lunedì 25 ottobre 2010

Fabien Chalon « Cinque macchine sculturali » Maison éuropéenne de la photographie, Parigi





"L’enchainement " ( successione a catena, concatenazione, incantamento)




Gabbia argentea, antro che s’apre in profondità, papaveri viola, no rossi, indaco su fondo grigio brillante.
Cascate di nebbia a fiotti, sollevamenti,

dispersioni di materia vaporosa, grigia, ineffabile, riversata simile a moto di fine del mondo.


Fiumi, vapori, acqua in una sorta d’apocalisse vivente; travalicano all’esterno del video nello spazio chiuso dell’installazione.

Catena oscillante con lucchetto appeso,
biglia gialla, centro, luce spenta, gabbia chiusa,
trovare una fine.

Tabernacolo, piccola luce rossa accesa a lato,
sacrilegio, sacrificio;
pendolo con lucchetto ciondolante , biglia che rotola avanti e indietro,
movimento ritmico, monotono, rotatorio volgente a vuoto su sé stesso fino a centrare la cosa. Apocalisse d’onde, d’oceani in eruzione.

Mano che sprofonda, corpo che affonda,
viso, spasimo,
apocalisse d’acqua vivente;
avvolge e riassorbe ogni cosa dentro il suo vortice d’oceano.
La gabbia si chiude.





"Prendi il tempo"



Schermo nero, fondo verde smeraldo,

cielo stellato, onde, vibrazioni elettriche, scoscio d’uragano avvicinatosi,

le temps,

riflesso lunare, biglia in caduta libera,
eclatement de vagues,

cieli che s’aprono e poi si richiudono pesantemente su di voi simili a veli su fondo di morte.

Sospensione,
luce verde smeraldo, cascata di fiocchi lattei, discendono pesantemente al suolo e li si fermano, permeano brillanti geometrie di forme.

Le temps, prendi , il-tuo-tempo,

“ogni giorno qualcuno muore in questa città silenziosamente”


Campi di cotone, blu notte, risate,
viola argenteo riflessi, eclissi solare,
eclatement soudain de formes, bagliore improvviso trasfigurato attraverso le tenebre .
La biglia cade all’improvviso dal supporto, veli neri tirati su volto di morte,
svolazzanti lame di candele accese.
Incendie, état de réveil
Il tempo,_prendi__ il tuotempo,__ pour que ça n’arrive plus, ton temps,
elocuzione, choc, assenza di , charme des mots, fascino delle parole, rare e essenziali sull’onda del movimento.

Legare, imprigionare, stringere: tenere stretti a sé, cingere con le proprie braccia,
stringere i denti, la morsa, la presa su qualcuno,
costringere, ridurre, rimpicciolire lo spazio vitale,
ridurlo a una perla vuota, a una conchiglia svuotata, dissecata, spazzata via da vento a riva,
ridurlo ai quattro panni stesi ad asciugare, lavati e consumati dall’uso,
a treni di notte e stazioni affollate di giorno , al rumore assordante dei vostri passi sul marciapiede, al loro eco sull’asfalto
a una cantilena, un ritornello, un tormento,una sequela di parole che vi girano in testa,
il battito percuotente del vostro ritmo cardiaco,
l'eco che vi gira in capo da mattina a sera, la rabbia che vi assale,
la nebbia che affolla e cancella, vaga nella mente.










"Tu es fou”


“Siamo grati alle stelle d’aver fabbricato gli atomi con cui sono costruite le molecole dei nostri occhi.”



Azzurro celeste, indaco, grigio, cielo coperto di nuvole immense, trasfigurate di luce.
Nuvole grandi, bianche, soffici, espanse e leggere,
Attraversamenti d’oceani
Mappe del mondo si dispiegano al contrario, movimenti dei venti o delle maree,
dilatazioni di materia sospinta, sospesa, fatta muovere, dal soffio del respiro vitale.


Velo, velare, bocca, labbra, parole pronunciate con ardore, con candore;
Montagne di nuvole, visioni celesti, acque, scorrimenti d’oceani, di spazi infiniti;
materia nebulosa arresta il film infuocato divorato da notte.





“L' abbandono”

Grigio asfalto. Mozziconi di sigarette inceneriti, pulviscoli di carta bruciata.


Polvere di materia arsa, spazzata via dal vento dopo la combustione.
Granelli di sabbia, granuli sollevati a vortice intorno, residui solidi di cenere svolazzanti dopo l’ incendio; piume di farfalle, nel vuoto sospese.
Particelle solide compresse nel vuoto dell’atmosfera condensano in forma di nubi.

Tuoni improvvisi, folate di vento, una più forte delle altre, ciclone in arrivo da ovest;
venti del nord, taglienti, gelidi, improvvisi.

Una figura in controluce appare nel profilo d’ombra, diviene sempre più grande, si espande, si dilata, occupa ogni millimetro di spazio come una proiezione che sfugge al nostro controllo.
Avanza sfumata, senza limiti sulla superficie, pronta a sollevarsi, a sollevare le proprie braccia e prendere il volo a guisa di creatura alata.
Turbinio infinito, sollevarsi, vorticare: l’esplosione, la disintegrazione di tutte le forme. L’incenerimento della materia nel ciclone indotto dai venti.


Più tardi la vedremo fluttuare, trasfigurata, aerea, in questo universo di cenere sospesa,
in aria sul nero d’asfalto.
Avanza, s’arresta lentamente, procede, senza più peso dopo la rimozione del volume, della forma.

Volano frammenti di braccia, di gambe, di testa, pensieri prendono forma, svolazzano e poi ricadono pesantemente al suolo; ali disintegrate di farfalle, prosciugate, dissecate e scheletri, membrane di insetti, volano in circoli ellittici, in ampie spirali ondulatorie e continue, trascinandosi in aria, condannate all’eterna ripetizione in questo circolo di vita-morte, ellittico, infinito, senza fine.

Siamo vento del nord, fredda tempesta, siamo figure in controluce pronte a disintegrarsi, trasfigurate in altro e altro ancora,
infiniti frammenti fluttuanti alla ricerca di senso,
in circoli di vita-morte senza fine .


" L'homme qui marche"









Sogna uno specchio. Si vede nello specchio come una maschera, la maschera deformata di sé stesso, profilo d’inchiostro staccato su fondo bianco;
una traccia presente nello spazio oltre il proprio volere, qualcuno che appare e non si riconosce come tale.
"Si strappa da sé troppo in fretta, troppo violentemente, in modo che il calco del viso resti impresso, marchiato sulle sue mani". Può percepire la voragine aperta del cranio, scavato nel vuoto .

Vedere questo viso del di-dentro costa uno sforzo infinito, lo trova inavvicinabile, pericoloso,
intoccabile ai sensi e poi, ancora più pauroso,
il cranio senza più traccia della superficie esterna.

Si disfa, liquefa tra le mani, perde tratti di sé,
si smembra, si decompone, come se una parte divenisse più importante d’un'altra,
e la testa estremamente presente, pesante, fino a riassorbire ogni cosa , i limiti della figura,
riassumere tutto su sé e svuotare il resto di peso.
Oppure si vede passare senza trattenere nulla in particolare,
dileguare attraverso le forme, l’alterità dell’esterno.

Stringe le mani al corpo, i piedi al suolo, dentro la terra, cerca al centro le radici del sé;
infrange questa parete trasparente, membrana, lamina o velo che si frappone, condensando in pulviscoli o polvere di ghiaccio, come una patina distorcente, una lama divorante alla percezione.








lunedì 11 ottobre 2010

Palinsesti, riscritture ( da Ascanio Celestini, "Fabbrica" 2003)



“Ed é vero come si dice che i morti portano con sé i viventi, nel senso che quando qualcuno muore in una casa un altro nasce al suo posto per riequilibrare le cose. E, il vivente, anche, porta avanti la vita del morto, ne porta addosso la memoria, il nome.”
Portano con sé i morti, i viventi, come se li portassero sulle spalle, con tutto il loro peso, ad ogni momento, come se fossero lì a respirare sulla loro nuca, gravitando in un alone incomprensibile, greve e misterioso intorno alla loro coscienza. Come pesassero sul loro corpo, nei loro sogni o nei loro incubi la notte, vivono di quell’unico soffio vitale, aspirano un po’ della loro linfa, a poco a poco ogni giorno, bevono il loro sangue, camminano sui loro passi, cominciano ad abitare il loro spazio fino ad impossessarsene, lentamente,
fino a inquinarlo, estranea suppurazione di materia, linfatica, fluttuante, liquida attraverso le vene, invisibile a prima vista, forse evaporata in scorie gassose incrostate intorno alla figura
Come un alito, una cappa di grigiore torpido, di torpore nebbioso che ostruisce, annebbia o ammanta la pelle.
Ed é come se una parte di loro morisse con gli altri oppure partisse per un lungo viaggio fino a quando non saranno riusciti a separarsene, a vederli partire una volta per sempre,
ultima mossa d’una partita a scacchi giocata al limite,
corpo a corpo , l'ultima pedina rimossa, tavolo disertato, né vincitori né vinti ,
scacchiera ormai vuota.






“Allora se ne vanno lontano per non voler più parlare” , desiderano andare sempre più lontano, attraversare terre e pianure e raggiungere oltre gli oceani luoghi sconosciuti per non incontrare nessuno. Se ne vanno lontano dagli uomini e si mettono a parlare con gli alberi, il vento, le pietre, mai più con gli esseri umani. Cominciano a comprendere il linguaggio delle analogie universali, i misteriosi passaggi tra materia e infra- materia, a percepire i fluidi energetici, i flussi,
le correnti, le ondulazioni delle acque, le fasi lunari, le vibrazioni dei corpi,
le corrispondenze segrete tra tutti gli elementi animati e inanimati del vivente. Alla terra, alle profondità della terra raccontano il loro segreto, e poi tacciono per sempre.

“Ma, anche, voi dite, l’acqua é strana, l’acqua del fiume nessuno la comprende, da dove provenga, dove conduca” . Là dove tocca e sommerge le rive crescono giunchi, cespugli, selvaggi arbusti di sottobosco, lunghi e sottili, affilati ed esigui, voraci e fragili, instancabilmente mossi dal vento, ondulanti in tutte le direzioni, ribelli e disordinati, dispersi eppure vitali e quando il vento passa attraverso, sull’acqua del fiume, fischia e mormora uno strano bisbiglio,
un soffio, un respiro, un brusio incomprensibile. Alcuni dicono che sembra il pianto d’un bambino perduto nella notte, oppure il rantolo d’una bestia solitaria, accasciata al suolo, raggomitolata come avvolgendosi dentro la terra per curare le proprie ferite. Ma, qualche volta, il vento in mezzo ai giunchi, sull’acqua, il vento che passa, sembra una voce, un suono, il mormorio d’un canto silenzioso, dolce e avvolgente , che incanta e seduce, avvolge e trascina con sé.



“Là nelle profondità della terra non c'é luce. Per farci paura spengono la lampada” . Qualcuno comincia a muoversi nell'oscurità intorno senza sapere esattamente dove, come_ rumori indistinti_ e ridere come fosse folle,
come si ride quando si diventa folli, e si perde la nozione del tempo e dello spazio, della luce fuori, la memoria anche di quella luce, sprofondati, immersi nel nero di dentro.
L'istinto di tenere gli occhi aperti, l'impressione di non poterli aprire abbastanza. Poi, una risata sorda, malsana, lunga e prolungata, si trasforma in un eco lancinante,
in un grido trattenuto, un singhiozzo, un sussulto, una scossa violenta e ripetuta attraverso il corpo.
Come quando è notte e nella notte fa veramente buio, una coltre spessa non rotta da alcun bagliore. Immaginate la notte, il nero della notte, impenetrabile agli occhi, ed è ancora una peggiore oscurità. E non è ancora come laggiù.

“Ci muoviamo laggiù nel nero; sento che i ratti ci camminano accanto. Penso che ci salteranno addosso da un momento all'altro, che finiranno per divorarci. Trovo una scatola di fiammiferi in tasca; ne accendo uno” . Un leggero bagliore.
Vedo che i ratti non esistono o forse si sono nascosti spaventati dal guizzo improvviso di luce. Non esistono o non ci hanno ancora divorato.
Mi accerto della presenza del corpo, le mani, il ventre, i piedi al suolo; lo percorro, lo sfioro attraverso la pelle per essere sicuro che tutto sia là, che nulla sia stato frammentato, rimosso corroso o divorato in parte.

“Voi dite che l'uomo e la bestia sono simili ma che tra l'uomo e la bestia c'é comunque una differenza” . I ratti sono bestie e abitano la notte. L'oscurità è il loro luogo, la loro dimora. Non temono il nero, loro. Siamo noi, gli uomini che abbiamo bisogno della luce, che la cerchiamo ad ogni istante, del calore anche, dell’energia luminosa ch' essa porta in sé, dell'alone che avvolge i corpi e li connette l'uno all'altro, inconsapevolmente, come un anelito di vita, un fulcro essenziale al quale aspiriamo.
Se non avessi avuto quella scatola di fiammiferi, laggiù, sarei morto.

Voi dite che tra l'uomo e la bestia c'é sempre una differenza ma quella differenza, vedete, qualche volta, sta nel bagliore improvviso , nel luccichio istantaneo d’un fiammifero.

Dite che gli uomini portano con loro, sempre, l'errore, lo sbaglio, la stortura,
la colpa di quelli che li hanno preceduti, che sono innocenti forse solo nei sogni. Dico che un uomo derubato , espropriato della propria vita, espulso della propria integrità non è più innocente neanche nei sogni.


“Quando la guerra è scoppiata hanno inviato un folle laggiù, là al centro della terra, vicino alla grande fornace” . Passava le sue giornate a guardare il carbone , a fissare la polvere di carbone bruciata, ammantata di cenere argentea,
d’una lucentezza metallica, immobile per ore di fronte alla caldaia. Un giorno qualcuno per divertirsi ha lanciato della polvere di pirite sui mozziconi spenti, che a guardarli si illuminano, scintillano dando l’impressione d’essere oro.
Gli hanno detto che avevano trovato dell’oro nel carbone . E il folle s’è messo a scavare con le mani come un dannato, a cercare l’oro in mezzo ai pezzi di carbone bruciati, alle ceneri spente e ancora fumanti, ai residui di materia arsa, incenerita, intoccabile con le dita.
Passava tutto il suo tempo a scavare per trovare quell’oro in mezzo alla polvere bruciata, alla cenere di quello che restava.


“E così le ombre parlano, parlano con gli esseri umani”. Odiamo le cose perché odiano la loro immobilità e vorrebbero essere vive, viventi, in cammino, dotate di vita propria come gli umani.
L’ombra d’una cosa inanimata, d’un oggetto morto. Immobile, affonda i suoi artigli nel cemento della pietra dove resto seduto, incapace di sollevarmi. Come volesse avvilupparmi, trattenermi al suolo, in questo nodo d’immobilità mentre io sono già in movimento, con un piede fuori la porta, cercando la luce, il respiro oltre,
come qualcosa fosse rotto, finito per sempre lì dentro .
Ci vorrà tempo ma penso che presto o tardi riuscirò a trovare questo luogo definitivo. Per ora sono attento al cammino, a ogni minimo spostamento, attento a ogni vibrazione della luce, di quello che accade intorno, fuori e in relazione a me stesso, perfino alla mia respirazione.



“Ora la stanno smantellando, un blocco dopo l’altro, la fabbrica. La portano via pezzo a pezzo” . Quando torno a vederla la sera resta solo lo scheletro. La si direbbe tale e quale a prima. Quella di prima ma senza muri, trasparente ora, un edificio trasparente e invisibile insieme, avendone scoperto lo scheletro, la struttura, le fondamenta. E tuttavia, ancora non la ricordo, non riesco a visualizzarla tale e quale era.
Ricordo laggiù, sotto terra, l'oscurità dove i ratti, le bestie respirano a ridosso degli uomini, camminano sulla loro pelle e rischiamo ad ogni istante di divorare i loro organi.

domenica 26 settembre 2010

Gabriel Orozco, scrittura su immagini fotografiche, (Centro Pompidou, Parigi)























L’idea viene dalle foglie e poi dal sole che le attraversa, aspersione di raggi refrattari, rarefatti, moltiplicati in infiniti cerchi di luce al suolo, dispersi in milioni di eclissi attraverso le membra.




Così è chiamato “albero lunare” per via della luce, del chiarore lunare che attraversa le foglie, trapassandole e a metà aspergendole di vibrazioni luminose.





« Tutto é stato detto, troppo, fatto, gridato, iniettato e consumato, divorato e espulso. Tutto è accaduto. Vogliamo solo restare per un momento, e respirare, e poi dimenticare. Dimenticare ogni cosa.”

















“Dopo aver mangiato le arance quello che resta é la buccia, la pelle vuota. Penso al vuoto all’interno dei corpi, all’interno di questi oggetti: alla scatola di scarpe vuote”, al vuoto apparente di molti oggetti banali in cartone, alluminio o plastica sui quali ci imbattiamo nella vita quotidiana, che troviamo ammassati nelle discariche o gettati lungo le strade. Penso al vuoto-pieno di molte figure, immagini o corpi che attraversiamo con lo sguardo senza vedere come fossero iconici, a una sola dimensione, senza spessore né materia, senza segni distintivi né marcature sulla pelle a definirli. Fogli volanti, svolazzanti in aria come aliti di vento, figure ritagliate in seta o sagome di ghiaccio.

Penso ai bronzi in metallo vuoti all’interno, alle statue di gesso risuonanti del proprio eco, alle forme in latta o alluminio accartocciatesi al primo urto.
L’auto, ugualmente, é tagliata e ricomposta, dislocata dalla sue reali proporzioni, infine ricostituita idealmente in scala sul modello originale. Metallizzata, lucida, polita, rifatta su misura, su una misura forse desiderata, più consona, più umana, più vicina a quella di un ideale che possa abitarla. Eppure il modello appare forzato, forzatamente ristretto, compresso, brillante d’una brillantezza epurata, fittizia, vacua o che non fa riflesso.
Eternamente dislocata, un vuoto all’interno.
Lo spazio vuoto, un’azione e poi un’altra, tra due metà al centro un vuoto, come l’impronta del passaggio del tempo sull’oggetto.
Sottrazione: il fatto che ci sia questo vuoto.

Poi penso alla pienezza, alla corposità della materia, della carne, della pelle;
pasta, plastilina o argilla malleabile che puoi tagliare con le dita, modellare, impastare e comporre, appropriare o disfare con le tue mani.
Pieni-vuoti.La densità di momenti, atti, presenze, scambi fulminei caricati di tensioni sotterranee, d’una densità impalpabile allo sguardo; atomi in aggregazione libera nell’universo fluttuando nello spazio vuoto circostante.
Soglie o attraversamenti fulminei dei sensi al limite del cosciente.

Yielding stone, pietra del desiderio, essa stessa materia e ricettacolo, recipiente.
Il volume é espanso da un nucleo di plastilina fatto rotolare al suolo fino a dilatarsi, caricarsi di materia al passaggio, scavarsi, rigandosi, anche, in diversi punti;
impressa di tutte le tracce, le scorie, le polveri, i residui incorporati sul cammino.
Una sfera in caoutchouc riempita d’aria, imponente nelle dimensioni, dando l’illusione di contenere e trasportare qualcosa, poi la plastica d’un pallone forato riempito d’una chiazza d’acqua andata ad annidarsi al suo centro.
Una stella perforata in alluminio precipitata da qualche costellazione celeste nella galassia;
stella di latta in caduta libera nell’universo, rimaneggiata,ritrovata simile a astro cadente/caduto.
Ruote di biciclette incastonate insieme in un movimento rotatorio, labirinto espansivo e inclusivo, spazio roteante su sé stesso delineando un circolo entropico d’energie alla ricerca d’una propria canalizzazione, via uscita.

Continuità di materia-spazio-tempo: rotazione infinita;
fluttuare come spostarsi in diverse direzioni incerte, simultanee e contrastanti.
Non scegliere, non voler decidere ma restare in uno spazio attraversato da tali movimenti,
contemporaneamente e su diversi piani, attraverso tempi e direzioni confliggenti.
Essere questo.







































Tavolo di lavoro: terra cotta e membra di corpo,
scarpe e laccetti,
carta straccia per riempire calzetti fittizi,
argilla su insetti, mina di piombo su osso, matita su disegno.
Pallone da calcio forato, perforato;
pagine di elenco telefonico ritagliate e re-incollate insieme su pergamena giapponese.
Gesso e conchiglie, cartone e metallo, maglia-reticolo in acciaio e bilie in polistirene.
Tavolo di lavoro: laboratorio di manipolazione,“permutazione di tutte le possibilità e impossibilità del fare sculturale”.
Ci sono “oggetti trovati”, abbozzi di lavori in piccole strutture provvisorie, iniziali, indefinite come vedere qualcuno nell’atto di impastare, mescolare, amalgamare, imprimere con le proprie mani,
dare corpo a queste forme nascenti, piccoli frammenti di qualcosa in divenire, a venire,
non chiari, non netti, non distaccati ma ancora a metà amalgamati alla materia malleabile, vista nell’atto di comporsi tra le mani.
Seguono oggetti in una forma finita che saranno proiettati su larga scala nello spazio : un tavolo da scacchi, una serie di conchiglie intagliate, scarpe da viaggio, un cranio inciso sul motivo della scacchiera. E ancora ready-made, detriti, strani dispositivi in terracotta, modellini di reali architetture.
Tavolo di lavoro, banco espositivo, piano di mercato. Tutto è disposto minuziosamente, meticolosamente, tutto trova un proprio posto definito,
un proprio riquadro come su una scacchiera, in un gioco di posizionamenti tra strutture finite, bozze, forme non-finite, lasciate li’ a metà strada, virtuali residui,
ritagli, rimasugli o fondi di mercato.
Li guardo a distanza, li osservo, li conservo tutti. L’insieme forma un processo,
un amalgama, un collage prima del collage, del disegno o del lavoro finito.
Come cliché di cose che utilizzo, ammasso, archivio e poi ritrovo casualmente; tavolo d’atelier dal quale attingo. Tutto è disposto minuziosamente dentro un circuito chiuso, proiettato nel rispecchiamento temporale di fotografie in bianco e nero
riemerse da un mondo scomparso: “collage della felicità” , catalogo di Jacques Henry Lartigue.




Finger Ruler drawing.

Encefalogramma piatto, linea della vita, papiro interrompendosi nel vuoto, inizio e fine improvvisa.
Encefalogramma piatto, linee della vita disegnandosi attraverso, come l’impronta d’una mano, d’un dito tracciandosi sotterraneo sul pentagramma di carta di gesso.
Frammento di linea appena visibile, procede sul bianco all’infinito, prima e dopo il nostro tracciato.

My hands are my heart.
Imprimere una massa d’argilla, malleabile, rossiccia nel palmo delle proprie mani:

massa plastica, dal colore vivo, vivente della terra cotta,
bruciata dal sole assumendo le sembianze del cuore, degli atri, dei ventricoli che portano il sangue al centro dell’organismo e poi dà li’ lo fanno circolare attraverso tutto il corpo.
Forma aperta, messa a nudo di fronte agli occhi di chi guarda;
materia vivente, impressa dalle mani, mostrata al pubblico.
Palmi aperti, ora chiusi, sovrapposizione d’immagine;
figura a torso nudo fissata da una ripresa fotografia successiva.
Ripresa a plat, in visione diretta, frontale, a raso di fronte all’obbiettivo.

L’impronta genera, ugualmente al suolo, ampi semi-cerchi di ghiaccio,
tracce circolari simili a quelle lasciate da ruote di bicicletta sulla patina ghiacciata di brina nelle prime mattine d’ inverno.
Si trasforma in onde d’acqua. Nel solo quadrato nero dove la brina non è rimasta fissata sull’asfalto, dunque in quel minuscolo quadrato o spazio circoscritto,
si disegnano forme circolari,
espansione di fili tracciati al suolo come filigrana di rami, d’alberi riflessi nello specchio d’acqua.

Breath on piano: impronte del respiro, del soffio del corpo,
animus/anima, invisibile, fluttuante, sospesa,
espansa come alone energetico intorno alla figura oppure in fluttuazione costante,
in ondulazione dal basso verso l'alto, risalendo e precipitando come attraverso degli slanci di vita, degli ansiti del respiro fino a imprimersi in forma aleatoria, al limite della visibilità sulla superficie lucida, brillante, del pianoforte.











La poesia nasce dagli incidenti del quotidiano, dal paradosso degli eventi,
dal dis- funzionamento del reale, dallo sbaglio più sordido, dall’incomprensione più banale o grottesca, dall’incongruo che si insinua nelle serie degli eventi prevedibili.
La dislocazione poetica si appoggia sull’ intervento del caso, lavora sulle smagliature, le pieghe, le scuciture del tessuto dell’ esistenza.
Opera come metamorfosi creativa sull’oggetto in quello che d’esso appare troppo grande e smisurato alla nostra comprensione come l’eccesso, l’assurdo, l’illogico, l’ingovernabile dell’esistenza oppure la residualità degli eventi,
il livello basso, quotidiano, marginale della storia come la scoria,
il resto, il fondo, il rifiuto, l’inutilizzabile per eccellenza,
al limite la banalità del quotidiano.

E’ un pallone forato, lasciato su una strada d’asfalto, pezzo di plastica riempito a metà d’acqua densa, stagnante dopo la pioggia, lasciato li', sul cemento della strada. Pallone accartocciato,
resta la plastica forata, inzuppata d’acqua e d’un tratto l’acqua diviene il riflesso della strada,
di forme geometriche venute ad affacciarsi dall’altra parte.
La metamorfosi si opera attraverso lo sguardo.
L’artista messicano la definisce una forma di “empatia con il mondo”,
spontanea, immediata, fuori da ogni teorizzazione pre-esistente,
come restare impigliati nella trama degli accadimenti, nelle maglie della vita o della materia;
di qui la figura del cerchio, della circolarità o ripetizione delle mosse
ripreso dal gioco degli scacchi: gioco delle possibilità combinatorie, dei movimenti virtuali o rotatori disegnati da tali traiettorie.

martedì 7 settembre 2010

Partendo da William Kentridge, "Cinque temi", Jeu de Paume, Parigi
























William Kentridge:

“L’animazione, come io la percepisco, corrisponde all’impermanenza, alla provvisorietà del mondo, tale che esso sembra operare di fronte ai nostri occhi": parete mobile, foglio volante o membrana sottile attraverso la quale stabiliamo un contatto tra noi e l'esterno partendo dalla nostra interna sensibilità.
In senso propriamente letterale, il disegno animato rende visibile quello che conosciamo ma non riusciamo vedere ad occhio nudo.
"Il movimento di una mano: quando osservo la mia mano qui sono costretto a fidarmi della memoria, del sapere che era là precedentemente. Non c’è nulla vedendo la mano ora che indichi che era là un tempo, che quel lasso di tempo è passato. Con l’animazione disegno una mano, la cancello, poi la ridisegno sullo stesso foglio altrimenti sapendo che c’è una traccia che resta, e questa traccia è lungo tutto il tragitto, attraverso tutto il percorso filmico.
Nella vita le cose appaiono qui e là separatamente ma dobbiamo comprenderle come se ci fosse una storia incorporata in esse che resta invisibile per la maggior parte dei tratti;
l’animazione non fa che renderla visibile, ridisegnarne le parti mancanti."

Le cose appaiono qui e là ma dobbiamo capirle attraverso una continuità del vivente, capire il mondo come relazione, come contatto;
il modo in cui incontriamo l’esperienza esterna in un rispecchiamento, annebbiamento, rifrazione ottica, proiezione mutilata tra i fenomeni e quello che noi percepiamo d’essi.
Punti distaccati, linee che emergono all’esterno e il modo in cui li connettiamo, ne rintracciamo, al di là dell’astrazione di singoli tratti, immagini riconoscibili attraverso una serie di libere associazioni.
Insistenze del nostro pensiero: le lasciamo costituirsi, ricomporsi e decomporsi in reticolati mentali, in paesaggi ricorrenti,
in densità o zone di concentrazione psichica, immaginativa o emozionale prima che queste scompaiono trasformandosi, senza sosta, in altro e altro ancora.


Molti film riguardano il senso, il processo, la forma della visione. L’interiorità é come uno specchio rovesciato, il lato opposto della cosa percepita dalla retina. Le immagini disegnate sono prese in questo sforzo di raggiustamento costante, di correzione, adattamento, di ricomposizione d'una realtà esteriore spesso sentita come incomprensibile, feroce, grottesca o frammentaria.
Specchi deformanti, figure falsate che tentiamo di ridefinire attraverso il nostro interno atto di visione.



Uno degli aspetti del creare immagini animate é la dimensione fisica : non sedere di fronte a un computer ma fisicamente lottare, spostarsi, camminare nella stanza,
fisicamente impregnare i corpi, i fogli, la carta nell’atto di strappare, lacerare o tagliare,
disegnare o ricucire, ricongiungere, cancellare o riscrivere.
Mettere insieme oggetti, avere la sensazione di dove la geografia di un’azione dovrebbe andare a iscriversi all’interno di uno spazio, di come un insieme di dettagli in un luogo,
l’immersione in un’atmosfera luminosa, opaca o opprimente dovrebbe, in qualche modo, aprire la cornice di un accadimento, di un movimento, d'una serie di atti che andrà a disegnarsi senza sapere esattamente come, in che modo.
E’ un mettere insieme, o meglio tenere insieme forme, oggetti o sensazioni colorate,
far assemblare suoni, figure, parti del corpo per permettere a un’altra parte della psiche, dell’immaginazione creativa, del pensiero non-intenzionale, non- riflesso, non-rimosso
di prendere parte a una forma di riconoscimento emozionale inconsapevole,
d' aprirsi una strada, fornendo uno spazio neutro dove provocare connessioni immaginarie,
o semplicemente lasciare fluttuare la massa disordinata, caotica, nebulosa della mente,
una vertigine aperta nel pensiero.

Rinvio creativo: procrastinare come trascinarsi lungo il percorso,
tergiversare, disperdersi, ritardare il risultato finale fino a farlo divenire un labirinto produttivo. Preparare una moka di caffè, versarsi una tazza, alzarsi,
attraversare la stanza ad ampi passi,
prendere un foglio, guardarlo, fissarlo vuoto di fronte agli occhi.
Cominciare a ricopiare una figura sul foglio, accartocciarlo, tracciare una linea,
sporcarla, farne una macchia di inchiostro a carboncino, cancellare le forme lasciando una nebulosa opaca, vedervi comparire sopra linee volanti.
Spostare, muovere gli oggetti nello spazio circostante,
metterli insieme, lanciarli, lasciarli cadere a terra.
Rovesciare la tazza di caffé, vederla diventare una traccia di inchiostro sul foglio,
riassorbire la macchia disegnando con il caffè rovesciato;
re-incollare un ritratto caduto dal muro, seguirne il profilo con un dito,
tracciarne la linea di contorno con un pennello, strappare il ritratto di carta appeso al muro,
rincollarne alcuni pezzi alla parete lasciando intravvedere dei vuoti.
Cominciare ogni processo dal contrario, cancellare e riscrivere senza sosta,
prendere di contropiede il bianco, il vuoto, l’amnesia.

Il processo del divenire vitale preso nel fulcro del proprio movimento, le cose viste nell’atto di trasformarsi, cambiare, evolvere lentamente, divenire altre da loro stesse.
Comprendere il mondo non come una serie di posizionamenti, di verità o teorie nel senso di una visione assoluta ma come il transitorio,
il non-finito, non-definito dell’immagine in movimento.
La transizionalità del tutto insito nella continuità-communità degli esseri viventi;
il rifiuto d'una demarcazione netta quanto piuttosto il fenomeno dell’ombreggiatura che tiene conto della stratificazione degli eventi, della traccia di cio' che permane,
si sovrappone, si accumula nella percezione mentale dell'esperienza.


“Felix in exile”, video d'animazione, William Kentridge 1994


Una stanza vuota, un letto, un lavabo, pareti nude, nessuna finestra.
Felix su una sedia.
Il personaggio é solo in una stanza. Fogli ovunque intorno mentre sfoglia una pila di disegni fatti da un’artista sud-africana.
L’uomo vede il mondo esterno, le marce di protesta, la guerra civile,
i corpi sanguinanti sulle strade attraverso lo sguardo di lei nella visione indiretta nata dai suoi disegni. Dal suo occhio l'obbiettivo é puntato sulla violenza perpetrata al corpo-terra d’Africa.

L’east Rand: il paesaggio è deserto, disertato nella zona delle miniere nei pressi di Johannesburg.
Miniere abbandonate: le fabbriche non hanno resistito alla recessione degli anni post-apartheid. E’ una zona sordida, disabitata e rocciosa, impregnata di nostalgia e solitudine dove tutto allude al passato.
La zona delle miniere che circonda la città è disegnata come un territorio nudo, scabro, marcato da un denso chiaro-scuro.
Ai margini d'una strada un corpo é disteso al suolo, apparentemente morto, ricoperto da fogli da disegno che volano intorno a lui.
I fogli volano lasciando tracce azzurrognole, schizzi si abbozzano e scompaiono come linee di fumo su un cielo nebuloso, grigio all’esterno.

Cadaveri di uomini nudi, coperti da giornali e fogli da disegno, spiegazzati, accartocciati intorno.
Una pozza d’acqua azzurra si staglia sul grigio della pietra, la pietra come il cranio,
l’interno della psiche, della soggettività bianca,
come la siccità, l’aridità del territorio, la secchezza incolore della roccia.
Il carboncino opaco del disegno contro il blu d’acqua viene a rompere, ad animare il chiaro-scuro forzato del contesto.
Corpi a terra sono disegnati nel tratteggio violento del bianco e nero, allungati, inerti.
Una macchia di sangue s’allarga al suolo intorno a loro.
L’uomo é solo nella stanza di fronte a un foglio bianco e a un carboncino;
pareti nude, i disegni si accumulano al suolo.

Metronomo. Nel cerchio dell’obbiettivo uomini in marcia per strada,
il cielo stellato, un rubinetto d’acqua blu.
Radersi: una parte del viso scompare divorata da una macchia d’acqua .
Un bacino d’acqua disegnata contro un vetro sale fino a versarsi sulla figura di Felix.
La donna appare dall’altro lato dello specchio; il suo volto invade l’interno della stanza,
si frappone, incontra lo sguardo di lui nel telescopio . La connessione avviene dentro l’apparecchio ottico attraverso lo sguardo in primo piano.
Allo specchio fogli volanti scivolano al suolo, uno a uno, scoprendo piedi, viso, braccia e seno.
Lavarsi, purificarsi: l’acqua invade la stanza. Cielo stellato, tempestato di punti, si ricongiungono in diverse forme.

Uomini in marcia, pietra, cranio, uomo disteso a terra, corpo morto, sangue, bocca,
cerchi rossi segnano i punti di frattura.
Immagine lenta: lavarsi, purificarsi.
Corpo del desiderio assimilato a quello di morte, lentamente al suolo anch’esso coperto di fogli da disegno. Acqua blu ora rossastra, il blu invade fino alla vita la stanza.
Immenso nell’acqua che cresce sempre più intorno a lui.

"History of the main complaint" video d'animazione, 1996

Il personaggio giace nel suo letto, dietro una tenda bianca in una corsia d'ospedale.
In coma , respira malamente attraverso una maschera, gli occhi chiusi, la bocca spalancata.
Un medico indossando un vestito a righe appare al capezzale con uno stetoscopio per l'auscultargli il torace. Esami clinici sul corpo del paziente scorrono paralleli alle immagini che fluttuano dal suo ventre, testa o cuore all’esterno.

Radiografia del torace. La sonda discende attraverso le ossa, le membra, gli intestini, nei visceri, discende all'interno. Immagine virtuale dell'interno degli organi, corpo-psiche animato e vivente. Soho sogna un incidente durante il quale la sua auto investe un uomo sulla strada.
Un'immagine a risonanza magnetica evidenzia le zone attive del cervello, l'attività nervosa incosciente, lo spostamento delle correnti sotterranee, i movimenti continui, infinitesimali, invisibili a occhio nudo della vita muovendosi alle porte della coscienza.
Lo sguardo di Soho è inquadrato nello specchietto retrovisore, l'auto avanza aprendosi il cammino come attraverso una giungla d'alberi in prospettiva.

Immagine cancellata: due croci rosse compaiono sul cranio, le stesse utilizzate precedentemente per mappare le zone geografiche dove la morte era accorsa sul corpo-terra d' Africa.
Due uomini su una strada attaccano e percuotono un terzo colpendolo brutalmente in volto.
I punti di impatto sul cranio sono segnati da croci rosse, il cranio si soprappone a quello di Soho, raggi x lo rivelano in trasparenza dall'interno.
Croci rosse appaiono sullo schermo, poi sono cancellate. Colori scuri, contrasti stridenti;
bianchi e neri portati all'esasperazione dalla tecnica del disegno.
Immagini in sequenza si sussegueno in montaggio rapidissimo : strada di notte oscurandosi come una giungla imperscrutabile, scontro d'auto, rottura dello specchietto, viso infranto, cranio.
Soho si risveglia. Gli occhi brutalmente aperti, si ritrova in ospedale.
Nell'ultima sequenza lo rivediamo alla scrivania come un uomo d'affari bianco, reinstallato al potere. L'incidente, il coma, il risveglio non hanno modificato la realtà delle cose.
Il film resta un'esplorazione tormentata, in divenire, non definitiva della psiche bianca in un sud-Africa post-apartheid: psiche amnesica, divisa da sé stessa, doppia, frammentaria, incapace di ricomporsi in una visione unitaria, in una geografia tridimensionale del soggetto,
mai completamente liquidata del peso del proprio passato.

domenica 22 agosto 2010

"Ravenna out of sight", fotografie di Enrico Fedrigoli, (Longo Editore, 2003)










La geografia e' quella di corpi che percepiscono lo spazio attraverso le azioni più quotidiane,
scritta da corpi che vagano,
si spostano, ritornano,
partono, incidono il suolo,
lo assimilano, lo sporcano,
lo subiscono lasciando tracce di sé:
memorie, polveri, suoni, linee di fumo esauste che svaniscono a distanza nell'aria;
la trama incommensurabile delle loro esistenze.


Ho visto queste mappe aeree, la città doveva essere un vecchio porto, oggi ricostruito altrove nella nuova zona industriale;
vecchio porto nella parte est della città, tra le strade trafficate e le linee ferroviarie.
Vi gravitano maestose rovine di vecchi transatlantici, incise di nomi corrosi, divorate da ruggine dove l'acqua ha lentamente intaccato le strutture in ferro delle fondamenta.

Le mappe lasciano intravvedere un corpo sotterraneo immerso nell'acqua,
la città a ridosso del mare attraverso le strade che la ricongiungono alla marina,
i polmoni-lagune, praterie sommerse d'acqua, inondate dai movimenti irregolari, lenti e imprevedibili delle maree;
le acque salmastre delle piallasse ricoperte di vegetazione, canneti, arbusti,
nascoste orchidee di sottobosco.
E ancora l'esofago-porto, tubo digestivo delle strutture industriali, fabbriche e container in ferro, acciaio o cemento.
Sono gli antri ventricolari del cuore antico, edifici e chiese in pietra a vista,
mosaici, splendore dell'antica capitale fino alle zone di evacuazione, di esubero o escrescenza, lembi non-definiti di materia vivente.
Luoghi sorgono ai margini del formalismo, dell'ufficialità urbana:
le periferie,le costruzioni isolate in mezzo alla campagna, perse tra le distese piatte, uniformi delle terre coltivate.

Un deserto fangoso, inizialmente vuoto, così l' hanno percepito in assenza di vita, di reali presenze umane simile a un deserto acquatico, sospeso tra la terra e il mare, tra le valli e le zone bonificate.

Dentro la nebbia che é una vera nebbia, foschia confusa a fumi industriali.

Dentro il monocromo grigiastro, che é anche un senso di torpore, d'astenia immobilizzante per l'immaginazione.

In una sorta di atmosfera opaca, dove i colori, il nitore del bianco e del nero si perdono,simile all'alchimia d'una allucinazione.




































Praterie inondate dalle acque salmastre in alta marea;
zone umide d' acque dolci e distese melmose d’acque ferme , aspre o salate.
Zone lagunari che si ricongiungono al mare tramite una fitta rete di canali.
Argini erbosi, praterie con bassure periodicamente allagate e rare specie di insetti, arbusti, piante o animali.
Vene aperte , suolo esploso, deflagrato, crepato in fessure di fango incise;
i residui, i lasciti, i relitti dell'antica pineta di S. Vitale.
Saline, multipli specchi d'acqua separati da bassi argini.
La salinità del mare è impressa sulla terra fino ad aprirne crepe, lacerazioni intime simili a bruciature incidendosi al suolo in tracciati irregolari, labirintici là dove le acque si sono ritirate lasciando un suolo dissecato.

Ci siamo immersi nelle acque stagnanti, tra la nebbia e il grigiore monocromo, in mezzo a orizzonti rarefatti e i colori hanno ricominciato a comparire:
cenere azzurrognola, ruggine rubino, grigio argenteo, le macchie lucenti e infernali dei complessi industriali,
le costruzioni biancastre in mezzo alla campagna.

In questa nebbia iniqua dove le cose appaiono come feroci ammonizioni, i complessi industriali, le case isolate hanno cominciato a stagliarsi come magnifiche costruzioni viventi,
trasformazioni alchemiche che trapassano il paesaggio,
presenze fluttuanti sorte dal deserto.

Le immagini popolano la nebbia dove siamo immersi: dalle terre alle paludi, dalle fabbriche alle basiliche. Sono sempre esistite eppure nessuno le ha mai viste.
Ma è precisamente attraverso l'opacità che puoi cominciare a vedere.
Nel deserto sei obbligato a scegliere perché qualche volta la realtà scivola nelle sue intangibili riverberazioni.

Il deserto è là ma non lo vedi, allo stesso tempo, lo senti e lo vivi. Abitato da entità e immagini.

E' una città quasi sommersa dalle acque, immersa nel grigiore circostante, attraversata da improvvisi bagliori. Impossibile distaccare gli ori e i blu dei mosaici dalle strutture industriali,
le terre coltivate dagli acquitrini paludosi, le zone bonificate dalle acque morte;
la fanghiglia dei sentieri dispersi dalle strade lucenti e asfaltate,
l'aria leggera del mare dall'insalubrità delle zone basse, impregnate dal calore e dall'umidità delle valli, impresse dal fumo delle nebbie d'inverno.
Endovenosa che avvolge, penetra, immobilizza, risalendo attraverso le vene,
infiltrando il sangue, le ossa, gli arti, gli organi fin dentro i polmoni.




In una virtuale realizzazione scenica...

Il punto di partenza resterebbe la necessità, il bisogno quasi di rintracciare, di compiere il percorso a ritroso verso le radici. Il movimento entrerebbe in un secondo tempo come modo di comprendere la realtà.
Dopo la più' basilare stesura della struttura sorgerebbe la necessità di distruggerla, farla a pezzi per vedere quello che viene prima, al di fuori, nel mentre, nel dopo e in un senso circolare.
Se la visione apparirà irreale il segno fisico resisterà perché il movimento è realmente impresso nello spazio.
La cosa più' affascinante resta la relazione tra l'individuo e il luogo, il segno umano modificando lo spazio dato, fissato, esistente.
L'approccio sarebbe condizionato da una presenza dell'incombente, di quello che potrebbe accadere, si teme possa succedere, quello che vacilla, pesa, oscilla sulla vita di questi individui, si sposta, si affaccia e si ritrae nel senso di una continua trasformazione della materia e della realtà ad essa contingente.

lunedì 2 agosto 2010

Valerie Jouve ( II ): i muri, le città , le immagini



















Sembra che l'insieme delle operazioni militari compiute dall'esercito israeliano in territorio palestinese nella banda di Gaza abbiano cambiato radicalmente le strategie militari e il modo di organizzare le operazioni di occupazione da parte dell'esercito. Alla figura della maglia cartesiana, della catena di comandi gerarchici, visione monoculare dall’alto si oppone quella della simultaneità, della rete, della sovrapposizione disordinata, della guerra civile di tutti contro tutti. L'attacco al campo di Balata nel 2002 testimonia dell' irruzione della guerra nella sfera del privato, l' armata israeliana avanzando all'interno delle abitazioni dei palestinesi in una forma di lotta non-lineare, dispersa, secondo la modalità definita dal Eyal Weizmal come “passe-muraille”, passare attraverso i muri delle case palestinesi tra gli edifici, le macerie, le rovine della vita quotidiana.

Sono le strutture tentacolari, gli agglomerati anarchici, disordinati;
i labirinti di strade sviluppatosi nei campi dei rifugiati palestinesi, Naplouse, Balata.
Sono “spazi striati “ delimitati da , chiusure, barriere, fossati costruite dalle forze d’opposizione palestinesi.

Storicamente una breccia aperta nella muraglia esterna d'una città-stato presa sotto assedio indica la caduta di sovranità della medesima. Nelle guerre moderne il limite ultimo che viene trasgredito è quello dello spazio domestico, l'irruzione nella sfera del privato.
Vedere, sorvegliare, controllare, occupare, mirare attraverso i muri;
imporre la trasparenza d'uno spazio urbano fluido, facilmente navigabile attraverso le nuove tecnologie di sorveglianza.

Il muro storicamente é frontiera fisica, visiva e concettuale:
muro isolante, visivo e sonoro, costituisce le frontiere intime dello spazio borghese.
Indice architettonico irriducibile, afferma la solidità, la permanenza dell'uomo sulla materia,
le fondamenta di quello che resiste nel tempo ma anche l'entropia naturale dell'ordine urbano.
Muri domestici, sociali, geopolitici, strutture immobili, “immovibili” dell'ordine socio-politico costituito.
Solidità che diventa chiusura, repressione, blocco, arresto di movimento
contro il fluidificare, rendere la circolazione libera, il passaggio facile, immediato.

Gordon Matta Clark: de-murare i muri”, sovvertire l'ordine depressivo dello spazio domestico.
Bataille: attaccare l'architettura nella sua carcassa repressiva per liberare energie incoscienti; trasgredire l'ordine borghese della pianificazione della città, dello spazio urbano.
Liberare energie creative inutilizzate, forze politiche e sociali marginali, inespresse.


Immagini suggerite dal lavoro fotografico e i diari di Valerie Jouve


“la sindrome di Gerusalemme”.
Questa città, ombelico paranoico del mondo rende folli al punto di reclamare, d’invocare nelle strade la venuta del Messia ,
di sentirti male, quando qui vorresti allontanarti senza poterti allontanare ,
incapace di scuoterti di dosso il sentimento opprimente,
feroce che la città ti inocula senza remissione.
Il suo peso ti schiaccia, soffoca e sommerge. La peggiore addizione che avresti conosciuto, senza sapere.

“ Ramallah, un disordine apparente, impossibile a inquadrare, ed é anche il suo valore”;
una città che resiste ai cliché. Naplouse é più semplice a definire, rinvia direttamente alle rappresentazioni che si hanno delle città arabe, costruita in una valle, cornice naturale per una espansione urbana. Rammallah non si prende in foto facilmente, lascia intravvedere un tessuto urbano lambiccato, disconnesso, privo di logica apparentemente.
Ci vorrà forse tempo per vederla in una visione complessiva e frammentaria che ne rifletta sommariamente tutte le parti.



Foucault: “non si vive in uno spazio neutro e bianco. Non si vive, non si muore, non si ama nel rettangolo di carta bianca ma in uno spazio inquadrato, intagliato con zone chiare e oscure, differenze di livelli, di gradini, di scale, di incavi, territori duri e altri labili, penetrabili, porosi. ..Tra tutti questi luoghi distinti ce ne sono di assolutamente diversi che si oppongono a tutti gli altri, destinati in qualche modo a cancellarli, neutralizzarli, purificarli. La società adulta ha organizzato i suoi propri contro-spazi, utopie localizzate, luoghi reali fuori da ogni luogo. Spazi differenti, luoghi altri, contestazioni mitiche e reali dello spazio in cui viviamo”. ( Le Eterotopie)


















Pietra su pietra, una cerchia muraria a secco occupa in primo piano l'intero dell'immagine ma lo scorcio é ripreso obliquamente aprendo il passaggio dello sguardo attraverso
spiragli di luce, squarci d'orizzonte, frammenti di cielo che irrompono qua e là sull'uniformità opaca della materia, solida e immobile.

Costruzioni in pietra a vista.
Le pietre diventano muri eretti contro lo sguardo,
diventano costruzioni d'edifici, case e scenari urbani che imprigionano gli individui.
Diventano città, blocchi di cemento sorti disordinatamente sul suolo desertico e arso di Palestina.

Lo spiraglio é squarcio d'orizzonte che s’apre, si intrufola, si lascia intravvedere sullo sfondo dell'immagine ma anche la vegetazione selvaggia e irta che si infiltra come cespugli ribelli tra le insenature,
dentro le piccole fessure sulla muraglia là dove le pietre si discostano l'una dall'altra di qualche centimetro nel passaggio del tempo o per l'effetto d'agenti esterni.

Spiragli ancora sono le sedie bianche, di plastica rovesciate, su un muretto di cemento in un viottolo dove si vedono desolanti costruzioni con piccole finestre, e buchi neri,
e blocchi di cemento, e colonne in cemento grezzo.
Spiragli di luce, d'orizzonte e sedie di plastica bianche rovesciate contro il muro;
materia duttile, banale, quotidiana, nell'economia dei mezzi obbligata.
Vediamo piedi di sedie rovesciate contro il cemento esterno, massiccio a vista in primo piano.

E giochi d'ombre su muri slavati, scrostati a tratti, sanguinanti sembra,
colanti di materia liquida, rossiccia , inquinata,
incrostati, intaccati all'immagine della città alle spalle.
I rami si incespicano in figure strane, contorte,
in giochi di luce e labirinti d'ombre dilatandosi lentamente per aprirsi una strada verso l'esterno.


Ancora un muro coperto di ruggine in primo piano ma preso in squarcio obliquo lasciando intravvedere una strada che s'apre lateralmente, a margine della foto.
Percorso dello sguardo tracciato in linea d'ombra rispetto alla superficie squadrata al centro.
Rossiccio, ruggine, filtrato di luce solare, di scritti e graffiti comparendo qua e là,
diventa un dipinto astratto, inciso, graffiato sui muri,
fatto di macchie, iscrizioni e punti d'arresto,
di suture e pigmenti colorati,
ocra, carminio o ruggine, filtrati di luce solare contro il grigiore del fondo,
nel pieno riverbero del giorno.






Valerie Jouve : corpo, fotografia, utopia ( fotografie realizzate nella banda di Gaza tra 2008 e il 2009 esposte al centro Pompidou, Parigi )









-->









































Valerie Jouve: “Lo spazio tra i corpi ma anche lo spazio prodotto dai corpi è una grammatica che articola il senso.” Non è solo un involucro delimitato, è anche la memoria di tutta una storia, un’umanità che produce significazione al di fuori della nostra volontà.

“Realtà terrificante. Parlo della struttura di realtà che costringe fisicamente dei comportamenti e ne induce altri. Per me, solo i personaggi delle mie fotografie difendono la loro libertà, il loro potere.”
"Vogliono impedire questa corsa verso l’unico, verso l’omologazione a un pensiero che tutti gli uomini dovrebbero sottoscrivere. Una sola verità che bisognerebbe asservire o, allora, è il conflitto, la guerra. Come se, in nome delle grandi ideologie totalitarie, si dovessero svuotare gli esseri della loro differenza, della loro individualità . Da parte mia, preferisco restare in movimento, affermare una verità oggi è diventato molto pericoloso. Tuttavia, grido per arrestare il massacro dai due lati, l’insopportabile svilimento, subordinazione, asservimento, formattazione, lavaggio, smantellamento, spogliazione delle individualità e delle loro anime."
“Questi corpi morti della vanità degli uomini, del sopruso dello stato. Parlano anche di politica. Devono ritrovare una propria voce, la loro voce.”

“L’immagine del margine, del singolare, sono elementi d’apertura della nostra società. Saranno dunque figure, personaggi che al di là d’ogni appartenenza razziale o sociale esprimeranno il bisogno d’affermare questa libertà d’essere altri."


Al di là del prendere atto della realtà, fotografare visi e corpi come luoghi utopici a partire dai quali proiettare una visione altra del presente: luoghi tra il politico e il poetico che nutrono l'utopia, l'idealità d'una nuova generazione per il popolo palestinese.
Sono volti di profilo presi a distanza ravvicinata o in primissimo piano, visti obliquamente rispetto all’obbiettivo.
Occhi aperti, chiusi. Ripiegamento sul sé, perplessità, sospensione, interrogazione, dubbio o angoscia.
Volti nettamente stagliati, chiarificati oppure figure colte di schiena, lo sguardo opposto all'obbiettivo, proiettato in una direzione che sfugge al nostro sguardo, quasi mai frontalmente, come fissando un punto altrove, o il vuoto semplicemente.

Il volto: un paesaggio umano, una domanda aperta, mai neutrale, a tratti perturbante, attraversata da infinite sfaccettature, sfumature,
mutevole come gli umori, gli ardori, i dolori che lo attraversano;
qualcosa di complesso, multiplo, irriducibile a un semplice stereotipo,
fragile della fragilità d'una maschera o figura che si porta addosso sostituendone l'una all'altra,
esposto poi senza riserve alla corteccia rugosa del mondo,
con le sue intemperie, graffi, screpolature.


Un muro di cinta esterno separa il personaggio in primo piano, in una sorta di fotomontaggio, da quello che appare come lo sfondo d’una città araba alle spalle. La figura umana marginale perché esterna, estranea al paesaggio è inserita in primo piano come se si trattasse di un fotomontaggio, in uno spazio fisico, esistenziale e sociale alla quale è connessa e, al tempo stesso, separata. 

Muri, alberi, barriere o linee orizzontali rafforzano la sensazione di scissione tra l'individuo e una realtà dandosi come imposizione violenta, opaca e indeterminata contro la quale il soggetto sembra inevitabilmente intaccarsi scontrandosi ad essa.
Gli occhi chiusi, il volto si da obliquamente alla camera. Giovane donna nitida in primo piano, vestita con jeans e t-shirt occidentali, come cercasse la luce, si protendesse in un anelito di vita; un muro neutrale, azzurrino-stinto alle spalle.

Ancora un muro di separazione e, sullo sfondo, lo squarcio indeterminato delle fortificazioni esterne della città.

Una giovane palestinese vestita di una tunica nera con la testa scoperta, il volto senza velo e i capelli lunghi, bruni lucenti al sole proietta una visione utopica, libertaria della condizione femminile investita d'una nuova idealità per la giovane generazione palestinese. Un muro di pietra si erge alle sue spalle ma il paesaggio roccioso, arido sullo sfondo appare in connessione alla figura in primo piano.


 Nello squallore d'un campo profughi disertato dalla guerra la figuretta d’un bambino si staglia a lato in un improbabile parco giochi disseminato di immondizie e rifiuti.







Michel Foucault , Le corps utopique, Lignes, Nouvelles Editions, 2009.


“Luogo senza ricorso al quale sono condannato”, piccolo frammento di infinito con il quale, letteralmente, “ faccio corpo”, assumo una consistenza concreta, un'apparenza manifesta, evidente, inconfutabile nello spazio.
Eppure, secondo Foucault, il corpo é anche ciò che non si lascia facilmente ridurre , portando in sé le proprie risorse: “luoghi senza luoghi, più ostinati ancora che l'anima, le tombe, gli incantesimi dei maghi. Possiede le sue cave, le sue soffitte, i suoi soggiorni oscuri, le sue spiagge luminose”. La testa, per esempio, strana caverna aperta sul mondo attraverso due fessure dove le cose arrivano, entrano, vengono ad abitare rimanendo tuttavia esterne perché proiettate come immagini percepite all'altro lato della sfera ottica. Per raggiungerle è come se dovessi rivoltarle, appropriarle, riproiettarle a mia volta.

“Corpo incomprensibile, penetrabile e opaco, aperto e chiuso; luogo utopico per eccellenza”. (Foucault)
Cio' che è assolutamente visibile in un senso, come l'essere guardati, osservati dalla testa ai piedi, spiati, sorpresi, sorvegliati alle spalle quando meno ce lo si attende, espropriati dallo sguardo d'altri eppure anche, “captato da una specie di invisibilità dalla quale mai puo' liberarsi”.
E' visione fantomatica che appare al miraggio deformante degli specchi o ancora,
figura frammentaria, parziale, percepita a tratti o per parti distinte,
viso, braccia, labbra, arti, senza spessore ne figura perdendo la propria linea di contorno, sfumata, cancellabile nei suoi tratti esterni.

Visibile e invisibile, trasparente e opaco, respira, vive, agisce, “si lascia attraversare senza sosta dalle mie intenzioni”, dalle mie pulsazioni.
Anche, é materia pesante, investita di una forza di gravità che lo tiene inchiodato al suolo, nella pesantezza quello che lo fa sprofondare nell'abisso della propria finitudine: la lentezza del sonno,
la narcosi dell'abitudine,della noia o dell'abbandono;
l'astenia della non-esistenza,
la quasi-immobilità che precede la morte,
la parte impropria dell'esistenza,
l'architettura intaccata della carne, la suppurazione aperta della malattia.

“Forse, bisognerebbe ancora discendere sotto i vestiti, forse bisognerebbe raggiungere la carne stessa e allora si vedrebbe che, in alcuni casi, il corpo volge contro di sé il suo potere utopico e fa entrare lo spazio del religioso e del sacro__ tutto lo spazio dell'altro-mondo e del contro-mondo__ all'interno di uno spazio che gli è proprio. Allora, nella sua materialità, nella sua carne diventerebbe anche il prodotto dei propri fantasmi. Il corpo che danza è giustamente un corpo dilatato secondo uno spazio che gli è interno e esterno insieme. “

Il corpo umano , secondo Foucault, è l’attore principale di tutte le utopie, “punto zero del mondo dove i cammini e gli spazi vengono a incrociarsi,
piccolo nodo utopico a partire dal quale sogno, parlo, immagino,
percepisco le cose intorno a me e le nego per il potere infinito delle utopie che invento.”