sabato 22 ottobre 2011

...Liberamente tratto da Marina Tsvetaeva







IMMAGINI DI:
1 Michelangelo Pistoletto  "Miroir", sito web: (siouxwire.com)
2 Pierre Ardouvin, "Infer"  sito web: (pierreardouvin.free.fr/)
3 Michelangelo Pistoletto,  sito web: (wanafoto.blogspot.com)
4 Michelangelo Pistoletto,  sito web: (geo.culture-en-limousin.fr)




TESTI SUGGERITI DA "La poesia della fine" e i carnet "Vivere nel fuoco" di Marina Tsvetaeva






Acciaio e ruggine, “ neri cieli d'oscuri presagi”, cittadini precipitandosi, esageratamente lancinante il grido della sirena fuori, simile a cane rabbioso. 

Rumore pieno di rabbia.
All’improvviso, “metà-corpo”, “quello che non é o a metà-corpo appena”, esageratamente e ancora, 
troppo vasto fuori.

Libero ritrovarsi nomadico, è la che ti conduce, la cosa o il suo riflesso, sono le parole che affollano la mente nel terrore, è la causa che crolla, questa parola, causa, grido di bambino perduto nella nebbia.

La mia febbre intima, “ qui ne brûle pas du fait de sa seule âme?”  chi non brucia al pensiero della sua sola anima? Allora vivere o il suo contrario, a chi imputare l’oltraggio violaceo della colpa?

Ora stai sul bordo. All’acqua come corpo di ghiaccio. All’acqua, superficie avvolgente, laminata, mineraria, di nere squame lucente, stai come corpo cieco dietro uno spesso muro di ghiaccio ,
tra i suoi lacci appeso.


Paura si, ma non del fiume, “la morte al fianco destro e sinistro” t’affonda.
La luce irradia d’un tratto. “Amore di carne e sangue, rosso del sangue che scorre”, e pianta lama a lama sotto l’occhio complice degli astanti.

“ Arco teso, corda”, filo che si spezza, accordo che si disfa, il disegno si perde. 
Lembi, pezzetti, corpi a metà fluttuanti ma della cosa ancora nessuna traccia,   ancora a qualche metro dalla fine,
qualche metro più in là.


In silenzio ascolta.
Volere è proprio del corpo, misterioso, inconoscibile, segreto, allora all’uno e all’altro, all’anima e al suo doppio, non chiedere la parola, ancora troppo presto.

“Dunque nessuna pena”, male-appena, in assenza di pena, si beve, si ride dei nostri errori d’erranti giocolieri. Calore di sangue che scorre, di liquido biliare che sale nelle vene, nessuna lacrima,
si parte, gli occhi attraversano.  “Denti piantati in piene labbra, il più acre nel più polposo”.



“Ultimo ponte, ultimo pedaggio”, l’acqua e i cieli, monete date, pagate per l’ultimo passaggio. 
 Non un rumore quando queste cadranno nell’abisso del nero fondo . E l’ombra che le ingoierà, le divorerà,

l’antro oscuro dell’inizio e della fine, fuori dal tempo, non é una mano tesa a stringerle, ma l’ombra senza riflesso, senza eco dell’indefinito. Semi di papavero l’uno all’altro sommati, messi a parte dal resto, silenziosamente aggiunti nel cumolo fino a raggiungere il prezzo tanto atteso per pagare il dazio.


Rossa é la vita venata sotto silenti impalcature.














Verbo, intuizione, intonazione, desiderio, sparire, rendersi invisibile, ostinata forsennata forza di vita, rotta non si piega, innata, a metà solo assopita, animale o spirituale,   alla ricerca di esasperata bellezza. Azioni banali, eccessive, incongrue qualche volta, malsane.
Deception en faute de noblesse, delusione in assenza di nobiltà, a noi prima che agli altri,  parole gettare fuori con nonchalance, con leggerezza...
Lasciare accadere senza troppo pensare, insouciance, legerté de l’être, hanno paura di tutto, temono sempre troppo, dire la verità, una qualsiasi verità, scomoda, fuori luogo, tutto quello che non accade,
 che non si dice, mascherarsi, non-vita, dissimulata, quasi-vita, vita a metà, l'altra metà che non conosco,
 le vite precedenti, anteriori, prossime, futuro-remote.

 Fardello, peso, colpa, eredità che mi pesa sulle spalle, incombe malgrado me stesso, moneta a pagare in lasso di tempo indeterminato, perché la gente si preoccupa troppo delle etichette, presentarsi con modo corretto, lucido, ben elucidato, tutto già confezionato, venduto, il venduto del sé, ben postato, appostato, messo in vetrina, in esposizione, in rete, messo in scena.

Presagi, non guardare quello che credi vedere, quello che vuoi, pensi, vovresti vedere,  diverse versioni dello stesso, tutte ugualmente possibili. Passaggi repentini di stato, passaggi aspri per strettoie ferenti, scintille di vita, che mai si spengano, un sapore acre sulle labbra ora dolce, simile a liquido di miele  dentro le vene che venga ad accarezzare, sciogliere, smussare gli angoli, gli spigoli, le punte. Sentirsi esistere, remoto interiore, ogni battito del nostro essere segreto.


Silenzi, momentanei, assoluti,”nulla mi spaventa tanto”,
“non vivo se non sento”, contropartita d’ogni“sentire assoluto”, chi ne é stato privato ha smesso di,
vivere con il tremore di tale stato.
Oblio di sé, l’istante trafitto, percé, trapassato, né domani né ieri, resta la sensazione d’una infinita, innata
solitudine.

Il corpo dell’altro, cortina di ghiaccio, muro, barriera, schermodi vetri rotti contro cui infrangere la propria immagine. Le mani strappano violentemente veli cosi’ brillanti da tutto.

“Tutto cade come una pelle e, sotto la pelle c’è la carne a vivo e poi il fuoco”, psiche, nessuna forma neanche quella troppo vasta della poesia.






venerdì 30 settembre 2011

Sulla fotografia contemporanea e la poetica dell’oggetto (estratto )






 





















Tre figure dell’eccesso compongono la condizione sociale e esistenziale definita dal critico francese Marc Augé “surmodernità” . La difficoltà a pensare il tempo presente ma anche il passato a noi più vicino, “prossimo”, parcellizzato, scomposto in una miriade di istanti presenti si traduce in una l’inintelligibilità del tempo in quanto coordinata strutturante e ordinatrice della nostra contemporaneità, in un mondo sopraffatto dagli avvenimenti, nell’accelerazione dei medesimi alla nostra percezione, nel crollo d’una visione lineare e progressista della storia rispetto all’evoluzione della nostra società occidentale. La seconda figura dell’eccesso si situa nell’estensione della spazialità disponibile al nostro uso, questo spazio che si rende a noi sempre più a portata di mano, che s’apre nella facilità dei mezzi di trasporto sempre più rapidi, viaggi, spostamenti, comunicazioni o telecomunicazioni planetarie. Terza figura dell’eccesso infine è quella dell’ego, dell’individualità concepita come “mondo in sé”, valore individuale dominante nel rapporto all’altro, nella singolarità di oggetti, di gruppi o di appartenenze, di riferimenti ideologici e tutti quegli ordinamenti che controbilanciano il processo di globalizzazione della cultura in atto.

Alla crescente difficoltà a posizionare l’individualità in contesto come nucleo intensivo in rapporto all’alterità, a pensare il tempo, a dare senso alla storia, a concetti come memoria e durata temporale si oppone, secondo Augé, una “esagerata percezione dello spazio” , come d’un mondo dove le merci, i beni, le informazioni e gli individui viaggiamo a una velocità accelerata nella facilità di spostamenti, scambi, navigazioni reali o virtuali, nella dinamica stessa del sistema di interconnessione in rete. Individualità, esito individuale, polarità del sé in una società nella quale il senso dell’altro come comunitario, collettivo, partecipativo sembrano eclissarsi, l’immagine vive una perdita progressiva di referente rispetto all’oggetto reale dove i due termini sembrano scambiarsi vicendevolmente di ruolo passando indistintamente da reale a simulato a simulacro, tra virtuale, apparente e ultra-visibile fino a instaurare un vero e proprio corto-circuito di rappresentazione. Mentre le immagini prodotte dal nostro mondo si moltiplicano, si producono e si consumano nella più totale gratuità, in una sorta di visibilità assoluta o “trasparenza inesorabile” cui è giunto l’occidente nell’eccesso del proprio consumo visivo, mentre tutto é portato al livello dello spettacolare, dell’effimero, del simulacro nell’inter-scambiabilità totale di tutti significanti come delle merci nel capitalismo , un certo esito dell’arte contemporanea, nello specifico della fotografia, secondo Baudrillard, risponde mettendo in gioco un’estetica del residuo, del lascito, del frammento che instaura un rapporto inedito alle cose, al sistema degli oggetti, oltre la soggettività dell’atto artistico per lasciare emergere immagini improbabili, accidentali, potenzialmente presenti nella realtà, accadimenti fotografici mediati dalla condizione d’essere dell’ apparato tecnologico.

Dal dadaismo in poi l’arte disinveste l’atto creativo nel senso che lo libera progressivamente di un valore estetico fondante e al contrario fa accedere il banale, il quotidiano come l’“oggetto trovato”, il “ready made” l’oggetto di consumo al lavoro artistico in una “trans-estetizzazione generalizzata del mondo” . Il pensiero sulla fotografia in Baudrillard pone l’accento, in primo luogo, sul mondo degli oggetti e delle relazioni oggettuali autonome, già là virtualmente presenti nella realtà che l’atto fotografico non fa che mettere in luce in quanto ‘immagini’ , sistema di segni nella contingenza d’un momento, nella segreta complicità che si instaura tra le cose, il medium tecnologico e una certa condizione dello spazio o della luce. Linea di fuga tracciata dall’ atto fotografico contro le immagini-simulacro, lo svuotamento dei segni, la perdita di referente dell’oggetto reale. Il medium fotografico porta in sé tale assenza e allo stesso la scongiura nell’apparire epifanico d’un immagine casuale, frammentaria, provvisoria trasposta nell’oggetto più insignificante, banale, aleatorio del quotidiano.

Come afferma Roberta Valtorta parlando di fotografia contemporanea: “ nel post-moderno il soggetto subisce un decentramento, deraglia ai margini della sua stessa esistenza mentre il mondo va all’avanti ” . La soggettività tende a eclissarsi e, oltre alla responsabilità di produrre una rappresentazione compiuta del reale, “apre le porte all’apparire di pezzi scomposti del mondo” . La fotografia non ricerca un senso ultimo delle cose, il perseguimento d’una idealità estetica rispondente al bisogno di assoluto dell’arte moderna quanto lavora sul residuo, la banalità, l’insignificanza; rivendica questa marginalità o assenza di grandi significati, ritornando costantemente alla superficie, in quella superficialità a-significante, insignificante e per questo tanto più significante nel momento in cui si estende a sistema dei segni.
Come sostiene Valtorta, “ una certa area della fotografia oggi privilegia le situazioni banali, i luoghi quotidiani e marginali, i momenti casuali, l’imprecisione visiva” , riconnessi a quella condizione sociale e esistenziale che M. Augé definisce “surmodernità” .

Se si rende difficile, vale a dire impossibile restituire il senso d’una rappresentazione unitaria come modo di ricostruire visivamente il mondo, la condizione d’essere della fotografia contemporanea si situa più nello spazio che nel tempo inteso come “l’istante decisivo” della precedente fotografia esistenzialista, spazio aperto, disponibile, dato eppure mai neutrale,inciso, contaminato, striato, esso stesso condizione dell’”acting out”, dell’espulsione di tratti del lavoro fotografico. Di quello spazio andrà a cogliere, giustamente l’interstizio, la fessura sul senso compiuto della cosa, l’accadimento marginale, la sfocatura intenzionale, la striatura che rompe il flusso continuo della comunicazione nello spazio liscio del capitalismo multinazionale. Quel margine di incertezza, di tremore, insito in tale esito del fotografico si insinua come l’elemento di coscienza critica, di “dubbio fenomenologico” esprimendosi attraverso l’evidenza di una metafora visiva, non-mediata, lasciata, nelle parole di Baudrillard, al “divenire immagine del mondo” .

Su questa stessa linea si esprime il critico/fotografo francese in alcune considerazioni sul processo fotografico espresse nel corso di un dialogo contenuto in Interviste sul complotto dell’arte. La fotografia nella sua visione mette in gioco un “lasciar apparire le cose”, è un “dispositivo antropologico che instaura un rapporto (singolare) con gli oggetti” captando l’assenza d’una presunta soggettività artistica dietro quelli, dandosi piuttosto come sguardo impersonale su un frammento di mondo che permette ad esso d’emergere dal suo contesto. “A un tratto catturo una luce, un colore staccati dal resto, io stesso vi sono solo un’assenza”. E continua: “quando fotografo mi servo del linguaggio come forma e non come verità.” La forma rinvia al passaggio ad altre forme, al circuito tra parole nell’uso poetico della lingua, alla metamorfosi da un’immagine all’altra nella serie fotografico, alla materialità del linguaggio come segno visivo tangibile . In quest’ottica l’operazione compiuta dalla fotografia tende a eliminare la sovrastruttura soggettiva o ideologica schiacciante del lavoro artistico per arrivare a un rapporto diretto, primitivo o primordiale con gli oggetti e gli avvenimenti. Per Baudrillard: “l’oggetto nella sua forma intima e segreta, ciò per cui è quello che è, e raramente viene raggiunto. E’ qualcosa al di là del valore e che io cerco di raggiungere grazie a una sorta di vuoto in cui l’oggetto, l’avvenimento hanno una possibilità di mandare segnali con la massima intensità” .

La fotografia si pone come esperienza di captazione involontaria del mondo ricondotto al sistema degli oggetti, dove l’accento cade in primo luogo sul termine “esperienza”, qualcosa che accade, che appare, che attraversa traducendosi in un atto d’ordine estetico inteso come accadimento sensibile, frammento di tale accadimento, esperire, sperimentare, amplificare, rituale magico o religioso delle cose agente e agito dal lavoro fotografico.


Citazioni
Marc Augé, Non-lieux, Seul, Paris, 1992 , p. 72
Jean Baudrillard, Le complot de l’art, Paris, Sens e Tonka, 2005, p. 1
Roberta Valtorta, Volti della fotografia, scritti sulla trasformazione di un’arte contemporanea, Skira, Milano, 2005, p. 72
Jean Baudrillard, « Car l’illusion de s’oppose jamais à la réalité » in Photographies 1985-1998 Descartes e Cie, Paris, 1998, p. 91

Immagini: © Seth Price






sabato 27 agosto 2011

da ZimmerFrei, Campo Largo ( Mambo Bologna)


"Did you know ?
What ?
There will be glass over here one day, everywhere here on this concrete.
You can’t fall asleep, you can’t feel anything.
The Sheppard must come and give a look
Perspective, I need it, I can’t see everything, I can’t have the whole vision.
Things have to change, everything is going to change
In which direction?
It is already closed.”





















ZimmerFrei,    Panorami: Roma, Bologna, Atene, Harburg ( lavoro video)

La telecamera filma azioni quotidiane o performative, singole o di gruppo: movimenti, scambi, attraversamenti, “andate e ritorno” nello spazio;
E' una messa in risonanza vibratoria di corpi, storia di flussi, spostamenti, migrazioni, che divengono movimenti vorticanti sotto l’obbiettivo a una velocità di visione compressa e raddoppiata,
otto ore di video condensate in ventiquattro minuti.


Harburg: passaggi continui di gente nel punto nodale della piazza, traffico d’auto.
Traiettorie si disegnano, linee si iscrivono, si cancellano e poi si riconnettono ad altre costantemente. Interazioni, spostamenti e scambi mossi dalla legge di attrazione o repulsione nello spazio.
Angolo della strada: manifesti pubblicitari, cemento grigio, muri nudi.
Velocizzazioni nel tempo, passaggi a ripetizione, luci elettriche su giallo arancio al tramonto.

La piazza si svuota: movimenti lenti, terrestri ora funesti,
vorticanti, frenetici, ora crepuscolari.


Atene

L'immagine è rovesciata, la linea d’orizzonte è posizionata al posto di quella del suolo, il tessuto-reticolare metropolitano è visto a distanza come una linea d’orizzonte.

Al degradarsi lento della luce, l’oscurità irradia, tempestata di luci elettriche.

Città-cielo, blu, elettrica, grigio-argentea, annebbiata, ora plumbea, macchiata di punti neri, stormi d’uccelli vorticanti in aria in circoli eccentrici.
Mentre la città è ancora paralizzata nella foschia mattutina, gli stormi arrivano a fiotti come corpuscoli in scia dispersa e multiforme, aprendosi a scacchiera, a fiume, a vortice, a corrente,
a gradazione composita;
aprendosi in direzioni opposte e contrarie, in spinte violente e arresti improvvisi,
in scissione di nuclei, particelle o singole molecole ricongiungendosi a tratti,
in traiettorie sincroniche e cambi repentini di direzione.

La  città-reticolo è affollata in forme disuguali, nella sua tessitura non uniforme rischiarata dalla luce mattutina.

Movimento della telecamera: si avvicina, discende, rende visibile, lentamente, il centro della piazza vuota, lastricato, la strada,il passaggio di persone .

L’obbiettivo resta fisso sulla piazza lastricata, vuota, con al centro una fontana.
Volti in primo piano, gesti al rallentatore ora.

“Il messaggio era chiaro, diceva, restate qui, torneremo a prendervi intanto costruite una città”.
“Costruire una città, sarà la posizione giusta?”
“Sono secoli che aspettiamo, ci hanno lasciato qui da soli, questa è la verità.”

Strano geroglifico di linee e punti, curve e misurazioni di perimetro appena accennato al suolo.

“Tutto quello che ci serviva ma...non troviamo il modo di tornare a casa."
"Un’antenna forse... Prende, mi sentite? mi sentite?
"Forse ci sentono. Va bene, aspettiamo”.

Captazioni solari, raggi con vibrazioni luminose da rispecchiamento.
Spiazzo vuoto, ora rilucente alle luci elettriche simile a pista d’atterraggio.

“Vedi qualcosa? Segnali...”

Luci, palazzi illuminati si disegnano sullo sfondo. Attesa. Vibrazioni d’acqua affiorano nell’oscurità notturna della fontana, rosso, verde, arancio.
Visione  spaziale d'una città reticolo dell’universo.


Visione dall’alto, lontanissima, d’una città rovesciata, la terra al posto del cielo.
La città è reticolo stellato, elettronico, luminoso simile a linea d’orizzonte.
Graduale è il suo schiarirsi all’alba.
La terra vista da Marte è il pianeta nella sua estraneità, intensità e contraddizione (in una sorte di sublime numerico).

Bologna


Azioni performative o periferiche integrano, interrogano il tessuto della città creando intersezioni casuali, irruzioni sullo spazio urbano attraverso eventi, gesti o micro-narrazioni generati dalla casualità del momento.

Il gesto quotidiano in connessione con quello performativo crea ibridazioni  ironiche nel flusso degli scorrimenti continui.
Prese di posizione nello spazio, flussi, arresti, urti, accadimenti.
La portata dell’immagine elettronica agisce come movimento utopico sul reale.

Azioni: qualcuno si stende al suolo tra i passanti; due si baciano, fare pulizie, un bacio lungo e appassionato, uno straniero seduto sul quadrato della propria valigia, musica, suonare uno strumento.
Raccogliere quello che cade al suolo, la luce immobile del mattino sulla piazza deserta.
Arrampicarsi sulla grata d’un muro, guardare dall’altra parte, fermarsi.
Rovesciarsi una bottiglia d’acqua in testa, mettersi a torso nudo, divincolarsi, ridere a crepapelle.

Restare al suolo, raggomitolati su un lato, alzarsi, correre, fermarsi,
guardare intorno quello che accade, annunciare qualcosa di importante a sconosciuti,
far rimbalzare sassi sul marciapiede.
Attraversare in bicicletta, passaggi di cani, di bambini e pedoni, restare a guardare, scritte sui muri,
un filo elettrico,
foglio da disegno sull’asfalto, prendere il sole su una sedia a sdraio,
allungati sulla terrazza d’un caffè, bagnarsi nella fontana del Nettuno.
Lavarsi,
camminare a piedi nudi, lasciare impronte al suolo.

Lo sguardo della telecamera scopre il profilo del sito incontrando accanto ad ignari passanti che sfrecciano precipitosamente, "strani esseri ", perturbanti, disarmonici, intrusivi. Dormono, guardano, agiscono, abitano l’architettura del luogo offrendo segnali misteriosi.
Performers in un paesaggio temporale parallelo sperimentano tale "scorrere del tempo carico di presagi e visioni”.

"Durante la lavorazione di un film i sopralluoghi alla ricerca di “locations”, siti per la realizzazione filmica diventano fasi di appostamento, ricerca, stasi con rare apparizioni. Le epifanie accadono solo se ci si trova al posto giusto, al momento giusto. A volte possono passare ore senza che accada nulla, a volte l’evento è il vuoto oppure un colore invisibile a occhio nudo, un presentimento rapido o appena percettibile."





“Radura” Installazione 


Un'immensa tela bianca pendente dall’alto occupa l' intero spazio museale.
Presi sotto la tela, dentro la rete, il reticolo si espande in uno spazio-tempo sonorizzato, abitato da intercettazioni umane e creative. 


Reticolo: sistema di “messa in spazio”, “messa in rete” o interconnessione planetaria,
 sistema metaforico del nostro modo d’essere in relazione, virtualmente nello spazio. 

Rete in sospensione, espansione, dispersione ad ampio raggio,
maglie, smagliature nella rete. 

Intercettazioni : presi dentro la rete, disegnando strani reticoli d' ombre sui muri o al suolo.

Costruire un ambiente sonoro a tre dimensioni attraversato da striature, stonature, 
rumori che si ripercuotono l’un l’altro, ritmiche in basso continuo, lancinante dialogo di suoni.
Appelli senza risposta, stridori, brusii, battiti, repliche a intermittenza. 
Ora si odono solo suoni, solo rumori, poi melodiche improvvise che esplodono nella cacofonia esistente. 

Presi dentro la rete, impietriti nella tessitura immaginaria o reale, a ripetizione, a catena, a maglia,  ripetendosi sulle pareti dello spazio tridimensionale. 



Fotografie di Anna de Marincor, ZimmerFrei ( http://www.zimmerfrei.co.it/)


venerdì 5 agosto 2011

Da MARIANGELA GUALTIERI “Senza polvere senza peso” e intervista



















“Che cosa fa di noi solo un grumo nello splendore del mondo? Vedi, siamo solamente umani, solo terrestri. C’è splendore in ogni cosa, lo vedo. Ma tu non credere a chi dipinge l’umano come una bestia, e questo mondo come una fata zoppa. Non credere a chi dipinge tutto di buio pesto e di sangue. Noi siamo solo confusi, credi, ma sentiamo, sentiamo ancora, siamo ancora capaci d’amare. Ancora proviamo pietà”.

“ Cose meravigliose che volevo riscrivere, ci ho messo dentro tanto silenzio e tanto più vuoto, spogliazione. Il silenzio è per me un bene molto grande, va riempito, cresciuto, accresciuto, colmato, derivato, fatto deviare in altre mappature immaginarie".
La parola sfiora una profondità oscura, magmatica, fangosa mantenendo l’ombra di cui resta impregnata. Né esce fuori trasformata, prendendo quel fango e volgendolo in luce. Non cerca di dire cose ma solo di mettersi all’ascolto.




Getto parole lungo un sentiero scosceso, dentro un grande vuoto centrale.
Mi prende, mi avvolge, mi risucchia, voglio sapere tutto, sentire tutto, vedere oltre l’ammissibile.

Passo per un arrendevole cedimento, per un’ angusta quiete, per la piattezza levigata disuperficie,
attraverso i vortici esigui d’un attesa.
In quello scomparire passo. Non resto, mi assento.
Scrostando pezzo a pezzo, dissipo, dileguo, mi vedo scivolare via come foglia al vento,
fango liquido sulla pelle, pianta, arbusto per rinascere fiore un giorno forse.

“Se è ancora qui, per tornare a casa, il punto giusto della luce, né prima né dopo”.
Se è qui in questa agonia-tempo, in questo tempo-sempre che non passa e non trattiene nulla, e scambia morti e viventi.
Un tale strepito assolato, è penso l’andare indietro del tempo, l’andare al rallentatore delle ore,
lo scadere dei minuti a disposizione per terminare una prova,
lo scavalcare d’un buio pesto senza scollarsi di dosso il fardello.


“Cosa capisco io di qui? capisco cosa di questo, cosa capisco di questo vuoto?
C’è tempo, c’è risposta che viene, pazienta.
C’è risposta e c’è sollevazione.” C’è che tra poco viene, e sguscia via questo destino rotto,
lo manda in frantumi, lo fa a pezzi per divenire altro. C’è che tra poco sale la voce rotta in corpo,
sale dalla gola stretta, e il lamento si fa preghiera, canto e respiro.


Inchinati, resta silenziosa, non cedere quella tua forza indomita.
Stai zitta, quieta ora, resta a sentire quello che accade, non cedere al brusio di fondo che aumenta intorno.

E tu stai a cuccia, cane, bestia, serpe, poca cosa di questo mondo in-creato.

Pazienta adesso, tieni quel fastidio in petto. Con tutto cio’ che è angoloso. Spacca, getta, recidi. Poi prendi il mare aperto.
Scarica, butta la zavorra pesante al largo.
“Il mare prende e ingoia tutto, sceglie poco o nulla il mare, tutto divora ”

“Preghiamo, ancora si, preghiamo, chi, che cosa non so, non importa, qualcuno che ascolta c’è sempre”. Prendete questa mia preghiera e fatene qualcosa, briciole, parole tra le vostre mani,
state ad ascoltarla emissari divini, esattori celesti, mediatori dell’assoluto,
prendela e fatene qualcosa.







Acquarelli di Stefania Salti, www.stefaniasalti.it

domenica 17 luglio 2011

Sui paesaggi di "Deserto Rosso", M. Antonioni



G. Deleuze: “ un’immagine puramente ottica o sonora non si sviluppa in un’azione ne è indotta a un’azione. Ci fa cogliere, o dovrebbe farci cogliere qualcosa di intollerabile, di troppo potente, troppo ingiusto o qualche volta troppo bello, che andrebbe oltre le nostre capacità sensori-motrici.
Stromboli: una bellezza troppo grande per noi oppure un dolore troppo forte. Una situazione limite, l’eruzione d’un vulcano, ma anche la più banale, una fabbrica, una terra desolata. In ogni evento, qualcosa diventa troppo forte nell’immagine, già il romanticismo aveva cercato di cogliere questo, afferrare l’intollerabile, l’insopportabile, afferrare il dominio della miseria e quindi diventare visionario per produrre una forma di conoscenza e azione dalla pura visione.”
( L'immagine-tempo, cinema2)







E’ perché quello che gli accade non gli appartiene più completamente e solo la metà li riguarda, perché sanno come estrarre dall’evento la parte che non può essere ricondotta all’avvenimento: la parte della possibilità inesauribile che costituisce l’intollerabile, la parte visionaria”.

“Qualche volta è necessario restaurare le parti perse, quello che non si vede nell’immagine, ogni cosa che è stata tolta per renderla più attraente. Oppure al contrario, fare buchi, introdurre vuoti o spazi bianchi, rarefare l’immagine, sopprimere molte cose che sono state aggiunte per farci credere che possiamo vedere ogni cosa, necessario aprire un varco o un vuoto per farci ritrovare il pieno ancora”.


Il movimento della camera segue in un discorso libero indiretto il vagare del personaggio; il cinema diventa funzione del pensiero, il colore sintomo del sentire, della percezione, della psiche in questione, il monocromo segno d'una temporalità interiore che si impone al mondo.
Movimenti della camera tracciano le costanti re- inquadrature del pensiero, della psiche attraverso l'agire o il non-agire del personaggio.

Spazi vuoti o amorfi che perdono le proprie coordinate realiste,
Spazi cristallizzati dove i paesaggi divengono allucinanti;
colori, sostanza figurativa della vicenda: paesaggio industriale, periferico, desolato,
ciminiere sullo sfondo di terre lagunari, esplosione di fiammate incandescenti sulla densità nebulosa del territorio.
Il terreno arido, arso, di fango dissecato é segnato qua e là da crepe irregolari e acque salmastre,
specchi d’acqua opaca e stagnante e fili elettrici sullo sfondo di pinete e costruzioni industriali.
Chiazze di ciminiere, fumi, residui di scorie in combustione, muri esterni in cemento di fabbrica.

Colori, grigio, nero, ocra, cenere, sensazioni di straniamento, perdita, allucinazione;
“qualcosa di terribile nella realtà.”
Fessure, scollamenti, discordanze irriducibili tra soggettività e esterno:
"i corpi sono come separati;”
“Non riesco a guardare a lungo il mare, si muove in continuazione, allora quello che succede a terra non mi interessa più”.

L’indecidibile é il potere di falsificare la struttura apparente della realtà posizionandosi di fronte ad essa come di fronte a un enigma, un’investigazione sul senso , una serie di biforcazioni, labirinti, sentieri possibili, virtualità non ancora prese in conto, accidentalità o accidenti ricorrenti sul cammino. Esiste questa inconoscibilità del reale, dell’individuo posto di fronte a alterative indecidibili che s’aprono ai suoi occhi come in intervalli di realtà, lui estraneo, a un passo indietro, o forse leggermente scollato, discostato nella sua perfetta aderenza rispetto ad essa. Ed è forse il corpo a essere giocato, preda di multipli vettori, e allora l'incomprensibile è confrontandosi al proprio gioco di forze, sé stessi governati, giocati da tali vettori di intensità più forti della propria capacità di reagire, comprendere, avere coscienza.

"Camera Consciousness": é la coscienza della cinepresa dentro una percezione in atto, un sentire, uno sguardo indagatore che si sposta attraverso gli oggetti, le insorgenze della realtà;
dentro la mente dell’individuo, non nell’azione ma restando a guardare, quello che è nella situazione data, attraverso le attitudini, le posture o le imposture d’un corpo.

Le fluttuazioni d’ un viso, l’apparire enigmatico d’uno sguardo, i silenzi, le pause, i tremori incontrollati d’una voce,
le oscillazioni d’un passo, gli intervalli, le sospensioni, i repentini passaggi di stato, d’umore,
i momenti di scivolamento, di pericolosa dispersione d’una psiche.





In una delle ultime scene del film appare un'immagine astratta, a-referenziale, abitata da un uso altamente soggettivo del colore.  Il personaggio vaga in una sorta di deposito industriale a cielo aperto riempito di ferraglia, oggetti eterocliti, strani, incomprensibili a prima vista, corde, tubature, pezzi di ferro, linee affusolate, ripiegate o contorte, ora ritagliate o irte in forme irregolari ergendosi come depositi frastagliati di materia sullo sfondo arancio elettrico della sponda esterna d’una nave.
In tale labirinto di realtà l’individuo si sposta, si rivolta, si cerca posizionandosi su questo piano di inconoscibilità.
Lo sfondo rosso del metallo si alterna al nero in monocromi sintomatici di un paesaggio allucinatorio, totalmente interiore.
Lo spazio é attraversato da una serie di impedimenti, fili sospesi, corde, imbracature.
Intervalli grigio-metallici su arancio, ombre di oggetti non visibili nell’inquadratura.

Vagare sullo sfondo di questo piano infinito, indefinito, fatto di strati di vernice sovrapposti e scrostati,
strani graffiti di ferro e ruggine incisi, in pentagrammi di rigature e squame, ruggine rossiccia e chiazze.
Spazio di non facile accesso, corde tese, avanzare gettando le mani avanti, scavalcare gli oggetti,
esitare, perdere l’equilibrio, qualcosa di incomprensibile nella realtà,
di feroce e spaventoso perché fluttuante, inesistente se non nella mente del personaggio.

Macchie di petrolio nero-brillante compaiono sulla superficie dell’acqua scintillante in gocce irregolari,
 in chiazze oscure di pasta densa e oleosa simile a catrame liquido ricoperto di striature verdastre.
Si estende a macchia, intacca la superficie verde e opaca d’acqua.
Rilucente fluttua in chiazze, in forme irregolari,
si estende in protuberanze, in eruzioni cutanee di materia stagnante;

scoria rilucente e inassimilabile senza riuscire a dissolvere, diluirsi, essere riassorbita dalle profondità del mare.







venerdì 24 giugno 2011

Su Patrick Tosani, Maison de la Photographie, Parigi

























Ghiaccio










Il ghiaccio acquisisce trasparenza o opacità, serra o dilata lo spazio, dà una consistenza strana, tangibile, ignota alle forme in esso contenute, estende la materia escludendo ogni possibilità di vuoto. Assume un colore mutevole, verde, rosato o bluastro dovuto alla luce o alla massa d’aria in esso compressa, contenuta.

Figure colte nel pieno dell’azione sono sottilmente arrestate nel vortice di un movimento dal quale sarebbero, altrimenti portate : un nuotatore in lotta con mulinelli e correnti d’acqua sgorganti dalla distesa bianco-mare di ghiaccio irradiata; una coppia di danzatori volteggianti in aria compiendo infiniti circoli, un equilibrista camminando in bilico su un filo appeso, figurine in miniatura rinchiuse entro cubi di ghiaccio sproporzionati, scatole o anonime estensioni ortogonali, palazzi di ghiaccio.

Figure ritagliate in piccole sagome fuse, confuse al fondo ghiacciato; colate di ghiaccio sulle superfici dei palazzi, dei volumi, degli edifici, visi estraniati per l’effetto dell’ immobilità fotografica, ghiaccio liquefacendo in macchie scintillanti al suolo.

Materia unita al fondo dell’immagine, per estensione, per amplificazione dei suoi propri contorni plastici. L’acqua e l’ aria dentro il ghiaccio arrestati, come schiuma decompongono in infinite bollicine, esplodendo in impercettibili ribollii gassosi.










Corpi visti dal basso. Progetto di frammentazione della materia, immagine astratta del corpo.









L’angolo, il punto di vista in "contro-affondo" mostra i piedi e, attraverso questi, il corpo nella sua integralità raggomitolato. Le figure, viste dal basso a distanza ravvicinata attraverso la superficie trasparente in plexiglass, appaiono contenute, compresse nei loro abiti, scarpe, giacche o pantaloni. Il corpo frammentario nel passaggio fotografico, è rovesciato, i piedi posti là dove dovrebbe trovarsi la testa, nascosta dalla massa della figura ravvolta. La posizione del logos appare deviata, obliterata, annebbiata, temporaneamente messa tra parentesi, la centralità del soggetto raziocinante, in pieno controllo delle proprie facoltà mentali e emozionali messa in pericolo, in crisi fino a convocare la risposta d’un soggetto altro, lasciandosi portare dalle incidenze, dalle fluttuazioni, dalle improbabili emergenze d’un ordine poetico auto-generato, in sé legittimandosi.




In un’altra serie fotografica il capo é visto come capigliatura, involucro esterno, agente di copertura che avvolge e fa schermo, in isolamento e frammentazione rispetto al resto della figura, escludendo ogni identificazione del viso per darsi come la punta dei capelli, la cima dell’iceberg, il bordo esterno visibile dall’alto della cosa taciuta, soggiacente che tuttavia mette a distanza l’implicazione del viso come soggetto prediligendo l’amplificazione dell’inquadratura straniante.


La figura cosi’ astratta, appare in contraddizione con la realtà del proprio corpo fisico concreto, soggetta a un processo di de-realizzazione che ne esclude la presenza reale dandosi come schermo della capigliatura o delle scarpe, riempimento del piano visivo, figura sotto-sopra, gesto che copre la superficie per estensione, costruendo uno spazio fotografico come materia distesa, diffusa, liscia, piana e riempita.

Fotografia: gesto che isola, amplifica le potenzialità d’una percezione delegittimante, il potere anche di trasformazione della realtà attraverso lo sguardo e l’inquadratura fotografica.

Abiti/ Maschere










Abito piegato, ripiegato, formattato in figura ortogonale, una macchia liquida, liquefatta sull’asfalto contornando simile a ombra la geometria d’un paio di pantaloni scuri. La forza di suggestione dell’abito rinvia inevitabilmente alla non-presenza del corpo, alla simulazione, illusione, o suggestione, della carne che dovrebbe abitarlo. L’abito dissimula, copre, si rende involucro, apparenza esterna, interrogando quello che contiene di fittizio, la finzione vuota o, meglio, l’enigma d’una soggettività riconducibile all’io-corpo.


Abiti simili a sculture effimere si presentano come sembianze di maschere, partendo da indumenti usuali, qui un paio di pantaloni distesi sull’asfalto, suggerendo in negativo la controparte d’una presenza corporea evacuata, volatilizzata, trasparente di cui resta solo il simulacro irrigidito, imbalsamato, di catrame ricoperto, come investito da un’aurea, avvolto da un alone rilucente di liquame espandendosi a macchia oltre i propri confini.
Macchia luminosa della lucentezza rinata dell’acqua.


Ancora sono le percezioni dei volti come maschere abnormi, grottesche, mostruose dalle cavità svuotate degli occhi dove il calco, “moulage” resta come la corteccia morta, solidificata, dissecata,
 la cavità restante d’una materia originaria trasfigurata, svaporata, scomparsa.
I volti percepiti come calchi vuoti, gli occhi restano questi passaggi verso il nulla,

il bianco di fondo d’un corpo-maschera. Io-corpo, individualità svuotata dall’interno oppure la scelta d’un punto di vista esterno, d’uno sguardo che penetra attraverso le cavità-occhi,
varchi, passaggi verso il nulla, verso l’oscurità che l’umano porta in sé, spaventosamente affacciandosi, lasciandosi risalire dalle profondità allo stato più scoperto di superficie,
tanto che la cera, materia o densità della carne ne esce divorata, corrosa,
dall’interno scavata fino a improntarsi in tali calchi grotteschi.












Serie “Piogge”



Fabbricazione della pioggia: costruzione progressiva dell’immagine su un tavolo d’atelier rinviando tuttavia a una memoria reale, a un’esperienza sensibile che portiamo in noi di tale fenomeno.
 Come costruire un’immagine fotografica, come riempirla metaforicamente, poeticamente?
 La pioggia sarebbe il materiale di riempimento di questo spazio fotografico che
s’ auto-genera, si definisce per estensione, per saturazione di linee colmando tutta la superficie visibile fino a eclissare l’idea stessa dell’oggetto fotografico.

Superficie- schermo dunque, superficie riflettente dove anche il volto di chi guarda resta impresso, intrecciato, imprigionato tra le sue linee e punti.

L’aspetto mobile, fragile, ineffabile della pioggia, la variazione dei suoi scorrimenti attraverso segni di interruzione plastici posti sotto il flusso dell’acqua, segni di punteggiatura che ne modificano il tragitto.

Pioggia invasiva, dilagante riempie lo spazio come la luce del giorno farebbe; E' tenda, velo o cortina, variazione di intensità prodotta dai segni grafici posti sotto il suo precipitare.
Pioggia e croce gotica al centro la fa fluire, confluire ai lati in ritornelli, gorghi turbini, flutti, guizzi o schizzi d’acqua fino a scavare piccoli solchi a terra sul suolo fangoso.
La croce devia la caduta torrenziale d’acqua altrimenti dandosi come distesa rilucente, schermo a raso, tenda in acciaio brillante o cortina argentea .
La pioggia ora diviene sbarramento, occlusione, negazione, interdizione a attraversare un territorio.

L’acqua scivola ai lati delle barre laterali d’un pianoforte in levitazione sospeso al centro dell’immagine; continua a creare, imprimere, disegnare solchi, piccoli dossi, rigature, impronte, abrasioni al suolo.
Pioggia torrenziale in caduta libera, pioggia in scorrimento, movimento e flusso.
Pioggia e linea trasversale, sbarra, riga o diagonale che si disegna come antro, apertura d’un passaggio obliquo.

Pioggia e grande punto e virgola plastico, punto di sospensione, di temporaneo arresto;

croce, sbarramento, messa tra parentesi, punto a capo, nuova emergenza.



Tamburi


L’immagine si sviluppa in rapporto alla superficie, qui la superficie d’uno strumento percussivo reso significante dal suono, dal battito, dalla ripercussione prolungata della sua pelle esterna attraverso una ritmica chiara, scandibile, ripetuta, poi nell’eco prodotto della sua risonanza. Se “la fotografia era sorda”, presa entro il limite della propria specifica figuratività, diviene qui superficie riflettente, sonora, espansiva facendo dimenticare l’oggetto della sua prima registrazione, portata totalmente alla superficie, specchio entro il quale noi stessi visitatori siamo chiamati a confrontarci, interrogare, infrangere la nostra propria immagine. Superficie sottile, musicale, percuotente nell’abrasione della propria pelle esterna per l’energia prodotta dai battiti ritmici, percussivi e ripetuti. Lo strato della prima epidermide scomparsa, essa si fa territorio iscritto, segnato, inciso, geografia di spostamenti e risonanze nello spazio, superficie visiva e tattile che insieme evoca e scongiura il suo stesso processo d’erosione.



















Architettura e fotografia


Colate di colore su edifici cubici, monocromi grigiastri immersi in una diluizione colorata.
 Colate di rosso, arancio, blu, verde smeraldo, incenso, ocra, indaco in stratificazione progressiva, in diluizione regressiva, in contaminazione inclusiva dall’uno all’altro.
Fluidificazione di forme-blocchi granitici per uno spazio che s’apre in senso rizomatico, dilatante contro il volume a radice unica del blocco orizzontale, verticale o cubico.
Spazio utopico, immaginativo, reinventato dal colore che si nutre di apporti e stratificazioni multiple.

In “Forum” è il fuoco che crea la colata incandescente, l’effetto rosso-traslucido, abbagliante in diluizione infuocata sulle forme cubiche, massicce, volumetriche della città. Fuoco, colore ocra, giallo, bruciante , dissoluzione delle forme prese nel calore del rosso, arancio-fiamma. Paesaggio infernale o apocalittico vivificante per l’immaginazione immerso in questo bagno di colore.





mercoledì 8 giugno 2011

Omaggio a Duras




Nella camera oscura del linguaggio restare ad ascoltare il movimento immobile delle onde, questo malessere d’acqua,

ronzio percuotente, rumore che non passa, e il terrore intorno che lo trascina.


Bisognava passare di là, passarci e tuttavia passare oltre, passare attraverso questo malessere singolare d’essere in vita e farne qualcosa, parole o altro, non-lettere scritte.
Non preoccuparsi delle parole, non cercare, nulla da trovare, lasciarsi fare, lasciare scrivere ,
Nulla di sacro, nessun messaggio, né voi né io, e raggiungere per inavvertenza, per sbaglio, per distorsione voluta, per deviazione guidata o deriva danzata. La frase scritta non significa nulla,
vuol dire altro da quello che si sente, quello che si dice,
qualche volta la si svuota, la si evacua di valore. Alla svolta d’ una parola, alla luce chiara e tiepida dell’alba là per la prima volta, uno sguardo che vi guarda, non più da un viso diviso, stralci di conversazione ricorrente, il calore d’un corpo vicino al vostro,
 morto appena-vivente, il suo battito. Domani quando vi sarete svegliati, un avvenimento banale che si produce e ricorderete i nomi, ricomincerete a inventare ogni cosa dall' inizio.
Nella camera lasciate uno spiraglio di luce, un bagliore appena percettibile attraverso gli scuri per permettervi di dormire.

Guardate il cielo ad occhi chiusi,il mondo intero degli inizi, li’ dentro di voi. L’irradiazione solare, abbagliate ad occhi chiusi. Nessuna figura, solo impronte appena tracciate di dita, linee morbide, fluttuanti, mobili, disintegrandosi a distanza in pulviscoli d’aria, in minuscoli lapislazzuli, in scintille colorate e punti riassorbiti da un fondo rosso luminoso , in polvere di pietra azzurra e proliferazione trasparente, inaudita di segni.

Trascrivere e scomporre, omettere e tralasciare, contornare quello che si sta producendo, risonanze, topografie di voci nello spazio, la verità di non si sa cosa.
Reinventare parole antiche quasi senza poter più scrivere, trascrivere a mala-pena, appena,
in assenza di pena, male-appena, appena per farne mozziconi, stralci di frasi, residui di sostanze reagenti depositati al fondo del recipiente,
pezzetti di cose rimaste dopo una combustione ,
umori nebbiosi del giorno, briciole, precipitati di materia liquida,
molecole o singoli ioni, miscugli di sabbia e sale , sabbia e limatura d’argento.

"Annebbiamento, contaminazione velenosa, non ci si può nulla é cosi’"
Da questo luogo disertato, tenersi ancora in prossimità d'una qualche verità, qualcosa che mi è detto, parole nate da un luogo d'assenza, continuare a cercarle, cercare anche solo di non raggiungerle.

"La sonorità inaudita d’una parola infine trovata farebbe tacere tutte le altre, ogni musica esterna, ogni rumore o balbettio di fondo. Farebbe solo corpo al votro corpo ."

domenica 22 maggio 2011

Specchi deformanti (su Anish Kapoor e Monumenta 2011, Grand Palais)








(“La presenza d’un oggetto può rendere uno spazio più vuoto che la semplice vacuità non saprebbe figurare.”)

Ogni momento di transizione trasforma una pietra in luce, un vuoto in argilla,
un velo su pelle che trattiene a sé il vento unicamente perché tra i due è la frattura d’un tempo manifesto, vacillante in un momento attraverso la forma d’un disequilibrio.

Il vuoto come volume, come presenza fisica permane come esperienza della vacuità, questa cosa d’altro che anima la materia della creazione, realizzandosi in forme tuttavia diverse. Nella membrana opaca del pigmento blu il vuoto rinvia all’oggetto irraggiungibile del corpo: corpo assente del padre, mancante della madre,
il corpo desiderato dell’altro, il mio corpo vuoto. E poi l’opera si muove, si sposta, diviene altra cosa e dall’oscurità della perdita sorge un’increspatura di luce o di desiderio, la forma fluttuante d’uno slancio in avanti, labbra, braccia, dita, linee della vita, l’incontro precario tra lo spazio e la vacuità, e in questa convergenza ambigua la scoperta del tuo corpo, del mio corpo.


E poi, d’un tratto, nella vacuità che contiene la roccia, vedo la cosa, l’apparizione, viene da dove? Dal di dentro, dal di fuori, abita l’interno, l’esterno dell'individuo, è materiale, immateriale, tangibile o manifesta, gettata, imposta o auto-generata ? Non accetta più le dimensioni fisse della distanza o della prossimità, transita tra la terra e il cielo, resiste, esiste, recede, retrocede, cambia sembianze, dissolve in liquidità, scivola, scompare e poi riappare. La luce della vacuità, tale il vuoto dell’argilla o il vento nel tessuto parte dalle profondità della roccia per raggiungere la superficie,
un istante nella trasparenza mineraria d’una pietra, attraverso la non-materia.

Anish Kapoor: “Il vuoto non è silenzioso; lo considero sempre di più come uno spazio di transizione, come uno spazio intermediario tra due. E’ una questione di tempo. Nel mio lavoro mi sono interessato al modo in cui si può, di nuovo, cercare questo primo momento di creatività, d’amore forse, dove tutto è possibile e nulla è ancora accaduto". E’ uno spazio in divenire, di qualcosa che risiede nella presenza del vuoto, e l’autorizza o l’obbliga a non essere quello che si pensava fosse a prima vista. Restituisce la sonorità, la risonanza del vuoto.

Questo aspetto d’una vacuità smisurata e creatrice, è un meccanismo che associa forze contrarie, e tuttavia correlate, la ritrazione e lo svelamento, la fuga dalla profondità e la tensione di un ritorno alla superficie, la cavità della roccia e estensione d’uno specchio riflettente o rifrangente. Non resta che un’aurea luminosa per rinviare al ricordo d’una pienezza perduta, mentre il muro si fa trasparente passando dallo stato bianco a quello luminoso.


Lo specchio riporta la profondità in superficie, riduce lo spessore e il peso della cosa a una pelle o membrana tesa del reale; non è più l’interno scavato della scultura ma una vacuità presente ovunque e non localizzabile in alcuna parte precisamente,
come lo specchio stesso, interiorità e esteriorità scambiabili, superficie riflettente, riflesso e riflusso, ingoiare e rigettare, ritornare alla forma vuota, la stessa nelle infinite realizzazioni della materia.













Testo ispirato a Monumenta 2011, “Levitiano”

Infinitamente orizzontale, verticale e orizzontale insieme, lo spazio dell’inizio.
Una luce che ucciderebbe a un solo sguardo, più brillante che la luce esterna; cristallizzerebbe la realtà, rischierebbe di annientarla, di farla riassorbire in una pura ipostasi della mente.

La concentrazione della luce nello spazio.

Il senso dell’oggetto resta effimero pur nella sua reale, indiscutibile presenza, presente in una forma unica, tesa come la pelle, il tessuto di un’epidermide sottile appena qualche millimetro, interfaccia tra l’interno e l’esterno dell'organismo.

Molti oggetti, allo stesso modo, sarebbero costruiti come finzioni del desiderio, della pelle, o dell’apparire,
costruiti attraverso la simulazione d’una massa, un peso, un volume, qualcosa che scintillerebbe nella visualizzazione d’un istante, al passaggio nel controluce d’una tela irradiata di colore.

La superficie riflettente di specchi deformanti.

Una preposizione diretta, semplice, logica, geometrica. L’interno e l’esterno, realtà simultanee che tuttavia non possono coincidere, mai corrispondere. Una disgiunzione tra le due e la proiezione di chi guarda, il processo messo in atto da uno sguardo esterno per fare la giuntura dell’opera.

Come avere a che fare con la luce del luogo, volgere la struttura, rovesciarne la pelle dall’interno all’esterno? All’interno è come un vuoto, una grande cavità o apertura disegnata in tre antri, all’esterno è una massa plastica gonfiabile, unica, la corteccia-pelle d’una materia dura, apparentemente inattaccabile, plastificata, impermeabile, non visibile se non in parti, contornandola in alcuni passaggi, passando sotto, attraverso altri; una tela di plastica tesa come una membrana messa a vivo in tensione, eppure impermeabile, rugosa.

Sommergibile enorme, bestia biblica dal corpo pesante, smisurato, atterrato sulla terra per confrontarsi all’architettura in ferro e cemento del sito; é presa in uno spazio di spiralità, di circolarità dove la forma non si dà mai nella sua interezza al visitatore ma è visibile in movimenti ascendenti o discendenti nel processo di attraversamento, per rigonfiature che appaiono smisurate passandoci sotto, sorprendendole visualmente dall’alto, allontanandosi per rimetterli nelle loro vere proporzioni.
Entrando la membrana é attraversata da enormi giunture a intervalli regolari come fossero le cuciture d’un tessuto, le vene d’un organismo o le volte circolari d’una cattedrale. L’atmosfera é densa, opaca, avvolgente, lo spazio pressurizzato impedendo all’aria di entrare, i suoni smorzati, il colore rosso, caldo, palpabile a pelle. Siamo dentro il ventre attraverso il colore, la tintura avvolgente dalla membrana al tuo corpo. L’ossatura delle grandi vetrate trapela in controluce.

Spazio vuoto, la vacuità non é lo stesso che il vuoto; lo spazio é completamente privo di materia ma pregnante all’immaginazione, della pregnanza primordiale del rosso, monocromo totale dove bagna lo spazio, convocando l’immersione in un certa esperienza percettiva che permette all’opera d’essere. La nostra esperienza presa di fronte all’esplosione della fattualità del rosso.

L’opera resta astratta ma dalla natura profondamente sensoriale, intima, come l’impressione d’essere in un interno per eccellenza, d’essere stati rigurgitati, d’essere passati d’un tratto dentro questo ventre caldo, avvolgente, tipicamente femminile, dentro questo organismo viscerale, le vene, la carne d’un mostro marino, levitiano, biblico forse. L’atmosfera é ovattata, scivolosa, avviluppante simile a un’incantamento, dove le forme delle tre cavità scivolano dall’una all’altra disegnandosi in cerchi concentrici, regolari tendenti verso un centro, degradati secondo i riflessi di luce presenti.

Le linee circolari dell’architettura esterna creano figure ellittiche che si ripercuotono nel gioco di riflessi; astrazioni ramificandosi verso un centro, sublime geometrico, incantatorio, mistico veicolato attraverso un geometrismo astratto nell’estensione e ripetizione delle linee.

Sono cerchi, ellissi o forme concentriche d’un architettura astratta ma anche cuciture viscerali, organiche, viventi andando a risvegliare una protomemoria corporea, fisica e arcaica, rinnovata dall’esperienza sensibile nella congiuntura astratta. La dismisura dell’oggetto produce una dislocazione percettiva e emozionale dell’ordine estetico esistente dunque la necessità d’un riaggiustamento dell’immaginazione, sotto l’effetto d’ una reminiscenza, simile a riconoscere, risvegliare in sé qualcosa di lontano, irragiungibile, estraneo eppure stranamente famigliare.