mercoledì 31 marzo 2021

“Un altro mondo possibile ” ( dal docu-film di Torelli alla svolta post-covid)

 

















Un altro mondo, è quello cui aspiriamo nell’impasse delle nostre vite attuali compresse nella propria libertà individuale dall’epidemia Covid in corso. Ancora,  “un altro mondo” è evocato nel documentario di Thomas Torelli ritrasmesso in questo periodo su diversi canali online  in un paese relegato una volta di più alla chiusura a tutti i livelli della “zona rossa”. “Un altro mondo” sarebbe allora l’immagine tacitamente  invocata da molti dell’ azzerare il meccanismo e ripartire , rimettere tutto in circolo ma con un intento comune rinnovato mentre portiamo addosso, ancora, l’oppressione della malattia, la morte dei molti intorno a noi e viviamo l’inesausto senso di frustrazione di un virus che continua a infiltrarsi al quotidiano senza poterlo estirpare. Sarebbe      “ un altro mondo”, forse, la svolta necessaria oggi, rispetto a questa società post-industriale di continuo progresso tecnologico dominata da un materialismo distruttivo e alienante per l’essere umano.

Voci di scienziati, filosofi, fisici e sciamani si alternano premonitori in questo video girato nel 2014 (prima dell’avvento del Covid) mettendo in discussione la visione attuale del mondo per farci riscoprire sistemi e valori delle società antiche come i nativi d’America o le popolazioni aborigene. Allo stesso modo, alcuni principi della fisica quantistica divulgati da noti ricercatori spiegano la materia del cosmo come intelligente, vivente e in connessione con ogni singola particella nell’universo  riallacciandosi in qualche modo alla saggezza degli antichi. Se la “ separatezza” come lo studio di unità discrete contraddistingue il pensiero scientifico moderno, la teoria quantistica della correlazione di ogni singolo atomo dell’universo come totalità_ “una fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”_ può modificare la visione attuale dell’uomo producendo in lui una coscienza critica sul presente.

“ Tutto è energia e questo è quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia. Questa è fisica” ( A. Einstein)

Vasti altopiani del Messico: cieli tersi, di un blu limpido seppur attraversato da striature di nuvole biancastre. Dall’alto si vedono le distese sconfinate delle catene montuose rossicce e aride, i loro massi millenari plasmati e scolpiti dal passaggio del tempo, nello spazio aperto di un orizzonte  che si perde illimitato oltre il nostro sguardo. Si ode il gracchiare di uccelli attraverso la piana silenziosa, poi il canto di uno sciamano a distanza e il battito dei tamburi. Egli afferma: “ la natura non ci appartiene ma ci è solo donata, non porteremo nulla con noi ma possiamo gioire di quello che è qui e ora”. Nei bambini il “qui e ora” è l’eterno presente del gioco, il continuum del gioire incondizionato a cui non si sovrappone l’aspettativa o l’ansia del futuro né il peso o il rimpianto del passato. Ed è solo in questo presente vissuto ogni istante pienamente e in profonda connessione con sé stessi, afferma ancora la voce fuori campo nel video, che potremmo dischiudere il potenziale per un cambiamento, le basi per un futuro differente”.   




Due visioni opposte del mondo, due immagini agli antipodi l’una dall’altra si interfacciano all’inizio del documentario: quella di una natura dalla vastità incondizionata, dalla bellezza incontaminata negli altopiani sudamericani e quella di una città iper-moderna, tecnologica, dagli scenari futuristi attraversata da circuiti elettrici continui. L’umanità, allo stesso modo, è vista nel duplice frangente di ciò che preserva e distrugge la natura; l’uomo nella sua corsa verso l’avanzamento tecnologico è anche il guerrafondaio, fautore di armi chimiche, epidemiologiche o nucleari che inevitabilmente muta gli assetti di quello stesso pianeta a lui destinato.

 Due idee di temporalità ugualmente vengono opposte nel video: una prima appartenente alle nostre società occidentali dove il tempo come ogni altra merce è soggetto alla legge del mercato e del consumo mentre gli individui sono parte di un “sistema meccanizzato” di produzione o di potere che rende l’uomo “macchina” efficiente assoggettata a quello. Ancora, il tempo si presenta  più che mai oggi come virtuale , distaccato dalla realtà semplice e immediata del quotidiano perché ricondotto alla sfera digitale della rete, dei social media, di scambi e relazioni sempre più simulate tra gli individui.

Il tempo occidentale è visto come un “tempo-denaro”, artificiale, velocizzato a immagine della metropoli moderna dove tutto scorre incessante e senza limiti. E’ l’immagine di un circuito di  corrente continua,  di flussi rapidissimi di persone, merci e informazioni, dei treni ad alta velocità e dei collegamenti aerei ancora più rapidi. Era  l’immagine prima del Covid dei ritmi accelerati di vita e di produzione, dell’affollamento nelle metropolitane, della corsa nei mezzi di trasporto o della fuga di notizie dai mezzi di comunicazione.   Questo tempo non è mai quello del qui e ora ma di desideri o aspettative proiettati sempre in un altrove prima o dopo di noi. Secondo le parole di Alberto Ruz Buenfil, discendente dei Nativi d’America “abbiamo perduto la capacità di sincronizzarci con tutto ciò che esiste semplicemente”: il più immediato rivelarsi della vita o degli altri intorno a noi, il giorno e la notte, lo scorrere delle ore o delle stagioni, l’alba e il tramonto.  “Nel qui e ora c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici” al di fuori delle false pretese o costruzioni della mente, aggiunge Ruz Buenfil. Ciò si situa semplicemente nel modo in cui rispondiamo l’uno all’altro come individui e in quanto umanità al nostro pianeta, cosmo e insieme terra generatrice di risorse a noi messe a disposizione. Una volta infranto questo equilibrio perfetto tra l’uomo e la natura è proprio lo sforzo omeostatico del sistema o meglio l’intelligenza suprema del medesimo a mettere in atto delle azioni estreme, a produrre delle crisi cicliche come epidemie o eventi naturali irreversibili che porteranno, paradossalmente, a una nuova forma di equilibrio. Ciò costringe l’uomo, ogni volta, a riconsiderare le proprie risorse per imparare ad usarle in maniera consapevole senza distruggerle o espropriarle .

Seguono immagini del risplendere innato e folgorante della natura visto in squarci ondeggianti di grano: oro scintillante, campi eterei e brillanti di luce dai raccolti appena mietuti oppure  file di pale eoliche su vaste piane che ruotano al ritmo lento e continuo dei venti. Come espresso dalle voci dei nativi, tutto è correlato perché attraversato dallo spirito divino che anima ogni cosa, il mondo minerale, quello vegetale, animale e umano fino ad arrivare al mondo sovrasensibile.  Tutto scorre e tutto vibra in natura: vediamo l’acqua di un fiume scivolare tempestoso di fronte ai nostri occhi, la vegetazione rigogliosa, gli alberi che si elevano dalla loro massa boschiva fino  al cielo, il ticchettio dell’acqua, il frastuono della corrente, poi la sinfonia di un continuo squittire e cinguettare di uccelli. Nei grandi altopiani messicani si stagliano le visioni dei templi sacri maya come lasciti di quelle civiltà pre-colombiane dove tutto era determinato dai ritmi ciclici della natura in profonda connessione alla totalità del vivente. Ancora una volta si afferma che “la terra è la grande madre a cui noi tutti apparteniamo”, e non il contrario, come gli  indigeni hanno sempre saputo. Nelle parole del giovane sciamano nel video:“ Ogni cosa nella cultura Hopi riguarda la natura: ringraziamo nostro padre il sole, nostra madre, la terra, per lasciarci camminare su questo suolo e gioire della bellezza della vita. E’ la terra-madre che ci ospita e ci da vita; siamo tutti aspetti di un’unica realtà mentre noi tendiamo a vedere le cose come unità discrete, a separarle, analizzarle in singole cellule. La scienza da cento cinquant'anni a questa parte ci ha indotto a credere che come intelletto siamo separati dal nostro corpo, dal mondo che ci circonda, l’uno dall’altro. Ma, in realtà, siamo tutti di questa terra, dobbiamo considerare ogni cosa infusa di spirito, consapevoli di essere come umanità una sola famiglia”.

Allo stesso modo questo sapere antico è ribadito e confermato da alcuni principi della fisica quantistica moderna come espresso dal ricercatore Vittorio Marchi. Egli ci spiega il fondamento di tale “fisica di relazioni che si trasmettono attraverso un insieme di frequenze”. Ogni oggetto emette onde, la vibrazione è un linguaggio che passa ai corpi tanto che l’acqua stessa si uniforma e registra il messaggio ricevuto cambiando la propria frequenza. Similmente, la parola sacra all’origine della creazione  , “il Verbum” viene definito come vibrazione sonora. Esiste una trama molto sensibile di interrelazione tra tutti gli atomi, tutte le cellule di quello che esiste per cui variando qualsiasi elemento faremo variare l’intero sistema. La materia si muove, è energia vibrante, fluttua ovunque nell’universo investita di una carica magnetica propria là dove la fisica quantistica definisce ogni cellula esistente come un “essenza pensante” superando la separazione tra materia, energia e pensiero della visione precedente. Allo stesso modo, il pensiero è visto come vibrazione che si trasmette e si amplifica, energia prima che materia tangibile, capace di produrre effetti visibili sulla realtà come parole, movimento, azioni o reazioni. E’ esso stesso co-creatore di quella realtà che si considerava solitamente esterna e indipendente dal soggetto.











Tale spiegazione quantistica rende consapevole l’esser umano del potenziale illimitato della propria mente sommamente creatrice tanto da uniformare o modificare la realtà a partire da un pensiero costruttivo e da una coscienza critica che vede sé stessa in sintonia con tutti gli elementi della creazione. Non più in un mondo di “separazione” ma di “relazione” con tutto quello che lo circonda, l’uomo vede sé stesso come parte integrante di quell’unità fondamentale che è il cosmo.  Così scorrono in concomitanza sul video immagini  al microscopio che assimilano forme umane con altre simili della natura: il tracciato infinitesimale del palmo di una mano e la foglia di una pianta. Ancora, la linea da un albero diviene la silhouette prosciugata di un fiume su una gelida costa islandese. Le insenature del marmo sono quelle della carne, i fulmini tracciati in cielo durante una tempesta ripetono la diramazione dei ricettori neuronali al microscopio , o ancora, una scia di galassie nell’universo.

Tale “modello di separazione”, ovvero l’individualismo materialista  che contraddistingue il pensiero occidentale moderno è stata  ulteriormente  esacerbato dalle misure restrittive, dal distanziamento sociale imposto dall’epidemia Covid19 nell’ultimo anno in molti dei nostri paesi. Distanziamento diviene sinonimo di irrigidimento dei confini interni a un paese, a una regione o a una città, chiusura in senso lato dei commerci, di tutto ciò che costituisce la socialità o la vita culturale ma anche dei confini interni, intimi dell’individuo si fronte alla paura del virus, dunque alla paura dell’altro in quanto agente di potenziale di contagio. Il concetto di libertà risulta compresso tanto che molti oggi accusano la frustrazione o l’oppressione di leggi restrittive che limitano la scelta individuale, la socialità, gli spostamenti, la libertà in senso lato come arbitrio del singolo in assenza di limiti. Eppure, secondo il filosofo Massimo Recalcati, esiste una forma di libertà eticamente più alta che ha a che fare non tanto con la volontà individuale ma con la solidarietà, ovvero l’essere con l’altro: “l’idea profonda che nessuno si può salvare da solo, perché la libertà senza fratellanza è una parola vuota”. Questa idea sembra ricollegarsi indirettamente con “l’etica dell’unione ”, “il mondo della correlazione di tutte le cose” secondo la visione antica degli indigeni quanto la fisica quantistica moderna. Ciò ci fa comprendere che la libertà non  è tanto “l’essere senza limiti” quanto l’essere con l’altro, in una forma di coesione con tutto quello che esiste ed essa sola ci permetterà di superare l’ attuale scissione distruttiva delle nostre coscienze nonché il materialismo alienante ad esso connesso. Una coscienza collettiva rinnovata potrà fondarsi solo sulla comprensione e il mutuo rispetto gli uni per gli altri. Allora non sarà stato del tutto inutile aver attraversato l’ondata devastante dell’epidemia, la chiusura e la stasi attuale perché dal fango di quell’oppressione emergeranno i nuovi orizzonti di   “ un altro mondo possibile”.



giovedì 4 febbraio 2021

Studio Azzurro e video-arte: “ Ricordare e raccontare la shoah"

 





Molti sono stati i modi di ricordare, commemorare e rendere tributo alle vittime dell’olocausto attraverso testimonianze, racconti, opere  cinematografiche e letterarie in occasione della Giornata della Memoria, lo scorso 26 gennaio. Gli Istituti Italiani di cultura all’estero hanno reso disponibile e presentato in streaming il documentario “Testimoni dei testimoni, ricordare e raccontare Auschwitz”   realizzato da Studio Azzurro, un  collettivo di artisti contemporanei in collaborazione con un gruppo di giovani studenti esplorando le possibilità espressive dei nuovi media.

 

Ci si potrebbe chiedere, come raccontare oggi ciò che a distanza d’anni appare ancora sotto il segno dell’indicibile, dell’inenarrabile, nell’aberrazione ultima dell’umano, in altre parole quale arte si può produrre ancora dopo Auschwitz, si domandava Adorno nel 1949, dopo il fallimento di tutta la cultura occidentale di fronte alle barbarie dello sterminio?

Il proliferare di opere artistiche e letterarie intorno alla shoah palesa in maniera evidente la necessità innegabile  della memoria, non solo quella individuale dei testimoni diretti o di seconde generazioni ma anche quella collettiva, di una coscienza critica comune sorta sulle ceneri del passato contro l’oblio e la ripetizione cieca degli stessi meccanisti distruttivi.  

 Una domanda si pone qui: come la shoah può divenire oggetto di rappresentazione oggi da parte delle seconde e terze generazioni dei sopravvissuti cioè come la memoria storica- al di là delle logiche di mercato che renderebbero perfino l’orrore commercializzabile- può  rispecchiarsi e rendersi presente nella società attuale? Tale domanda resta alla base dell’installazione visiva realizzata da Studio Azzurro dove “i testimoni dei testimoni”, giovani d’oggi si sono confrontati con i luoghi dello sterminio e i racconti dei sopravvissuti in un eco di immagini e voci riflesse tra passato e presente.

In altre parole, il documentario si snoda in  salti temporali simili a quelli cui è soggetta la memoria di ciascuno di noi. Le immagini agghiaccianti filmate alla fine della seconda guerra mondiale all’ingresso degli americani nei lager compaiono accanto ai volti dei testimoni d’oggi. Alle voci dei sopravvissuti fanno eco quelle di un gruppo di giovani tornati a distanza di tempo sugli stessi luoghi  con l’intento documentario, nel video, di  scuotere le coscienze e produrre una rinata consapevolezza critica sul presente. Tale percorso si vuole costante asincronia tra il vedere e l’udire, ovvero l’immagine e  il suono non devono coincidere mai per lasciare libero spazio a un pensare creativo attraverso le immagini.

 

 

L’ oscurità totale, il nero in apertura al video. Poi una città surreale in un plastico in miniatura di forme scorre sulle schermo; un insieme di riquadri bianchi e neri si ripetono in linee parallele e infinite, forse baracche o anonimi giacigli. Scorrono lentamente sullo sfondo di parole urlate, a tratti incise a grandi lettere sullo schermo nella lingua feroce degli aguzzini.  I fili elettrici alti quanto l’orizzonte occupano tutto il campo di visione; la fatidica frase ,“ Arbeit macht frei”  compare all’ingresso di  Auschwitz, e ancora, torrette di controllo e blocchi di baracche in muratura, reticoli di fili di morte nell’oscurità. Scorrono dei campi lunghissimi sul lager immerso nella tetra nebbia mattutina e risuonano  le voci, i frammenti dei racconti spezzati o interrotti dei sopravvissuti, solo audio in assenza di corpi.

Voce1: “Mise le sue mani sulla nostra testa e ci benedì. Sapeva che la sua fine era vicina. Disse: “ non ci vedremo più”. I tedeschi urlavano, bastonavano e mia madre ebbe paura, non per lei ma per noi, poi disse: “ Adesso andate ”. Fu l’ultima volta che la vidi.”

 


Parti mancanti o non congrue tra voci e immagini lasciano spazio a libere associazioni di pensiero. Si ode il sibilo assordante  dei treni nell’oscurità_ quelli che arrivavano carichi  di prigionieri ad Auschwitz da destinazione sconosciuta_ infine, lo stridore dilagante delle rotaie contro il grigiore del fondo.

 

Voce2: “ Mio padre fu messo alla destra insieme ai vecchi ed ebbe il coraggio di dire a questo ufficiale tedesco che aveva il frustino “voglio stare con i miei figli. Sono forte, sono pronto a lavorare”. E il tedesco gli dette un colpo con il frustino alla sinistra ed ebbe salva la vita. Visse ancora tre mesi con noi”

Voce3: “ Ci guardavamo da lontano, io e mio padre,  io con l’ultimo fiato cercando di non piangere, gli facevo dei piccoli sorrisi e lo salutavo da lontano perché ero sempre molto preoccupata per lui, nel vederlo così sofferente, così disperato per avermi messo al mondo, come era lui. E a un certo punto non lo vidi più.”

Voce4: “ E mi dissero, vedi quel fumo, ebbene, tua mamma è salita là. tutti quelli che sono andati sui camion sono morti subito quella sera come siete arrivati. Ho avuto un grosso trauma, non ho più parlato per lungo tempo”.

 Seguono le voci dei giovani studenti partiti per compiere il “viaggio di ritorno” sui luoghi dell’olocausto settant’anni dopo la fine della shoah. Immagini d’archivio in bianco e nero, i volti scheletrici dei prigionieri devastati dalla persecuzione scorrono in montaggio filmico accanto ai volti dei giovani testimoni d’oggi.

Testimone1: “ Quando siamo arrivati al lager per visitarlo ricordo perfettamente  la sensazione di freddo. La prima sensazione giunta alla mia mente. Un freddo interiore che è penetrato nelle mie ossa e non mi ha più lasciato fino alla fine del viaggio”.

Testinome2: “Ci siamo fermati in un luogo, faceva molto freddo e il nostro rabbino ha preso il suo shofar, che è un piccolo corno di montone usato durante le cerimonie religiose e ha cominciato a suonarlo. Era lontano da noi ma abbiamo sentito l’eco del suono a distanza. E portava con sé le lacrime, le voci di tutti i bambini, le donne, gli uomini e gli anziani trucidati in quel luogo e tutto il gelo è scomparso e abbiamo sentito solo il fuoco della rabbia, che era la rabbia e l’incomprensione dentro di noi; perché tutto questo?”

Testimone3: “ La shoah è stato uno dei massacri perpetuati nella storia contro l’umanità ma anche la quintessenza di ogni massacro perché sistematicamente messo in atto e, ognuno lì ne era consapevole. Questo deve essere chiaro. Tutto quello che ha a che fare con la violazione dei diritti umani dovrebbe essere gridato, testimoniato o scritto, e come tale, opposto e combattuto.

Penso che dobbiamo proteggere la debolezza del passato”, la fragilità della memoria per evitare la ripetizione insensata degli stessi errori, delle stesse aberrazioni afferma un altro protagonista del video. Solo ricordando e mettendo in atto una consapevolezza critica e collettiva sul passato possiamo impedire che queste derive accadano e si ripetano nella storia .”    

 

Nel lager è stata espropriata e distrutta la differenza individuale, la vita del singolo: tutto ciò che fa si che un individuo sia, nella sua unicità e umanità essenziale. Prendere un individuo e renderlo perduto in un luogo  che più non può chiamare casa o mondo, senza punto di riferimento alcuno rimasto nella sua vita.

Liliana Segre nella sua testimonianza sull’olocausto scrive:

Fummo denudati, ci portarono via tutto, della nostra vita precedente non rimase nulla. Muri grigiastri, teste rasate, fili spinati elettrizzati, ci chiedevamo dove siamo, è un incubo da cui si sveglieremo, non è possibile. Questo numero che fa parte di noi sopravvissuti è più importante del nostro nome. Con quel numero volevano sostituire la nostra identità di persone e farci diventare cifre. Questo numero inciso sulla nostra carne è diventato simbolo di noi stessi. Noi siamo essenzialmente quel numero perché chi ricorda Auschwitz e ci è stato non dimentica mai”.

Sullo sfondo dei ruderi delle baracche, dei forni crematori, dei fili spinati filmati ad Auschwitz  anni dopo la fine della guerra una voce di donna in singhiozzi si ode sull’oscurità imperante del paesaggio:

La mia infanzia, la mia casa, la mia salute e sonno, ditemi che cosa è rimasto? Maledico il giorno che ho lasciato quel lager, non sarei dovuta tornare.

Vedo ancora me stessa là nuda, espropriata di tutto, della mia personalità, dignità, di ogni umanità. La mia memoria è ancora completamente  presente, sento i fucili tedeschi spingermi da dietro la schiena per farmi avanzare. E loro, le loro voci dall’altro lato dicono racconta… racconta anche per noi perché non crederanno.

Se sopravvivi racconta perché noi non potremo più raccontare. Così dobbiamo mantenere questa promessa.

 

File indistinte di giacigli o di riquadri ignudi, l’uno simile all’altro, vuoti, si ripetono  all’infinito in un freddo di morte mentre un campo lungo e sfumato scorre lentamente sul paesaggio fino alla conclusione del video. Eppure, come affermava la Segre in quella stessa testimonianza: “ noi abbiamo scelto la vita, anche quando eravamo picchiati, torturati, avevamo freddo, fame o paura perché la forza che è in ciascuno di noi è molto più grande e di questa dobbiamo fare tesoro”.

Là, in quel racconto individuale o collettivo risiede, infatti, il potere straordinario della memoria; esso, solo, si impone contro l’oblio della storia, contro le derive dei totalitarismi e i loro stermini. E accende, infine, una scintilla di consapevolezza in ciascuno di noi come umanità.   

 





mercoledì 13 gennaio 2021

"Dove siamo infiniti", (TDO teatro, workshop on-line in progress)


A proposito di mani e di vita…


Con le mani lavorerò fino a quando le mani mi faranno male, risuona la canzone di Zucchero, e camminerò un’altra volta ancora fino a dove i piedi mi porteranno,

sempre più lontano per trovare le  risposte che non avrò..


Avrò’ mani sudate e stanche, forse con le unghie rotte e le dita annerite dalla terra o dal lavoro, e palmi callosi, 

nella gabbia estenuante della fatica quotidiana. 

Saranno mani dure e intagliate per raschiare la terra e occupare la mente, 

e lasciare che la fatica anneghi il senso... forse per riempire quel vuoto di senso.


E avrò’ mani dolci e delicate pronte ad accarezzare ed  avvolgere, a lasciarmi cullare quando l’angelo dell’amore verrà a bussare alla mia porta. 

Verrà lì a rapirmi con le sue dita bianche e leggere per lasciarmi incantare dal suo lieve sogno.


E avrò mani per dire e raccontare, per dare forma ai miei pensieri, alle mie oppressioni ed ossessioni perché le storie diventino carne e vita, 

e i corpi esultino o piangano lasciandosi portare dalla propria voce. 


E avrò mani per cercare lasciandomi poi sorprendere   da quello che troverò sul cammino;

Mani per giocare con il destino, la vita e la morte di chi mi è vicino..


E avrò mani caparbie per aggrapparmi alla vita anche quando essa vorrà sfuggirmi, scivolarmi via di dosso..

E mani bagnate di lacrime per sopravvivere a quelli che se ne andranno senza nemmeno dire addio.


Avrò mani sempre e comunque per fare, creare e trasformare. 

Mani per dare forma e corpo a questa scintilla divina della mia anima nel mondo. 



domenica 20 dicembre 2020

A proposito di Artemisia Gentileschi, una voce al femminile nell’arte








 “Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera”, il nuovo docu-film di Jordan River uscito recentemente sulle piattaforme streaming in concomitanza con la Giornata internazionale contro la violenza alle donne illumina e apre un squarcio poetico sulla vita e le opere di Artemisia Gentileschi, pittrice italiana del ‘600 di scuola caravaggesca, figura eccezionale per la propria epoca, una tra le  prime donne ad essere ammessa in una accademia di disegno, artista di rilievo e precorritrice di un’arte al femminile e delle future poetiche femministe.

Come afferma il regista Jordan River: “Penso che la vita di Artemisia e le sue opere possano oggi farci immergere nella potenza dell’arte su un piano emozionale e comprendere ciò che vive nell’animo un artista a tratti oppresso dalle circostanze quotidiane che a volte la vita può riservare a un essere umano”. Il documentario mette in luce, in particolare, questa commistione profonda tra la vita e l’opera della pittrice, la sua personalità artistica e stile espressivo intimamente connessi alle vicende esistenziali. Orfana molto giovane di madre, Artemisia era figlia del noto pittore Orazio Gentileschi che nella sua casa-bottega a Roma ne valorizzò il talento precoce, la condusse passo a passo sulla via della pittura mettendola  in contatto con maestri influenti e noti come il Caravaggio. L’evento dello stupro giovanile subito dal Tassi, l’umiliazione del processo che ne seguì e il matrimonio riparatore con un mediocre e quasi sconosciuto pittore  segnano tutta la sua giovinezza e si proiettano con veemenza nella sua opera fino a renderla senza dubbio il simbolo di un’arte assertiva e di una voce  inequivocabilmente femminile. In definitiva, è la dimensione interiore e esistenziale dell’artista, nello specifico il suo essere donna in un mondo dominato da leggi e gerarchie di potere a cui esse non hanno accesso, e riflettersi in queste opere di matrice classica, a sfondo mitologico o religioso, tanto da renderle per noi estremamente espressive e attuali oltre il loro tempo e la storia. 

Artemisia, privilegiata dalla protezione di committenti e mecenati potenti, appare nel ‘600 l’eccezione in un mondo dominato da sole presenze maschili; è tra le prime a combattere contro cliché e discriminazioni di genere per affermarsi professionalmente grazie al suo talento e alla sua formazione artistica.

Vorremmo soffermarci qui su tre opere in particolare di Artemisia appartenenti a epoche diverse del suo lavoro ma certamente abitate  da un’imponente energia femminile comune a queste figure mitologiche e drammatiche che in qualche modo si integrano con la vita dell’artista nutrendosi della sua personalità.

 





Giuditta che decapita Oloferne ( 1613)

Colpisce la violenza del gesto in Giuditta, esasperato, irreversibile, visto come una rivalsa, una vendetta, un’esplosione di rabbia culminante nel taglio sanguineo della testa di Oloferne mentre la serva è complice nell’immobilizzarne il corpo. Che un’artista donna esasperi a tal punto una passione violenta fino a riversarla con tale energia incontenibile sulla tela è quantomeno sorprendente per l’epoca. Al momento del dipinto Artemisia non è più all’inizio della carriera ma pittrice sicura della propria tecnica e in connessione profonda con la propria interiorità attraverso la pittura. E’ la donna che aveva fatto fronte alla violenza subita e all’umiliazione del relativo processo  un anno prima, che screditata si era poi trasferita a Firenze con un matrimonio riparatore per voltare pagina alla vicenda. Nella Bibbia Giuditta è una vedova ebrea coraggiosa che salva il suo popolo dall’assalto degli Assiri seducendo il generale assiro a Betulia per poi tagliargli la testa. Caravaggio, uno dei grandi maestri,  aveva già dipinto questo tema biblico ma Giuditta nel chiaroscuro estremo delle figure caravaggesche appariva ancora a una certa distanza da Oloferne. Nella versione di Artemisia il corpo dell’uomo è coperto da un drappo rosso, disteso trasversalmente sul letto, la testa in primo piano prossima agli spettatori e vicinissima a Giuditta. Il corpo è braccato, tenuto fermo, immobilizzato dalla complicità delle due donne con vigore, nella freddezza programmatica che precede un’esecuzione. Un bracciale scintilla verde smeraldo sul braccio sinistro fermo e poderoso di Giuditta, la sua figura statuaria, l’abito scollato, i capelli neri raccolti sulla testa. Lì, con quella lama affilata e sottile sulla gola di Oloferne pronta a inciderla da parte a parte attraverso la pelle. In quel brivido che precede l’atto omicida, il gesto irreversibile, forse il piacere di una crudeltà restituita mentre fiotti di sangue già sgorgano sui drappi bianchi dei lenzuoli. Tutta la scena è avvolta da un profondo chiaroscuro di influenza caravaggesca ad eccezione dei volti; le figure emergono da quel fondale nero con una luce intensa, calda che mette in evidenza in modo drammatico l’esecuzione. Artemisia ritraeva spesso tra i suoi soggetti scene violente o crudeli di uccisioni là dove l’urgenza poetica si avvolgeva a stretto contatto con il dramma esistenziale. Qui sembra che l’una nutra e raccolti l’altra come per esorcizzarla, sviscerarne la memoria e insieme liberarne l’energia distruttiva e rabbiosa sulla tela. Giuditta come carnefice dalle braccia robuste e muscolose  compie l’esecuzione senza timore né pietà ma con fredda, controllata determinazione in una sorta di rivalsa esistenziale: la brutalità di un gesto riversato con arte sulla tela.

Autoritratto come allegoria della pittura ( 1638-39)

La pittura per Artemisia è l’ autoritratto di sé, lei è la pittura e viceversa. E’ una donna che dipinge sé stessa al centro della scena, eppure lo sguardo scelto non è narcisistico, il suo volto non è frontale a noi spettatori quanto proiettato insieme al corpo verso quello che sta cercando, obliquo verso un altrove, un aldilà non visibile, non manifesto oltre la realtà della scena, oltre l’orizzonte del quadro. 

Cerca, forse, il segreto della pittura in quell’oltre a cui tende con l’intera figura, tutto il corpo carnale, massiccio, rapito verso quell’interrogativo, una mano sollevata verso la tela con un pennello , l’altra serrando la tavolozza. Il corpo si volge verso e oltre quell’orizzonte della tela per meglio guardare; appare intenso, rapito in maniera quasi mistica. Tutto in lei tende verso quell’altrove della pittura, lo sguardo con stupore là si proietta come se là fosse il segreto del suo quadro.

 

La vergine e il bambino con il rosario ( 1650-51)


Negli ultimi anni il pennello diviene nelle parole di Artemisia “un’oggetto sacro”, un’estensione del proprio pensiero, una cura per la propria anima mentre l’artista sempre più consapevole della tecnica e potenzialità espressive intreccia in maniera istintiva e  serrata arte e vita, lo stile pittorico sempre più audace e consolidato,  la sua forte personalità artistica e i temi della tradizione pittorica sacra . Nella “Vergine e il bambino con il rosario”, una donna nobile, alter-ego della pittrice tende un rosario al bambino sulle sue ginocchia  in una visione mistica della maternità in altre tele da lei rappresentata in chiave molto più carnale e umana. Il rosario, in tale simbologia, è ciò che chiude il cerchio tra divino e umano, che ricollega i due piani, quello della concezione divina e della maternità umana, ciò che connette e vincola la figura femminile al figlio, al bambino che è anche il Cristo Salvatore e sé stessa verso il mondo divino e spirituale dell’arte.

Perché infine, il suo fare artistico così unico ed espressivo è inevitabilmente una lotta  tacita e costante contro i pregiudizi e le riserve della sua epoca rivolti alle donne, in particolare alle donne nell’arte, lei forse unica eccezione del suo secolo .  



sabato 28 novembre 2020

Paolo Roversi, “Studio Luce” in tempi d' oscurità


“The studio is everywhere, it is a corner of my mind.”

“Studio luce è una stanza rettangolare con il soffitto alto, il pavimento di vecchio parquet e una grande finestra orientata a nord. E’ un  piccolo teatro con un’attrezzatura scarna. E’ qui dove lavoro ogni giorno come un artigiano nella sua bottega”.

 Primo punto focale della retrospettiva su "Paolo Roversi" è l’idea di studio come luogo di rielaborazione mentale dell’immagine oltre che lo spazio fisico dove il fotografo lavora da anni nel suo atelier  parigino,  da cui  prende il titolo la mostra. 

Il Mar di Ravenna ha ospitato fino a pochi giorni fa- prima dell’obbligata chiusura per le restrizioni imposte dall'emergenza Covid- la retrospettiva dedicata al fotografo ravennate Roversi da anni stabilitosi a Parigi con le sue più note fotografie di moda ispirate a muse della bellezza contemporanea: i suoi ritratti di personaggi  “famosi”,  le “still life” come visioni soggettive dello studio, infine una serie di scatti inediti provenienti da Vogue o da altri editoriali  del settore .

 La mostra spazia attraverso quello che a prima vista apparirebbe come il regno dell’effimero e del transitorio allo stesso modo in cui il mondo della moda si mostra a noi nel suo involucro  scintillante, lieve e dorato fatto di belle apparenze;  al suo opposto   viviamo oggi in Italia, per una seconda volta, un parziale confinamento imposto per tentare di arginare la pandemia  Covid in atto. Ciò si traduce nella cancellazione di tanta parte del nostro vivere sociale:  ogni forma di aggregazione bandita, gli spazi culturali sottoposti a restrizioni, i luoghi pubblici e di socialità chiusi nella palese austerità o rinuncia a tutto ciò che non appare sostanziale e necessario.  Tali immagini  sembrerebbero fuori luogo ora, il contrasto con l'emergenza economica di oggi stridente eppure forse è proprio in momenti di oscurità o parziale oscuramento della nostra vita collettiva che sentiamo il bisogno più che mai e la necessità di  tali ansiti di bellezza. Perché le fotografie di Roversi più che scatti di moda si imprimono ai nostri occhi come  impronte di luce, non solo ritratti di corpi ma vere e proprie emanazioni di anime colte in rari momenti di autenticità. Essi iniziano a deporre le proprie maschere per lasciare a noi trapelare una loro più intima verità. Forse oggi più che mai queste immagini eteree e inconsistenti ci parlano della permanenza della luce in un mondo che si restringe ai nostri occhi e si chiude portandoci via terreno da sotto i piedi, giorno dopo giorno oscurati da pandemie  e fobie collettive . Qui, al contrario la fotografia di Roversi è definita da Emanuele Coccia “il contagio della luce, di corpo in corpo, di anima in anima, di istante in istante"[1]

Ancora  il fotografo parte proprio dall’idea del suo studio fotografico, l’atelier  di creazione dove lavora ogni giorno, come "luogo simbolico" che si apre oltre lo spazio fisico limitato, chiuso appunto del presente.  Là, le immagini ci fanno accedere nella loro potenza poetica ed evocativa. Di tali spazi di pensiero, di immersione sensibile o di apertura immaginativa abbiamo più che mai bisogno oggi contro le chiusure e i distanziamenti, le restrizioni e l’annullamento di tanti aspetti della nostra vita culturale e creativa.

Studio Paris

“Lo studio è ovunque”, afferma Roversi,  è un atto di sublimazione della realtà che lo circonda, degli oggetti, dei volti ai quali chiede di lasciare affiorare la loro storia, la macchina fotografica solo lì per raccontarla. La  "Deardorff", da sempre il suo strumento privilegiato di lavoro, è ripresa in diversi scatti come un oggetto del passato, magico e misterioso investito di un qualche indicibile necessità e segreto. Ancora lì, identica dopo anni, immutata e immutabile nel tempo, vista nella sua aurea luminosa e trascendente su uno sgabello a distanza oppure di profilo come uno strumento musicale: una  fisarmonica pronta a accordarsi nelle proprie segrete armonie con quello che la circonda. Appare , infine in primissimo piano come la lente riflettente ingrandita al centro dello spazio: l’occhio della mente, della visione soggettiva espandendosi dal subconscio alla realtà esterna. La macchina appare lì nel suo potere di creare e distruggere, di rivelare con mistero, charm e fascino gli oggetti, incantandoli nell’atto stesso di produrre immagini.

Polaroid Processor (2002)

Un ammasso di vecchie pellicole, film e ritagli di negativi fotografici sono gettati sotto un tavolo e lì lasciati confondersi nel dimenticatoio delle loro passate provenienze. Danno vita a una composizione inedita nata da “una manciata di immagini” infrante e ricomposte. Che cos’è la fotografia se non questo costante tagliare e comporre, arrestare e trasformare, gettare via per ritrovare sotto altra veste quello che non può essere preservato immutabile nel tempo. Come per queste migliaia di polaroid il fotografo procede lavorando pazientemente_ artigiano nella propria bottega_ ogni giorno per scoprire attraverso la propria visione mille modi di raccontare la stessa storia in una miriade di forme differenti. 

“Blanket”

La coperta è un fondale appeso a un muro, distesa come una pelle di animale scuoiato contro lo spazio vuoto dello studio illuminato da un semplice riflettore. La coperta è sudario di corpi lì impressi anche se invisibili al di sotto. E’ schermo di protezione, velo, bianco spazio vuoto che lascia affiorare  e mettere a nudo la prima pelle del soggetto per cogliere del suo essere il riflesso che si rivela nell’immagine fotografica.

Lo studio è una scena dove ogni cosa può accadere”, afferma Roversi; è un “teatro alchemico” che non vuole isolare il soggetto per dare a lui una fittizia apparenza quanto, come l’ attore nel momento performativo, rivelare la sua più autentica presenza. La scena come lo studio fotografico è nella foto di Roversi il luogo di tale svelamento. Uno spazio deserto dopo lo spettacolo; il parquet risuona di passi mentre un paio di scarpe nere a tacco alto, lucide ed eleganti si stagliano su quella scena vuota. Il sipario si chiude, le quinte senza tendaggi si mostrano nelle loro struttura a vista. Il tempo è sospeso, denso e abitato da ciò che è lì appena avvenuto.

“Ogni cosa è ritratto e ogni cosa è autobiografia”






I grandi ritratti di Roversi sono corpi femminili visti nella sublimazione della propria intrinseca  natura e per l’aurea che emana ciascun volto_ l'intima vibrazione di un essere_  rivelato dallo sguardo del fotografo.  Un alone luminoso  li avvolge quasi ci aprissero a un mondo. Sono intimamente scrutati, lasciati parlare, quasi esorcizzati nel loro potere di  influenzare o attrarre il nostro sguardo. Come osserva Coccia: “La fotografia non è stata inventata per permetterci di conservare la memoria dei morti; si è imposta a noi perché ognuna delle anime che ci abitano deborda dai nostri corpi, desidera vivere altrove, nella pellicola, nelle stampe, al fondo di chi ci osserva”[2].


Volti di donne sono ripresi in primissimo piano; emergono sul vuoto del fondo, tagliando quasi quel velo sottile che separa lo spettatore dall’immagine. Sublimati in estetica forma, ora intrisi di malinconia riflettono il proprio modo di esporsi  al mondo. Il volto può diventare una narrazione per immagini:  è in parte oscurato in “Audrey” da un filtro colorato che evoca   l’ansito del desiderio, ora è immerso in un’aurea di purezza oltre la sua reale presenza. 

“Natalia” appare come creatura angelicata, ispirata alla figura di Beatrice nella tradizione dantesca, colei che irradia nello sguardo radioso e trasparente una innata luminosità cui fanno eco gli ori bizantini della città natale di Roversi. 

“Rihanna”, al contrario, emerge come una Cleopatra moderna, donna affascinate e tentatrice immersa nel sostrato della cultura araba fatta di fumi di narghilè ,  veli e chador a nascondere o velare il corpo e gli ori scintillanti di bracciali e preziose spirali antropomorfe .      


 Roversi definisce la bellezza un inspiegabile equilibrio della natura, “ una linea sottile tra la luce e l'oscurità, la realtà e il sogno, la verità e la finzione connessa all’inseparabile relazione tra due opposti[3]. Forse la linea stessa che separa e unisce tali opposti.

 

 Altri ritratti  emergono in una forma essenziale liberata da ogni superfluo,  quasi che la superficie dell’immagine riuscisse a coincidere con il volto interiore dell’io rimasto intrappolato sotto la pelle, dietro l’abito, oltre  l’espressione di convenienza, dietro la maschera interiorizzata del nostro vivere sociale. Impressi di fronte a noi come maschere nude essi ci guardano perlopiù frontali oppure illuminati per metà di profilo, diversissimi tra loro: ora inquieti, insidiosi, angelici ora limpidi o provocanti in un faccia a faccia unico e inequivocabile con l’ obbiettivo. Una “mutua confessione” tra fotografo e soggetto.

 

Yemen ( Al-Mukkala)

Un villaggio bombardato dalla guerra, disertato dai suoi abitanti, in fuga, infine occupato dalle milizie estremiste. Là, solo i bambini nell’immagine sono rimasti: una tribù di bambini di tutte le età, grandi e piccoli al centro della scena nello spiazzo di terra vuota. Dietro di loro  sono le case in terra battuta, le capanne fatiscenti, i tetti di paglia. i muri e il suolo disseminati d’argilla. Loro appaiono al centro di questo piccolo mondo antico fatto di orfani e figli nati in mezzo al deserto: gioiosi, non curanti del resto, pieni di speranza, in un sogno che sembra aprirsi solo quando le milizie e le millenarie autorità religiose si eclissano per lasciare il villaggio abitato da questa tribù di bambini.

Looking for Juliet” ( 2020)

“ Ho sempre sentito la fotografia più come una domanda che come una risposta”” afferma Roversi a proposito della serie di immagini del calendario Pirelli 2020 ispirate alla figura di Giulietta nella tragedia Shakespeariana. Le immagini create per la serie fotografica appaiono come ritratti di giovani donne ispirate a dame del ‘500 nei dettagli di decolté magnificenti. Acconciature o gemme brillano sui corpetti stretti e raffinati; i volti ritornano cerchiati da un’aurea nobile e radiosa . Appaiono scalinate e portici di palazzi rinascimentali, una figura in fuga, statue a replicare gli stati d’animo dei personaggi. In un’altra versione moderna Giulietta è vestita in jeans e maglietta con lo stesso volto audace, nitido e appassionato della figura shakespeariana. Le  immagini ricreano l’ambientazione originale, l’aurea del personaggio riportandolo ai giorni nostri perché la fotografia si vuole “traccia atemporale” che l’immagine lascia oltre il momento presente.

Sempre la fotografia in Roversi resta  “luce che illumina l’invisibile che ciascuno porta in sé”  lasciando, infine, emergere attraverso il ritratto l’intrinseca emanazione di cui è fatto un corpo.

 

 



[1] Emanuele Coccia, “ Light from light, soul from soul”, in Catalogo Mar 2020

[2] Ibid.,

[3]Paolo Roversi,  Catalogo Studio Luce, Mar 2020



[i]