mercoledì 19 giugno 2024

"Preraffaelliti", muse e opere ( al Museo san Domenico a Forlì)




Se come leggiamo nel pannello introduttivo alla mostra   “Preraffaeliti” a Forlì “kronos” rappresenta lo scorrere indeterminato del tempo e “kairos”l’istante decisivo carico di senso che ne incide il fluire dando ad esso il suo unico valore, allo stesso modo ogni divenire del presente dialoga con un passato più o meno manifesto rimanendo da esso plasmato. Tale dialogo tra i linguaggi artistici, pittura o arti visive e le varie epoche storiche, l’ottocento in particolare, appare al centro delle scelte curatoriali del Museo san Domenico illustrando il lavoro di quel gruppo di artisti inglesi che dalla metà del XIX secolo ha totalmente rivoluzionato l’estetica vittoriana dando vita a un rinnovamento profondo dell’arte in Inghilterra con opere moderne di forte impatto visionario seppur radicate nella tradizione pittorica italiana del ‘400.

L’intera vicenda di tre generazioni di artisti che tutti si richiamarono allo spirito e al nome di Preraffaelliti è così ripercorsa attraverso una selezione di 350 opere  nel viaggio unico proposto dal museo che spazia dai i Nazareni precursori del movimento ai suoi esiti ultimi nel primo Novecento.  Il confronto diretto con i grandi Maestri italiani Giotto, Cimabue ecc da trecento al cinquecento visitabili nella prima parte della mostra  sfocia nelle opere degli artisti moderni inglesi nella seconda parte dando vita a una pittura innovativa, appassionata carica di simbolismo e immersa ancora nel sentire romantico all’indomani degli eventi del ’48 in Europa per quello che può definirsi un vero e proprio nuovo Rinascimento.

La cultura romantica costituì del Medioevo un’immagine mitizzata recuperando da quell’epoca la sfera del sentire, l’aspetto passionale ed eroico,  il fervore religioso o mistico, la densità dell’esistenza contro il rigore delle convenzioni e l’ipocrisia della società vittoriana.  Gli artisti preraffaelliti con la loro aspirazione romantica all’infinito cercano “salvezza” nelle opere più antiche, pre-rinascimentali, precursori in maestri come Cimabue, Giotto o in artisti del‘400 italiano come Botticelli  prima della perfezione e del rigore estetico di Raffaello.

Il percorso si apre con una sezione dedicata proprio ai grandi Maestri italiani del ‘400 con artisti come Beato Angelico, Botticelli, Filippo Lippi, Luca Signorelli ecc                                


Nel “ Compianto su Cristo morto” di Beato Angelico la figura del Cristo deposto al suolo appare avvolto da un’aurea di luce, immerso nello splendore di questa emanazione spirituale, forse già distaccato dalla terra per ricongiungersi al  Padre mentre le donne ai suoi piedi, ugualmente aureolate, sono immerse in una luce divina che  inonda ed eleva la sofferenza e il pathos della carne, la passione del Cristo sulla croce ad ardore religioso lontano dal sangue o da ogni altro dettaglio realista nella scena. Tutto è irradiato di un’aurea luminosa nell’ascesa spirituale delle figure; le tuniche ugualmente appaiono immerse nel colore_ vivido, vivo, rifulgente_ quel colore cui i Preraffaelliti si ispireranno per restituire  pathos e centralità alla sfera emotiva, passionale o mistica dell’esistenza che si opponeva ai codici borghesi della rigida moralità vittoriana, nonché al classicismo imbalsamato della loro Accademia.


Nella “Madonna di Piazza” (1474) di Andrea del Verrocchio, maestosa sul trono si impone la Vergine come una nobildonna quattrocentesca dalle forme piene, in una carnalità espansa dove la figure assume spessore, plasticità, volume e corpo rispetto alla pittura tardo-gotica. Troneggia al centro il bambino, enorme nella rappresentazione anatomica del corpo, sproporzionato e dominante rispetto alla figura della madre, la stessa stagliandosi nitidamente in un abito blu vivace nel drappeggio delle forme fisiche ben marcate.  



Nella celebre tela di “ Pallade e il centauro” ( 1482) ancora è ben visibile in Botticelli una fonte di ispirazione per la pittura preraffaellita.  Il volto malinconico della giovane Pallade, etereo, irradiato di una grazia ineffabile, di una bellezza quasi sovra-umana nell’estetica botticelliana rimanda a molte figure femminili nella pittura dei moderni artisti inglesi. Gli stessi spesso dipingevano volti visionari dalla bellezza eterea proiettati verso il mondo spirituale ispirandosi a celeberrimi miti della letteratura europea. Pallade ricalcando l’ideale estetico botticelliano incarna nella mitologia greca una divinità guerriera rivestita tuttavia qui da un abito leggero e floreale, infine fiancheggiata dalla figura mitica del centauro a metà animale e a metà umano .


Arazzi del Santo Graal (Edward Burne-Jones, William Morris)


Leggende medievali narranti le vicende di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, il mito di Camelot o la ricerca del Sacro Graal ispirano la letteratura di tutto il Medioevo e sono rivisitate in una serie di arazzi meravigliosamente intessuti da due tra i più importanti esponenti della confraternita.  Nella serie qui esposta vediamo la partenza dei cavalieri congedandosi dalla corte di re Artù;  di seguito, Ginevra porge lo scudo a Lancillotto, il medesimo viene fermato d’avanti alla porta della cappella del Graal per mancanza di fede, addormentato da un angelo che gli sbarra il cammino. Infine nella scena finale Percival,  cede il passo al figlio circondato da bianchi gigli che si inginocchia di fronte alla porta del santuario.  La semplicità della leggenda immersa nella dimensione spirituale di una ricerca sul senso ultimo e religioso dell’esistenza è restituita attraverso i colori accesi prediletti da questi artisti e un realismo inteso “verso la Natura” cioè atto a illuminare la verità del cuore e non la copia delle mere sembianze esteriori.

 Proseguendo il percorso guidato dopo uno spazio dedicato a John Ruskin, influente critico d’arte appassionato di architettura rinascimentale che divenne punto di riferimento teorico per il movimento incontriamo gli artisti più significativi che  dettero vita alla confraternita “Pre-raphaelite brotherhood” tra i quali Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore fondatore insieme ad altri due giovani artisti William Hunt e John Everett Millais del movimento nonché voci femminili  e muse ispiratrici  tra le più importanti quali Elizabeth Siddal, Jane Morris, Christina Rossetti ecc Seguono gli artisti della seconda generazione, Edward Burne-Jones e William Morris a sua volta iniziatore del movimento Art and Craft che porterà lo stile preraffaellita fino agli albori del ‘900. Un ultimo focus nella mostra è dedicato, infine a alcuni pittori italiani che ispirandosi al Medioevo dimostrarono una sensibilità affine a quella dei preraffaelliti inglesi.

Dante Gabriel Rossetti, ritratti femminili


La sua esistenza fu segnata da diverse figure femminile, artiste, muse o compagne di vita che divennero anche il soggetto principale dei suoi ritratti, prima fra tutte Elizabeth Siddal la cui morte segnò drammaticamente la vita e l’opera del poeta enfatizzando il processo di idealizzazione femminile già presente nella sua visione pittorica.  Artista, musa e modella che Rossetti sposò nel 1860 si tolse la vita nel 1862 con un overdose di laudano in seguito a una profonda depressione per la perdita della figlia che portava in grembo venuta alla luce morta. In seguito tra i volti più noti rappresentati ì da Rossetti  compaiono Fanny Conforth, personificazione dell’erotismo sensuale e nei ritratti forse più oscuri gli occhi smisurati di Jane Morris che incombe sulla tela come creatura insieme attraente e inquietante .

“The Roman widow”

Le prime opere dove compare il volto di Elizabeth Siddal sono spesso evocazioni poetiche dalla bellezza immediata e sensuale eppure avvolte da un aurea spirituale, quasi le figure femminili appartenesse a una sfera altra rispetto a quella terrena: esseri in qualche modo angelici provvisti di un candore e insieme di una limpida idealità talvolta rivisitando figure mitiche del passato come in questo caso la donna romana. La giovane accompagnata da due strumenti musicali  appare adornata da fiori, avvolta dai veli di una tunica sinuosa. L’inquadratura ravvicinata del volto femminile  in primissimo piano esalta attraverso un uso smisurato e vivido del colore la ricerca di una bellezza assoluta, fine a sé stessa ma anche sublimata secondo lo spirito e la sensibilità romantica.

“Donna della finestra”

Jane Morris, allora consorte dell’artista William Morris, appare qui come nuova musa per Rosssetti dopo la morte di Elizabeth rivisitando per questa tela l’opera dantesca, in particolare la figura di Beatrice e l’incontro tra Dante e Beatrice nella “Vita Nuova”. Volto ancora una volta in primissimo piano, Jane guarda  in un attimo folgorante come Beatrice il poeta infranto per la scomparsa della moglie. La figura  di lei appare rispetto all’antecedente molto più oscura, inquietante avvolta da un’aurea di mistero e inconoscibilità come trovandosi di fronte all’enigma da decriptare della sua bellezza o meglio della sua anima: un essere misterioso il cui sguardo cresce in intensità e si staglia sempre più in rilievo, attraente e ipnotico rappresentando forse l’opposto alla bellezza solare della precedente. Una dualità tra spirito e materia, tra luce e tenebre, l’elevazione e la ricaduta nello speen esistenziale e, ancora,  la sensualità o la sua sublimazione, che permane come elemento stilistico in molto lavori  dei Preraffaeliti.


L’ultima parte dell’allestimento è infine incentra sugli artisti della terza generazione tra i quali John Waterhouse (“Le Danaidi” 1903), che subirono la fascinazione delle tendenze neorinascimentali nella rivisitazione di miti classici, esponendo soprattutto alla  Grosvenor Gallery quale alternativa progressista alla Royal Academy. Troviamo qui tra le altre opere la rappresentazione libera e anticonformista di “Ipazia”( 1885) di Charles Mitchell, nata ad Alessandria d’Egitto. Filosofa greca e pagana, donna colta e perseguitata dai Cristiani, è rappresentata nuda di fronte all’altare di una chiesa nel momento che precede il suo assassinio quasi a manifesto dello spirito irriverente e rivoluzionario, dello stile di vita anti-borghese e trasgressivo che animava questo gruppo di artisti. 



Per concludere, non possiamo prescindere da un mito del teatro Shakespiraino  come “Romeo e Giulietta” nella tela preraffaellita di Frank Dicksee. Ritorna tutta la simbologia degli elementi citati sulla tela: la tunica bianca d’epoca vittoriana, i lunghi capelli della giovane donna, i fiori di giglio o di passiflora simbolo di purezza o le decorazioni floreali sullo sfondo. Il tutto a circoscrivere lo spazio disegnato dal balcone dal quale Romeo sta fuggendo e dove si consuma il bacio appassionato trai due amanti, quel momento di purezza e passionalità che nel quadro sancisce insieme l’attimo decisivo e la fatalità drammatica del loro destino. Grandi narratori di storie e di miti gli artisti del movimento preraffaellita scelgono come abbiamo visto di rifarsi alla semplicità dell’arte medievale o pre-rinascimentale, di tornare verso quell’epoca oscura luogo di miti e leggende che porterà al rifiorire del Rinascimento per rinascere anche loro liberi e anticonformisti dalle ceneri di uno spenta e usurata società vittoriana.

 

 

mercoledì 1 maggio 2024

"Exodus", Sebastiao Salgado ( al Mar di Ravenna)










Sono storie di esodo, di migrazioni obbligate per milioni di persone che ogni anno, nel mondo decidono di lasciare la propria terra a causa di disastri naturali, per l’ingente povertà che spinge alla ricerca di prospettive migliori o destini differenti, oppure per la violenza di una guerra che mette in fuga interi gruppi di popolazioni; notizie che ogni giorno popolano le cronache del nostro occidente europeo. Tali storie, ugualmente documentate dallo sguardo lucido e visionario di uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, Sebastiao Salgado, sono al centro di “ Exodus: un’umanità in cammino” attualmente esposte al Mar di Ravenna fino al prossimo giugno. Nonostante sia passato più di un decennio da quando “Exodus” è stata esposta per la prima volta, il tema resta più che mai attuale perché nuove crisi periodicamente  si ripresentano_ rispetto a quelle documentate dal fotoreporter negli anni ‘90_ma i migranti e i profughi di oggi vivono esattamente nello stesso baratro tra disperazione e speranza, gli stessi momenti tragici o eroici legati al destino di ciascun individuo o di interi gruppi di popolazione. Raccontano a distanza di trent’anni la storia del nostro tempo, gli sconvolgimenti globali che accadono nel mondo attuale spinti dal crescente divario tra monopoli di ricchezza e diffuse aree di indigenza e marginalità, la crescita demografica esponenziale, infine la crisi prodotta dall’emergenza climatica in atto.

Quasi tutto ciò che accade sulla terra è in qualche modo collegato” afferma la curatrice Lélia Wanick Salgado, perché una crisi prodotta da una guerra per esempio quella russo-ucraina o a un imprevisto disastro ambientale in una parte remota del mondo influenza e ha delle ripercussioni in tutto il resto del pianeta. “Le persone strappate dalle loro case sono solo le vittime più visibili di un processo globale. Le fotografie qui rappresentate “catturano momenti tragici, drammatici ed eroici di singoli individui” e tutte insieme raccontano anche una realtà che ci appartiene, “ la storia del nostro tempo”. Come sottolinea la curatrice: “Esse non offrono riposte ma al contrario pongono una domanda: nel nostro cammino verso il futuro non stiamo forse lasciando indietro gran parte del genere umano?”

La fotografia documentaria ha portato Salgado in giro per il mondo attraverso i cinque continenti. Le immagini suddivise in varie sezioni spaziano da una parte all’altra del pianeta toccando temi diversi legati al nodo centrale dell’esodo. Nella prima parte si parla di migranti e profughi di oggi contro il loro stesso volere in immagini emblematiche del nostro tempo. La seconda sezione è dedicata alle crisi che hanno investito il continente africano negli anni ‘90 come i profughi ritornati in Mozambico dopo la guerra o la crisi umanitaria in Ruanda. Nella terza parte si parla di America latina con le migrazioni di massa avvenute dalle zone rurali a quelle urbane dando vita alle grandi metropoli del sudAmerica come Città del Messico e San Paulo circondate da estese baraccopoli. Segue la serie di Salgado che racconta la sovra-popolazione in Asia e la creazione di megalopoli come Shangai, Bombay ecc segnate dalle condizioni precarie di vita della maggioranza. Chiude la mostra una selezione di volti arrivati dai quattro angoli del pianeta, perlopiù ritratti di bambini _ spesso le prime vittime delle guerre, degli esodi o comunque della povertà_ ma qui posizionati al centro dell’obbiettivo come i protagonisti indiscussi in un atto di riscatto, inaspettato e lui epifanico.

Migranti e rifugiati: Cap Saint Jacques













Una spiaggia deserta immersa nel profondo chiaroscuro della foto in bianco e nero quasi a immagine di un’umanità sopravvissuta da un immenso diluvio universale sulla terra. Una barca solitaria è spinta a riva da pochi uomini, salvata dall’impetuosità delle acque quasi fossero approdati in una terra promessa dopo il diluvio che ha visto spazzare via tutte le restanti creature. Ancora è l’immagine di una spiaggia deserta da cui sono pronti a partire centinaia di migranti verso l’ignoto oltre la violenza del mare, al di là dell’impetuoso scrosciare delle onde a riva a segno di un incerto, spaventoso destino.

Nella foto successiva una bambina guarda lontano l’oceano oltre il suo infrangersi violento sulla riva là dove le acque hanno portato via i suoi cari e dove altri sono partiti o scomparsi in mezzo ai fiotti, forse divorati dalle correnti. Sulla sabbia parole scritte restano incise come geroglifici primordiali sulla roccia per lasciare una traccia, la memoria da chi è scomparso, portato via dalle correnti o da un  destino avverso.

Lo stretto di Gibilterra

In una notte tempestosa una massa di fumi densi e grigiastri si alza su quel varco infernale tra cielo e terra ad avvolgere i drammi diffusi di tante morti anonime. Migliaia di tentativi di fuga   affossati lì, tra quelle acque; i volti di un’umanità ferita e dispersa ancora in cerca di salvezza.

A proposito di guerra : “La strada principale di Kabul” ( 1996)



Distrutta dai bombardamenti, disertata dai civili in tempo di guerra, il centro di Kabul appare a distanza come un paesaggio desolato, astratto nel chiaroscuro dell’immagine in bianco e nero e svuotato di presenze: relitto e insieme cicatrice di uno shock violento e distruttivo. Rovine di palazzi e cumuli di macerie si ergono lì insieme alle ombre oscure degli individui che la attraversano  restituendo l’immagine di una città fantasma. Visione emblematica di ciò che resta nel passaggio violento e irreversibile di tutte le guerre. 

Campo profughi palestinese”

Sorridono questi bambini nonostante tutto relegati dentro lo spazio ristretto e murato di un campo profughi per rifugiati palestinesi in Siria. Esprimono la voglia, malgrado la situazione drammatica, di libertà, leggerezza e gioco, l’incanto nello sguardo dei bambini identico in tutto il mondo dovunque essi si trovino, liberi o reclusi, arabi o israeliani, la loro curiosità e irriverenza verso la vita come la voglia di correre e muoversi liberamente e senza freni. Ali di libertà disegnate su un muro del campo profughi e versetti del Corano trascritti a caratteri arabi si stagliano come geroglifici oscuri, magnificenti e grandiosi di un codice a loro solo decifrabile. Accanto, la grata di una finestra dietro la quale altri bambini sono reclusi o trattenuti dentro lo spazio ristretto e regimentato del campo.

Una profuga kosovara in Albania


 Giace rannicchiata sullo sfondo di un paesaggio arido e brullo dove null’altro si erge se non la linea di demarcazione tra cielo e terra e fili spinati in primo piano lungo una barriera che preclude l’attraversamento e la avvolge tutt’intorno. E’ avvolta da una coperta nel freddo invernale e forse proviene da un campo profughi lì nelle vicinanze. L’immagine  emblematica racconta un’umanità vista in uno strato di esilio permanente, obbligato e senza speranze: condizione dei molti costretti a spostarsi in altre zone della terra inseguendo un destino vagheggiato di agio e libertà. Un paesaggio raso al suolo da eventi devastanti fuori dal suo controllo; l’individuo al centro come nodo problematico e esistenziale.


Una strada è simbolicamente aperta attraverso un paesaggio, dissecato di massi e di rocce. Un bambino percorre quel sentiero aperto tra gli sterpi come fosse alla ricerca di una via di d’uscita o di salvezza. Quell’alternativa immaginata o sognata spinge la maggior parte dei migranti alla fuga verso l’ignoto, all’attraversamento dei confini alla ricerca di orizzonti ancora possibili. Sullo sfondo, dalla parte opposta della strada, alla stazione di Ivankovo è un treno fermo dove un centinaio di profughi hanno trovato un alloggio di fortuna in Croazia durante la guerra.











African Tragedy

La serie di fotografie scattate nel continente africano negli anni ’90 documenta la crisi umanitaria accorsa in Ruanda in seguito alle vicende tragiche di violenza e persecuzione che hanno segnato la popolazione durante la guerra civile. Ruandesi in cammino verso un campo profughi in Tanzania appaiono nella foto; donne e bambini con la loro casa fatta di poche coperte e cocci essenziali sulla testa camminano a piedi nudi mentre la strada si dispiega  limpida di fronte a loro, il cielo basso e coperto di nuvole nella semi oscurità del tramonto. La savana li scruta a distanza sullo sfondo. Partono lasciandosi alle spalle una terra di atrocità e miseria verso un futuro incerto e oscuro. In un’altra foto vediamo un accampamento di profughi ruandesi in Tanzania fatto di tende per dormire di notte lungo il cammino, pentole e le ceneri di fuochi spenti nell’oscurità.

Mozambico: un popolo in cammino verso una nuova vita attraversa il grande ponte in prossimità del lago Malawi per tornare in patria dopo quindici anni di esilio in Tanzania. Una donna e un bambino avvolto in fasce sulla sua schiena si scorgono tra le fronde di una piccola piantagione verde sopraffatta di foglie e sterpi. Cominciano una nuova vita coltivando la terra che erano stati costretti ad abbandonare quindici anni prima, tornati a casa alla fine della guerra.  































La sezione America latina: esodo rurale, disordine urbano” mostra in una prima foto un villaggio Moruba nella foresta amazzonica in Brasile dove l’essere umano appare ancora in uno stato di connessione profonda con la natura ancestrale e immutata che in sé stessa esiste in un suo eterno divenire. Una giovane donna dalla genuina bellezza si bagna nelle acque di un ruscello in prossimità di una cascata mentre altri bambini e donne del villaggio si mostrano sotto una luce irradiante a contatto con gli alberi ancestrali. Le acque limpide del fiume riflettono in una visione edenica e quasi irreale di paradiso terrestre.  Altrove, in altre fotografie sono le baraccopoli affollate dei migranti a San Paolo o a Città del Messico o ancora le sommosse del Movimento Brasiliano dei Senza Terra per rioccupare parte dei territori dominate dai latifondisti e indispensabili alla loro sopravvivenza.

La sezione Asia, il nuovo volto urbano del mondo documenta il passaggio dalla diffusa  povertà rurale alle nuove megalopoli asiatiche come Shangai, Giacarta, Bombay o Manila dove i migranti vivono in condizioni precarie spesso di sfruttamento e marginalità alle periferie degli immensi centri urbani. Vediamo una stazione enorme e sovraffollata dal traffico costante di migliaia di persone ogni giorno a Bombay, una moschea a Giacarta dove il singolo si perde nella schiera anonima e senza volto di copricapi bianchi in questa marea indefinita di esseri umani inchinati di fronte alla divinità. E, ancora, lungo il molo di Marina Drive un diseredato se ne sta disteso, avvolto da una coperta logora con alle spalle solo il volo dei gabbiani sulle acque ferme della banchina e, ancora più lontano, i grattacieli anonimi dell’immensa e scintillante megalopoli asiatica. 



Portraits  

Ritratti di bambini, limpidi e meravigliosi raccontano storie provenienti da tutto il mondo visti in primo piano semplicemente nella loro intrinseca autenticità e bellezza. Il fotografo ha lasciato loro la libertà di scegliere la posa o il gesto nel ritratto. Le espressioni, lo sguardo appaiono ora velati di malinconia e tristezza, ora sprigionando allegria e speranza. Dai quattro continenti questi bambini affrontano la macchina fotografica scegliendo di rendersi visibili, esposti al mondo in uno scatto fotografico e su una pellicola. Soli di fronte all’obbiettivo scelgono infine di essere visti e autodeterminarsi, loro le prime vittime dei fenomeni migratori, delle fughe obbligate o di chi la guerra rende profughi e esuli.   Il fotografo rivela di ciascuno di essi una limpida verità secondo il proprio contesto e cultura, fisionomia o destino da cui sono stati segnati. Li mostra in una verità gridata senza altro parametro o giudizio che la loro intrinseca bellezza di esseri umani, unici, singolari, limpidi di fronte all’obbiettivo.



venerdì 29 marzo 2024

Vertigo, video scenarios of rapid changes ( al Mast di Bologna)







Si parla di accelerazione, di velocità, di quel cambiamento rapido e irreversibile che in vari ambiti della società industriale oggi rischia come un vortice inarrestabile di risucchiarci nella mostra “Vertigo” al Mast di Bologna fino al prossimo 30 giugno. Si tratta di opere video selezionate e presentate nelle sei sessioni tematiche corrispondenti agli ambiti più rilevanti del cambiamento della società attuale tra i quali il lavoro, il contratto sociale, i nuovi comportamenti, la comunicazione, infine l’ambiente naturale . La video-arte, vale a dire l’immagine in movimento palesemente utilizzata oggi come strumento di comunicazione alla portata di tutti e qui scelta come linguaggio veicolare costituisce, secondo il curatore Urs Stahel, il mezzo artistico più indicato per rispecchiare gli attuali scenari in mutazione, la vertigine quasi provocata da tale accelerazione continua dei processi. Gli artisti rappresentati spaziano tra diverse generazioni e aree geografiche, da personalità indiscusse come Richard Mosse o Douwe DiJkstra ad altre emergenti  o meno note sulla scena internazionale.

A partire dagli ultimi cinquant’anni il processo di industrializzazione sembra essersi spinto a velocità sempre più folle nella corsia preferenziale dell’alta tecnologia, della digitalizzazione, nell’aumento esponenziale del calcolo computazionale. Mentre sempre più i processi di produzione, lavoro e gestione dei dati sono affidati alla mediazione delle intelligenze artificiali, anche i mezzi di informazione tradizionale vengono gradualmente sostituiti dagli strumenti digitali:  scrittura e calcolo delegati alle macchine, la comunicazione scritta divenuta sempre più sintetica e obsoleta, la memoria supportata dalle tecnologie. Da un altro punto di vista, la società dei consumi, nella sua corsa sfrenata al profitto e alla produzione volta a incrementarlo deve fare oggi i conti con la crisi climatica globale che mette in discussione la nostra stessa continuità e sussistenza come specie sulla terra.  Ultimo tema del cambiamento in atto, quello del rapporto a un’idea di verità per l’uomo contemporaneo, tradizionalmente coincidente con la parola di Dio in una relazione verticale del Verbo rivelato da Dio all’uomo in maniera profetica e assoluta. Sempre di più oggi, il concetto di verità diviene relativo, frammentario, aperto a un’infinità di interpretazioni e dunque dandosi in un rapporto orizzontale all’ uomo anziché in una relazione gerarchica, assoluta e rivelatoria.  Ebbene in questo mutato rapporto alla verità, nel momento in cui l’essere umano imprime le proprie verità o meglio la adegua ai propri bisognie desideri in una sfera del tutto terrestre, plasmandola e modificandola a proprio piacimento, ebbene in questa traslazione in orizzontale accade e si realizza palesemente il nuovo scenario ontologico e sociale di oggi: rapido, tecnologico e accelerato conducendoci spesso a una vertigine di senso. 


Lavoro e processi produttivi   



Wang Bing, “15 hours” (2017)

Quindici ore di video, un unico piano sequenza, un documentario girato in presa diretta in un solo giorno di lavoro nella fabbrica di indumenti della provincia cinese di Zheijang dove sono impiegati 300 mila lavoratori migranti dalle province limitrofe.  Monumentale e ipnotico il tema del lavoro si snoda nella sequela ripetitiva e interminabile del quotidiano dove questa massa di individui appaiono intrappolati, parte di un meccanismo smisurato e distruttivo che li fagocita e li divora giorno dopo giorno senza che possano far nulla per impedirlo. Il video fa luce e denuncia in maniera implicita le condizioni alienanti di lavoro nella Cina d’oggi lasciando semplicemente parlare le immagini. Uomini e donne si raccontano di fronte alla telecamera lasciando trapelare stralci dei loro dialoghi oppure le conversazioni quotidiane, reali che scandiscono le interminabili ore di lavoro nella fabbrica sullo sfondo della sequela anonima di produzione a catena.  Simile a una sorta di Cinemà-verité il video sembra rivelare nella più banale e apparente normalità del quotidiano_ una realtà accettata, vissuta o subita come norma per coloro che sono parte del meccanismo_ la portata anonima e alienante del processo produttivo delegato a un sistema industriale, capitalista e globale fuori dal loro controllo.

Ali Kazma, “Tea-Time” (2017)






Turchia: l’inferno infuocato di un’importante manifattura di vetri è filmato da Ali Kazma simile a un concerto orchestrato da un’infinità di ingranaggi arroventati, leve e processi automatizzati nel flusso ininterrotto, permanente e ritmato della produzione. Rosso è il colore dominante nel video, il rosso del fuoco arroventato nei processi di fusione e condensazione del vetro che si plasma nei differenti oggetti e utensili, il rosso infernale anche del frastuono incessante, dei rumori cadenzati e a ripetizione, del cigolio ripetitivo delle ruote motrici. Infernale, apocalittico, incendiario il video passa dagli scenari arroventati della manifattura alla melma stagnante delle scorie che permangono nel post-produzione .

Anna Wit, “Unboxing the future” ( 2019)




All’interno della fabbrica della Toyota il video inizia come una discussione aperta tra alcuni dipendenti sul futuro del lavoro in transizione di fronte ai processi di automatizzazione e le nuove intelligenze artificiali: software programmati per svolgere i più basilari task sostituendosi al lavoro umano.   Tuttavia, sullo sfondo grigio e asettico di macchinari e ingenti sistemi di produzione automatizzati dove il lavoro si dispiega anonimo e ripetitivo in ugual misura svolto dagli esseri umani e dalle macchine, appunto contro quello sfondo alienante alcune azioni performative cominciano comparire inaspettate nel video. Questi stessi soggetti filmati, d’un tratto, decidono di tagliare le loro uniformi stendendo poi pezzi di tessuto al suolo come attraverso un gioco di bambini innocenti e divertiti. Nell’immagine successiva suonano musica, chitarra e batteria in una band all’interno della fabbrica. Sullo sfondo di alienanti meccanismi industriali iniziano a riscattare la propria anima, ritrovano un respiro attraverso alcuni movimenti lenti e misurati di Tai chi. Inaspettatamente rovesciando i presupposti iniziali del video si strappano le uniformi e danno spazio, respiro e libertà alla propria individualità, anima e corpo nel mondo. Iscrivono quella traccia dell’esserci e dell’esistere al di fuori di numeri e macchine, al di fuori del ventre enorme della fabbrica in cui sono fagocitati e risputati come pedine di un grande meccanismo oltre la loro portata. Semplicemente con un gesto si liberano dall’oppressione di quella realtà in una coreografia orchestrata e collettiva.

Nuovi Comportamenti: “Kapitalism”, Paulien Oltheten, (2016)


L’enorme impatto che la rivoluzione digitale esercita sulla società attuale_ il capitalismo globale fondato sulle nuove tecnologie_ altera inevitabilmente anche i comportamenti sociali in una transizione che non è soltanto economica ma anche dei modelli e dei valori nel crescente relativismo occidentale. “Vertigo” in questa sezione della mostra mette in evidenza la frenesia della riuscita, l’affanno senza limiti nell’ossessione all’ascesa nella scala del successo,del profitto e della carriera sacrificando nel mentre quella sfera personale e affettiva, quell’insieme di piccole cose che chiamiamo vita.  Simile a una vertigine che risucchia e divora il tempo necessario per fermarsi e riflettere sul senso e il valore delle cose. In antitesi allo stile frenetico in cui siamo immersi, “Kapitalism” mostra una panchina deserta dove campeggia a caratteri capitali una scritta nera in grassetto e un uomo non più giovane d’età si avvicina  facendo esercizio fisico per mantenere in movimento il proprio corpo. Una panchina desolata sullo sfondo di un parcheggio industriale e un pezzetto di prato verde intorno si erge lì, come un unico barlume di speranza sul paesaggio arido intorno per dare voce a coloro che sono stato scartati, espulsi o demansionati dal lavoro a causa dell’età o della crisi economica. Si erge lì in mezzo al nulla come una scintilla di luce, un momento di pausa e di quiete, uno spazio per fermarsi, riflettere e decidere; l’immagine di un pendolo che amplifica ogni secondo apparentemente insignificante della nostra vita come centrale, unico e irripetibile.

Sven Johne, “The long way home”( 2016)







Un uomo guida un’auto nella notte per tornare a casa, sopraffatto, esausto nella mente e nel corpo, mentre notizie terrificanti di cronaca risuonano trasmesse dalla radio sullo sfondo. La voce fuori campo del video ci racconta che non dorme da giorni, sovraccarico di lavoro, teso e estenuato dalla stanchezza. Per questo il medico gli ha consigliato di “prendere la strada più lunga” e sicura per tornare a casa, di prendere una pillola e cantare una ninna nanna per addormentarsi come un bambino. Guida nella notte confuso, smarrito, con il volto in primo piano immerso nella totale oscurità della scena. Gli hanno detto di cantare una ninna-nanna prendendo la via più lunga per tornare dopo il lavoro. Canta a bassa voce una melodia infantile lenta e cadenzata per trovare quiete e respiro, il sonno che non può avere; canta per ritrovare una via di salvezza oltre i fantasmi della sua mente e il terrore silente della notte riempito di voci minacciose  nella solitudine che lo circonda.

Contratto sociale: Julika Rudelius, “ The only reason”…(2019)



Quartieri popolari deturpati nella Central City East di Los Angeles scorrono attraverso tre grandi schermi in immagini parallele che proseguono l’una accanto all’altra attraverso inquadrature singole, doppie o triple restituendo una visione complessa e segmentata. La videocamera scivola lenta attraverso le strade e i marciapiedi senza soluzione di continuità inquadrando perlopiù individui senza fissa dimora che bivaccano sui marciapiedi o altri in preda a deliri di tossicodipendenza. Mentre tende, cartoni e stracci per dormire in strada compaiono in primo piano si intravvedono a distanza tutt’intorno solide architetture inaccessibile a loro. Tendopoli contro cui sfrecciano lussuose limousine e, ancora più lontano la città scintillante dal lusso sfrenato di Hollywood. Come mostrato implicitamente  dal video il neoliberalismo senza limiti in America produce enormi derive sul contratto sociale e una società radicalmente divisa tra monopoli di potere e le fasce più basse  di diseredati senza alcuna  protezione sociale.  

Ambiente Naturale : Will Benedict, “All bleeding stops eventually”, (2019)





Nei brevi video animati e surreali alcuni animali appartenenti a una specie a rischio, il sole e la luna stessi si rivolgono direttamente agli umani i per affidare a loro un messaggio importante sulla natura, la crisi ambientale  e il cambiamento necessario per salvare la terra dalla distruzione e preservare la continuità della specie. “A che cosa serve l’oceano? A dare un ritmo a tutto ciò che è selvaggio e confuso? Immaginate l’oceano come l’origine di una nuova identità: ciò che vi permette di abbandonare l’esperienza coloniale del passato per il nuovo quartiere generale di un’etica globale nella quale identificate l’oceano come parte integrante di voi”. La voce degli elementi si incarna attraverso la parola data al sole e alla luna nella necessità di divenire parte integrante della natura superando quella posizione di separazione o di incontrastato predominio che ha sempre contraddistinto l’uomo nel suo modo di rapportarsi al mondo naturale. Solo prendendo questa strada sembra dirci il video per citare il titolo, “ ogni sanguinamento terminerà alla fine” e potremo, infine, iniziare a spargere i semi di un nuovo futuro attraverso un’etica globale più solidale e costruttiva per l’umanità e l’intero pianeta.




domenica 18 febbraio 2024

LUDOVICA CARBOTTA “ Very well on my own” AL MAMBO DI BOLOGNA








“Very well on my own” titola la mostra ontologica della giovane artista torinese Ludovica Carbotta attualmente in corso al Mambo di Bologna fino al 5 maggio nell’ambito di Art City, traducibile con l’espressione: “molto bene per conto mio”.  Filo conduttore della selezione d’ opere, infatti, come allude il titolo, è l’individualità, la sfera privata di ciascuno di noi in quanto spazio intimo e personale insieme da  preservare e mettere in relazione con l’esterno: la città, le istituzioni ma anche i social media nel rapporto complesso che oggi intratteniamo con i medesimi. Contro la  ricerca ad ogni costo di visibilità per il singolo _ la nostra costante sovraesposizione sul web e i social _ si erge l’affermazione di una qualche forma di privacy come difesa contro l’ingerenza del mondo esterno che nel suo punto limite coincide con la scelta all’auto-isolamento . Da tale dicotomia trae origine il lavoro dell’artista torinese nella sua prima mostra ontologica che ripercorre i lavori degli ultimi quindici anni spaziando liberamente tra scultura, performance, installazione in sito e video.


Pensare come una strada




La città è il luogo per eccellenza dove l’individuo e l’ambiente si influenzano a vicenda e  si plasmano l’un l’altro. Le città definiscono il nostro campo d’azione secondo l’artista e entrano nello spazio individuale modificandolo. La città, dunque, appare in una serie di pratiche artistiche di Carbotta come uno spazio fisico da filmare ma anche e soprattutto come uno spazio concettuale da indagare attraverso l’immagine video o l’esplorazione fisica del corpo.

Già all’inizio della mostra, all’ingresso della grande Sala “Cast block” si pone come una barriera fisica e architettonica in gesso gettata lì al suolo per impedire o comunque rendere difficoltoso, problematico il passaggio dei visitatori. Creare un ostacolo nello spazio significa problematizzarlo, renderlo un oggetto di riflessione , quasi uno scontro o un inciampo per il pensiero, mai comunque un percorso ovvio e scontato. Quasi che lo spettatore dovesse trovare un modo per circumnavigare l’ostacolo, una strada per accedere alla poetica non immediata  dell’ artista, o ancora trovare una soluzione al quesito spaziale qui sollevato.

In “ Il viaggio è andato a meraviglia” assistiamo a un piano sequenza lungo 120 minuti su uno scorcio di strada urbana mentre la Carbotta si pone immobile e a distanza nel video sostenuta da un lampione come cercasse una fusione con lo spazio urbano fatto di suoni e movimenti sulla cornice immobile dello sfondo.  Quasi nel tentativo mimetico di divenire parte integrante di quello spazio che si muove nonostante la sua presenza, l’artista si pone in maniera neutrale, senza esporsi con la propria individualità per osservare invece il movimento omogeneo  delle cose intorno a lei. Ironicamente l’idea di un viaggio “andato a meraviglia” si realizza nell’immobilità del piano sequenza sulla strada.

La città altrove si presenta attraverso la polvere e la sporcizia  delle strade che divengono parte integrante dell’opera in  un’azione performativa all’origine di “Invisible Modulor” (2009). L’artista cammina a piedi nudi sulle strade limitrofe lo studio, poi imprime la tela in modo del tutto casuale con impronte di piedi e di mani dando vita a questa improvvisazione  astratta in beige e in grigio: l’impronta stessa della città sulla tela data dai suoi pulviscoli, dai suoi detriti, dalla luce, infine dalla materia stessa che la compone.


 

 CRESCERE A DISMISURA ( nel corpo e nella scultura)

Il corpo compare al centro dell’allestimento “site-specific” al museo bolognese nell’installazione “Images of others have become parts of the self” (2004) Come il sottotitolo “ crescere a dismisura” allude,  il corpo dell’artista è il punto di partenza, il principio generatore di tale installazione. Allo stesso modo in cui le immagini degli altri o ciò che essi rimandano di noi_ in altre parole il riflesso dell’ambiente esterno_ diventano parte integrante dell’io, una struttura lignea prende forma visibilmente nella sala espositiva, espandendosi in altezza e incorporando orizzontalmente altri supporti in legno per tradurre concretamente tale dinamica concettuale. Una grande impalcatura lignea al centro della galleria si erge verso l’alto sostenendo  il peso del corpo e le sue proiezioni dall’esterno all’interno dell’individuo con l’intento di crescere in altezza il più in alto possibile secondo le intenzioni della Carbotta.




“Paphos” ( 2021-24)

Ancora di crescita si tratta nella serie “Paphos” ma questa volta relativa alle sculture viste come costante evoluzione e modifica di un modello originario sottoposto a una serie di distorsioni e aggiunte nel tempo per dare vita a creature ibride che non smettono di incorporare gli oggetti che incrociano sul loro cammino e i materiali più svariati nella loro composizione. Ogni scultura della serie incorpora in sé l’idea di crescita attraverso i più desueti oggetti presi dall’ambiente circostante come sgabelli, metri, materiali di lavoro che finiscono per divenire parte o rimanere impigliati, intrappolati per errore ai manufatti originari di bronzo, ceramica o resina ad acqua. 

La forma originaria della scultura è così manipolata nel tempo dall’artista sempre allacciandosi a un’idea di evoluzione ma anche di casualità, inciampo o contingenza del tutto aleatoria. Così troviamo la serie in triplice copia in ceramica verde “One thing after another” oppure ancora l’allestimento di oggetti incorporati alla scultura; “ Where one ends the other begins”.

I Telamoni ( 2020-2024)






















Come scrive Carbotta: “ C’è una serie del 2020, “i Telamoni”, un gruppo di sculture realizzate con diverse tecniche e legate a personalità diverse della famiglia Telamoni: figure identificate da forme diverse per età, genere e ornamenti a cui sono arrivata lasciandomi guidare dai ricordi e dando così una forma fisica al tempo”. Si tratta di una famiglia di sculture discrepanti, diversissime tra loro, idiosincratiche dal modello che ci si attenderebbe, al limite, al margine quasi in alcuni casi tra materia e forma scolpita, tra figura e fondo, tra il rappresentabile e l’irrappresentabile del loro ultimo e indefinito apparire. Appaiono così, guardandosi a distanza l’un dall’altro nello spazio in una sorta di composizione d’insieme malgrado tutto come membri di una famiglia dispersa; loro distanti, separati e agli antipodi l’uno dell’altro eppure in qualche modo connessi, per una stessa energia di relazione, per quella sorta di legame magnetico e primario nel quale si innestano i vincoli famigliari.  Come afferma Carbotta, i Telanomi sono “segnati da un peso che proviene dal proprio passato”. Così, il peso effettivo di queste statue che si stagliano come blocchi di gesso immensi e isolati l’uno dall’altro eppure in connessione nella grande hall del Mambo  corrisponde a un peso “emozionale”: una sorta di carica emotiva che anima ogni membro della famiglia in relazione agli altri. Mettendo in discussione il vincolo biologico, cioè la diretta filiazione dell’uno dall’altro o da un modello si realizzano  in nuove emergenze concrete e simboliche, nelle più svariate posture, in alcuni casi in mutilazioni di membra, sempre e comunque nel proprio unico peso specifico. Decidono insomma di autodeterminarsi con una singola personalità e storia interiore che si traduce in una forma fisica e scultorea ben precisa; ognuno a sé, distante, isolato dagli altri eppure nonostante tutto in quello spazio comune di connessione.

In definitiva attraverso i più svariati mezzi espressivi, il video, l’installazione o la scultura l’artista torinese continua a disegnare coreografie del corpo all’interno dello spazio, sia esso quello fisico della città, oppure quello intimo e personale della propria sfera d’azione in quanto opposto a una pubblica visibilità condivisa sul web. Sempre e comunque attraverso  il suo lavoro Carbotta crea e dà vita a una serie di spazi immaginativi, fittizi, costruiti attraverso la pratica artistica che necessariamente interrogano aprono una riflessione sul singolo e il modello di società esistente,  forse suggerendo un’alternativa ancora possibile _ una personale idea di spazio e comunità_  per lasciare infine gli spettatori trarre le proprie conclusioni.