venerdì 24 giugno 2011

Su Patrick Tosani, Maison de la Photographie, Parigi

























Ghiaccio










Il ghiaccio acquisisce trasparenza o opacità, serra o dilata lo spazio, dà una consistenza strana, tangibile, ignota alle forme in esso contenute, estende la materia escludendo ogni possibilità di vuoto. Assume un colore mutevole, verde, rosato o bluastro dovuto alla luce o alla massa d’aria in esso compressa, contenuta.

Figure colte nel pieno dell’azione sono sottilmente arrestate nel vortice di un movimento dal quale sarebbero, altrimenti portate : un nuotatore in lotta con mulinelli e correnti d’acqua sgorganti dalla distesa bianco-mare di ghiaccio irradiata; una coppia di danzatori volteggianti in aria compiendo infiniti circoli, un equilibrista camminando in bilico su un filo appeso, figurine in miniatura rinchiuse entro cubi di ghiaccio sproporzionati, scatole o anonime estensioni ortogonali, palazzi di ghiaccio.

Figure ritagliate in piccole sagome fuse, confuse al fondo ghiacciato; colate di ghiaccio sulle superfici dei palazzi, dei volumi, degli edifici, visi estraniati per l’effetto dell’ immobilità fotografica, ghiaccio liquefacendo in macchie scintillanti al suolo.

Materia unita al fondo dell’immagine, per estensione, per amplificazione dei suoi propri contorni plastici. L’acqua e l’ aria dentro il ghiaccio arrestati, come schiuma decompongono in infinite bollicine, esplodendo in impercettibili ribollii gassosi.










Corpi visti dal basso. Progetto di frammentazione della materia, immagine astratta del corpo.









L’angolo, il punto di vista in "contro-affondo" mostra i piedi e, attraverso questi, il corpo nella sua integralità raggomitolato. Le figure, viste dal basso a distanza ravvicinata attraverso la superficie trasparente in plexiglass, appaiono contenute, compresse nei loro abiti, scarpe, giacche o pantaloni. Il corpo frammentario nel passaggio fotografico, è rovesciato, i piedi posti là dove dovrebbe trovarsi la testa, nascosta dalla massa della figura ravvolta. La posizione del logos appare deviata, obliterata, annebbiata, temporaneamente messa tra parentesi, la centralità del soggetto raziocinante, in pieno controllo delle proprie facoltà mentali e emozionali messa in pericolo, in crisi fino a convocare la risposta d’un soggetto altro, lasciandosi portare dalle incidenze, dalle fluttuazioni, dalle improbabili emergenze d’un ordine poetico auto-generato, in sé legittimandosi.




In un’altra serie fotografica il capo é visto come capigliatura, involucro esterno, agente di copertura che avvolge e fa schermo, in isolamento e frammentazione rispetto al resto della figura, escludendo ogni identificazione del viso per darsi come la punta dei capelli, la cima dell’iceberg, il bordo esterno visibile dall’alto della cosa taciuta, soggiacente che tuttavia mette a distanza l’implicazione del viso come soggetto prediligendo l’amplificazione dell’inquadratura straniante.


La figura cosi’ astratta, appare in contraddizione con la realtà del proprio corpo fisico concreto, soggetta a un processo di de-realizzazione che ne esclude la presenza reale dandosi come schermo della capigliatura o delle scarpe, riempimento del piano visivo, figura sotto-sopra, gesto che copre la superficie per estensione, costruendo uno spazio fotografico come materia distesa, diffusa, liscia, piana e riempita.

Fotografia: gesto che isola, amplifica le potenzialità d’una percezione delegittimante, il potere anche di trasformazione della realtà attraverso lo sguardo e l’inquadratura fotografica.

Abiti/ Maschere










Abito piegato, ripiegato, formattato in figura ortogonale, una macchia liquida, liquefatta sull’asfalto contornando simile a ombra la geometria d’un paio di pantaloni scuri. La forza di suggestione dell’abito rinvia inevitabilmente alla non-presenza del corpo, alla simulazione, illusione, o suggestione, della carne che dovrebbe abitarlo. L’abito dissimula, copre, si rende involucro, apparenza esterna, interrogando quello che contiene di fittizio, la finzione vuota o, meglio, l’enigma d’una soggettività riconducibile all’io-corpo.


Abiti simili a sculture effimere si presentano come sembianze di maschere, partendo da indumenti usuali, qui un paio di pantaloni distesi sull’asfalto, suggerendo in negativo la controparte d’una presenza corporea evacuata, volatilizzata, trasparente di cui resta solo il simulacro irrigidito, imbalsamato, di catrame ricoperto, come investito da un’aurea, avvolto da un alone rilucente di liquame espandendosi a macchia oltre i propri confini.
Macchia luminosa della lucentezza rinata dell’acqua.


Ancora sono le percezioni dei volti come maschere abnormi, grottesche, mostruose dalle cavità svuotate degli occhi dove il calco, “moulage” resta come la corteccia morta, solidificata, dissecata,
 la cavità restante d’una materia originaria trasfigurata, svaporata, scomparsa.
I volti percepiti come calchi vuoti, gli occhi restano questi passaggi verso il nulla,

il bianco di fondo d’un corpo-maschera. Io-corpo, individualità svuotata dall’interno oppure la scelta d’un punto di vista esterno, d’uno sguardo che penetra attraverso le cavità-occhi,
varchi, passaggi verso il nulla, verso l’oscurità che l’umano porta in sé, spaventosamente affacciandosi, lasciandosi risalire dalle profondità allo stato più scoperto di superficie,
tanto che la cera, materia o densità della carne ne esce divorata, corrosa,
dall’interno scavata fino a improntarsi in tali calchi grotteschi.












Serie “Piogge”



Fabbricazione della pioggia: costruzione progressiva dell’immagine su un tavolo d’atelier rinviando tuttavia a una memoria reale, a un’esperienza sensibile che portiamo in noi di tale fenomeno.
 Come costruire un’immagine fotografica, come riempirla metaforicamente, poeticamente?
 La pioggia sarebbe il materiale di riempimento di questo spazio fotografico che
s’ auto-genera, si definisce per estensione, per saturazione di linee colmando tutta la superficie visibile fino a eclissare l’idea stessa dell’oggetto fotografico.

Superficie- schermo dunque, superficie riflettente dove anche il volto di chi guarda resta impresso, intrecciato, imprigionato tra le sue linee e punti.

L’aspetto mobile, fragile, ineffabile della pioggia, la variazione dei suoi scorrimenti attraverso segni di interruzione plastici posti sotto il flusso dell’acqua, segni di punteggiatura che ne modificano il tragitto.

Pioggia invasiva, dilagante riempie lo spazio come la luce del giorno farebbe; E' tenda, velo o cortina, variazione di intensità prodotta dai segni grafici posti sotto il suo precipitare.
Pioggia e croce gotica al centro la fa fluire, confluire ai lati in ritornelli, gorghi turbini, flutti, guizzi o schizzi d’acqua fino a scavare piccoli solchi a terra sul suolo fangoso.
La croce devia la caduta torrenziale d’acqua altrimenti dandosi come distesa rilucente, schermo a raso, tenda in acciaio brillante o cortina argentea .
La pioggia ora diviene sbarramento, occlusione, negazione, interdizione a attraversare un territorio.

L’acqua scivola ai lati delle barre laterali d’un pianoforte in levitazione sospeso al centro dell’immagine; continua a creare, imprimere, disegnare solchi, piccoli dossi, rigature, impronte, abrasioni al suolo.
Pioggia torrenziale in caduta libera, pioggia in scorrimento, movimento e flusso.
Pioggia e linea trasversale, sbarra, riga o diagonale che si disegna come antro, apertura d’un passaggio obliquo.

Pioggia e grande punto e virgola plastico, punto di sospensione, di temporaneo arresto;

croce, sbarramento, messa tra parentesi, punto a capo, nuova emergenza.



Tamburi


L’immagine si sviluppa in rapporto alla superficie, qui la superficie d’uno strumento percussivo reso significante dal suono, dal battito, dalla ripercussione prolungata della sua pelle esterna attraverso una ritmica chiara, scandibile, ripetuta, poi nell’eco prodotto della sua risonanza. Se “la fotografia era sorda”, presa entro il limite della propria specifica figuratività, diviene qui superficie riflettente, sonora, espansiva facendo dimenticare l’oggetto della sua prima registrazione, portata totalmente alla superficie, specchio entro il quale noi stessi visitatori siamo chiamati a confrontarci, interrogare, infrangere la nostra propria immagine. Superficie sottile, musicale, percuotente nell’abrasione della propria pelle esterna per l’energia prodotta dai battiti ritmici, percussivi e ripetuti. Lo strato della prima epidermide scomparsa, essa si fa territorio iscritto, segnato, inciso, geografia di spostamenti e risonanze nello spazio, superficie visiva e tattile che insieme evoca e scongiura il suo stesso processo d’erosione.



















Architettura e fotografia


Colate di colore su edifici cubici, monocromi grigiastri immersi in una diluizione colorata.
 Colate di rosso, arancio, blu, verde smeraldo, incenso, ocra, indaco in stratificazione progressiva, in diluizione regressiva, in contaminazione inclusiva dall’uno all’altro.
Fluidificazione di forme-blocchi granitici per uno spazio che s’apre in senso rizomatico, dilatante contro il volume a radice unica del blocco orizzontale, verticale o cubico.
Spazio utopico, immaginativo, reinventato dal colore che si nutre di apporti e stratificazioni multiple.

In “Forum” è il fuoco che crea la colata incandescente, l’effetto rosso-traslucido, abbagliante in diluizione infuocata sulle forme cubiche, massicce, volumetriche della città. Fuoco, colore ocra, giallo, bruciante , dissoluzione delle forme prese nel calore del rosso, arancio-fiamma. Paesaggio infernale o apocalittico vivificante per l’immaginazione immerso in questo bagno di colore.





mercoledì 8 giugno 2011

Omaggio a Duras




Nella camera oscura del linguaggio restare ad ascoltare il movimento immobile delle onde, questo malessere d’acqua,

ronzio percuotente, rumore che non passa, e il terrore intorno che lo trascina.


Bisognava passare di là, passarci e tuttavia passare oltre, passare attraverso questo malessere singolare d’essere in vita e farne qualcosa, parole o altro, non-lettere scritte.
Non preoccuparsi delle parole, non cercare, nulla da trovare, lasciarsi fare, lasciare scrivere ,
Nulla di sacro, nessun messaggio, né voi né io, e raggiungere per inavvertenza, per sbaglio, per distorsione voluta, per deviazione guidata o deriva danzata. La frase scritta non significa nulla,
vuol dire altro da quello che si sente, quello che si dice,
qualche volta la si svuota, la si evacua di valore. Alla svolta d’ una parola, alla luce chiara e tiepida dell’alba là per la prima volta, uno sguardo che vi guarda, non più da un viso diviso, stralci di conversazione ricorrente, il calore d’un corpo vicino al vostro,
 morto appena-vivente, il suo battito. Domani quando vi sarete svegliati, un avvenimento banale che si produce e ricorderete i nomi, ricomincerete a inventare ogni cosa dall' inizio.
Nella camera lasciate uno spiraglio di luce, un bagliore appena percettibile attraverso gli scuri per permettervi di dormire.

Guardate il cielo ad occhi chiusi,il mondo intero degli inizi, li’ dentro di voi. L’irradiazione solare, abbagliate ad occhi chiusi. Nessuna figura, solo impronte appena tracciate di dita, linee morbide, fluttuanti, mobili, disintegrandosi a distanza in pulviscoli d’aria, in minuscoli lapislazzuli, in scintille colorate e punti riassorbiti da un fondo rosso luminoso , in polvere di pietra azzurra e proliferazione trasparente, inaudita di segni.

Trascrivere e scomporre, omettere e tralasciare, contornare quello che si sta producendo, risonanze, topografie di voci nello spazio, la verità di non si sa cosa.
Reinventare parole antiche quasi senza poter più scrivere, trascrivere a mala-pena, appena,
in assenza di pena, male-appena, appena per farne mozziconi, stralci di frasi, residui di sostanze reagenti depositati al fondo del recipiente,
pezzetti di cose rimaste dopo una combustione ,
umori nebbiosi del giorno, briciole, precipitati di materia liquida,
molecole o singoli ioni, miscugli di sabbia e sale , sabbia e limatura d’argento.

"Annebbiamento, contaminazione velenosa, non ci si può nulla é cosi’"
Da questo luogo disertato, tenersi ancora in prossimità d'una qualche verità, qualcosa che mi è detto, parole nate da un luogo d'assenza, continuare a cercarle, cercare anche solo di non raggiungerle.

"La sonorità inaudita d’una parola infine trovata farebbe tacere tutte le altre, ogni musica esterna, ogni rumore o balbettio di fondo. Farebbe solo corpo al votro corpo ."

domenica 22 maggio 2011

Specchi deformanti (su Anish Kapoor e Monumenta 2011, Grand Palais)








(“La presenza d’un oggetto può rendere uno spazio più vuoto che la semplice vacuità non saprebbe figurare.”)

Ogni momento di transizione trasforma una pietra in luce, un vuoto in argilla,
un velo su pelle che trattiene a sé il vento unicamente perché tra i due è la frattura d’un tempo manifesto, vacillante in un momento attraverso la forma d’un disequilibrio.

Il vuoto come volume, come presenza fisica permane come esperienza della vacuità, questa cosa d’altro che anima la materia della creazione, realizzandosi in forme tuttavia diverse. Nella membrana opaca del pigmento blu il vuoto rinvia all’oggetto irraggiungibile del corpo: corpo assente del padre, mancante della madre,
il corpo desiderato dell’altro, il mio corpo vuoto. E poi l’opera si muove, si sposta, diviene altra cosa e dall’oscurità della perdita sorge un’increspatura di luce o di desiderio, la forma fluttuante d’uno slancio in avanti, labbra, braccia, dita, linee della vita, l’incontro precario tra lo spazio e la vacuità, e in questa convergenza ambigua la scoperta del tuo corpo, del mio corpo.


E poi, d’un tratto, nella vacuità che contiene la roccia, vedo la cosa, l’apparizione, viene da dove? Dal di dentro, dal di fuori, abita l’interno, l’esterno dell'individuo, è materiale, immateriale, tangibile o manifesta, gettata, imposta o auto-generata ? Non accetta più le dimensioni fisse della distanza o della prossimità, transita tra la terra e il cielo, resiste, esiste, recede, retrocede, cambia sembianze, dissolve in liquidità, scivola, scompare e poi riappare. La luce della vacuità, tale il vuoto dell’argilla o il vento nel tessuto parte dalle profondità della roccia per raggiungere la superficie,
un istante nella trasparenza mineraria d’una pietra, attraverso la non-materia.

Anish Kapoor: “Il vuoto non è silenzioso; lo considero sempre di più come uno spazio di transizione, come uno spazio intermediario tra due. E’ una questione di tempo. Nel mio lavoro mi sono interessato al modo in cui si può, di nuovo, cercare questo primo momento di creatività, d’amore forse, dove tutto è possibile e nulla è ancora accaduto". E’ uno spazio in divenire, di qualcosa che risiede nella presenza del vuoto, e l’autorizza o l’obbliga a non essere quello che si pensava fosse a prima vista. Restituisce la sonorità, la risonanza del vuoto.

Questo aspetto d’una vacuità smisurata e creatrice, è un meccanismo che associa forze contrarie, e tuttavia correlate, la ritrazione e lo svelamento, la fuga dalla profondità e la tensione di un ritorno alla superficie, la cavità della roccia e estensione d’uno specchio riflettente o rifrangente. Non resta che un’aurea luminosa per rinviare al ricordo d’una pienezza perduta, mentre il muro si fa trasparente passando dallo stato bianco a quello luminoso.


Lo specchio riporta la profondità in superficie, riduce lo spessore e il peso della cosa a una pelle o membrana tesa del reale; non è più l’interno scavato della scultura ma una vacuità presente ovunque e non localizzabile in alcuna parte precisamente,
come lo specchio stesso, interiorità e esteriorità scambiabili, superficie riflettente, riflesso e riflusso, ingoiare e rigettare, ritornare alla forma vuota, la stessa nelle infinite realizzazioni della materia.













Testo ispirato a Monumenta 2011, “Levitiano”

Infinitamente orizzontale, verticale e orizzontale insieme, lo spazio dell’inizio.
Una luce che ucciderebbe a un solo sguardo, più brillante che la luce esterna; cristallizzerebbe la realtà, rischierebbe di annientarla, di farla riassorbire in una pura ipostasi della mente.

La concentrazione della luce nello spazio.

Il senso dell’oggetto resta effimero pur nella sua reale, indiscutibile presenza, presente in una forma unica, tesa come la pelle, il tessuto di un’epidermide sottile appena qualche millimetro, interfaccia tra l’interno e l’esterno dell'organismo.

Molti oggetti, allo stesso modo, sarebbero costruiti come finzioni del desiderio, della pelle, o dell’apparire,
costruiti attraverso la simulazione d’una massa, un peso, un volume, qualcosa che scintillerebbe nella visualizzazione d’un istante, al passaggio nel controluce d’una tela irradiata di colore.

La superficie riflettente di specchi deformanti.

Una preposizione diretta, semplice, logica, geometrica. L’interno e l’esterno, realtà simultanee che tuttavia non possono coincidere, mai corrispondere. Una disgiunzione tra le due e la proiezione di chi guarda, il processo messo in atto da uno sguardo esterno per fare la giuntura dell’opera.

Come avere a che fare con la luce del luogo, volgere la struttura, rovesciarne la pelle dall’interno all’esterno? All’interno è come un vuoto, una grande cavità o apertura disegnata in tre antri, all’esterno è una massa plastica gonfiabile, unica, la corteccia-pelle d’una materia dura, apparentemente inattaccabile, plastificata, impermeabile, non visibile se non in parti, contornandola in alcuni passaggi, passando sotto, attraverso altri; una tela di plastica tesa come una membrana messa a vivo in tensione, eppure impermeabile, rugosa.

Sommergibile enorme, bestia biblica dal corpo pesante, smisurato, atterrato sulla terra per confrontarsi all’architettura in ferro e cemento del sito; é presa in uno spazio di spiralità, di circolarità dove la forma non si dà mai nella sua interezza al visitatore ma è visibile in movimenti ascendenti o discendenti nel processo di attraversamento, per rigonfiature che appaiono smisurate passandoci sotto, sorprendendole visualmente dall’alto, allontanandosi per rimetterli nelle loro vere proporzioni.
Entrando la membrana é attraversata da enormi giunture a intervalli regolari come fossero le cuciture d’un tessuto, le vene d’un organismo o le volte circolari d’una cattedrale. L’atmosfera é densa, opaca, avvolgente, lo spazio pressurizzato impedendo all’aria di entrare, i suoni smorzati, il colore rosso, caldo, palpabile a pelle. Siamo dentro il ventre attraverso il colore, la tintura avvolgente dalla membrana al tuo corpo. L’ossatura delle grandi vetrate trapela in controluce.

Spazio vuoto, la vacuità non é lo stesso che il vuoto; lo spazio é completamente privo di materia ma pregnante all’immaginazione, della pregnanza primordiale del rosso, monocromo totale dove bagna lo spazio, convocando l’immersione in un certa esperienza percettiva che permette all’opera d’essere. La nostra esperienza presa di fronte all’esplosione della fattualità del rosso.

L’opera resta astratta ma dalla natura profondamente sensoriale, intima, come l’impressione d’essere in un interno per eccellenza, d’essere stati rigurgitati, d’essere passati d’un tratto dentro questo ventre caldo, avvolgente, tipicamente femminile, dentro questo organismo viscerale, le vene, la carne d’un mostro marino, levitiano, biblico forse. L’atmosfera é ovattata, scivolosa, avviluppante simile a un’incantamento, dove le forme delle tre cavità scivolano dall’una all’altra disegnandosi in cerchi concentrici, regolari tendenti verso un centro, degradati secondo i riflessi di luce presenti.

Le linee circolari dell’architettura esterna creano figure ellittiche che si ripercuotono nel gioco di riflessi; astrazioni ramificandosi verso un centro, sublime geometrico, incantatorio, mistico veicolato attraverso un geometrismo astratto nell’estensione e ripetizione delle linee.

Sono cerchi, ellissi o forme concentriche d’un architettura astratta ma anche cuciture viscerali, organiche, viventi andando a risvegliare una protomemoria corporea, fisica e arcaica, rinnovata dall’esperienza sensibile nella congiuntura astratta. La dismisura dell’oggetto produce una dislocazione percettiva e emozionale dell’ordine estetico esistente dunque la necessità d’un riaggiustamento dell’immaginazione, sotto l’effetto d’ una reminiscenza, simile a riconoscere, risvegliare in sé qualcosa di lontano, irragiungibile, estraneo eppure stranamente famigliare.



domenica 17 aprile 2011

Reincantare in mondo, J. M. Othoniel, II parte














































































Il vetro nell’ultima opera di Othoniel coincide con il momento della riconciliazione, momento in cui il trauma appare sublimato, il corpo pacificato, e l’aspirazione alla bellezza, a un ordine estetico oltre che materico e plastico del mondo non é più sentita come fardello ma come fonte di creazione e di rinnovamento.
L’opera diviene fiabesca, leggera e preziosa ricercando volutamente l’incantesimo dei sensi, l’incantamento o la seduzione della bellezza.
Il tempo è quello sospeso del fuori-dalla realtà, del demoniaco e fiabesco insieme, l’eternità del tempo arrestato dei sogni, degli incubi o dei sortilegi, dei fantasmi e dei labirinti interiori, ma anche il tempo fluttuante, l'indeterminato che precede il passaggio all'età adulta.

Tali “Trappole del sogno” , dunque,  generate scivolando verso il territorio del "meraviglioso" appaiono più come metamorfosi che non come fughe dalla realtà, incarnando una necessità poetica prima contro l’abiezione del mondo,  rendendo tale universo abitabile oltre la sua infinita contraddizione.




Re- incantare il mondo significa passare dal corpo-materia frammentario, dallo zolfo residuale, dalla ripetizione di un momento traumatico alla sua sublimazione verso un immaginario fiabesco, utopico dell’ordine esistente. L’immaginario plastico e poetico trasforma la materia in corrispondenze amorose, in geometrie sensibili d'un reale che, tuttavia, porta in sé la traccia acuta dell'antico  dolore.
 “Paesaggio amoroso”, “collier-cicatrice”, “gli amanti-sospesi”, “pioggia d’oro”, una serie di “collane”, “l’albero dalle collane appese”, “la nave delle lacrime”, “il, mio letto”, “stendardi”, “collana bianca”, “fiume bianco”, “lacrime di colore”, “lo scrigno dei segreti”, ecc.


Meraviglioso, strano, quasi indicibile ricordo d’infanzia,
 poi l'esuberanza d'un gioiello dal fasto barocco , infine il ritorno al paesaggio sontuoso d'un sublime romantico.

Si resta affascinati da minuscoli dettagli d’oggetti: farfalle fatte di stuzzicadenti, foglie,
germogli o steli di tulipani soffiati via dal vento.
Gli oggetti, inseriti nel loro micro-sistema empaticamente ci parlano, analogicamente ci interpellano.
La facoltà di trasfigurazione di cui sono portatori come materia, alchemica quasi, crea uno spazio fiabesco, fuori dalla realtà, atemporale .

Un Fiume di perle bianche spesse e opache si sdona dall’alto d'una riviera . La sua doppia linea di pietre in cristallo, smisurate, brillanti, piene s'apre al centro d’una sala simile a cascata. Pietre magiche, protettive come portassero in sé l’incantesimo, il segreto della loro venuta.




Lagrimas


Percorso di cristallo. Le sfere in vetro sono animate all’interno da microcosmi di forme variate, simboliche o casuali come amuleti, collane o anelli, o pietre magiche, cuori o stelle di mare, virus, polmoni fluttuanti, solitari, fedi o croci. 



“Cose che si amerebbe possedere”, minuscoli, effimeri momenti di felicità,
piccoli amuleti messi a distanza, rinchiusi, esiliati in architetture di ghiaccio.
Sono trappole del sogno, architetture che sublimano l’assenza, il non-compimento in un gesto d’affermazione,  oggetti del fondono gli uni negli altri allo sguardo.

Sono gocce d’acqua, lacrime, forme acquatiche, pesci o nuvole fluttuanti.
Sono collane o perle, stelle e anfibi di mare,

Granchi, conchiglie o anelli in vetro.


Liquidi di vetro si diffondono allo sguardo,  dilatano avvicinandosi ingrandiscono, deformano, divengono rinvii di materia liquida colorata, oppure chiazze di colore che languiscono e passano come immagini intermittenti dall’una all’altra.





Nodo auto-portato



Linee di perle di vetro composte nello spazio partendo da formule geometriche astratte liberano la composizione dall'esperienza psicologica contribuendo a restituire un ordine estetico intrinseco che l'artista si limita a rivelare o ritrovare piuttosto che intimamente creare.

Nodo auto-portato” grigio, brillante, metallico: doppio nodo senza inizio né fine, mobius fluido nato da una semplice combinazione d’elementi matematici.


Sfere rilucenti, esterno e interno intercambiabili, nodo senza soluzione di continuità, combinazione logica applicata alla materia vivente, circuito-percorso senza fine dell'inconscio nel linguaggio.









domenica 27 marzo 2011

Leslie Kaplan, esercizi di riscrittura e altro




















"Che cos'é parlare ? Come si puo' “fare faccia”, affrontare o "non parlare" in modo frontale all'altro in teatro, 
attraversare l'esperienza a multiple facce, disarmante, dell'alterità come tale sulla lama a doppio taglio, inequivocabile, che un viso mi pone, percorsa nella sua duplice direzione d’avanzare e retrocedere, proteggersi e attaccare, 
spostarsi fuori e barrarsi dentro.


Viso,  atto d’accusa, di scusa, di contraffazione, di reciproca esposizione; 
maschera mai neutrale, dissimulare, schivare, distogliere nella verità d'uno sguardo.







Il contatto diretto con la pelle d’altri, scoprire questa alterità fondamentale di chi é là come punto di sospensione, d'arresto contro il quale l’io inevitabilmente inciampa, incorre, cercando una risposta nella prossimità, in lotta, con e contro sé stesso, posto di fronte alla propria solitudine essenziale.
Il dialogo è prima di tutto messa in tensione, disarmante, feroce, ora ferente, tensione tra i corpi, i colpi, le parole, "non parlare" in modo frontale all'altro. Si mostra su una scena come messa in gioco silenziosa, rinvio e ritorno, passaggio di testimone, muro del suono rifrangente, costante rimbalzo all'indietro della parola, l'invio che non riesce a passare, barriera contaminata , messa a distanza, captazione inesatta, registrazione erronea. Produce versioni differite, interferenze di voci, sovrapposizioni di linee mai completamente assimilabili.  
Su una scena, la relazione alla parola, più vicina ai corpi, più violenta, fisica e organica é immediatamente percepibile nello spazio dei sensi. Architetture d'aria, d'etere o di vuoto circoscrivono i corpi, isolano gli individui in angoli, punti, zone separate. 
Filamenti invisibili intessuti tra loro, in tutte le direzioni, li separano e li connettono gli uni agli altri.






Frasi sentite ovunque, comportamenti abituali, obitoriali del “vivere-comune”: comprare, consumare, ingurgitare, qualsiasi cosa, senza valore, guadagnare, accelerare, produrre, low-cost, viaggiare senza vedere. 
Cervello, scatola cubico-digitale intermittente, avviluppata in comunicazione uni-cellulare, flusso di immagine mediatica, interattiva in lavaggio mentale ripetuto; assimilazione non riuscita, coercizione non finita, "uno stato latente", il neutro, trovare una verità individuale, un modo di non prendersi troppo sul serio.

Parole precise o imprecise, ritagliate, "messe-a-morte", dettagli triviali in nylon, plastica, o carta da riciclo, ripetuti in infinito limitato , non guardare l'errore, l'orrore del quotidiano.

"I criteri della realtà si possono rifiutare, o forse non si possono rifiutare, e la follia allora è il margine, il lato, il fuori della realtà",     "o é la realtà qualche volta a essere folle?"

Rovesciamento del linguaggio, un dis-accordo è ancora possibile.

Strani modi di camminare al contrario, ubiquità, essere in tutti i luoghi, da nessuna parte precisamente. Obliquità: le idee si sfilano dai loro propri cardini, il linguaggio è ovunque, sfugge alla rappresentazione finita del soggetto. Obliquità: scegliere non la linea verticale o orizzontale ma quella che trancia, taglia tra le due, quella della “paura” diagonale", 
quella che cancella, tira una linea sopra e sbarra le altre, svia, si volge contro, prende il tragitto difficile, la strada occlusa, la linea senza ancoraggio certo dall’ altro capo. Diviene ubiquità. Sceglie d’essere dappertutto, 
di ramificarsi, espandersi a raggio, non a groviglio ma a labirinto, 
dando l’impressione di lasciare minuscoli punti sul cammino congiunti da un reticolo di linee appena tracciate _ camaleontico obliquo disseminato_ percorso in connessioni libere di scintille e punti neri nel reticolo-universo.











Esercizi di riscrittura (partendo dal testo di Leslie Kaplan, "Louise, elle est folle" , P.O.L edition, 2011)

(Immagini fotografiche dal sito di Chiharu Shiota, 2005/2011)





Penso che le parole non permettono di andare altre, di decollare, saltare, di compiere il salto dell'immaginazione; allora il dialogo scivola, deriva, dissipa costantemente, si consuma sulla scia della non- significanza.
E’ la posizione abituale del mondo ma anche quella dell'uno rispetto all'altro.

"Hai preso le mie parole,le hai rivoltate, svuotate, appiattite, tutte le parole che ti ho dato.
" Hai preso le mie parole e ne hai fatto non so cosa, dei teoremi, dei discorsi assurdi, dei mostri, dei blablabla, delle reti tese, delle trappole, delle gabbie martellanti,
delle ragnatele di fili appesi, ali catturate di farfalle,
dei reticoli di spilli in contrappunto. "

Si parla per dire qualcosa, per riempire il tempo, affogare la noia, avere la sensazione che qualcuno vi ascolti, un indirizzo, perfino quando si parla soli.

Hai la testa piena di pensieri ruminati, rigurgitati, masticati, pensieri che si disfano in filamenti bianchi, elastici e gommosi, s’annodano e poi s’arrestano in chiazze grandi e voraci.

Non sai più che cosa é morto o vivente, le parole cadute a terra, le insudici, le sporchi, le fai derivare."Vedo",dico , "che cosa c'é da vedere",rispondi, "d'avanti a te, guarda",
"nulla da vedere. Lasciar circolare."

" Prendi tutto, ingurgiti, assaggi, testi: lozioni, profumi, unguenti, medicinali, spray, pomate, rimedi omeopatici, anti-allergici, anti-batterici, anti-virali, medicine alternative, naturali,
tonici, idratanti, energizzanti, fluidi occulti, onnocui o nocivi, tutto quello che é a tua portata, non chiedi, prendi, sottrai discretamente, gentilmente, senza troppo pensare, non c'é alcuna ragione di "

Dici: "c' é troppa gente ovunque, il cielo é basso, la città é sporca, c'é troppa gente nelle strade, negli uffici, nei negozi, sui metro, nei supermercati”.
"Riporti tutto a te stesso, terribile riportare il senso d'ogni cosa a sé stessi, assolutamente egocentrico, semplicemente insopportabile."

La percezione, la nozione, cosa del corpo? l'esserci o non esserci

Le parole tacciano, si fermano, s'arrestano a un punto, potresti dire, qualcosa, che non conosci?

Chi ha contaminato, cominciato, convocato tutto questo? L' irradiazione nucleare, il pericolo di contagio attivo, il meccanismo reattivo, chi ha innescato il processo ?

Discendi, parti, derivi in tutte le direzioni, perfino quando dici la verità affabuli, tieni insieme pezzi, filamenti. Trattieni, tiri fili verso di te, fino a chiudere fessure, sostituire parti mancanti.

Manchi d'aria, di respiro; l'aria é viziata, urta, esplode nelle cellule celebrali,

dalle centrali nucleari attiva terremoti. Maremoti producono nuvole gassose, aeree, gravitanti a ondate, a masse, a flutti attraverso l'atmosfera . Si spostano rapide, invisibili attraverso i continenti da un giorno all'altro passano, ci sovrastano senza che ce ne rendiamo conto.

 Sulle nostre teste
fughe di particelle gassose, potenzialmente infiltrate di cellule cancerogene.

Il sole s’avvicina alla velocità della luce, nessuno sa nulla, dice nulla, troppo caldo, troppa gente.

il sole s’avvicina, gente ovunque. Si manca di spazio vitale, non c’è spazio.

Si manca d’aria, l’aria nei polmoni. La terra, non è solo il sole che gira intorno ad essa. L’aria diviene tossica, contaminata, velenosa_

un altro ordine del mondo è forse ancora possibile, non ancora trovato.

L’aria si decompone, dissipa, deteriora ai nostri piedi. Troppo caldo, lo sento, brucia, non solo nel silenzio.

Che qualcosa accada, un avvenimento, non essere solo a una dimensione,
senza ombra né margine, senza contorno né figura, nessuno spazio, poca luce quaggiù.
La prova che é poca cosa questo mondo,  l’invisibilità, l’accecamento.

Metti delle parole a caso, infatuazione, abnegazione, negazione, parole solo per dire il contrario,
il rovesciamento radicale, si puo’ ridere di tutto.
Carte rivoltate sulla tavola, cerchi quella giusta, l’asso di poker, ruba tutte le altre con una sola mossa. Non puoi fare senza parole, non puoi ridere, non l’hai detto, ti senti perseguitato,
 se è vero non è importante, prendi tutto sul serio,

te la prendi per nulla quando neanche il fango sotto le tue scarpe vale , la vita la morte tanto meno; perché gridi, sei ridicolo_ anti-ossidante, anti-caduta, anti-pellicolare, lozione anti-tutto, minuscola, senza importanza, anti-spasimo, tonico, anti-pensiero, anti-azione, violazione,giubilazione, anti-lamentazione.


“Le parole si direbbero vecchie scarpe bucate”, onomatopee senza senso, giochi di sonorità, miserabili rinvii.  Come? Trova una soluzione, attiva, inventiva, qualcosa al posto d’essere lamentevoli balbetti. Incespichi, inciampi sulle parole,
non é una soluzione, non è costruttivo,
non parli, non dici più nulla. Troppa luce qui, la luce ti acceca.


Le cose, i gesti, , le sensazioni saltano nello spazio, hanno un volume, assumono consistenza eppure scivolano via quando cerchi di afferrarle, di arrestarle. Salterellano, si ribellano;
dico una parola e tutto parte lontano, non riescono a chiudere il circolo, il limite della coerenza.  Dico una parola e si ripercuote, persegue, mi persegue, chiama al soccorso le altre,
si sdoppia, cambia senso, direzione, lì nell’impossibilità di tacere, non sapere cosa farne di quella parola che salta a un tratto fuori dalle linee.


Riconduci tutto a te stesso, sei mortale, devi sempre pensare, pesare, soppesare ogni cosa.

Versi, inversi, riversi due reagenti nello stesso recipiente, simultaneamente.
I liquidi salgono, scendono, si mischiano, quelli pesanti depositano al fondo, quelli oleosi fluttuano in acqua, producono nella reazione una nuova colorazione, né trasparente né netta, producono strane emanazioni di profumo dolciastro, glassato, nel tempo opprimente al respiro.
Quelli gassosi passano in aria, svaporano in una nuvola etereo-bluastra, in un blouabla di strane bollicine. Svaniscono, all’improvviso più niente. Osservi il fenomeno a distanza; lo contieni, lo contorni senza tentare di arrestarlo, comprometterlo nella sua serie di reazioni a catena.





lunedì 7 marzo 2011

Intorno a "Etere" ( proposizione di Christian Keller nel quadro di Nuovo Festival, Centro Pompidou)























































Rompere un meccanismo complesso in unità prime, le più piccole unità di senso, e ricomporle casualmente, volutamente in modo erroneo, irriflesso, insensato.
le rigature, le increspature, gli sbarramenti,

Macchina scrivente, self-assembling, montando, mettendo insieme automaticamente:


“A machine that would serve the production of disorder";


una macchina che servirebbe alla produzione voluta di disordine,

volgendo i propri codici al contrario, i caratteri incisi letteralmente dal basso verso l’alto e viceversa nel senso della frase.





“Literary automaton registering our changes of mood, despair, light, rage or illumination”




l’ automatismo d’una macchina scrivente registrando i nostri infimi cambiamenti di stato, d’umore, gli umori sottili del corpo e i loro spostamenti infinitesimali sotto la pelle, attraverso la linfa,

ondulazioni di campi magnetici, d’onde sensibili, emozionali e animali,



dalla dispersione alla disperazione, dall’annebbiamento alla luce.



Reazione contro il suolo pietrificato del paesaggio lunare, contro le procedure che installano ordine partendo dalla restrizione, il contenimento, la forzatura della leggi naturali,
le implosioni degli organismi viventi, le occlusioni imposte dalle leggi dagli uomini


le rigature, le increspature, gli sbarramenti,
le prese d’assedio, le cementificazioni.

I detriti, le scorie, le cellule deteriorate sempre più prodotte dalle macchine umane;

la natura riporta ogni cosa al proprio corso, alla soglia, all’altezza dell’umano.






Tale macchina produrrebbe artisticamente circuiti d’avanguardia, corto-circuiti contro le architetture infrante delle nostra disconnessa temporalità.
































































da Christian Keller, estratto video scelto intorno a "Aether"

Croazia, memorial Park

 Una costruzione metallica in forma esagonale si erge scintillante contro la luce, senza aperture, porte o finestre all’esterno. Appare come un santuario spaziale a cielo aperto fatta di materia rilucente, alluminio o lega metallica d’elementi freddi, senza riflesso per chi vi si trova all’interno . Tale memoriale in pieno deserto é  contornato da un paesaggio aspro di vegetazione spoglia, selvaggia.
Una striscia infuocata di luce rimbalza contro le sue forme ondulate e argentee.


Voci gridano parole incomprensibili, il rumore del loro eco in risposta. 

Il brusio della campagna sullo sfondo.

Il viaggio era stato breve ma il tempo era sembrato passare lentamente,  nell'immobilità d'un’eternità. Sapevano che stavano andando avanti ma il senso di guardare indietro li opprimeva, li tormentava.


"Scene da una vuota eredità".

"Solo una scusa per fare un viaggio. Pensi che avremo dovuto fermarci?"
"Non importa".


"Che cos’é questo luogo se non un edificio immenso, costruito in un posto inusuale, difficilmente raggiungibile?"

"Penso che possegga un grande messaggio."

"Assurdo."

"Sento qualcosa."

"E’perché lo vuoi."

"Se fosse vero lo vedremo, se fosse là lo sentiremo."

"Penso che dovremo cambiare l’uso, la funzione dell’edificio."

"Impossibile, questo luogo é sacro."

"l tempo era differente prima, tutto era diverso laggiù."

"Non riesco a riconoscere una singola cosa. E’ come se non ci fosse più Dio qui."

"Andiamo via, torneremo un’altra volta. Siamo Stanchi".













Mondi intermedi, il fluido emesso dagli esseri viventi, ogni oggetto produce un’ondulazione nel campo magnetico della terra, quintessenza, etere, elemento fluido che fa circolare tutti gli altri. Onde del passato restano accumulate nell’aria che respiriamo, imprigionate nella memoria cellulare, genetica e organica dei tessuti delle particelle che compongono il nostro corpo. La materia contiene un nodo di fuoco; materializzare queste onde, catturarle, captarle.

Esiste un’energia della terra, del cosmo che si può sfruttare, convertire, strappandola da quello che Nicola Tesla chiamava l’etere, il vuoto.
L’energia è ovunque intorno a noi, nel campo magnetico terrestre, ipotesi possibile o reale, riuscire a estrarla, sottrarla al vuoto riconvertendo la carica naturale dell'universo.

Etere, “quinto elemento” o vuoto-non-vuoto, insieme elemento e medium captato attraverso la luce, iscritto e fissato dalla visione fotografica a partire dal XX secolo.
Spazio intra-psichico di trasmissione energetica, per la maggior parte non cosciente.
E' definito “fluido” da Mesmer legato alle teorie del magnetismo animale, quella materia sottile teorizzata da Tesla la cui esistenza viene smentita fino alla fine del XIX secolo. Alla fine del XX secolo era anche conosciuta come quella sostanza anestetizzante a buon mercato utilizzata in campo artistico  per infrangere i limiti della realtà e della percezione, provocando stati alterati di coscienza simili a fenomeni quali l’estasi o  l’allucinazione.

“Siamo immersi in un mare d’energia come per un dono divino”; come estrarla dal vuoto quantistico? Come afferma Tesla, bisogna perturbare l’etere per trovare una risposta energetica al nulla apparente.


Immagini captate da “Aether”

Orion al microscopio: un drappo immateriale appena tangibile, la linea velata d’una marea disegnata da un’ondata grigiastra permeata da un nucleo luminoso.

Nebulosa d’Omega: una lettera dell’alfabeto greco, incandescente alla base,
una scia impalpabile sfumando a spirale fino a disperdersi nella galassia.

Fotografie di movimenti dell’aria all’inizio del ‘900 : venature bianche, astrazioni cellulari riprese dall’interno d’una goccia d’acqua, dentro il fuoco, la fiamma, la corteccia; il tessuto minerario d’una pietra in cristallo , un filo, uno stelo d’erba.

 Puri circuiti luminosi:  arbusti elettrizzati, serpentelli,   scintille al microscopio, carneficina o groviglio in atto, cespugli o alberi. 
Impronte d’alberi, scheletri d’animali illuminati,
fuochi attraversati da correnti,
corto-circuiti dei sensi, del pensiero.



Reti di fibre e tessuti sono visti al microscopio: movimenti d'onde, di fluidi aprono un passaggio tra i corpi, ammassi più che forme finite,
gocciole e scintille perlacee, irradianti, ora spente o incandescenti.


Fotogrammi di connessioni intercellulari si disegnano, percorsi molecolari,
la mente e le sue onde elettromagnetiche  


Il corpo umano é visto attraverso le sue correnti multiple, di tutte le consistenze: molli, solide, fredde, calde, opache o luminose, velenose o benefiche: mulinelli, ondate, flussi e riflussi, bassa marea, acqua a raso terra, raso della sabbia.


















L’acqua scivola lungo i muri, goccia a goccia, perlata condensa, densa, sgocciola, scintilla, ora discende attraverso la parete. Una goccia si aggiunge all'altra fino che all'improvviso non si forma una chiazza, una pozzanghera, un lago, un nodo d'acqua.





















Gocce si espandono, dilatazioni evocano forme  perturbanti, reazioni chimiche su carta da foto, rosso, blu,  macchie di liquido appena traslucido, macchie decolorate in blu metilene, in rosso mercurio.

Lo sguardo passa attraverso le pareti di vetro, lente aberrazioni ottiche appaiono, espansive, divorando il campo della visione.

Liquidiscenze: forme fatte scivolare le une nelle altre attraverso i loro contorni.
Pietre minerarie, lapislazzuli, verde smeraldo, bianco perlato. Ora appaiono graniti, vetro di cristallo in schegge, paesaggi lunari.



Turbine d’aria, fotografie del pensiero, etere scritto in impronte di materia di fuoco o d’acqua, immagine del movimento dei sensi.