima di tutto uno stato in divenire del pensiero, poi uno statuto d’essere, del dirsi o volersi nel mondo, anche e soprattutto quando essa è messa in discussione, in pericolo o in stato d’allerta, anche e soprattutto contro le manipolazioni politiche, i lavaggi del cervello mediatici, le aggressioni o le irruzioni di forze estremiste e violente, distruttive o incontrollabili. Spazi di libertà in ogni mentre e in ogni dove nel mondo sono quelli aperti dallo sguardo e nel luogo dell’infanzia, del gioco o della creazione che poi diviene movimento dell’arte, dell’azione  e della lotta politica. 

Come afferma una delle canzoni che compongono l’archivio interattivo visibile e udibile d’una raccolta di 100 brani popolari provenienti da diversi contesti nel lavoro di Susan Hiller “ Die Gedanken sind frei”: "Le idee sono libere, chi può prevenirle, esse sorvolano come ombre notturne, nessuno può conoscerle, nessun cacciatore le colpirà. Sopravvivranno. Die gedanken sind frei. Penso quel che mi pare e tutto in silenzio è come capita. Cose che desidero e voglio, esse sopraviveranno. E se qualcuno mi getterà in un’oscura prigione sarà semplicemente fatica sprecata perché i miei pensieri spezzeranno le barriere e abbatteranno i muri. Voglio scrollarmi di dosso per sempre la paura e mai più lamentarmi per le inferiate. In cuor mio posso ridere e scherzare e ripetere ancora:  i pensieri sono liberi”.


Vanessa Beecroft

Schiere di modelle danno vita a performance fotografate come “tableaux vivants” dove i corpi assumono sembianze di statue classiche o di manichini inanimati. In PV26 i corpi femminili vestiti identicamente di sole calze bianche, scarpe con i tacchi alti e biancheria accuratamente scelta appaiono nella loro demoltiplicazione distribuiti sullo spazio performativo come figure inanimate, manichini di corpi perfettamente identici  ma indeterminati, svuotati, macchinici quasi nella loro anonima ripetizione attraverso lo spazio.  Invisibili, trasparenti allo sguardo appaiono volutamente fotografati come simulacri di loro stessi, figure plastiche rivestite da una sorta di patina chirurgica di rifacimento figurale nel loro apparire attraverso l’immagine. Il corpo e il femminile sono là volutamente esposti, interrogati o posti di fronte “all’illusione della loro presunta libertà”: manipolazione voluta dei corpi, nella loro reificazione e riduzione a stereotipi imposti dai modelli impliciti del codice sociale. Lo scatto fotografico inevitabilmente ironizza sulla tendenza delle figure femminili a uniformarsi come oggetti dello sguardo in una serie di metaforici travestimenti, divise o vesti ufficiali, qui parodiate attraverso l’uso delle sole calzature e intimo bianco.

Allo stesso modo in “One year performance” (1980-81) l’artista taiwanese Tehching Hsieh attraverso una serie di azioni auto-imposte nel corso di un anno_ timbrare un cartellino una volta all’ora per 360 giorni e registrare accuratamente la propria azione performativa_ approda a un concetto di libertà paradossale raggiunto attraverso una forma di auto-coercizione. Solo esercitando  quella disciplina assoluta sul proprio corpo e privandosi parzialmente di alcune ore notturne di sonno perviene a portare a termine la propria pratica performativa. Tale azione minimale, insignificante, ripetuta all’ennesima potenza e protratta con ostinazione nel corso di un periodo prestabilito giunge, tuttavia, ad alterare o stravolgere i ritmi normativi di un'esistenza ed è per l’artista scelta consapevole all’interno di quello che lui percepisce come un esiguo spazio di libertà individuale. Diventa il suo  modo di iscrivere e riaffermare tale differenza, o spazio di creazione al quotidiano paradossalmente passando attraverso la coercizione e la disciplina di un’azione auto-imposta.  Il suo modo minimale di re-inventarsi l’arte giorno per giorno elude ciò ch il mondo dell’arte si aspetta che egli faccia. Creare un oggetto e un’azione performativa a partire dall’irrisorio di un’azione ripetuta con noncuranza ogni giorno come automatismo del timbrare un cartellino nella gabbia del lavoro in fabbrica. Minuscola azione, il lasso di tempo di qualche secondo, e già si iscrive la sua scelta di dire no, di affermare sé stesso in quell’esiguo margine di libertà: “Non voglio fare ciò che il mondo dell’arte si aspetta che io faccia, questa è la mia uscita, questa la mia libertà”.

“In ogni istante il nostro cervello sceglie tra una miriade di alternative possibili o virtuali” afferma uno dei brevi video che interpongono un punto di vista scientifico al concetto di libertà illustrato dalle opere artistiche. Tra la miriade di stimoli cui siamo soggetti ad ogni momento sulla corteccia celebrale e tra i lobi pre-frontali del nostro cervello abbiamo la possibilità di visionare simultaneamente  strade diverse nella nostra mente, sospendere giudizi, esitare, valutare vie possibili,  immaginare o rappresentare eventi del futuro, rendere espliciti i nostri pensieri attraverso il linguaggio. Tutto ciò avviene nello spazio esiguo di pochi istanti, nello spazio in cui una decisione viene presa, un’opzione scelta e un’altra scartata, tra una sollecitazione e una risposta all’impulso, tra uno stimolo e una reazione, l’istante che passa anche tra uno sguardo gettato sulla realtà e lo scatto d’un obbiettivo, tra il momento dell’osservare, dell’attesa al reale e il momento decisivo in cui la fotografia viene presa e l’immagine fissata su una pellicola. In quell’istante, sembra dirci il video, esiste e resiste, agisce o reagisce contro l’apparente opposizione della realtà il nostro primo spazio di scelta, di libertà e d’azione individuale.

Ryan McGinley

Giovinezza e trasgressione, bellezza dei giovani corpi come dei paesaggi, sono al centro del lavoro fotografico di  Ryan McGinley e scatti di adolescenti che ostentano nudità, stupore, una irriverente leggerezza nei confronti della vita come di fronte all’obbiettivo fotografico.
Gli sguardi sono spesso intensi, i corpi asciutti, lo stupore e lo straniamento permangono di fronte alla macchina, ma anche la loro voglia di scoprire il mondo e di farlo proprio, di trasgredire e mettersi in gioco. 

“Dakota Hair”, (serie fotografica)




Attraversa lo spazio come attraversa la vita, con il volto e il corpo di un’adolescente nella libertà d’essere, di scegliere, di dirsi attraverso una propria forma.  In mezzo alla savana , nelle distese aride e sterminate di Dakota e Arizona, attraverso i grandi spazi sconfinati della frontiera americana ad ovest. Vediamo paesaggi aridi, desertici perlopiù brulli e rocciosi alle spalle, spazi vuoti e piane polverose bruciate dal sole nella calura estiva mentre una strada in terra battuta si apre proseguendo lontano oltre l’orizzonte. 
L’immagine è mossa, vivente, in divenire come fosse presa su un furgone o su un mezzo di trasporto in movimento. In primo piano il volto della ragazza. 
Nell’atto dell’attraversamento, nel grido di libertà, in piedi sul retro di un camion aperto, il vento in faccia contro il volto, i capelli sciolti svolazzanti.
 Beve una cola ghiacciata, la assapora, gelida e inebriante,  la lascia scorrere attraverso le vene come la propria libertà contro il calore desertico del paesaggio, come quel brivido d’essere, nel mentre del passaggio , sfrecciando su un camion aperto in velocità nel mezzo del deserto,  solo in quell’istante, forse un istante di felicità colto dalla macchina.

L’immagine ora è sott’acqua, attraverso l’oceano-mare. Un altro divenire, liquido, primordiale, originario del corpo ricondotto allo stato dell’immensità fluida, acquatica o danzante del suo fluttuare sottomarino. Nel divenire libertario il corpo si ricongiunge  a quello stato liquido di movimento primigenio. Iscritto nella sua memoria cellulare. Nudità sott’acqua, divenire del corpo un istante tra i flutti, i guizzi e le sirene.  








Igor Grubic,  “366 rituali di liberazione”







“Il rituale è un atto di catarsi, di lotta contro l’apatia sociale e personale persistente” qualcosa che implica la ripetizione di una serie di azioni o variazioni delle medesime, di parole o atti fedelmente eseguiti attraverso un cerimoniale,  fissato e immutabile nel tempo, spesso assumendo la forma quasi religiosa del rito sacro. Trecentosesantasei rituali di liberazione, eseguiti  in punti e luoghi incidenti della città, simbolicamente e storicamente determinati, sanciscono il percorso dell’artista come quello della storia recente del suo paese verso un progressivo affrancamento, nella parziale e ostinata riaffermazione di un diritto alla libertà individuale e d’espressione come del cammino collettivo verso un ideale democratico. Azioni eclatanti o impercettibili sul contesto cittadino mirano a destare, scuotere, risvegliare le coscienze, alterare invisibilmente o visibilmente contestare l’ordine costituito. 
Si presentano come micro-interventi di natura sociale e politica che per il loro aspetto performativo si oppongono all’apatia, alla passività dei molti  nell’usuale scena politica croata . Allo stesso modo agiscono sugli spazi pubblici, appropriandosi attivamente dei medesimi attraverso quello che l’artista definisce: “un esercizio quotidiano alla libertà”.

Nella serie dei rituali fotografati: impronte sui muri, mani sporche di lavoratori sono impresse sulle pareti degli edifici chiusi, inaccessibili o imbiancati del potere, sulle presunte impronte invisibili della politica locale. 
Una maschera clownesca e triste lascia scorrere lacrime ricongiungendosi al compianto per i recenti avvenimenti accorsi nella crisi politica globale.
Azioni contemplative nello spazio della città: con una stella incisa d’oro sulla testa Grubic si pone in meditazione in una chiesa ortodossa, poi in un luogo disertato, di fronte a una piazza ricoperta di pietre a vista; con la schiena volta contro l’obbiettivo siede di fronte a una statua  in postura buddista, poi immobile di fronte a una muraglia urbana.
Attivismo politico e ribellione intellettuale all'indomani dell'occupazione della facoltà di filosofia a Zagabria.  Rossi fili connettono l’esterna scultura in pietra nera d’ardesia, rigida e pesantemente ancorata al suolo all’edificio dell’università e, simbolicamente, al più vasto piano urbano. Una trama di rossi fili_ rosso il colore di giovinezza e energia, ribellione e passione_ è intessuta sopra il corpo apatico dell’architettura, sopra la trama di grigiore e astenia della città, oltre la patina di conformismo che impedisce piena libertà di espressione denunciandone la tacita violenza politica e sociale.

Un nero sole si erge al centro dell’installazione  e della fotografia“Landed sun”, l’eclissi solare evocata dalla nera sfera come l’eclissi d’una società oscurata dalla crisi socio-politica imperante.
 Foglietti rossi riempiti delle poesie di Holderlin, Rimbaud, Pessoa ecc sono gettati dall’alto del “Giant Building” di Zagabria, edificio impresso nella storia e nella memoria dell’epoca socialista. 
Bandiere rosse sono installate, ugualmente, su altri monumenti dell’epoca, mentre uno stendardo nero è fotografato nell’atto d’essere piantato in cima a un mucchio di putridi rifiuti in una discarica abusiva della città denunciando la palese distruzione dell’ambiente urbano.




Tra i suoi “esercizi quotidiani alla libertà” Grubic legge testi di un poeta anarchico croato, citofono alla mano e uniforme addosso identica a quella dell’esercito militare simulando un’azione del regime ma sovvertendone intimamente i termini della questione là dove la poesia  prende il posto dei comandi gridati ; mette fiori di plastica su monumenti del passato regime per commemorare la morte d’un turista gay colpito a morte da skinhead di Zagabria. E, ancora, benda con fazzoletti rossi la bocca di statue per ribadire una volta di più un diritto all’espressione in parte repressa o negata. 
In “Fountain blood red” colora di rosso l’acqua di una fontana alludendo al sangue versato, alle vittime causate dalla politica internazionale di Bush il giorno della sua visita ufficiale in Croazia. Infine, decora con stelle di Natale gli alberi spogli gettati ai margini delle strade dopo le festività natalizie e porta in giro per la città in bicicletta una bandiera croata ricoperta di tessuto rosso, sventolante tra le tante insegne e drappi che servono il potere o gridano libertà dando voce a un’ideologia.