martedì 3 novembre 2026

Da Gaudì a Picasso (Bologna, Palazzo Albergati)





Barcellona sfolgorante e vitale attraverso lo sguardo dei grandi artisti che l’anno rappresentata è la protagonista indiscussa della mostra “da Gaudi a Picasso. Capolavori della collezione Carmen Thyssen” attualmente esposta a Palazzo Albergati di Bologna fino al prossimo 29 marzo 2027.  Il percorso appare fissare lo sguardo su una città che cambia e si trasforma radicalmente dalla fine dell’ottocento ai primi del ‘900 abbracciando la modernità e come tale la rivoluzione dell’arte messa in atto da artisti fondamentali quali Picasso, Dalì o Mirò ai loro esordi nonché dagli illustri maestri come Gaudì, Casas ecc. Viaggio affascinante alla scoperta della pittura catalana di inizio XX secolo dove l’installazione multimediale all’ingresso del percorso sembra ricondurci in un salto indietro nel tempo. Le architetture fantasmagoriche di Gaudì che ancora oggi plasmano in modo imprescindibile il volto di Barcellona, i suoi palazzi pittoreschi e fantasiosi appaiono ingigantiti e proiettati a specchio sulle pareti della prima sala. Lo stile Art Nouveau ci riporta a quel tempo di inizio secolo dove forme organiche e fluide ispirate alla natura si riflettono in rifrazioni di luce insieme agli ori, i rossi, i gialli o i blu di un mondo desueto nei primi del ‘900 in Spagna.  


Il viaggio della pittura catalana si snoda nella mostra in quattro grandi momenti storici: si parte dalle vedute ancora di tipo realista/naturalista dominate da vivaci mercati, lo sfolgorio delle luci nel porto, nevicate che imbiancano la costa e la vita borghese della città. Ci si addentra poi nel pieno Modernismo spagnolo incentrato intorno al Caffè “Quatre Gats” ritrovo di giovani artisti bohemien che si spostano tra Parigi e Barcellona; lì la creatività, il fervore di nuove idee  e l’energia di un mondo in trasformazione si incrociano insieme ai pittori della giovane generazione e l’arte prende la via di una ricerca personale e cosmopolita sulla scia dell’avanguardia europea. Segue la parentesi luminosa del Neucentisme con pittori come Joaquim Sunyer che invoca un ritorno all’ordine, alla classicità e all’eleganza inondata dalla luce calda e dalle atmosfere serene del Mediterraneo; si approda, infine, definitivamente alla rottura delle Avanguardie nella più totale libertà espressiva tra astrazione, surrealismo e cubismo con artisti come Mirò e Picasso.

Luis Graner, “Scena portuale”(1890)  e, Santiago Rusiñol “La croce di confine”( 1892)

Nella visione dal sentore quasi  impressionista della città a distanza, i riflessi delle luci nel porto si confondono nella semi-oscurità del tramonto e le barche attraccate al molo si cullano  l’una con l’altra nello sfolgorio delle luci serali sullo sfondo. A distanza la vita rifulge vaga, indistinta eppure colma di attese.




































La veduta di Sitges un piccolo borgo affacciato sul mar Mediterraneo: una strada deserta, uno spiazzo bianco e vuoto in primo piano, il profilo chiaro del borgo lontano sullo sfondo e, al centro, una croce di confine vista attraverso il suo riflesso nel controluce bianco. Un cagnetto randagio riposa all’ombra a lato. Sotto la luce intensa del mezzogiorno nel Mediterraneo la tela appare come una contemplazione silenziosa del paesaggio nel silenzio pervasivo di quello spazio meditativo, bianco e vuoto aperto dalla pittura.

 

 

Isidre Nonell, “Gitane “ (1902-1905) e Ramon Pichot, “Tre amiche”( 1898)







Nella serie “gitane” Nonell si concentra su figure femminili perlopiù marginali nei quartieri poveri di Barcellona: donne abbandonate a sé stesse, immerse in tonalità oscure o bluastre, colte con sguardo introspettivo e mai scontato, sovente segnate da un velo di profonda malinconia. Una giovane donna incinta ripiegata su sé stessa si staglia contro il paesaggio brullo sotto un cielo crepuscolare; il contorno marcato del suo profilo nell’oscurità accentua insieme all’angoscia l’isolamento e la povertà dell’ardua condizione sociale.

Da un altro punto di vista in Ramon Pichot tre volti di donne andaluse, tre figure differenti e complementari sembrano ricomporsi in un equilibrio perfetto di forme e colori in “Tre amiche”. Vestite con abiti tradizionali spagnoli all’interno di un  giardino dell’Andalusia celebrano nel primo Modernismo catalano gli archetipi tradizionali rivisitati in chiave moderna. Ancora una volta sono «Manolas», giovani gitane ma, questa volta, avvolte in sontuosi scialli decorati di Manila e grandi fiori tra i capelli  in una celebrazione della bellezza e dell’unicità femminile sui loro volti espressivi. La scelta del colore à plat, l’equilibrio e l’armonia dell’insieme tra le figure eleganti e sospese rinvia a una dimensione prettamente simbolista.

Uno spazio particolare è dedicato nella mostra alla figura di Antoni Gaudì nella ricorrenza del centenario della sua morte (1926-2026)attraverso un’installazione multimediale consacrata alle sue opere nell’anno del completamento della Sagrada Familia a Barcellona.  Lui, genio indiscusso e visionario di un’architettura nuova all’inizio del 900 in Spagna ha saputo conciliare la più totale libertà creativa, una concezione organica ispirata alla natura con l’osservazione e lo studio rigoroso delle forme architettoniche in un progetto di estrema complessità quale la maestosa ed eclettica cattedrale ancora oggi icona della cultura spagnola.

Joan Cardona, «giovani parigine» (1903) e Ramon Casas, «Arlecchino» ( s.d.)
















Due giovani donne dell’alta borghesia  parigina sedute in un  café ritratte come protagoniste al centro della tela: grandi cappelli piumati, lunghi abiti dai toni caldi e avvolgenti, il giallo e arancio sulle piume di una pelliccia bianca. Siamo nel fulcro della Belle Epoque parigina dominata dall’ottimismo e la vitalità di una classe agiata al centro di una vita mondana e gioiosa che non teme ancora la minaccia di una Grande guerra. Del modernismo catalano sono i colori vibranti, la  pennellata fluida  e corposa, infine la fascinazione per la capitale francese punto di riferimento per la nuova arte in quel costante interscambio tra Parigi e Barcellona in cui transitano i giovani artisti.


Un «Arlecchino»  desueto ritratto come figura seduta in primo piano all’esterno appare nella tela di Casas: il volto ricoperto di bianco , il copricapo nero, un fiore rosso sull’abito a rombi appena accennati.  Solitario in questa posa è colto appena uscito di scena accasciato a riposare. La maschera nuda di sé stesso trapela in un momento di solitudine e abbandono, là dove la maschera della commedia dell’arte cede il posto alla nudità dell’artista e dell’individuo: saltimbanco e insieme malinconico e solitario giocoliere  della vita.

 











Le avanguardie

Le prime opere di Jean Mirò, gli esordi di  Salvador Dalì e la ricerca pittorica di artisti come Josep de Togores aprono nuove vie di espressione legate al rinnovamento del linguaggio dell’arte sia in senso surrealista che su un versante più astratto o cubista là dove Barcellona si ricongiunge alle correnti internazionali dell’Avanguardia  a inizio XX secolo.

Jean Mirò, «Eremo di Sant Joan de Horta»( 1917) e Salvador Dalì, « Natura morta d’avanti a una finestra»(1920)


















Il legame profondo e viscerale del giovane Mirò alla ricerca ancora di un proprio stile con la terra catalana e i suoi paesaggi spirituali immersi nella natura permane al centro di questa tela di chiara influenza fauvista. L’eremo si staglia immerso nello sfondo naturalistico ma il luogo assume una presenza simbolica attraverso l’uso di colori vivaci, saturi  e puri in una semplificazione volumetrica delle forme di impronta cezanniana. In «Natura morta davanti a una finestra» Salvador Dalì allo stesso modo mostra la scena all’interno dove degli oggetti sul tavolo sono collocati mentre attraverso la finestra aperta si scorge all’esterno la baia di Cadaqués, un’unica striscia di blu intenso quanto il Mediterraneo. Oltre la finestra, la fitta vegetazione dei rami rossastri e il fogliame verde scuro. Appare visibile l’influenza del post-impressionismo nei contorni sfumati e nella scelta cromatica di colori vividi che ritroveremo nei futuri quadri  surrealisti di Dalì, infine il rifrangere della luce sul vetro e sulla tovaglia nella strutturazione geometrica di Cézanne.

Joan Mirò, “Donna e cane di fronte alla luna”,(1935), “

due donne”(1931) e “personaggi su fondo nero”(1948)






In una tavolozza dai colori primari , giallo, rosso , blu o nero definiscono il contorno astratto della donna, del cane e gli altri elementi celesti in chiave onirica e simbolica. L’immagine resta aperta, le forme biomorfe ed elementari, le linee sinuose là dove sulla tela è il segno, attraverso linee spontanee e colori complementari a divenire “scrittura pittorica” di un universo astratto fatto di immaginazione e poesia.  

Sono due linee aperte che sfociano l’una nell’altra dando vita a un sistema astratto di energia e segno pittorico. “Due donne”sono forme primitive e linee fluide che proseguono l’una nell’altra, infine geometrie essenziali del rosso e del blu combinate con segni neri su uno sfondo neutrale. Ancora, in “Personaggi su sfondo nero” è la totale libertà espressiva a generare sulla tela una danza di astri, linee filiformi ed elementi zoomorfi su sfondo nero. In tale spazio mentale i segni non descrivono una realtà ma delimitano un universo poetico, o meglio lo inventano, lo abitano, lo plasmano a propria  misura. Come altrove nella composizione  “pittura” pochissimi segni essenziali fluttuano su uno sfondo materico marrone-ocra: una stella blu cosmica a quattro punte, una forma bianca e leggera come una foglia, un piccolo occhio giallo che ricorda una cellula o un embrione. Insieme creano un sistema aperto dando vita allo spazio indefinito del sogno o dell’inconscio: una calligrafia libera che oscilla costantemente tra scrittura, danza e un tracciato di costellazioni cosmiche.

 




Picasso, Autoritratto (1967 guache e inchiostro di china su carta)



Il volto può essere letto come “luogo del dolore” in questo autoritratto tardivo di Picasso, l’opera forse più iconica a chiusura della mostra; è un campo aperto dove l’intensità drammatica di un momento storico preciso _la repressione franchista in Spagna_ e l’introspezione psicologica si riflettono in una singolare rappresentazione del sé. Il ritratto, quasi monocromo, sfrutta le sfumature dominanti del nero, del grigio e del bluastro che creano ombre pregnanti sul volto mentre una linea  nera ne marca indissolubilmente  il confine. La scomposizione in  linee stilizzate del naso, della fronte o della bocca di derivazione post-cubista si contrappone all’intensità emotiva dello sguardo, vivo, intenso, abitato. Come in altri noti ritratti di donne legate alla vita di Picasso, anche in questo caso, il volto diviene quel campo di sperimentazione totale dove l’artista scompone e reinventa costantemente la figura umana, perfino sé stesso;  la divora e la assimila rigurgitandola come pura ricerca di forme pittoriche che, allo stesso tempo, riflette le angosce e le speranze di un’epoca.



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