lunedì 6 luglio 2020

Robert Doisneau, eterna Parigi


“Ho molto camminato per Parigi, prima sul pavé poi sull’asfalto, solcando in lungo e in largo per mezzo secolo la città. Nella mia condotta non c’è mai stato nulla di premeditato. A mettermi in moto è stata la luce del mattino, mai il ragionamento. D’altronde, che c’è di ragionevole ad essere innamorato di quello che vedevo?”.







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Una Parigi popolare e  romantica, ora grottesca e sfavillante emerge scorrendo attraverso le immagini del noto fotografo francese Robert Doisneau a  Palazzo Pallavicini per dare vita al suo “racconto autobiografico del mondo”. Sono i quartieri popolari di una Parigi antica, intrisa di poeticità  e bellezza quella che ci mostra au dalla Resistenza francese negli anni ‘40 ai decenni successivi. Sono i ritratti degli artisti e delle celebrità negli anni ‘50, gli interni delle loro dimore o atelier,  i personaggi eccentrici incontrati casualmente lungo le strade o nei caffè, infine i bambini solitari o ribelli colti in improvvisi slanci di libertà. Perché la fotografia sarà sempre per Doisneau, “la cattura di piccoli momenti” osservando il mondo che gli appartiene in scatti di poesia e vita quotidiani.

1 Interni di artisti e di atelier

Interni di vita, di spazi vissuti intimamente nel confinamento e, insieme nella creatività  di ciascun artista. Sono interni di appartamenti, ora soffocanti e colmi di oggetti, ora bianchi e vuoti come il tempo di una sospensione, di una sosta inattesa.

 

Colette nel suo studio

Allungata di fronte al leggio corregge le pagine dei suoi scritti. Bottiglie, bicchieri, ampolle e sfere colorate in vetro rendono in primo piano la scena quasi barocca. La scrittrice, ormai anziana, è vista sullo sfondo, immobile, immemore di fronte ai suoi fogli. Immersa, raccolta nel silenzio del luogo in semi-oscurità cerca la parola giusta, il tempo inesorabile della scrittura. Nel monotono protendersi di un ritmo lento e cadenzato la parola echeggia sovrana dal foglio alla stanza  fino a far risuonare il suo universo di scrittura.

 

Simone de Beauvoir, scrittrice e intellettuale dell’esistenzialismo francese, donna della borghesia parigina colta e raffinata, negli anni della Resistenza durante la guerra è immortalata nel celeberrimo caffè Les Deux Magots. Questa volta l’interno è ampio e spazioso, piuttosto vuoto nelle grandi finestre che incorniciano il Faubourg Saint Germain: le tende bianche e velate, i grandi tavoli in legno opaco sgombri di ogni suppellettile, nessun cliente nella sala. Solo il suo profilo a distanza appare. Legge  china sul grande tavolo da lavoro in legno. I capelli raccolti, il volto austero e concentrato, una camicetta bianca e sobria, gli amici e i prossimi lontani, forse in prigionia. 

Fuori i bombardamenti della guerra.

 

Dubuffet  nel suo atelier

Appare al centro di un  universo di pittura fatto di immense tele, spatole e macchie di colore. I grandi cavalletti sono appoggiati al muro sullo sfondo, le tele rovesciate da un lato.  I tubetti di colore spremuti restano ammonticchiati sul tavolo insieme alle bottiglie, agli imbuti e ai barattoli di vernici. L’artista siede in mezzo  allo spazio illuminato dalle grandi vetrate, nella piena luce del giorno. Lì in un universo di materia che crea linee, forme e abbozzi primitivi di volti di getto nella pittura. Lì, a creare senza sosta per contrastare il vuoto della tela in una  molteplicità infinita di figure. A buttare vernice come macchie di colore in un corpo a corpo immenso con il fondo.

 

Dalla finestra a grate di una specie di cella, cava e insieme laboratorio il profilo esile di Giacometti appare dall’alto, ripreso a distanza all’interno del suo atelier. In una sorta di prigionia scelta e voluta, chiuso dentro la sua gabbia e fornace di creazione.

Le statue sottili e allungate, si stagliano affilate a drammatizzarne lo sfondo. Poi ancora si vedono degli abbozzi di sculture e altre statuette più piccole sul tavolo. Giacometti passava ore di fronte ai suoi modelli indagando in modo critico e approfondito il soggetto,  cercando attraverso la scultura la sua più intima verità.   L’interno qui è spazio di vita, di isolamento e reclusione ma anche di ricerca e creatività.

 

Paul Leautaud e i suoi gatti 

 

Lo studio del vecchio scrittore è abitato da aristocratici felini, signori e dominatori del luogo. La luce soffusa proviene dal una fonte esterna alla foto infiltrandosi misteriosamente per illuminare la scrivania ricoperta di fogli sparsi da un lato e il tavolinetto accanto alla poltrona logora dall’altro.  Accoccolati sul tavolo, in bilico sul bracciolo della sedia o camminando sugli scaffali dei libri i gatti troneggiano nello spazio immobile della stanza.  Il vecchio scrittore inerte, attonito, in una sorta di estasi contemplativa, guarda fuori, all’esterno. Immobile attende. Forse la fine del giorno, della vita. Guarda fuori, riversa lo sguardo oltre lo spazio e il tempo presente. Lì, a contemplare la luce alla fine del giorno.



 by Robert Doisneau, Cinem' Azema, Sabine Azéma dans les jardins de  Carnavalet, 1985

Sabine Azéma nei giardini Carnevalet

Un giardino può divenire un labirinto di sentieri simmetrici allo sguardo dove forme di bonsai intagliati si disegnano un una perfetta armonia dalla chiarezza apollinea.

Sul sentiero di sassolini fini e bianchi una giovane donna corre vestita di libertà.

Il suo  slancio oceanico e inaspettato.

Elegante, corre via in bianco inconsapevole della macchina fotografica di fronte a lei. Ritrova spazio, respiro e libertà sfuggendo dalla reclusione dell’interno. Un mondo altro che potrebbe rivelarsi fuori dal labirinto della sua mente.


 

2 Ritratti di bambini

 

Doisneau: “ Il mondo che stavo cercando di mostrare è un mondo in cui mi sarei sentito bene, dove avrei trovato la tenerezza che volevo ricevere. Le mie foto erano la prova che questo mondo poteva esistere”.

Doisneau rimasto orfano a sette anni, da sempre flaneur e fotografo delle strade parigine riesce a cogliere con ironia e leggerezza un mondo traslato oltre la più scontata realtà per dare spazio a una versione più umana, comprensiva dell’altro, di una gentilezza quasi utopica per lui come empatia verso l’ umanità intera. Emozione, invenzione e disobbedienza  : con queste tre parole Doisneau  definisce il suo stile fotografico unendo all’intuitività dell’immagine_ la bellezza effimera di un gesto o di un momento _ l’originalità del tracciare una propria via. Anticonformista nel rifiuto delle regole formali si concentra invece sulla necessità di raccontare una storia, un’emozione o una verità sensibile in ogni scatto. Ispirato dagli scrittori e dagli artisti figurativi, ma anche dai bambini che incontrava per strada Doisneau  volge le spalle a ogni perfezione formale per volersi in prima persona attore di un racconto autobiografico per immagini colmo di gentilezza verso tutto ciò che vede.

Si vede una proposta del caso e si continua una storia, si attende il momento in cui gli attori entrino in conformità con quello che voi credere siano..”

 

 

Bambini dickensiani, solitari o abbandonati dal mondo, visti in assenza di una famiglia in scorci in cui si ritrovano felici e gioiosi per le strade, sorpresi nel vortice del gioco o come emissari quasi da un altro mondo: angeli e insieme piccoli ribelli.

Gambe in aria contro un muro giocano, si sollevano da terra nelle prodezze dei loro movimenti in strada, o sulle riva alla Senna. Saltano in aria nel vuoto come volassero verso la vita con la gioia sfavillante dei loro anni spensierati. Ancora, trascinano un carrello per la raccolta del carbone sul canale Saint Martin, soli contro la luce del tramonto; i palazzi della città favolosa alle spalle, oltre i riflessi argentei delle acque del canale.

 

Bambine con le spalle volte contro un muro scrostato alto e invalicabile in “la prima maestra”, la terra ai loro piedi.                                           Incidono le iniziali del loro nome con un frammento di pietra. Lettere della scrittura. Imparano il segreto per oltrepassare quel muro.  Disegnano iniziali, lasciano le loro impronte contro la durezza della pietra, prima loro maestra.

 

 


Robert Doisneau, Paris en liberté – di Olga Micol | .:Agora di Cult


3 Eterna Parigi

Una sorta di affinità elettiva lega le fotografie di Doisneau alle poesie di Prevert, entrambe nate a stretto contatto con la città nel vagabondaggio attraverso le strade, nei bistrot o nei quartieri popolari, durante la guerra, nel vuoto dell’occupazione nazista e più tardi nella città liberata  nei pressi di Hotel de Ville, sulle rive della Senna o a Saint Germain de Près. Parigi resta un vero e proprio crocevia di sguardi e ricettacolo di immagini attraverso i volti iconici visti   camminando dai quartieri della ricca borghesia parigina a quelli periferici delle banlieue. Tra le immagini più esemplari sono gli interni dei bistrot affollati e pieni di fumo dai vetri dei bicchieri riflessi, una fisarmonicista enigmatica in uno di questi, il bacio sorpreso dei due innamorati a Hotel de Ville, una pittoresca portinaia all’ingresso  di un tipico palazzo parigino, gli interni borghesi, un cagnetto in contemplazione a Pont des Arts, i mercati rionali variopinti e animati, la gente affacciata ai balconi, i ballerini sfrenati nei locali scantinati parigini.

“Condividere uno sguardo può aiutarci a sopportare il reale” affermava Doisneau. Oppure ad abitarlo meglio, a renderlo di nuovo libero, vibrante di vita, a volte intriso di desiderio o malinconia. A renderlo nuovamente vivo contro l’apatia o lo svuotamento in atto restituendogli un’immagine di grazia e  empatia ancora possibile.  

“E’ sempre all’imperfetto dell’obbiettivo che tu coniughi il verbo fotografare” affermava Prévert dell’amico Doisneau, perché non era alla perfezione formale dell’immagine quanto all’intensità della visione o di quella storia suggerita da un volto che  mirava il fotografo. Solo quel tempo imperfetto, infatti, aperto o non concluso avrebbe potuto mantenere ancora le sue promesse: restituire momenti di felicità, un mondo rinato attraverso le immagini.  O come affermava Doisneau: “Dovremmo cercare di essere felici se non altro per dare l’esempio”.

 

 


venerdì 1 maggio 2020

Voci e immagini da “Terra Madre” di Ermanno Olmi (2009 )





In occasione della “settimana della terra” la Cineteca di Bologna ha trasmesso il film documentario “Terra Madre” (2009) di Ermanno Olmi parte della sezione “ Il Cinema Ritrovato”. “Terra Madre”, dal titolo, si ispira all'incontro mondiale a cadenza biennale tenutosi a Torino dove nel 2006 si sono ritrovate varie categorie di “lavoratori del cibo” insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo per confrontarsi sul tema di una globalizzazione positiva: come nutrire il pianeta intero senza devastarlo stabilendo un rapporto armonico con l’ambiente.         












Olmi partendo da tale presupposto ha creato un documentario poetico che si sposta attraverso il globo dall’India, all’Africa, all’Europa fino ad approdare in Italia dove un uomo vive quarant'anni in solitudine a contatto solo con la propria terra per narrare, infine, attraverso le immagini una connessione ancora possibile, profonda e ancestrale, con il mondo della natura.  Si tratta, allora, di aprire una prospettiva su “un altro modo di vivere” opposto al sistema di consumo e sfruttamento incondizionato e attuale del nostro pianeta.
Vi sono evidenti implicazioni economiche, ecologiche e sociali correlate al tema di “un altro possibile futuro per l’economia globale: l’idea di uno sviluppo sostenibile, la necessità di una nuova ecologia per la terra, e infine di una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità nelle diverse aree geopolitiche mondiali .
 Il tema di “Terra madre” indirettamente tocca   anche noi tutti oggi da vicino  mentre  lentamente tentiamo di ritornare a una presunta normalità dopo mesi di quarantena e distanziamento sociale forzato, generati  da una crisi globale senza precedenti di cui l’emergenza epidemica è forse solo il fattore più evidente. 
La terra agonizzante si ribella all’espropriazione e sfruttamento incondizionato delle sue risorse, alla desertificazione, ai disastri naturali prodotti dall’uomo, ai disequilibri climatici, alla ferita inferta al suo ecosistema. E dunque, l’epidemia, il contagio diffuso, il temporaneo arresto di tutte le attività sociali e produttive nei nostri paesi occidentali forse non sono che un’indiretta conseguenza di un sistema naturale che si rivolta all’uomo nel suo agire  sconsiderato  o, semplicemente tenta di riassettarsi dal disequilibrio profondo da lui generato con le conseguenze epidemiche che conosciamo.  
Se tale pandemia a breve o lungo termine sarà arginata molto dovrà continuare a cambiare o essere cambiato in questo riassesto necessario dell’uomo verso il proprio pianeta: terra che genera e si rigenera, madre-e-padre insieme, contro gli estremi di globalizzazione senza limiti e economia insostenibile di oggi. Una prima allerta allarmante sotto forma di contagio globale la terra ce l’ha già data.

Vandana Shiva, (attivista politica e ambientalista indiana)

“In India crediamo fermamente che in questo meraviglioso pianeta la rete del cibo sia connessa alla rete della vita.[..]La nostra identità primaria, la nostra ricchezza e salute derivano dalla produzione e assunzione di “cibo buono”. Le nostre sementi sono state brevettate, diventando monopolio di un gruppo di corporazioni con il 95% di semi geneticamente modificati. In India da quando tali semi sono stati venduti centinaia, migliaia di coltivatori si sono indebitati, o peggio suicidati. .. L’ultima fase della globalizzazione è la privatizzazione. Le corporazioni vogliono creare la proprietà di tutto: del cibo, dei semi, dell’acqua. Salvare le sementi significare salvare il nostro futuro”. Nel video l’attivista politica indiana definisce la necessità di “un nuovo umanesimo”, cioè una nuova politica globale resa necessaria dal cedimento del sistema attuale che permetterà all’umanità di tutelarsi reciprocamente limitando i bisogni quando questi divengono sprechi o inutili consumi. “ Live with less” , “vivere con meno” nell’ottica di Vandana Shiva significa proteggere la terra perseguendo un’economia sostenibile e in armonia con la natura e le comunità locali.




Aminata Traoré ( scrittrice e attivista politica del Mali)



     “ Sono una madre dal cuore martoriato dalla migliaia di partenze forzate dei suoi figli che vengono a morire alle porte dell’Europa o alle sue barriere. Uno di quei giovani prima di scavalcare il filo spinato di Ceuta ha detto a un amico: “ Se muoio dì a mia madre che ho fatto tutto il possibile per lei, perché non voglio che muoia di fame. Da noi si dice che la madre porta il figlio,  la terra invece ci porta tutti, la terra è nostra madre, ricca abbastanza da nutrirci tutti. La terra è generosa, è una madre che dà a tutti”. La scrittrice aggiunge che la terra africana soffre oggi più che mai l’impatto dei cambiamenti climatici nella costante carenza d’acqua, nel surriscaldamento dell’atmosfera, infine in interi ecosistemi minacciati nella loro stessa esistenza. Se la terra è pensata come cosa comune dovrebbe essere governata da un’economia che garantisce un bene comune e un sostentamento equo per la maggioranza. I predatori della terra sono oggi il consumismo sfrenato, lo spreco e lo sfruttamento senza limiti delle sue risorse.
Ermanno Olmi nel documentario, narra attraverso poche immagini silenziose accompagnate da una voce fuori campo la storia di un uomo nel nord Italia che ha vissuto per molti anni in una cascina separato dal resto del mondo, lui che aveva visto “la corruzione della nostra terra come atto sacrilego e aveva posto lì la sua difesa” ; alla ricerca, forse, di un fragile equilibrio tra la sua intima verità e un mondo là fuori che sentiva come violento e estraneo . Olmi afferma a questo proposito: “ Uomini e donne ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa di cibo per tutti i popoli. Qui una testimonianza di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti.”







Finale: immagini  da “Terra-madre”

Il ghiaccio ricopre la terra; l’uomo spala la brina, scava, cerca al di sotto le zolle umide e vive sotto la lastra immemore di ghiaccio. Il fiume immobile, scintillante come una lama sottile, lucida e ghiacciata riluce a distanza al culmine dell’inverno. Si potano e si legano i viticci nuovi dei frutteti. Lo scorrere lento delle acque al disgelo: i ghiacci si sono sciolti ma ancora il fluire è trattenuto  dall’atmosfera rarefatta e nebbiosa della stagione. Rompere la crosta di pietra e terra gelata, rimescolare, sommuovere la terra alle radici.

Primi albori di marzo. L’uomo prepara il terreno alla semina, segna lo spazio, lo traccia, lo incide di solchi. Poi, uno a uno lascia cadere i grani, le sementi nel terreno e lo ricopre come volesse celarne il segreto. Voci solitarie risuonano nella campagna circostante. 
La terra nasconde nel calore dei suoi visceri i semi e attende di restituirli a nuova vita. L’immagine del fiume ora lento e regolare come lo scandire del battito perfetto delle ore e delle stagioni. Verdi germogli fioriti lentamente si trasmutano in piante mentre i primi rami in fiore appaiono sulle asperità delle rocce.  Vento dell’est, annuncia cambiamento.

L’acqua, una pioggia cade lieve e continua sulle piante. L’uomo solo attende la fine della pioggia. Attende lo scivolare via dell’acqua dalle foglie, goccia a goccia il tempo della crescita. Le piante  appaiono iridescenti al palpitare di goccioline vive. Microcosmiche creature e insetti svolazzano intorno. L’uomo ora estrae le piante e i loro frutti dal suolo: lucide e oscure melanzane, peperoni scintillanti nel loro arancio solare, more succose, albicocche all’apice della loro maturazione. L’acqua scorre e irriga il germogliare di nuova vita. Un bimbo tra le piante gattonando esplora, al tatto, le forme nuove che gli si presentano sul cammino. Il fiume scorre lento e continuo in un fluire intercalato di foglie d’acero, di bianchi gigli e gracili papaveri rossi nel divenire inarrestabile della vita.


trailer del film "Terra Madre"








venerdì 10 aprile 2020

“Women: a century of change” ; a proposito di fotografie, emergenza, crisi e rinascita oggi









La mostra fotografica “Women: a century of change” allestita dal National Geographic in collaborazione con i musei bolognesi presso Santa Maria della Vita e prevista fino al prossimo Maggio non è più visitabile a causa della chiusura tempestiva di tutti i luoghi pubblici e culturali per l’ epidemia devastante che sta colpendo il nostro paese insieme al resto d’Europa e del mondo. Ho avuto modo di vedere quelle fotografie pochi giorni prima che il decreto sancisse la chiusura definitiva di tutti i luoghi pubblici cittadini. Mi domandavo se avesse senso parlare di queste immagini ora di fronte ad emergenze molto più gravi, sanitarie e economiche del paese. Eppure, mi sembra che i nuclei tematici in cui è suddiviso il percorso, aprendo prospettive sulla rappresentazione del femminile nel tempo e nello spazio attraverso le diverse culture –un secolo di storia delle donne- abbiano ancora molto da dirci, oggi, di fronte all’emergenza che stiamo vivendo. Le immagini di queste donne infatti ruotano intorno ad espetti essenziali dell’esistenza che tanto più siamo chiamati a riconsiderare o attraverso i quali ripensare l’emergenza attuale: la forza come resilienza, la saggezza come discernimento di fronte all’inaspettato, l’amore come principio unificante tra gli individui infine la bellezza come baluardo contro la distruzione della nostra specie.


I: Empatia

L’amore   nelle sue differenti accezioni viene definito dal dizionario Treccani come forza universale  di riconnessione e unione tra le anime, tra le persone e i luoghi, tra il divino e l’umano, tra il sentire e l’agire individuale. Esso è ancora il desiderio di produrre un bene comune, il bene dell’altro, poi l’ attrazione basata su un affetto o un sentimento che unisce due persone, infine la vicenda o la passione amorosa. Oggi, ritroviamo le nostre case come luoghi di rifugio e insieme di vita concentrata in pochi metri quadrati di spazio ritagliati dall’esterno per prendere le distanze dal mondo, per cautelarci e insieme prenderci cura dei nostri cari. Iniziamo a osservarlo in un silenzio nuovo, e, tale lentezza dimenticata ci riporta a un tempo del passato, lento e scandito da ritmi e mansioni quotidiane nel quale  oggi di nuovo ci troviamo a vivere, costretti a fermarci e a restare.

L'amore in questo frangente estremo ritorna ad essere empatia con l’altro pur nella distanza. Tracciare i confini di un proprio spazio, intimo e invalicabile come la casa, e insieme vivere quest’empatia o fratellanza con chi ci è prossimo affettivamente. Sentire gli altri vicino e lontano insieme pur nella distanza, sulla base di un comune destino che ci tiene qui legati come specie. Allora,  gli abbracci e i baci con i nostri simili come la possibilità di stare vicino e condividere il contatto con gli amici, i famigliari, i prossimi li riscopriremo, quando ci saranno concessi liberamente dopo la pandemia come dono, unico e prezioso, di cui avere cura.

Riconnessione: il senso di appartenere tutti a una stessa comunità, gruppo o umanità nonostante le differenze e separazioni; il senso dell’essere tutti insieme a fronteggiare un male comune, nel tempo di una sospensione forzata e dolorosa dalla frenesia abituale del mondo, dalla nostra corsa affannata. Infine, la percezione più chiara che mai ora della vita come destino oltre il qui e ora della terra.






Nella prima di queste foto del National Geographic l’amore è una madre che stringe il figlioletto appena nato al petto in un abbraccio intimo e avvolgente. Dentro la vasca di casa, in un bagno ricoperto di petali di rosa inebrianti che avvolgono i corpi nudi nell’ acqua primordiale della nascita. In un’altra fotografia una giovanissima afghana  abbraccia la sorellina di pochi anni il giorno del matrimonio al momento del distacco o della forzata separazione dalla famiglia paterna. Abiti rossi nuziali, decorazioni argentee scintillano nei primi piani sui volti; la prossimità e la tenerezza dell’ultimo abbraccio prima del definitivo distacco.

Ad Aleppo, in Siria, nell’immagine successiva, l’atmosfera di una serata danzante a un ricevimento di nozze appare, al contrario, soffusa e sofisticata, intrisa di eleganza e mistero. La festa nel vuoto scintillante in cui appare sembra sfidare  i  quattro anni di assedio della città, gli scontri tra i ribelli e l’esercito siriano e le rovine lasciate dalla guerra. La sala del palazzo appare sontuosa, gli abiti da sera eleganti e avvolgenti fino ai piedi, le luci soffuse, l’atmosfera ovattata, l’ombra della morte lasciata fuori mentre all’interno è il sogno ad occhi aperti a dominare.

II: Forza

Forza è sinonimo di solidità, durezza e vigore, di un potere fisico ma anche mentale, oppure si identifica con il concetto di autorità morale:  l’attitudine a influenzare gli animi, a controllarli e sottometterli a sé. In questo senso ci sono due aspetti che riguardano la forza, quello più evidente è l’impeto o la violenza con cui essa si manifesta, l’altro, più sottile, indica la capacità di superare le difficoltà e gli impedimenti, vale a dire la forza interiore di pensiero e di resistenza. La lotta tacita contro ogni forma di sopruso o violenza perpetuata da un sistema o da una parte dominante su un’altra, che può anche identificarsi come una forma di attivismo politico.
Resilienza oggi per noi significa, in questo momento particolare di emergenza virale e in quanto cittadini appartenenti  a una comunità, vivere l’isolamento forzato nelle nostre abitazioni per lottare contro l’epidemia, vedendoci privare del nostro tanto acclamato diritto occidentale alla libertà individuale e all’azione. Per ovvi e giusti motivi di tutela delle nostre vite e di chi ci sta accanto. Resistenza è riadattamento a queste nuove abitudini  che ci vengono imposte, sentite spesso come restrizioni alla nostra capacità di muoverci, lavorare e produrre in maniera proficua a contatto con gli altri. La resilienza ancora oggi diventa necessità quando dobbiamo lottare contro il clima di paura diffuso: il senso di un pericolo generalizzato e globale, non ben localizzabile, l’ombra oscura di un contagio che si profila sul mondo intero









Vediamo , di seguito invece, come si presenta la forza in queste fotografie;  donne di provenienza e cultura differente, appaiono accomunate nell’affermare la propria libertà individuale contro situazioni di violenza e repressione domestica o familiare, politica o sociale nei propri paesi.  Nella prima foto documentaria è il volto di una donna del Myanmar  che fieramente mostra le proprie  cicatrici su parti delle braccia e del viso causate da ustioni dell’esercito militare durante il regime.

Una seconda  foto: un' attrice afghana sfida le convenzioni millenarie del proprio paese alla guida di un’auto a Kabul investita dagli insulti di un gruppo di estremisti islamici. Esplode in una risata dall’ interno della vettura alzando il volume della musica contro il frastuono delle grida provenienti dall’esterno.

E’ l’assimilazione ai modelli maschili oppure la tacita opposizione e resistenza ad essi quello che appare nelle due immagini che seguono. Da una parte vediamo una recluta delle forze armate in Tongo ricondotta alla sua pura forza fisica quasi abbrutente. Dall’altra, una figura esile vestita con una camicetta bianca e una gonna scura  è chiamata in giudizio dietro la  gabbia di un tribunale militare kurdo. Il suo volto appare orgoglioso e austero come una corazza inossidabile  mentre viene condannata a reclusione per lotta politica a favore del partito popolare. La forza, infine qui, diviene sinonimo di tacito ammutinamento: resistenza operata nel quotidiano contro forme aperte di sopruso e prevaricazione sul femminile.



III: “Attraverso la lente”




Milaya” è un telo ricamato a mano con motivi fantasiosi e floreali espressione di gioia e creatività. Queste donne africane lo dispiegano con fierezza di fronte alla macchina fotografica in un campo profughi dell’Uganda. Mostrano all’obbiettivo l’oggetto più prezioso che posseggono, ciò da cui non si sarebbero mai volute separare lasciando quel campo e che gli avevano trasmesso le  madri e le nonne insegnando loro  a ricamare come dono per il futuro. Fuggite dalla guerra continuavano a cucire quei tessuti dai motivi festosi, dai colori di una straordinaria vivacità e brillantezza imparando così la lotta, la resistenza tacita contro la violenza, infine un mezzo per guadagnarsi la loro sussistenza economica. Cucivano insieme tasselli di speranza intrecciando i fili di un ancora possibile futuro. Ricamavano disegni immaginari di abbondanza e creatività contro il  regno presente di miseria e rovina.




IV:  Speranza


Dalla definizione Traccani: aspettativa fiduciosa nella realizzazione presente o futura di quanto si desidera. Fiducia nell’avvenire, nella buona riuscita di qualcuno o di qualcosa.
Nell’immagine fotografica della mostra, una schiera di donne mussulmane avvolte completamente dalla testa ai piedi in una tunica e velo neri incidono di una traccia oscurante il territorio sabbioso che le circonda mentre una piccola figura si staglia a lato vestita di bianco. Loro avvolte dall’oscurità, cancellate nella loro identità femminile si ergono contro questo piccolo barlume di speranza a lato luminoso come una visione per le generazioni future.


Oggi le piazze, le strade delle città italiane appaiono deserte, il silenzio a volte opprimente contro il cemento degli edifici, i negozi dalle saracinesche sbarrate, le scie grigie, vuote e opache delle strade desolanti. Questa cortina di ferro è discesa sulle nostre città a causa del contagio, dei molti morti in alcune zone, della paura da un lato, della manipolazione mediatica e delle leggi che ci impongono l’isolamento dall’altro. Dunque in tale dimensione di fragilità e disorientamento oggi dove situare il concetto di speranza? Da una parte sono molte le voci, religiose spirituali o semplicemente umaniste che richiamano a valori di comunità, solidarietà, e appartenenza comune ai quali non possiamo sottrarci. Dall’altro lato, si affaccia molto chiara l’urgenza di un cambiamento planetario, intrinseco e necessario per il sistema-mondo  perché a tutto questo venga posta una fine.     E’ soltanto forse realizzando questo mutamento di prospettiva, oltre l’ossessione di onnipotenza e possesso  che ha guidato  l’uomo fino a questo momento nel sistema occidentale che si potrà parlare di una evoluzione possibile per tale crisi globale, l’accendersi di una fiammella di speranza dopo l’oscurità. Oggi speranza va di paro passo con il superamento di questa emergenza mondiale, con la necessità di reimpostare dei parametri planetari che vadano dallo sfruttamento e l’ineguaglianza verso i valori di appartenenza comune, di rispetto della terra, poi del sé come umanità in relazione all’ altro.


Finale: saggezza

Saggezza: l’abilità a discernere interne  qualità e relazioni. Coincide forse con una visione interiore, con una conoscenza approfondita e autentica delle cose. E’ la saggezza che ci rende atti a valutare le situazioni e a decidere perché deriva insieme dall’esperienza, dalla meditazione e dalla coerenza morale. La saggezza al femminile è sempre stata connessa alle forze della natura, come una specie di armonia intuitiva con il cosmo, di innato sapere a contatto con la luce del nostro essere interiore.









Immagini differenti come tanti riflessi colorati di un unico prisma ci parlano in queste immagini di saggezza come apprendimento nelle diverse scuole del mondo. In un’aula femminile dall’aspetto modesto in un villaggio pakistano_ le pareti nude e spoglie visibili sullo sfondo_ le  giovani allieve appaiono avvolte da un velo grigio e opaco lungo fino ai piedi. I loro volti limpidi sono attenti, concentrati in primo piano, pronti a ricevere, accogliere e condividere conoscenza e curiosità oltre le barriere alienanti di segregazione e ignoranza cui sono soggette le donne in Pakistan. In Turchia, ancora, una classe solo maschile di bambini impara l’inglese da una volontaria del Corpo di Pace delle Nazioni Unite. La dedizione della giovane insegnante, la vivacità delle voci nell’aula, l’ entusiasmo  e la saggezza volgono il luogo del conflitto etnico in una missione costruttiva di pace. Infine, nell’ultima immagine,  bambine di un villaggio africano trasportano in maniera itinerante banchi e sedie da un luogo all’altro attraverso una strada rossa in terra battuta per dare vita a una scuola provvisoria sorta in angolo sperduto del suolo africano. Saggezza qui diventa adattamento, sopravvivenza, armonia necessaria da ristabilire con la natura, infine l’inevitabile lotta contro le barriere alienanti dell’ordine sociale esistente.