lunedì 2 agosto 2010

Valerie Jouve : corpo, fotografia, utopia ( fotografie realizzate nella banda di Gaza tra 2008 e il 2009 esposte al centro Pompidou, Parigi )









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Valerie Jouve: “Lo spazio tra i corpi ma anche lo spazio prodotto dai corpi è una grammatica che articola il senso.” Non è solo un involucro delimitato, è anche la memoria di tutta una storia, un’umanità che produce significazione al di fuori della nostra volontà.

“Realtà terrificante. Parlo della struttura di realtà che costringe fisicamente dei comportamenti e ne induce altri. Per me, solo i personaggi delle mie fotografie difendono la loro libertà, il loro potere.”
"Vogliono impedire questa corsa verso l’unico, verso l’omologazione a un pensiero che tutti gli uomini dovrebbero sottoscrivere. Una sola verità che bisognerebbe asservire o, allora, è il conflitto, la guerra. Come se, in nome delle grandi ideologie totalitarie, si dovessero svuotare gli esseri della loro differenza, della loro individualità . Da parte mia, preferisco restare in movimento, affermare una verità oggi è diventato molto pericoloso. Tuttavia, grido per arrestare il massacro dai due lati, l’insopportabile svilimento, subordinazione, asservimento, formattazione, lavaggio, smantellamento, spogliazione delle individualità e delle loro anime."
“Questi corpi morti della vanità degli uomini, del sopruso dello stato. Parlano anche di politica. Devono ritrovare una propria voce, la loro voce.”

“L’immagine del margine, del singolare, sono elementi d’apertura della nostra società. Saranno dunque figure, personaggi che al di là d’ogni appartenenza razziale o sociale esprimeranno il bisogno d’affermare questa libertà d’essere altri."


Al di là del prendere atto della realtà, fotografare visi e corpi come luoghi utopici a partire dai quali proiettare una visione altra del presente: luoghi tra il politico e il poetico che nutrono l'utopia, l'idealità d'una nuova generazione per il popolo palestinese.
Sono volti di profilo presi a distanza ravvicinata o in primissimo piano, visti obliquamente rispetto all’obbiettivo.
Occhi aperti, chiusi. Ripiegamento sul sé, perplessità, sospensione, interrogazione, dubbio o angoscia.
Volti nettamente stagliati, chiarificati oppure figure colte di schiena, lo sguardo opposto all'obbiettivo, proiettato in una direzione che sfugge al nostro sguardo, quasi mai frontalmente, come fissando un punto altrove, o il vuoto semplicemente.

Il volto: un paesaggio umano, una domanda aperta, mai neutrale, a tratti perturbante, attraversata da infinite sfaccettature, sfumature,
mutevole come gli umori, gli ardori, i dolori che lo attraversano;
qualcosa di complesso, multiplo, irriducibile a un semplice stereotipo,
fragile della fragilità d'una maschera o figura che si porta addosso sostituendone l'una all'altra,
esposto poi senza riserve alla corteccia rugosa del mondo,
con le sue intemperie, graffi, screpolature.


Un muro di cinta esterno separa il personaggio in primo piano, in una sorta di fotomontaggio, da quello che appare come lo sfondo d’una città araba alle spalle. La figura umana marginale perché esterna, estranea al paesaggio è inserita in primo piano come se si trattasse di un fotomontaggio, in uno spazio fisico, esistenziale e sociale alla quale è connessa e, al tempo stesso, separata. 

Muri, alberi, barriere o linee orizzontali rafforzano la sensazione di scissione tra l'individuo e una realtà dandosi come imposizione violenta, opaca e indeterminata contro la quale il soggetto sembra inevitabilmente intaccarsi scontrandosi ad essa.
Gli occhi chiusi, il volto si da obliquamente alla camera. Giovane donna nitida in primo piano, vestita con jeans e t-shirt occidentali, come cercasse la luce, si protendesse in un anelito di vita; un muro neutrale, azzurrino-stinto alle spalle.

Ancora un muro di separazione e, sullo sfondo, lo squarcio indeterminato delle fortificazioni esterne della città.

Una giovane palestinese vestita di una tunica nera con la testa scoperta, il volto senza velo e i capelli lunghi, bruni lucenti al sole proietta una visione utopica, libertaria della condizione femminile investita d'una nuova idealità per la giovane generazione palestinese. Un muro di pietra si erge alle sue spalle ma il paesaggio roccioso, arido sullo sfondo appare in connessione alla figura in primo piano.


 Nello squallore d'un campo profughi disertato dalla guerra la figuretta d’un bambino si staglia a lato in un improbabile parco giochi disseminato di immondizie e rifiuti.







Michel Foucault , Le corps utopique, Lignes, Nouvelles Editions, 2009.


“Luogo senza ricorso al quale sono condannato”, piccolo frammento di infinito con il quale, letteralmente, “ faccio corpo”, assumo una consistenza concreta, un'apparenza manifesta, evidente, inconfutabile nello spazio.
Eppure, secondo Foucault, il corpo é anche ciò che non si lascia facilmente ridurre , portando in sé le proprie risorse: “luoghi senza luoghi, più ostinati ancora che l'anima, le tombe, gli incantesimi dei maghi. Possiede le sue cave, le sue soffitte, i suoi soggiorni oscuri, le sue spiagge luminose”. La testa, per esempio, strana caverna aperta sul mondo attraverso due fessure dove le cose arrivano, entrano, vengono ad abitare rimanendo tuttavia esterne perché proiettate come immagini percepite all'altro lato della sfera ottica. Per raggiungerle è come se dovessi rivoltarle, appropriarle, riproiettarle a mia volta.

“Corpo incomprensibile, penetrabile e opaco, aperto e chiuso; luogo utopico per eccellenza”. (Foucault)
Cio' che è assolutamente visibile in un senso, come l'essere guardati, osservati dalla testa ai piedi, spiati, sorpresi, sorvegliati alle spalle quando meno ce lo si attende, espropriati dallo sguardo d'altri eppure anche, “captato da una specie di invisibilità dalla quale mai puo' liberarsi”.
E' visione fantomatica che appare al miraggio deformante degli specchi o ancora,
figura frammentaria, parziale, percepita a tratti o per parti distinte,
viso, braccia, labbra, arti, senza spessore ne figura perdendo la propria linea di contorno, sfumata, cancellabile nei suoi tratti esterni.

Visibile e invisibile, trasparente e opaco, respira, vive, agisce, “si lascia attraversare senza sosta dalle mie intenzioni”, dalle mie pulsazioni.
Anche, é materia pesante, investita di una forza di gravità che lo tiene inchiodato al suolo, nella pesantezza quello che lo fa sprofondare nell'abisso della propria finitudine: la lentezza del sonno,
la narcosi dell'abitudine,della noia o dell'abbandono;
l'astenia della non-esistenza,
la quasi-immobilità che precede la morte,
la parte impropria dell'esistenza,
l'architettura intaccata della carne, la suppurazione aperta della malattia.

“Forse, bisognerebbe ancora discendere sotto i vestiti, forse bisognerebbe raggiungere la carne stessa e allora si vedrebbe che, in alcuni casi, il corpo volge contro di sé il suo potere utopico e fa entrare lo spazio del religioso e del sacro__ tutto lo spazio dell'altro-mondo e del contro-mondo__ all'interno di uno spazio che gli è proprio. Allora, nella sua materialità, nella sua carne diventerebbe anche il prodotto dei propri fantasmi. Il corpo che danza è giustamente un corpo dilatato secondo uno spazio che gli è interno e esterno insieme. “

Il corpo umano , secondo Foucault, è l’attore principale di tutte le utopie, “punto zero del mondo dove i cammini e gli spazi vengono a incrociarsi,
piccolo nodo utopico a partire dal quale sogno, parlo, immagino,
percepisco le cose intorno a me e le nego per il potere infinito delle utopie che invento.”


martedì 13 luglio 2010

DYNASTY ( II ), Museo dell'arte moderna di Parigi e Palais de Tokyo




Mohamed Bourouissa

“Legendes” è il nome d’una marca di sigarette distribuite da venditori di contrabbando, perlopiù stranieri, all’uscita d’ una stazione metro nel quartiere Barbès a Parigi .
Bourouissa: "Il video non parla d’esilio ma di circolazione, movimento, tensione e scambio. Parla anche di violenza, della violenza latente al contesto metropolitano".
Lavoro di messa in scena filmica sulle banlieu, i bordi esterni, le zone ibride, miscuglio e innesto di multiple discendenze. I margini sociali sono quelli che toccano i limiti della legalità, la piccola delinquenza al quotidiano,
la banalità dell’ indigenza, del bisogno materiale,
la non-integrazione sociale; esuberi, escrescenze del modello capitalista occidentale.

Il video segue la progressione-regressione di precisi momenti di scivolamento, tensione, violenza trattenuta tra gli individui: scivolamenti latenti, come se si stesse mappando, in una cartografia a freddo, "senza dramma", un territorio mentale, una “geografia emotiva” fatta di scambi, tracciati, spostamenti, negoziazioni tra individui delle classi popolari urbane, rivelando il gioco di forze soggiacente tali rapporti.

Stazione metro Barbès, prime ore del mattino: i colori sono sfuocati, la luce é irreale, debole, fioca, contribuendo all’effetto allucinante del filmato girato da videocamere nascoste, incollate in modo aleatorio ai venditori di sigarette di contrabbando.
Vediamo: l’interno del metro, numerosi passaggi di sconosciuti;
la folla indeterminata, il milieu popolare della scena, l’atto della vendita.
Voci proponendo o rifiutando il commercio, dialoghi di anonimi senza volto, movimenti rapidi della videocamera sugli interni del metro.
Vediamo: cemento di superfici grezze al suolo o attraverso le pareti nude, l’acciaio delle scale mobili, le vetrate, una luce sempre più distante, sfuocata, irreale.
L’effetto allucinante,traslato rispetto alla realtà attraversa il video, come se uno spazio mentale s’aprisse nei dialoghi,
nelle battute rubate dalla camera mobile, negli scambi casuali tra i passanti:
geografia dello sradicamento, della dislocazione o dello spostamento semplicemente.
Flussi migratori d' individualità impersonali riprese nel sottotesto virtuale del tessuto metropolitano.

“Ho cercato di rovesciare il processo filmico, là dove il fondo deve produrre la forma e non viceversa. Quello che mi interessa è estrarre il meccanismo usato dalla video-sorveglianza,
dal grande occhio del potere e rivoltarlo per utilizzarlo con persone che vivono nell’illegalità. Camere nascoste, a un primo livello, significano sorveglianza, dispositivo ottico disciplinare , logica subliminale di controllo.
Anni fa non si sarebbe mai mostrata un video di scarsa qualità filmica, girato con mezzi di fortuna, una camera nascosta, l’aleatorio di un telefono cellulare.
E’ una presa di potere, chiaramente, filmare individui in questo modo, una presa di rischio anche, perché non controllo l’immagine ma costituisco un dispositivo filmico a partire dalle sue proposizioni”.
Se tale sistema di video-sorveglianza si assimila a un dispositivo panoptico che agisce dall’alto come un occhio totale, invisibile, generalizzato, modello strutturale d’una società disciplinare moderna, il lavoro video adotta questo stesso dispositivo ma implicitamente lo rovescia.
Si appoggia al potenziale di contro-discorsività dell’immagine ,
al suo potere di contro-investimento lasciato ad individualità impersonali emergenti attraverso il divenire minoritario, marginale del processo filmico.

“Neutralità ed empatia: non utilizzo l’immagine ma la lascio aperta negando il puro valore estetico o la ricerca del solo sensazionalismo. Mostro la realtà senza prendere posizione dando spazio a differenti meccanismi di potere o rapporti di forze tra gli individui.”








Melanie Delattre-Vogt

“Il rituale notturno di fare il giro completo del parco Butte Chaumont in cerca d’oggetti e incontri desueti”
Il rituale era iniziato quando non smettevo di tornare in modo compulsivo su uno stesso disegno” senza riuscire a concluderlo, senza saper avanzare, retrocedere nemmeno, arrestandomi,
ritornando ogni volta sui miei passi, allo stesso punto, senza sosta rifacendo lo stesso percorso là dove esso s’arrestava, si bloccava senza ragione e non trovava conclusione, ultima risoluzione.
Per liberarmi di una simile impasse decisi di uscire dall’atelier dando un inizio e una fine, uno spazio, un percorso completo a questo respiro a metà trattenuto, sospeso, e come serrato in gola senza potersi liberare. Nel corso di queste divagazioni notturne, ogni volta, ritrovavo persone già incontrare, sorprendevo volti anonimi e sfuggenti incrociati per caso, coppie amorose appoggiate contro le ringhiere nascondendosi o esibendosi, ubriachi, folli, mendicanti, perseguitati e persecutori senza distinzione. Tale abitudine era divenuta un rituale dando una dinamica nuova ai miei disegni, un respiro, ossigeno a un corpo esausto, allo stesso tempo, un modo di sfuggire al circolo vizioso dell’occlusione, della vana ripetizione, del mero formalismo.




Le fonti che compongono i disegni sono multiple: oggetti, immagini, libri, frammenti di conversazioni o altre scoperte fortuite. Più interessanti le origini, le fonti o quello verso cui possono condurre che i materiali stessi.
“Sento che bisogna tessere legami con il mondo per poter disegnare. La figura resta al centro della composizione, tuttavia questa è smantellata, letteralmente decostruita, fatta a pezzi.
I visi sono assenti o velati. Integro spesso forme astratte, minerali, vegetali, a figure strane o simboliche, parti del corpo o pigmenti colorati, cose che non avrei disegnato se non avessi incrociato sul mio cammino in modo fortuito”.
Questi oggetti gettati, abbandonati sui marciapiedi e destinati a essere rimossi o dispersi, appaiono come deformati, a metà decomposti dalle intemperie, dal passaggio delle auto o dei pedoni.
Usati, corrosi, decolorati, a volte respingenti,
ciò che come residuo, lascito, scoria cola ai margini delle strade, inquina e sporca l’atmosfera, l’animo degli individui che la assorbono, nell’aria consumata, opprimente, esausta della città.

Tutto uno spazio intimo s’apre allora ai bordi delle strade: letti, abiti, oggetti, abitudini del quotidiano, frammenti di vita, pezzetti di memoria celati dentro quelli, la promessa, forse, della loro definitiva liquidazione.
“ Porto con me qualche volta frammenti di questi ammassi anonimi andando ad arricchire l’ archivio potenziale dal quale attingere per nutrire i miei disegni. Disegnarli è un modo per ristabilire parte della loro integrità, per avvicinare, anche, il caso del loro incontro”.



Masahide Otani





La serie, “fênetres volets clos”, « finestre dagli scuri chiusi, serrati all’esterno, ma anche, foneticamente in un altro senso, “fenêtres volées”, persiane murate sulla parete esterna d'un edificio, date a ripetizione, rubate dal fondo d’una parete bianca,
archivio di memoria, deposito o accumulazione di dati senza distinzione.
Ritornano come emergenze, risorgenze da un bianco anonimo e senza contesto.
Riappaiono come dissecate da crepe dischiuse qua e là indifferentemente sulla superficie;
geroglifici sembrerebbe, su una stele in pietra inscritta in alfabeto runico di cui riconosciamo i simboli senza possedere le chiavi per interpretarli.
Una pergamena appesa, distesa, dandosi come sigillo, forma ermeticamente chiusa si espone presa nell'atto di guardarci rispetto a quello che d'essa vediamo. “Gli spettatori sono letteralmente lasciati fuori”, fuori da quello che è questa serie di finestre murate e, allo stesso tempo, “esse restano inaccessibili perché letteralmente condannate”. Impossibile aprirle dall’interno, passare attraverso con lo sguardo dall’esterno.
“L’interno che gli scuri ci suggeriscono resta impenetrabile”. Quello a cui abbiamo accesso è la traiettoria d’uno sguardo, il percorso di tale sguardo tentando di aprirsi una strada, rimbalzando a ripetizione da una forma all’altra, circumnavigando a vista sculture ermeticamente serrate all’esterno.
Lo sguardo si ripercuote letteralmente sbattendo contro un muro di suono , suono ripetuto, rinvia l’eco della propria voce, poi lo sguardo dell’altro, illeggibile, raggiungendoci attraverso le lame d’una finestra murata dentro.

“Penso al momento in cui si arriva alla fine d'una ripresa cinematografica; la scena si decostruisce, la scenografia si svuota , viene smantellata pezzo a pezzo;
la cornice crolla, i supporti mobili, la messa in scena dei materiali e degli oggetti sono rinviati al loro luogo di provenienza. Porto in me la ricerca di tale momento di silenzio delle cose, come cogliendole al margine della loro sparizione, a un passo della loro rovina”.

“La citazione: una forma di ripetizione, un modo di tacere eclissandosi sotto una voce, più voci che convoco prendendo in prestito da altri, locatari della mia storia”. Nel processo di ripetizione gli oggetti perdono alcune qualità intrinseche, si svuotano di senso, diventano simulacri vuoti di loro stessi ma, allo stesso tempo, ne guadagnano altre come l’imperfezione, l’esubero,
la materia aggiunta di quello che sfugge al nostro controllo.
Fabbrico a mano, tenendo insieme fedelmente “copia-incolla” d’oggetti trovati.

giovedì 8 luglio 2010

DYNASTY ( I), museo dell' arte moderna e Palais de Tokyo, esposizione, Parigi



































Stephanie Cherpin




Le « vestige” sono residui, lasciti, oggetti non funzionali o senza utilità: rifiuti, pezzi di ferro, di stagno o di plastica, tubature re-incollate insieme con scotch.
Sono forme contorte, strane o allungate ,
pezzi recuperati da cantieri navali o metallurgici, per lo più andando a scavare nel deposito degli oggetti trovati, tra i relitti o i materiali allo stato grezzo.
Vengono qui ricomposti,
assemblati in costruzioni sculturali dalle proporzioni ampie, monumentali, smisurate,
tali le creature strane, le forme primitive, e selvagge che popolano l'immaginario di Cherpin.

Labirinto-ringhiera tentacolare dalle forme aguzze, tagliate e ricombinate insieme in un assemblaggio plastico, simbolico, impersonale investito di un valore totemico.
Il percorso sculturale è fatto di punte acuminate, di sporgenze aguzze che si interrompono a tratti in punti casuali, indeterminati nel vuoto.
I cammini restano spezzati o interrotti, le parti in ferro re-incollate insieme a forza con nastro adesivo, gli assemblaggi incongrui e ricoperti di vernice nera.
Le forme aggressive o innocue, piene o vuote, sono tagliate e ricombinate con altri elementi secondo un principio puramente formale.

Iniziatico, esoterico o occulto, il percorso é costellato di simboli incomprensibili,
di passaggi rituali, di cammini sbarrati fuori o perduti nel vuoto,
di campi minati e deviazioni di linee,
di parti interrotte e re-incollate insieme. E' evocato attraverso la polarità fredda del ferro,
ricoperta d’uno spesso strato di vernice scura.
Tale metafora visiva, d’una semplicità immediata, si dà come una macchina da guerra,
un percorso accidentato, accidentale, implicitamente investito di senso che rompe o lacera lo spazio bianco, neutrale, indeterminato dello sfondo.





Bertrand Dezoteux

L’immagine video, generata direttamente dal mezzo elettronico, oltrepassa l'impronta dell’immagine “analogica” di paesaggi e individui, per scivolare verso pure vibrazioni luminose, lunghezze d’onde elettroniche non più identificabili a semplici forme naturali. L’immagine subisce la metamorfosi del video, video che “genera una propria materia” nell’espressione di Jacques Rancière come se “ la forma troppo pura” o “l’avvenimento troppo carico di realtà” fossero “ messi fuori da loro stessi” sostituendo una logica di metamorfizzazione infinita all’incatenamento narrativo della tradizionale organizzazione filmica .

"Biarritz". L' immagine liquida, non fissata da una forma o struttura, è decomposta in sei schermi a ripetizione, simultanei e giustapposti. L’ immagine “metamorfica” slegata, autonoma, fatta di pure vibrazioni luminose si assimila naturalmente all’elemento acquatico, a tutto ciò che è dell’ordine dello scorrimento, del flusso, della fluttuazione, dell’onda fisica o elettronica, liquida o magnetica dominante al centro del video.
“I nostri antenati erano anfibi che vivevano in mare e sulla terra. L’idea del progetto era di ritornare all’acqua e vedere se era possibile tornarci in video”. Con "Biarritz" rifletto sulla dimensione plastica del lavoro, tento di portare più lontano il dispositivo filmico usando non un operatore vero ma uno automatico”.
Lo sguardo è fluttuante, attento alla superficie, alle tessiture della materia, della luce.
Immagini-corpo in primo piano al ralenti si alternano alla decomposizione di queste per l’effetto mobile del filtro ravvicinato della telecamera: rombi, forme trapezoidali, losanghe o spirali estratte da decorazioni casuali di tessuti,
dilatati dalla cornice insignificante d’oggetti quotidiani dissolvono a poco a poco la nozione di figurazione in forme impersonali, geometriche, poi in pure ondulazioni acquatiche che prendono il sopravvento e letteralmente ingoiando la figuratività dell’immagine.

Il video una vera e propria forma di divenire.
“Divenire è uno stato importante per ciò che appare, la metamorfosi di quello che avviene nella prospettiva della materia”. Allo stesso modo l’immagine in movimento, filmica o elettronica, porta in sé lo spirito di quello che diviene, l’avvenimento implicito del passaggio di uno sguardo. Divenire secondo Deleuze non è mai “ imitare, fare come, conformarsi a un modello” ; non c’è un termine dal quale si parte e uno nel quale si diviene. Non è fenomeno di imitazione o assimilazione ma di “doppia cattura” o “evoluzione non parallela”. “Divenire è il contenuto proprio al desiderio”, essere umani, desiderare è passare per una serie di divenire; non una generalità ma una realtà della consistenza stessa, “dello scorrimento universale del mondo”.
Divenire è “ogni forma di de-terittorializzazione” che rompe con le “serie chiuse” del modello identitario dominante come “divenire-intenso”, captare variazioni di intensità,
“divenire-molecolare”, captare la molteplicità dell’esistente, “divenire-impercettibile” o minoritario, captare zone di non-evidenza del mondo.


Bettina Samson « Fotografia dello spettro solare alterato dal tempo sotto la forma sognata di carota » Nucrear dust I e II





La proiezione dello spettro solare è impresso su un dispositivo a forma cilindrica in controluce contro le vetrate: fasce colorate a distanza, contorni sinuosi d'alberi fuori.
Espanse, le fasce colorate si riflettono in una policromia di colori freddi. Il colore-materia si impone in degradazione cromatica sfumata nell'assenza più totale di luminosità:
la notte di un blu indaco, malinconico, profondamente riflessivo;
colore dalle risonanze saturnie, dal ripiegamento solitario, nostalgico sul sé,
tale la superficie riflettente del vetro dipinto in bande bluastre, violacee, smeraldo o bordeaux.
Simile a uno schermo o lente distorcente attraverso la quale il mondo fuori é filtrato, deformato e implicitamente destituito.
Due fotografie di galassie, Nuclear dust I e II sono giustapposte sui muri della galleria.
E' l'oscurità più totale dell'universo fotografato fuori dal sistema solare, tempestato di punti, astri, o nebulose brillanti forse, ma spente, diffuse di luce riflessa, percepite attraverso il filtro distanziante nell'eterna notte delle galassie.

Polvere nucleare dunque, la scoperta della radioattività come titola l'opera,
radio-attività, esplorazione scientifica dell'invisibile:
esplosione di materia attiva nell'universo.
Fotografia e densità d'energia nucleare, potenzialmente distruttiva.

Materia in ebollizione:
forza centrifuga, lavica, eruttiva defluendo da un centro verso l'esterno nella formazione del sistema solare.

(Radioattività: « fenomeno fisico nel corso del quale nodi atomici instabili si disintegrano per liberare energia sotto forma di radiazioni. Rocce terrestri di isotopo e uranio ma anche elementi instabili prodotte in seguito alla disintegrazione degli isotopi menzionati.
Universo opaco-trasparente: galassie ospitando miliardi di corpuscoli densi,
agglomerati d’astri e di meteore,
coaguli e nuvole di materia espansa, liquida o gassosa.)



Camille Henrot

« Nella mia visione del mondo è l'ossessione di cercare l'origine delle cose, l'intuizione metafisica che procederebbe la diversità, la divisione della specie”.
Un oggetto che possa esprimere attraverso la sua forma bipartita l'idea d'unità originaria, un oggetto che possa precedere questa divisione in due, momento che associamo nella storia umana alla nascita dei conflitti, delle rivalità, delle guerre, alla divisione del territorio.
L'idea di « simbolon », dal greco simbolo, significa mettere insieme, ricongiungere, ricomporre, nell’usanza greca una tessera in terracotta spezzata tra due individui o famiglie a conclusione di un patto, il combaciare delle due parti provando l’esistenza di tale accordo.
« Simbolo » diventa qui i due pezzi d'un oggetto rotto e ricomposto in modo maldestro: riunione incongrua, realizzata a partire da frammenti che non si corrispondono più o solo parzialmente lasciando intravvedere fessure, iati o zone d'ombra.
L'opera in sospeso, stando su stampelle mobili, esprime il senso di un equilibrio precario e, insieme, la vulnerabilità della materia umana soggetta a tali amputazioni; meno l'affondamento che la ricostruzione eclettica, eterogenea tra diversi regimi, animalità e umano fissati insieme rinviando alla connessione indissociabile che lega l'uomo al proprio fondo primitivo di coscienza.

« Gli oggetti umani sono precari ma allo stesso tempo esistono, resistono. Un pezzo di granito esprime forse la solidità ma non la resistenza ». L'oggetto fragile incarna, al contrario, la forza paradossale della propria esistenza-resistenza come quello che permane nel processo di trasformazione , la metamorfosi celata al bordo dell’abisso,
al cuore d'una debolezza forse infinita,
l'aggiustamento sottile della cosa al proprio divenire prendendo il posto d’una rivoluzione aperta e incendiaria.






« La violenza che scorre da gesti ed emozioni deve servire da forza di resistenza della scultura e contro la scultura”.
Lavoro penoso, difficile, corrosivo, al limite impossibile:
l'impossibilità presa di contropiede, contro sé stessa.
La possibilità a cui si pensa e che non si raggiungerà mai,

come dovendosi sbarazzare di qualcosa che pesa su di voi conducendovi attraverso un percorso impervio, accidentato, o a momenti di rara intensità.

« La musica: strumento indispensabile per far salire un'energia particolare, miscuglio di malinconia e forza guerriera, orientando i gesti, dando la parola al silenzio dell’azione.
La scultura: una forma di lotta, un impegno politico senza partito né militantismo, perso in anticipo ma che si deve continuare a condurre. »

Raphaelle Ricol

Sono figure umane il cui viso diviene una proliferazione di materia primitiva, incollata sulla tela direttamente.
Sono esseri umani le cui teste esplodono in forme atomiche, in nuvole di materia nebulosa, in esseri acefali dove la centralità dell' intelletto scompare.

“ Sole nero”: grumi di materia porosa, ocra, giallastra o grigia, coagulano sulla superficie della tela. Un nucleo solare cerchiato di nero é fatto esplodere in una serie di radiazioni, di rigature dense e ocra a raggiera.
I raggi esplodono come proiezioni della mente, « onde di choc »,
animate da visioni contrastanti passando attraverso il filtro dilatante o contraente della percezione .
Esplosività e contrazione dello spazio intimo in presa diretta sulla materia.
Energia vitale: "l'impulsione del gesto, del segno che precede l'idea, l'intenzionalità dell'atto".
Stato d'urgenza: "esperienza immersiva, immediata, non riflessa della mia realtà interiore".
« Entrare in risonanza, liberare una vibrazione interiore che persiste e si prolunga come l’emissione di un suono che dura », passa, arriva, percuote e resta. “Da un quadro a un altro si puo' sentire una sorta di permanenza anche se le due tele sono dipinte in momenti differenti. L’energia passa da un'opera a un'altra come una traccia che persiste, iscritta nella memoria. La risonanza é anche quella che si percuote nello spirito dell'altro e vi fa eco.
Dipingendo si puo' sperare che significato e significante andranno a unirsi, a fondersi insieme provocando un'onda di choc, entrando in risonanza , imprimendosi nella memoria di qualcuno.” La risonanza vuole essere tripla: quella che passa da un quadro a un altro, quella che unisce due luoghi differenti divenuti cassa di risonanza, quella che incontra lo spirito dell'altro.
Cosi' scrittura e pittura si inscrivono in una riverberazione doppia e prolungata.



giovedì 24 giugno 2010

Ellissi II


















Estrarle dalle miniere, strapparle dalle pareti di roccia dove sono incastonate,
dal fondo di rocce laviche dove
trovano la loro matrice prima nascendo come esuberi, solidificazioni di materia liquida, espansa.
Nome che viene dal nulla.

Di queste pietre a specchio ne esistono di varia forma e natura, di bianche e di nere.

Bianche, simili ad agata dove ci si può contemplare come su uno specchio chiaro, trasparente, espanso da un centro che irradia verso l’esterno in circoli di luce diffusa, assumendo le tonalità del rosa, del grigio o del bianco.
Là tutto è portato alla purezza della
superficie e non ci sono insenature, grumi, imperfezioni, fenditure o irregolarità della materia.

L’altro lato dello specchio é ristallo denso,
oscuro e paco,
frastagliato da faccette esagonali rinviando verso un centro asimmetrico simile a cristallo d'ametista dove le immagini si sdoppiano o
si sovrappongono uscendo come dilatate o amputate . E’ uno specchio che resiste al viso, che deforma o nega i tratti della figura
lasciando intravvedere un luogo perturbante dove l’essere umano scompare.
Luogo di rocce aride, di siccità permanente per assenza d’acqua,
di disfacimento di forme, di deliquescenza della materia;
terra desolata, preda d’infertilità, dove non esiste forma umana.
Freddo glaciale, dove l’acqua eternamente solidifica in ghiaccio distendendosi come una superficie immobile, piatta, dissecata di vita.
Ghiaccio spazzato via dal vento, da raffiche di vento solitario, violento e selvaggio dove tutto scivola, scorre,
corre via lontano, scomparendo insieme alle vento che lo
porta.






























Bordi: note di incerta provenienza...

Stato di sospensione: E' il momento in cui l’immagine si stacca e appare fisicamente sulla pagina, persiste nutrendosi di vita propria
dalla densità psichica dell’immaginazione .

L’immagine s’auto-genera, ha una propria memoria, memoria della propria costituzione, non
il “prima” né il “dopo” ma la permanenza dell’istante nell’atto del suo farsi .

L’esperienza del vuoto. Perché la metamorfosi avvenga su scena bisogna che ci si svuoti della propria personalità, coscienza, della soggettività che è già in sé, o meglio che questa discenda e divenga tutt’uno con i visceri, la carne, le membra, che divenga parte del nostro essere dentro ogni singolo istante, dentro la più piccola pulsazione di vita che precede l’iscriversi fuori di ogni scossa, vibrazione o impercettibile movimento di senso.

Il corpo, involucro carnale all’immagine della metamorfosi che subirà lo spazio esterno investito, misurato o espanso dalla presenza di qualcuno:
sporcato delle sue energie in eccesso,
intaccato dalla sue forze in perdere,

potenziato dai suoi slanci improvvisi,
circolante di forze fluide, elettriche e vitali,
degli eccessi dell’uno o delle mancanze dell’altro,

delle pause d’inerzia o d’abbandono,
dei vuoti a perdere,
nella cumulazione, nello scambio,
nel passaggio d'onde impercettibili dall'uno all'altro.







mercoledì 9 giugno 2010

Una galleria di sguardi ..( testo suggerito da "Kansas Museum", Fanny & Alexander, teatro contemporaneo , Ravenna )



Una galleria di sguardi per cui provare nostalgia guardando indietro verso un tempo che non sapreste ricostruire, ritrovare anche rivivendolo identico a sé stesso. Voltandovi indietro, un istante, senza più riuscire a scorgere i volti,

la strada e l’auto in lontananza quando già il vacuo ha preso il sopravvento

e quella specie di spazio bianco, anonimo e indeterminato ha ingoiato tutto il resto intorno.

Luogo svuotato di presenze umane che fluttua intorno a voi e di cui sareste parte senza sapere la ragione, il motivo del vostro stare.


Una pellicola ininterrotta in bianco e nero, sbiadita come la polvere stinta dei ricordi, filtrata dai giorni a dalle ore, dietro il filo sospeso delle parole, degli incontri,

dei lasciti e degli affronti quotidiani.



Una promessa, un recesso, un ritorno, promessa d’un tempo in divenire che si proietta oltre, sempre un passo più avanti di te, oltre l’orizzonte limitato del tuo sguardo, un tempo che s’allontana dai tuoi occhi man mano t’avvicini facendoti continuare a procedere, a balzi, come per tenerti in vita, in movimento. Orizzonte azzurro pallido, vago e luminoso immerso nella luce fluttuante dell’avvenire, nell’aurea sfuocata del non-sapere che lo circonda e che solo permette di procedere.


Un inciampo, una crepa, una vertigine, l’inciampo senza nome dell’origine, il nodo oscuro della provenienza,

legame di forze, circolo d’energie potente che ancora vi tiene legati

ferendovi le mani e i polsi, tagliando quel filo con le unghie e i denti come fosse acciaio fino a farvi sanguinare.


Una serie di tentativi o metamorfosi mal riusciti, la metamorfosi approssimativa del sé

in infinite varianti, i volti non-finiti di un’improbabile realtà.


Un luogo ferito, un mondo remoto dal cuore selvaggio e incomprensibile

trasfigurato in un nuovo, possibile viaggio.


Una lingua fatta di battiti, senza più voce, con gli organi e i pezzi che vi rimangono

battiti brevi e battiti lunghi di un cuore metallico, di un martellamento ritmico,

di un suono ipnotico, cadenzato e ripetitivo nell’ impossibilità di tradurlo in altri simboli di senso


Un racconto fatto a pezzi, inenarrabile , le cui parole sono già scritte, disseminate in mezzo ai segni opachi,

ai simboli incomprensibili del mondo,

trasferito sotto altre sembianze,

ritrovarlo pezzo a pezzo in mezzo alle deriva di senso d’altri racconti

i residui , i lasciti, i resti, d’altre emergenze; riportarlo alla vostra storia

con occhi chiusi affidandovi alla legge segreta e misteriosa della parola.
































lunedì 31 maggio 2010

Jodice (II), Napoli, Riletture



















































Matera è vista dall’alto attraverso la barriera distanziante in ferro dei tubi d’un impalcatura. Le case appaiono come piccole costruzioni bianche estratte dalla realtà eppure epurate in un plastico irreale di forme divenute stranamente lontane, inoffensive, quasi irraggiungibili.
Si stagliano nettamente l’una dall’altra in una visione panoramica a distanza.



La città ora é vista attraverso le vetrate rotte d’una chiesa fatta di quadrati irregolari,
di forme frastagliate, di pieni e di vuoti irradianti di luce riflessi in balzi discontinui attraverso l’interno della cupola.
Momenti di accecamento totale a causa della luce si alternano a messe a fuoco repentine delle forme.
La visione é immersa nell’oscurità; qualcuno è colto nell’atto del guardare e insieme restituisce la rifrazione multipla del suo sguardo come in un gioco di specchi deformanti: mise-en-abime totale e costante tra sé e il mondo.



Città deserta, svuotata d’ogni presenza umana,
città-fantasma, anestetizzata come un corpo esangue, privo di vita all’immagine dell'auto-reliquia fotografata in primo piano, coperta d’una tela bianca, mortuaria.
Spasimo d’un corpo animato, la città come la pietra é scavata, intagliata a vivo dalle sue figure umane, la materia animata e inanimata in continuità .




La scissione estetica  aperta precedentemente dalla fotografia documentaria di Jodice nel primo periodo si riconcettualizza in questo secondo tempo nello spazio urbano della città del sud, emblematica Matera, intesa come il corpo animato e vivente d'un organismo dotato di vita e, insieme, reso immobile, narcotizzato a sintomo dello stato mentale e spirituale dei suoi abitanti. Il sud come tutto il paese appare metaforicamente investito d'una storia ma visto soccombere   sotto il peso della sua memoria, inerte di fronte alla lacerazione prodotta dal presente nel luogo e nel tempo dell'attuale.

Le immagini evocano la pittura metafisica di De Chirico rinviando a piazze vuote attraversate da presenze fantomatiche, panni stesi ad asciugare come concrezioni plastiche di figure femminili nello spazio, infine corpi in carne ed ossa svaporati, manichini di individui reali  resi assenti fino a lasciare la sola impronta dei loro involucri appesi ai fili.

Barriere di ferro e cemento sbarrano templi antichi, colonne greche ricompaiono in latta e alluminio piegabile;manifesti stracciati d’edifici cedono il passo al silenzio del luogo.
Gli edifici appaiono murati dentro apparentemente disabitati o occlusi da porte e finestre che si pongono come punti d’arresto, sospensioni,
macchie o zone d’ombra contro le quali la luce rifrange senza trovare riflesso.

L' antro che s'apre in cima alla scalinata 
sparpagliato di vecchie scarpe in disuso conduce a un' invisibile sorgente di luce, punto di fuga oltre l'immagine. Là sono mucchi di stivali o altre scarpe senza laccetti, pile di tessuti corrosi,il cuoio sfondato e le suole usurate di vecchie suole ammassate .
Un eco di passi risuona attraverso i corridoi disertati e in decadimento nell' antico ospedale degli Indigenti insieme alle presenze remote che l' hanno lasciato. Impronte di piedi conducono verso quel luogo della marginalità, dell'assenza.





Oceano-mare: infinità, isolamento, pellegrinaggio verso l'infinito come la ricerca di un altro rapporto tra sé e le cose . 
Le immagini di Jodice camminano verso questo infinito: l'ultima tappa d'un viaggio fotografico che procede verso la sottrazione progressiva della figura, smaterializzando le forme alla ricerca d’un ritorno all’ originario.































































martedì 25 maggio 2010

Mimmo Jodice (I), Retrospettiva, Maison Européenne de la photographie, Parigi



" Napoli é la fotografia ; la fotogenia di Napoli é immediata e diretta,
é un caleidoscopio d’immagini a presa rapida e diretta che attrae perfino sui soggetti più disincantati e meno atti a ispirare”. Ai percorsi di superficie fatti di strade e chiese, di chiostri e cortili abbandonati corrisponde il ventre antico della città, labirinto di catacombe e scalinate sotterranee vicoli senza fine, pullulanti di vita, di un’attività frenetica segreta e vitale denudata d’ogni pregiudizio.



“Siamo nel battito di questa città antica, tuttavia così immobile dove la realtà caotica e invadente è cristallizzata al cuore del passato come in un’archeologia del futuro. ”

Sulla fotografia, la città, lo spazio

Città invisibile, 
lo spazio é  preso nella distanza, nell’astrazione, nell’estraneità più totale dall’immediato quotidiano e insieme é profondamente, sensibilmente investito, come un ambiente che contiene il proprio malessere , lo assorbe, lo assimila e se ne lascia impregnare.
Se ne inietta il veleno tacitamente senza sapere esplicitarne le cause,
escludendo ogni figurazione diretta, la scelta d’esseri umani al centro della fotografia. L’immagine rispetto al periodo precedente, più direttamente documentario, si svuota d’ogni presenza umana, divenendo sempre più intima,  tendente all’astrazione e insieme investita d’una dimensione interiore,

paesaggio poetico parlante una lingua propria, atemporale.



“Ci si muove liberamente seguendo sensazioni, angosce, un’immagine mentale più o meno presente, chiara o confusa di fronte agli occhi e quando la scena coincide con questa allora è il momento della fotografia”. 

Le immagini cambiano ma le suggestioni restano, non smettono di ritornare, tormentarci, di ripresentarsi mascherate sotto diverse forme o sembianze come parte del nostro modo di vedere il mondo,
della nostra idealità tanto che una fotografia puo' scaturire da qualsiasi pretesto o occasione, trovarsi dappertutto, in ogni luogo. 

Esiste un’idea o una suggestione vaga della mente che si sviluppa al momento dello scatto e si completa in laboratorio: spazio di creazione, di elaborazione e rielaborazione costante fino a quando non si decide di lasciare la “camera oscura” in quella che consideriamo l’immagine finita.

Le  immagini più belle sono, forse, quelle che non esistono, che non vedremo mai,o non verranno mai fatte, 
quelle che abbiamo immaginato e resteranno fluttuanti nella nostra mente:
una fuga nel tempo e nello spazio,
il mare visto in un’apertura improvvisa dell’infinito.



“La fotografia è un linguaggio come la parola o la scrittura: queste immagini non raccontano la realtà che mi circonda, potrebbero essere state fatte cinquant’anni fa oppure tra cinquant’anni”. Esprimono uno stato fisico, mentale o emozionale più o meno cosciente, incarnano un’atmosfera, metaforizzano una visione poetica,
non descrivono un evento.
Rinviano a suggestioni già là, presenti nella mente prima d’averle viste o inquadrate nella realtà esteriore seppure latenti o ancora a uno stadio virtuale. Nascono per una necessità espressiva e quello che troviamo nella realtà risponde, in qualche modo, al nostro bisogno interiore.

Guardare lontano o a una distanza ravvicinata, uscire dal presente,
tirarsi fuori dalle proprie abitudini visive, risponde al mio modo di percepire la luce,

le forme fisiche nello spazio.




















Mediterraneo



L'obiettivo si concentra sul Mediterraneo: Grecia, Africa del nord, Italia meridionale. Frammenti dell'eredità classica, rovine di ville romane ritrovate tra le sabbie del deserto; edifici in pietra, statue, affreschi o mosaici.

Volto sfregiato d'una statua greca.
Venere, volto di linee epurate dalle proporzioni ideali, dai tratti solenni d’un modello di bellezza classica, sfregiato in primo piano,
attraversato da una linea d’ombra, fenditura sottile sul marmo che ne incide tutta la lunghezza del profilo fino a toccare le labbra, la linea del collo e del mento.
Proiezione, doppio o autoritratto de-figurato dell’artista
contemplando la propria immagine rovesciata, l’altro lato dello stesso volto apparentemente epurato, intoccabile, dalla pelle liscia, levigata, assolutamente intatta.

In un'altra statua una parte del volto è letteralmente sottratta, divorata come se il grigiore del fondo ne avesse letteralmente assorbito i tratti ,
la figura é spazio vuoto, zona d’assenza, senza più contorno o definizione fissa.
Resta lo sguardo, vivente e animato, intagliato sulla pietra fissando un punto lontano, non identificabile alla nostra vista.

Allo stesso modo compaiono divinità in quattro o cinque frammenti di vetro spezzati e ricomposti.
La struttura portante d’un tempio é divorato da una zona d’ombra: macchie informi, impediscono o arrestano la figurazione; macchie nere si impongono al centro, non tanto come antri o passaggi verso l’altrove quanto come arresti, imposizioni, intromissioni improvvise di presenza.

Colonne di tempio greco sono viste in dettaglio, in primo piano;
Le linee di intarsio semi-cancellate sono colte nell’atto di ridivenire informi, senza definizione come per un colpo di spugna, una folata di vento,
il passaggio d’un lasso d'ore indeterminato ricoprendo le cose d’uno spesso strato di polvere opaca.
Una fitta filigrana di materia corrosa, divorata da tanti piccoli buchi compone la superficie rugosa della figura simile a un formicaio, una roccia bucherellata di piccoli fori sostituendosi agli organi vitali del cuore, del ventre o dei polmoni.
























Processo di corrosione della materia vista nell’atto del suo "s-farsi".
La pietra si sgretola tra le mani soggetta alla violenza inavvicinabile del tempo.

Pietra rugosa di templi o rovine,
é vista in prospettiva correndo verso un proprio centro di fuga
come per un’energia o una forza centripeta che riporta la forma finita alla voragine aperta dello stadio precedente, poi ancora più indietro, allo stato grezzo del non-finito, alla roccia primitiva,
ancora più indietro al magma primigenio della materia,
alle forze primarie, agli impulsi che annullano e rigenerano senza sosta il processo vitale.

Processo di cancellazione progressiva dei volti persi a loro stessi;
le statue si sgretolano come argilla friabile tra le mani, perdendo la propria integrità.

Amnesia: perdita improvvisa di memoria, bianchi inspiegati di date, nomi, luoghi o parti d' avvenimenti; lassi di tempo di cui non si ricorda più nulla di preciso, restando come spazi vuoti, fluttuanti nella mente.
Anamnesi: processo di ricostituzione progressiva dei dati ricomponendo le fasi successive d’una decorrenza clinica a scopo diagnostico.

Statua sfuocata, semi-cancellata nei tratti del volto dall'effetto flou della luce rapita da un grido silenzioso.
Attimo di terrore , angoscia improvvisa che l’afferra.
La pietra é metamorfizzata in tratti viventi, bocca e parti del viso sono semi-cancellate.
Grido di terrore sul volto senza parole, senza organi che possano emettere un suono a proiettarlo.

Demetra II, Ercolano: schegge di volti, quello maschile sfregiato all’angolo del viso, senza più bocca, come se il primo strato di superficie fosse stato graffiato, asportato e rimosso.
Un' altra scheggia di volto femminile appare accanto, di cui restano visibili solo le labbra.

Il viso si sottrae nell'impossibilità d'offrirsi se non come superficie de-figurata,
pietra rugosa, ruvida, scabra al tatto, passaggio infranto tra i due seppure in continuità.
Contiguità inavvicinabile, strappo e ricomposizione costante per frammenti dispersi,
Metafora potente della ricerca d’una idealità amorosa di fronte al proprio limite.
La pietra é resa umana, vivente eppure prigioniera della materia morta;
labbra e sguardo sono animati come fossero investiti d'un soffio vitale, stranamente umani, espressivi contro il marmo gelido a contenerli, a costituirli.