giovedì 15 giugno 2023

Obey, “Make art not war” ( riflessioni sull'arte liberamente tratte...)

 



Quattro le tematiche intorno alle quali si è svolta la mostra conclusa pochi giorni fa ai Magazzini del Sale  a Cervia in provincia di Ravenna_ donne, guerra, immaginario e ambiente_ paradossalmente in concomitanza con l’emergenza nella stessa area geografica delle violente  alluvioni e scompensi climatici che hanno stravolto in maniera inaspettata la quiete e laboriosa provincia romagnola. “Make art not war” “ create arte e non guerra” è la monografia e insieme l’excursus essenziale su uno degli Street  artist più noti in America e nella  blogsfera digitale  grazie ai canali mediatici e al web, ai suoi manifesti e t-shirt stampate e riprodotte in maniera seriale. Politicamente impegnato sul fronte della critica sociale Shepard Fairey, per tutti “Obey”,getta il suo sguardo ironico e disincantato sulle tematiche più scottanti del mondo attuale e soprattutto  del proprio paese realizzando nei suoi più noti manifesti un metissage singolare tra cultura pop, fotografia e grafica modernista.  

L’arte di Fairey sulla scia di altri noti predecessori come Banksy si dispiega attraverso le strade e gli spazi metropolitani sullo sfondo delle città di oggi, attraverso muri rubati e occupati da tag e manifesti; altrove, si sposta nello spazio virtuale della rete sulle pagine condivise del web e i suoi canali. Lo stile unico dell’artista emerge dalla combinazione personale tra muralismo messicano e avanguardia futurista russa in ritratti dai forti contrasti tra pochi colori vintage da un lato_ blu, rosso e nero_ e la necessità espressiva di un ideale condiviso dall’altro. Si immerge nel mondo contemporaneo con una imprescindibile punto di vista politico creando icone dissidenti rispetto al main-stream americano.


Come Obey afferma: “L’America è sempre più il paese del consumismo, il paese dove si mangia troppo, si spende il denaro che non si ha e si vive la propria vita come debitori, sempre in arretrato con i pagamenti. E’ il paese in cui si obbedisce.” Di qui l’ironia del nome che rovesciando la logica dominante del verbo “obbedire” incarna  ironicamente i panni di un’artista della controcultura divenuta nel tempo parte di un immaginario globale condiviso.

 “Stickers”, adesivi inizialmente incollati sui muri della cittadina natale americana, (il più noto: André the giant has a posse”) e più tardi manifesti di tutte le dimensioni hanno tappezzato la stessa intervenendo sul tessuto urbano, poi sullo spazio virtuale attraverso i social media fino ad occuparlo, imprimervi il proprio marchio in un appello visivo, fisico e sensoriale immediato atto a risvegliare una presa di posizione critica in chi osserva. Basti pensare al celebre ritratto di Barack Obama sottotitolato “Hope” realizzato in migliaia di manifesti per la campagna elettorale del 2008 che ha apertamente sostenuto l’elezione del primo presidente afro-americano negli Stati Uniti. La sua arte sulla scia di Banksy si vuole empatica, democraticamente condivisa sul web ma anche essenzialmente decisa ad affrontare tematiche scottanti come l’emergenza ecologica, le guerre, l’immigrazione spesso evidenziando le contraddizioni più palesi di un post-capitalismo globale del terzo millennio improntato sull’uso incondizionato delle tecnologie.  Vogliamo soffermarci in particolare su alcuni ritratti della serie, We the people esposti negli Usa nel 2017 in occasione della Marcia delle Donne: primi piani di volti femminili, il cui impatto visivo e dimensione estetica appaiono particolarmente significativi prima ancora di interpellare la critica sociale e il messaggio politico soggiacente. Emerge qui la forza espressiva e l’intimità di una storia raccontata attraverso un volto, in particolare nel dettaglio  espressionista dello sguardo per la serie dei ritratti.

 






“We the people” ( 2017)

Sono volti in primissimo piano di una limpida ed essenziale forza espressiva, semplicemente volti di donne:  afroamericane, musulmane, latino-americane scelte per rappresentare l’America come unità secondo lo slogan “we the people”, oltre e in funzione di tali differenze somatiche e culturali viste non come stigma o esclusione delle minoranze  da parte del discorso dominante bianco ma come forza inclusiva. Lì nel mosaico composito generato da tali minoranze risiede, secondo Shepard Fairey, la vera e più autentica identità americana da dover essere riaffermata con forza in tempi in cui la tendenza politica dominante nel paese con l’elezione di Donald Trump  appariva essere risolutamente  conservatrice e repressiva . Tali immagini condivisibili gratuitamente sul web dal sito dell’artista sono divenute simbolo della lotta per i diritti civili da parte delle minoranze. Rivendicano l’idea di una nazione più inclusiva e democratica per gli USA, una identità condivisa per sollevarsi oltre le discriminazioni o le palesi lacerazioni che ancora dilaniano il paese. La scelta delle tonalità a livello grafico attraverso il rosso, il blu e il bianco riprende volutamente i colori della bandiera americana riaffermando l’idealità whitmaniana di un’America vitale, unita e profondamente democratica proprio perché vista attraverso le sue mille sfaccettature, i tanti volti e diversi modi  di essere Americani.


Queste immagini di donne_ antidoto alla xenofobia e al razzismo diffusi nel paese_ risplendono in primo piano illuminate nella loro semplicità  e bellezza essenziale marcando una singolarità o differenza etnica e culturale: valore aggiunto di una identità collettiva espressa dalla variabile del  singolo e dalla sua peculiarità. Così il volto della giovane messicana dai capelli lunghi, mossi e corvini e gli occhi neri, grandi e profondi appare stagliarsi magnificente sulla carnalità delle labbra, di un rosso intenso che in contrasto al nero si ripete anche nel colore della maglietta. Un fiore rosso tra i capelli, una rosa secondo l’usanza messicana, e in primo piano il volto della giovane nella sua seducente bellezza. La giovane donna musulmana ritratta in primissimo piano in un altro manifesto è avvolta dai colori a stelle e strisce della bandiera americana che le funge da copricapo  secondo l’usanza delle donne islamiche mentre il viso dai tratti intensi e marcati, le labbra rosso vivo e gli occhi grandi e oscuri appaiono stagliarsi nella forza incisiva dei loro tratti arabeggianti sul velo a stelle e strisce. Ancora in un altro ritratto le treccine rasta dei lunghi capelli cerchiano il volto della giovane afro-americana dalle labbra carnose e i tratti marcati sotto lo slogan: “noi, le persone, ci proteggiamo gli uni con gli altri”. Ogni volta in ogni singolo ritratto condiviso sui muri è il volto come singolarità, differenza espressiva e significante nel melting-pot dell’identità americana mostrando una ricchezza e unicità da preservare; ogni singolo tassello di un grande mosaico di voci, identità e differenze.

Dalla serie  “Barack Obama” ( 2008)

Particolare rilievo, infine, meritano i manifesti di Obey dalla grafica straordinaria disegnati per la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008 che intendevano volutamente invocare un cambiamento politico e sociale per il paese, la svolta dalle precedenti forze politiche conservatrici e anacronistiche in senso utopico e democratico come sottolineato con forza  dalla figura di Obama. Citando McLuhan: “la maggior parte dei mezzi di comunicazione ha grande potere e influenza sulle persone. Il mio progetto invece vuole dimostrare come il singolo può ancora avere forte impatto sulla società; si tratta solo di tenere sotto controllo gli strumenti.[1]” L’arte di Obey si vuole fermamente incentrata su temi fondamentali di oggi quali la lotta contro l’emergenza climatica, il pacifismo o la giustizia sociale per contrastare violenza e discriminazione; un’arte decisa a cambiare o ricollocare la sfera politico-sociale del proprio paese_ l’America ma indirettamente tutta la società occidentale_ nel tentativo di abitare il presente ed esserne parte integrante. Il ritratto del nuovo presidente nel 2008, ispirandosi allo stile grafico di avanguardie storiche quali suprematismo e futurismo, incarna perfettamente questa idealità del volto in primissimo piano nel contrasto tonale del nero e del rosso, disegnato di luci e ombre, abitato da uno sguardo che si proietta lontano oltre il presente, abbracciando un destino differente per il proprio paese: una visione altra e utopica, forse irrealizzabile ma pure vista come orizzonte di pace e giustizia verso la quale tendere. La parola “hope”, speranza, come ultimo baluardo a cui aggrapparsi guarda lontano in questo appello deciso, chiaro e democraticamente rivolto alla nazione nella sua unità per invocare un’azione partecipativa, la svolta generata da un autentico coinvolgimento delle persone.

 

Diplomazia contro violenza: “Marianne” sulla guerra in Ucraina




“ Da quello che vedo, non importa quale sia la bandiera o l’ideologia che l’avvolge, la violenza è sempre motivata dall’ego, dall’avidità, o dall’impossibilità di cooperare in maniera diplomatica con gli altri. Nel caso dell’invasione ucraina credo che tutti questi fattori siano all’opera allo stesso tempo e molte persone stiano soffrendo in maniera ingiustificata. Questa immagine simboleggia il supporto al popolo ucraino e a chiunque creda che la pace sia preferibile alla guerra”.

Dare spazio alla creatività e alla diplomazia rispetto alla violenza; mostrare solidarietà al popolo ucraino, questi gli intenti del messaggio politico veicolato dall’immagine iconica rivisitata di una giovane donna “Marianne” simbolo della Rivoluzione francese in un primo tempo utilizzata dall’artista per rendere omaggio alle vittime degli attentati terroristici in Francia nel 2015. In questa nuova versione il volto della giovane è segnato da una lacrima blu che irrompe inaspettata  sulla natura epica e celebrativa dell’icona contornata di una ghirlanda di fiori nel contrasto violento del giallo e del blu sullo sfondo a ricordare la bandiera ucraina:  Make art not war” Create arte, date voce in maniera creativa al vostro potenziale umano e  immaginativo anziché alimentare la violenza, il conflitto fine a sé stesso e in senso più ampio la guerra su un territorio. Ancora una volta si parla di prendere una posizione chiara sull’attualità del presente per l’artista Obey veicolando valori democratici e un approccio costruttivo, impegnato sul fronte della resistenza attiva contro ogni forma di violenza e usurpazione. Anche in termini concreti i profitti ricavati da quest’opera sono stati devoluti in favore del popolo ucraino diffondendo un messaggio di solidarietà attraverso il web con i suoi poster riproducibili liberamente dal sito.

L’’arte si immerge nell’attualità e diviene militanza politica utilizzando il linguaggio del disegno e una grafica assolutamente unica intensa e inimitabile nel lavoro di Shepard Fairey creando immagini che come simboli o icone globali percuotono, risvegliano le coscienze e lasciano un segno.






[1] Cfr Sabina De Gregori, “Shephard Fairey in arte Obey” pag. 138

sabato 15 aprile 2023

L’ARTE DELLA MODA, l’età dei sogni e delle evoluzioni ( ai Musei san Domenico, Forlì)












L’abito è, senza dubbio da sempre stato il riflesso di un’epoca e, insieme, testimone dell’evoluzione culturale di una società da un secolo all’altro. Ancora, l’abito ritorna al centro della rappresentazione visiva nell’arte, scolpito o dipinto nei grandi ritratti da parte dei più noti artisti   dal ‘700 fino all’epoca moderna nella mostra attualmente in corso ai Musei san Domenico di Forlì “L’arte della moda”. E’ ciò che coinvolge in qualche modo il corpo nelle sue forme di rappresentazione, là per dissimulare o nascondere, alludere o apertamente mostrare, incarnare simboli di potere, lo statuto e, infine, l’appartenenza a una classe sociale.  All’ingresso della mostra una tela del Tintoretto è posta in maniera emblematica all’introduzione del percorso: “Atena ed Eracle”(1543). Una donna ed una dea si sfidano al telaio nell’arte raffinata della tessitura prima che Eracle venga trasformata secondo la leggenda per mano della dea  in ragno simbolo del tessuto sul telaio ma anche del testo metaforicamente visto  in senso barthiano come trama di lettere e parole nel gioco di rinvii tra significante e significato nel linguaggio.  L’abito, a sua volta, nel percorso della mostra appare dall’Ancien Regime ai giorni nostri come il complesso intrecciarsi di trama e tessuto assumendo connotazioni distintive e simboliche per ogni epoca, ciò che noi definiamo in senso ampio moda. Rintracciando la storia della sua evoluzione attraverso le rappresentazioni che ne ha dato l’arte dal secolo XVIII ad oggi ripercorriamo il processo che ha condotto il corpo, soprattutto quello femminile, verso la modernità, vale a dire la liberazione della donna  dagli stereotipi e le rigide convenzioni sociali sulla via dell’individuazione, della libertà o dell’espressione in senso proprio.



Come suggerisce il  sottotitolo alla mostra con i suoi duecento quadri, numerosi abiti e la ricca selezione di accessori “Le età dei sogni e delle rivoluzioni, 1789-1968” si rifà proprio a due grandi rivoluzioni, quella francese e quella femminista/studentesca che fanno da spartiacque all’inizio dell’epoca borghese e al suo declino intaccato dall’emergere dei nuovi movimenti sociali nelle generazioni post sessantotto. Si parte dal passato monarchico della corte francese dove la moda_ Versailles fulcro di ogni stile_ opera come strumento di comunicazione al centro della società nobiliare e delle sue tacite convenzioni di classe o di privilegio sociale; l’abito mostra i segni della ricchezza e del potere rispetto alla gerarchia in atto ed è codice tacito quanto immediatamente leggibile, implicitamente  condiviso che permette all’individuo di farsi vedere ed essere visto, classificato o stigmatizzato in quella società.


Tuttavia la moda nel corso dei secoli non è stata solo uno strumento del potere, l’espressione e la diffusione dei suoi modelli quanto, anche in epoca moderna, un veicolo di rinnovamento, un luogo di reciproca contaminazione  con l’arte dell’avanguardia novecentesca e  perfino uno strumento di contestazione giovanile e di rottura per le generazioni post-sessantotto. A partire dal ventesimo  secolo molti stilisti traggono ispirazione dalle opere d’arte astratte o cubiste oppure in una loro  rilettura personalissima e ironica dell’abito ritratto nel passato. La moda passa, in definitiva, da statuto simbolico del sistema sociale esistente a via di ricerca e di espressione creativa, d’arte appunto, nel lavoro di molti creatori moderni; e, tuttavia, inevitabilmente, lo stile si fa anche oggetto di consumo nella società capitalista e industriale di oggi replicato in catene di produzione sempre più estese e globali nel mondo.

Specchio e insieme fenomeno di costume della società, la moda nella mostra forlivese appare nel passaggio fondamentale dal regime monarchico francese ai nuovi valori egualitari e repubblicani affermati con violenza dalla Rivoluzione per tradursi poi  nello stile impero in età napoleonica. Inevitabilmente, essa finisce per coincidere con la figurazione del ritratto femminile dallo stile neoclassico allo spirito e alla sensibilità romantica all’inizio del XIX secolo evolvendo poi nella visione simbolista o impressionista di fine ‘800. Il “Ritratto di Maria Antonietta” (1783) di Elisabeth Vigée Lebrun, esposto al Salon nel 1783 si pone in aperta rottura con  lo stile dominante e lussuoso della corte francese mentre la figura di Maria Antonietta appare già nella propria epoca come un’icona di stile precorritrice di mode e tendenze in grado di imporsi nell’intera società francese. La regina indossa un abito bianco di mussolina dalla foggia semplicissima e i colori chiari denominato “Chemise à la reine” su un cappello in stile campestre in assenza di parrucca o altra acconciatura preannunciando con eleganza discreta e malinconica il declino di un’epoca come di un ordine sociale ormai prossimo al proprio irreversibile tracollo. A partire dall’ottobre del 1793 l’Assemblea della Convenzione decretò “la libertà totale di abbigliamento secondo “la volontà individuale” mentre i vecchi codici d’abbigliamento monarchico vennero d’un sol colpo spazzati via dall’ondata violenta e inarrestabile della Rivoluzione. Il direttorio e l’impero segnano fondamentali momenti di passaggio nello stile e moda femminile là dove il revival dell’antico, le tuniche classiche derivanti dalla sobrietà statuaria greca si impongono con nobile semplicità mentre le dame cominciano ad indossare abiti dritti di mussolina bianca senza più sovrastrutture. Del 1808 è il ritratto di Josephine prima moglie di Napoleone magnificata  nella “robe à chemise” dalla vita alta e l’evidente scollatura attenuata dal lungo scialle rosso che le cinge la vita scendendo come strascico dalle spalle ai piedi. Tale revival neoclassico rendendo il corpo fluido e libero sotto il seno scoperto e il busto privato di impalcature permane come modello dominante in epoca imperiale riflesso anche nel gusto architettonico neoclassico dell’epoca. Artisti e creatori contemporanei come Richard Galliano per Dior non hanno esitato a ispirarsi a tale epoca con ironia e originalità rileggendo nel contemporaneo suggestioni neoclassiche nel revival, per esempio, di una tunica bianca e abito eccezionalmente accostato  nella mostra all’originale.  



L’età romantica poco dopo la restaurazione in Europa comporta un oscillazione del gusto cui corrispondono gli ammalianti ritratti di Francesco Hayez mentre la figura femminile appare come una silhouette fragile e delicata in un entourage sobrio e famigliare, spesso avvolta da un indistinto pudore o da una qualche vaga inquietudine romantica. Formalmente,  nell’abito, il punto vita si riabbassa, ritorna il corsetto per il busto e la gonna vasta disegnandosi in triangolo capovolto fino ai piedi. I ritratti femminili molto più popolari ora circoscrivono un mondo borghese che si impone con sobrietà, rigore ed un eccesso di forma pur sottendendo nel ritratto a una qualche dimensione intima e celata del personaggio. Con l’affermarsi del nuovo modello borghese il corpo femminile diviene sempre più “un segreto che le vesti fanno il possibile per mascherare” nell’abbondanza di tessuti, nell’eccesso di decori, nelle rigidità delle forme che sempre più coprono e serrano la figura come la libertà del suo manifestarsi. Vestirsi, allora, è in quest’epoca l’obbligata e  costante correlazione tra un soggetto sociale e uno intimo  “personale”, che deve, tuttavia, assumere una maschera, una prospettiva riconoscibile e codificata in quella precisa realtà sociale.


Belle epoche: Boldini, De Nittis, Tissot



De Nittis attratto dalla raffinatezza aristocratica e alto-borghese della Belle Epoque dopo essersi stabilito nella capitale francese rappresenta giovani donne protagoniste della vita mondana parigina  là dove la sua pittura subisce dall’antecedente dei macchiaioli il forte impatto impressionista fissando la mondanità, la natura e la vita in immagini vivaci e iconiche della Belle Epoque. In “Fior d’autunno” per esempio, una giovane donna  raffinata e ammaliante appare in un abito scuro lungo fino ai piedi, avvolgente intorno al suo corpo ma serrato  fino al colletto nel pieno riflesso del giorno; là a catturare la realtà nel suo aspetto fuggevole e transitorio come la luce evanescente del giorno .


 

Nelle tele di Boldini sono ritratte le fragili muse dannunziane come la Marchesa Casati , donne sublimi e di ineguagliabile fascino di cui  si trova similitudine nelle figure femminili dell’ultimo simbolismo, nella secessione di Klimt o nell’estetismo di fine secolo. Figure  diafane e esili ma anche dotate di personalità eccentriche e dall’eleganza imprescindibile incarnano le inquietudini sociali e psicologiche dell’epoca, nonché la transizione femminile verso la modernità agli albori del nuovo secolo.


Avanguardie, moda e arte



 



“Si pensa e si agisce come si veste”, scriveva Giacomo Balla in uno dei manifesti che  a partire dal 1909 scandiscono l’avanguardia futurista per stravolgere e rinnovare ogni aspetto della vita e dell’arte, compresa l’idea di moda all’inizio del ventesimo secolo.  In “La bionbruna” di Balla assistiamo a una scomposizione dinamica della figura femminile, in particolare la messa in movimento delle sue linee e forme per richiamare la nuova estetica sensoriale del colore, della mobilità e del flusso contro la rigida staticità borghese. Fortunato Depero, ugualmente, con tale impeto innovativo disegna dei gilet dai colori sgargianti nell’ottica del movimento futurista coniugando forme geometriche a precisi ritmi cromatici. Altre suggestioni nella scomposizione della figura o del ritratto arrivano dall’estetica cubista e astratta dell’arte moderna ( Leo Gestel, “donna con i fiori”) mentre negli stessi anni tra le nuove generazioni Coco Chanel libera il corpo della donna dalla dittatura dell’abito o delle mise più convenzionali introducendo l’eleganza di linee fluide ed essenziali  per un nuovo stile che abbraccia leggerezza e modernità. In definitiva, nel corso del ‘900 la commistione tra artisti e moda si fa sempre più intensa là dove gli stilisti si ispirano ad opere d’arte o ne traggono suggestioni deducendone simboli della propria epoca. La moda, d’altro lato, nel gioco delle parti, sempre più si vuole forma d’arte oltre che specchio della contemporaneità, lo stile modo di gettare il proprio sguardo sul mondo similmente al cinema o alla letteratura mentre a partire dal secondo dopoguerra si impone con forza il riferimento alla creazione italiana del “Made in italy”. Per concludere l’excursus tra arte e moda nel ‘900 è d’obbligo il riferimento all’esperienza dell’ Informale in Italia con la sua  polisemia di tracce e scrittura visiva o materica sulla tela  che influenza la creazione di diversi stilisti italiani dello stesso periodo. In particolare la creatrice di moda  Germana Marucelli nel 1969 partecipa all’esposizione milanese curata da Gillo Dorfles e Giuseppe Ungaretti; là, i disegni unici dei suoi abiti ispirati all’arte informale pongono l’attenzione su linee, colori e superfici sperimentando con le medesime per traslare tali possibilità espressive dall’arte all’abito o al design di oggetti mentre  Ungheretti riconosce nelle sue creazioni  “la fugacità della grazia” tradotta attraverso la moda ne  “l’infinito fuggitivo della sua poesia”. 





venerdì 17 marzo 2023

Scorci contemporanei sulla poetica del paesaggio

 

Paesaggio: sentieri battuti e nuove prospettive 

(Riflessioni a partire dalla mostra al Museo Civico di Bagnacavallo)









Una lettura contemporanea sul tema del paesaggio reinterpretato nelle arti visive oggi, tale la riflessione che emerge dall’esposizione appena conclusa al Museo Civico delle Cappuccine in provincia di Ravenna, “Paesaggi”,  pensata come “un percorso stilistico e tematico”, volutamente non cronologico, vale a dire una vera e propria passeggiata esplorativa di ispirazione potremmo dire quasi calviniana tra sentieri battuti e nuove prospettive per rivisitare tale tema intramontabile dell’arte. Citando Calvino non possiamo non richiamare alla mente la figura del labirinto presente in molte delle sue opere come percorso reticolare  dal quale diramano molteplici vie o storie, ipotetiche combinazioni di eventi aleatori o percorribili dall’immaginazione che si tradurranno o meno nella realtà della pagina scritta. Da una parte, tale struttura labirintica incarna un modo di leggere il mondo contemporaneo rifiutando visioni troppo semplicistiche che continuano a reiterare le nostre “abitudini di visione”. D’altro lato, il piacere di perdersi nel labirinto diviene la possibilità di tuffarsi in forme non ancora esplorate della rappresentazione , quel caos apparente che comincia ad assumere senso vagandoci attraverso senza trovarne subito una via d’uscita:  la sfida al labirinto ma non  la sua resa incondizionata.

Passeggiare, spostarsi, divagare da un paesaggio all’altro potrebbe, allora, divenire una chiave d’accesso per questo percorso sfaccettato e multiplo di visioni contemporanee dal figurativo all’astratto, dal realistico all’onirico, dalla predilezione per il paesaggio naturale  nel filone appena conclusosi alla mostra a quello invece più propriamente urbano che sarà al centro della  seconda parte prevista per la fine del 2023. Tecniche e sensibilità si intrecciano  e si contaminano nell’espressione degli artisti contemporanei abbattendo barriere di stili e generi o le grandi avanguardie estetiche dell’epoca moderna. Il percorso si apre a questo proposito come esplorazione del paesaggio nel ventesimo secolo con una sala dedicata ad alcuni artisti noti che hanno segnato la strada ad inizio ‘900 tracciando linee-portanti dalla metafisica post-futurista di Carlo Carrà alle periferie urbane asettiche e grigie di Sironi alla sperimentazione dell’ “action painting” di Mario Schifano, infine alle acqueforti di Giorgio Morandi o la “Black city” astratta di Congdon esposta a New York nel 1949. Le sezioni principali della mostra sono poi raggruppate in maniera tematica attraverso la scelta dei tre elementi portanti del mondo naturale: l’acqua, l’aria e la terra mentre si scorre agevolmente da una generazione all’altra di artisti, dal realismo al surrealismo pittorico, dalla fotografia all’astrazione, dall’incisione, all’arte informale. Particolare interesse desta, infine, la sezione conclusiva denominata “Il sogno del paesaggio” dove il cerchio spazio-temporale del percorso si chiude esplorando tecniche e sensibilità differenti per opere che spaziano liberamente nel panorama variegato dell’arte attuale.

 Il paesaggio, in definitiva da quanto emerge tra gli artisti esposti, può essere letto nell’ottica dell’umano, del sociale o della sfera globale, riallacciarsi al filone onirico del surrealismo, raffigurare un sogno o una proiezione distopica della realtà in senso satirico o meno. Ancora, può  incarnare attraverso la rappresentazione uno stato mentale, emozionale o del desiderio ma, anche, al contrario, esprimersi semplicemente come un insieme di segni e tracce, esplorazione della materia o della pelle per esempio nella micro–visione di un dettaglio della natura o dell’ epidermide. Altrove, su versanti completamente differenti, l’immaginario contemporaneo ci rimanda a scenari emergenziali  di intere regioni e aree geografiche della terra devastate da disastri naturali o dalle emergenze ambientali in corso in varie parti del mondo che periodicamente investono di reportage i nostri media e da cui anche alcuni artisti o fotografi contemporanei traggono materia per il loro lavoro. Infine, la natura  per altri artisti giunge in inevitabilmente a confrontarsi o scontrarsi con la tecnologia nella sua visione esaltante o critica del futuro attraverso un’immagine avvenente della realtà aumentata o nel suo versante opposto e  più deleterio quando mostra  i limiti e le derive prodotte dalle  medesime tecnologie.

Il sogno del paesaggio: alcune opere a confronto …


“Mi basta aprire la finestra per vedere i campi, il fiume. Non è sufficiente non essere cieco per vedere gli alberi e i fiori. E’ necessario anche non avere alcuna filosofia. C’è solo una finestra chiusa e tutto il mondo là fuori; e un sogno di quello che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse, che mai è quello che si vede quando si apre la finestra”. ( Fermando Pessoa)


Manuel Felisi, “Vertigine ” (2022) e CaCO3 “Cattedrale n. 42”( 2016)

In Felisi è soprattutto una vertigine di colore, simile all’immersione in un campo magnetico avvolgente fatto di rami che definiscono lo scheletro esterno, la struttura portante di una forma arborea immensa, espansa sui due pannelli della tela, attraverso la quale penetra la luce irradiando aloni luminescenti di blu, viola, arancio o  rosato attraverso le sue fronde. Così appare come il sogno di un paesaggio espanso attraverso la lente di una visione onirica e soggettiva, ingrandita quasi in quel telescopio poetico dove le linee dei rami e delle foglie si espandono in finissima tessitura che contiene al suo interno un iride dei colori accesi  di luce.  Così, noi spettatori siamo attratti e catturati entrando nella stanza, prigionieri di tale visione.

Per CaCO2  sono fittissimi tasselli di vetro brillante assemblati insieme in mosaico simili all’onda verde e incontenibile di un prato o di uno spiazzo erboso,  vibrante ai nostri sensi, infuso di movimento, muovendosi in ondulazioni ritmiche accordanti e discordanti secondo il fluire dei venti o di ipotetici correnti che lo attraversano. Scintillante sogno di paesaggio ugualmente rifulgente di luce dove la materia appare fuoriuscire dal quadro, prendere il sopravvento dalla forma che all’origine doveva definirla per tuffarsi anche qui in un vortice di senso, di materia e di visione. Come se la natura diventasse per questo collettivo d’artisti uno spazio completamente mentale, immateriale, generato dalla percezione di chi guarda e tendente verso una dimensione altra, essenziale e puramente immaginativa.

 

José D’Apice, “Occidente” (2014)

Se dipingere per l’artista italo-brasiliano Jose D’Apice è “ addentrarsi nell’ignoto”, affondare nell’immaginario condiviso per indagare quelle pieghe e scarti che la nostra società esclude o volutamente ignora, tale è la sua visione inquietante e oscura della terra che lascia intravvedere vaghi presagi per le sorti dell’umanità e del mondo. Come se queste ombre oscure, i rilievi tracciati in fine inchiostro nero e matita colorata, questo sole tenebroso incombente sulla terra lasciassero presagire contro la leggerezza del tratto un destino funesto incombente sull’occidente. L’artista ispirandosi a sapienti citazioni pittoriche a china riesce a mescolare tale raffinatezza compositiva a una sensibilità più aspra e contemporanea sul presente, questo mondo naturale che da un’emergenza planetaria all’altra appare imboccare inesorabilmente la via della propria auto-distruzione. 

 

Enrico Minguzzi, “Germogli d’inverno” (2021)

Paesaggio post-atomico, incendiario e apocalittico. Fluorescente indaco rosso vivo su una natura inerte, grigia, quasi arsa da un’esplosione.

Come la terra negli ultimi cinquant’anni è stata oggetto di una massiccia azione dell’uomo tale da trasformarla, appropriarla e arrenderla a processi irreversibili di contaminazione, allo stesso modo la visione di Minguzzi non può che riflettere una simile ricerca d’artificio che si traduce in un uso personale e saturante del colore fatto di contrasti violenti_ dal vibrante al cupo_ per rendere la nuova era antropologica in cui siamo immersi. Il paesaggio resta irreale, contaminato da luminescenze incendiarie e rossicce che sanciscono la fine del mondo naturale, rigurgitato forse da un evento apocalittico e l’inizio di un’altra era post-atomica, post-industriale tendente implicitamente  verso la propria entropia.

 

Mattia Moreni, “Un pezzo di anguria come paesaggio”  (1968)




La materia è viva, presente nella tela come colore e come traccia densa lasciata dalla pittura ad olio pulsante di soggettività impersonale, tanto da diventare essa stessa paesaggio materico e insieme, prettamente espressivo. Angurie compaiono in questa serie di quadri di Moreni  come densità materiche che assorbono lo spazio e dileguano ogni altro soggetto mentre tendono a disfarsi, dissolvere di fronte a chi guarda dal rosato al bianco, infestate di piccoli segni simili a semi o insetti neri presenti sulla materia in disfacimento. Le forme sembrano liquefare in puri correlativi emozionali totalmente impersonali, in  tele successive alludendo apertamente agli organi sessuali femminili seppur liquidati come forme. L’idea di paesaggio qui è in maniera assoluta spazio di elaborazione del sensibile oltre la frontiera dell’apparente ma sempre partendo o restando ancorati all’esperienza della materia, del colore e della traccia emozionale che incide e plasma la tela. 

 

 “Exodus” (2021 ), Fabio Giambietro

Il paesaggio è  per Giampietro esaltazione di un mondo avvenirista  e virtuale o la sua negazione? Da una parte questa  vista urbana immensa e magnificente su una ipotetica città moderna appare sprofondare simile al vortice di torri e palazzi verticali verso le profondità infernali della terra; dall’altra, se vista in senso opposto, la città sembra elevarsi a dismisura verso l’alto dal sottosuolo oscuro da cui ha tratto origine  occupando  anche orizzontalmente l’intera parete della galleria. E ancora, l’opera è pensata per essere guardata attraverso un visore di realtà aumentata che permette allo spettatore di tuffarsi in quel paesaggio smisurato fino a esserne ingurgitati quasi là dove l’immagine tridimensionale prodotta dalla tecnologia lo getta letteralmente e in modo spaventoso dentro il quadro. L’opera è dunque leggibile come un’esaltazione cieca e smisurata del potere della tecnologia sulla natura oppure come il suo opposto destabilizzante e minaccioso per l’uomo. L’immagine di realtà aumentata confonde e fa perdere le coordinate spazio-temporali allo spettatore; allo stesso modo un possibile uso e abuso delle tecnologie implica derive irreversibili quando induce all’annullamento dell’umano, alla distruzione della natura e alla catastrofe ecologica in corso. Domanda aperta forse cui la mostra come labirinto di possibilità espressive e interpretazioni sul tema paesaggio da parte di questi artisti contemporanei non può dare facile risposta, semmai lasciando questa via aperta e da esplorare nella seconda parte del percorso  che si aprirà alla fine del 2023.

 



venerdì 24 febbraio 2023

"Atlantide 2017-2013", Yuri Ancarani, video-installazioni al Mambo di Bologna









 Atlantide secondo la tradizione letteraria rappresenta il mito del continente sommerso, l’isola leggendaria “ sprofondata in un singolo giorno e notte di disgrazia” nelle parole del Timoteo di Platone. Atlantide è anche il titolo scelto dal regista ravennate Yuri Ancarani per il docu-film presentato nella sezione Orizzonti al Festival del cinema di Venezia del 2021 e attualmente al centro del progetto espositivo a cura di Lorenzo Balbi, “Atlantide 2017-2023” al Mambo di Bologna. Perché se di continente sommerso si tratta per questa  “Venezia-Atlantide”, esplorata dal regista nei suoi paradossi e radicali cambiamenti sociali soprattutto qui esso coincide drammaticamente con l’universo esploso dell’adolescenza tra i più giovani d’oggi: “l’ambiente e le pratiche di una generazione alla deriva vista sullo  sfondo senza tempo del  paesaggio veneziano”. La sceneggiatura è in fondo plasmata sull’unicità stessa della laguna, la città sommersa e riemersa dall’acqua sfondo alla vita in divenire di un gruppo di ragazzi, gli scorci sul loro esserci e relazionarsi là dove il film come afferma Ancarani “si è lentamente costruito da solo”, prima di ogni sceneggiatura. Il lungometraggio presentato per l’esposizione in una sala del museo bolognese diviene parte di un progetto più ampio, opera corale che include anche una serie di nuovi lavori: brevi cortometraggi, una video-installazione posta in maniera speculare al centro della sala, infine una serie di frames fotografici ingigantiti e immersi nell’atmosfera psichedelica e allucinata del finale del film con le musiche trap di Sick Luke.


Come Ancarani afferma in un’intervista: “ Mi occupo di cinema di realtà perché oggi la realtà fa molto più paura della fantascienza. C’è tanta violenza in queste inquietudini di Daniele, il protagonista, un giovane di sant’ Erasmo nella laguna che vive di espedienti e si sente emarginato dal gruppo dei suoi coetanei. I ragazzi sono quasi tutti non attori e le loro vicende di vita_ i dialoghi rubati dalla realtà, il loro rapporto con Venezia attraverso gli angoli della laguna dove si ritrovano e si consumano le loro relazioni spesso alla deriva nella fuga dalla realtà verso uno sballo distruttivo_ tutto ciò è al centro del film come un’ osservazione in divenire nel corso dei quattro anni di produzione.  Barchini colorati con musica trap a tutto volume sfrecciano attraverso la laguna nella notte veneziana mentre una vita di svago, di evasione devastante emerge dal close-up cinematografico su questi adolescenti alla deriva . Daniele separato dal resto del gruppo passa il tempo  passa il tempo a trasformare piccoli motoscafi lagunari in pericolosi bolidi da competizione sperando così di poter guadagnarsi il primato e il rispetto dei suoi coetanei.

Adolescenti visti in un mix micidiale di alcol e droga in tale ricerca di svago senza limiti corrono sui piccoli motoscafi nella notte veneziana attraverso i cunicoli stretti e i riflessi oscuri dei canali poco illuminati dove baluginano a distanza luci scintillanti e i psichedelici bagliori della città . Un’altra protagonista, Bianka, è vista in una sorta di estasi allucinata muoversi a ritmo frenetico di musica tecno sulla barca che Daniele conduce a sempre a più forte velocità sfrecciando attraverso i canali mentre appare schivare a malapena i ponti bassi che sembrano travolgerla nella piena euforia del momento e l’immagine sempre più mossa e instabile rivela la percezione soggettiva, distorta della sua mente nella parziale perdita di punti di riferimento. I due consumano un rapporto fugace sulla barca in immagini filmate attraverso forti contrasti chiaroscurali e filtri colorati violacei e verdi riflessi nella laguna; poi il ragazzo è visto correre nella notte inseguito da altre barche solo con il volto sanguinante  sullo sfondo di una città fantasma accelerando in immagine sempre più distorte  e allucinate di ponti e strade che si protendono verso di lui oscuri e minacciosi quasi ad ingoiarlo in uno scenario infernale percepiti come dall’interno della sua mente. La realtà finisce per rivoltarsi contro e la vicenda volge in tragedia: Daniele muore tragicamente in un incidente in laguna annunciato dal telegiornale in uno schermo parallelo  e il barca in fiamme è vista bruciare in un falò in piena notte al centro della laguna.

“La storia è un pretesto per lasciarsi dominare dalle immagini, sono loro che ti raccontano, che vibrano in te” afferma il regista. Venezia rivive nel video e nei cortometraggi di Ancarani come un mondo a sé, un universo d’acqua che diviene anche la sua metafora visiva più potente; Atlantide filmata dall’altezza stessa dalla barca, appare invisibile e profonda  come il continente sommerso di questa generazione non-vista che riemerge per frammenti o in negativi fotografici tra le linee. Altrove l’acqua è riflessa contro un cielo terso e limpido al tramonto come impeto e grido di libertà mentre le barche sono viste sfrecciare libere nella laguna. Ancora la osserviamo cadere goccia a goccia da un rubinetto della fontana quando Daniele afferma di non poter credere ai propri sogni, infine appare salire inesorabile nel crescendo drammatico del film pari all’insofferenza celata di questi giovani, simbolo di annegamento o di deriva di un’intera generazione attraverso l’ acqua all’immagine del bastione corroso visto crollare all’improvviso all’ingresso della laguna. 

Ancarani esplora come video-maker attraverso i cortometraggi e il film presentato alla mostra di un’estetica dell’immagine differente che egli ricerca guardando oltre la consuetudine del film scritto e diretto come “un modo nuovo di fare cinema”. Lo definisce un “ cinema fuori dall’inquadratura” che continua oltre il frame ed esiste prima ancora di ciò che viene inquadrato dentro la cornice della telecamera. Filma questi giovani  senza dare loro un copione scritto, prima di una sceneggiatura seguendo i loro incontri e conflitti, il loro relazionarsi e agire attraverso la cinepresa oppure utilizzando droni che si muovono autonomamente sulla laguna. Perché il  lavoro vuole portare in sé l’attuale, cogliere  il presente di una giovinezza che si muove troppo rapida sotto i suoi occhi per poterla arrestare in una forma scritta, allo stesso modo il volto di una città che cambia altrettanto rapidamente divenendo luogo esemplare per raffigurare la crisi del capitalismo globale. E la mostra al Mambo di Bologna vive di questo stesso processo in divenire, tassello di un progetto più ampio che ingloba il film Atlantide ma anche la fotografia e la video-installazione perseguendo  l’’immagine visionaria che ne scaturisce con lo stesso intento poetico attraverso modalità visive differenti.