sabato 24 marzo 2012
"Superfici Sensibili", (liberamente suggerito dalla fotografia di Sabrina Biancuzzi, Voz galerie, Parigi)
“Le forme si cancellano e non resta che un sogno, un abbozzo lento ad apparire su una tela dimenticata che troverà compimento, conclusione solo grazie al lavoro del ricordo”.(C. Baudelaire)

“Débordement”: derivare, versarsi, espandersi oltre i propri confini, liquefare;
quello che supera le forme,
nell'impossibilità di dire altrimenti, nella necessità di sfiorare, avvicinare l'ineluttabile della cosa. La materia rifluisce, naufraga, é fatta
deviare, sottratta ad ogni effetto di realtà della quale porta in sé, tuttavia,
la prima impronta.
La materia rifluisce da ogni alchemica distruzione, l'alone che porta in sé, che proietta intorno , l'aurea che la costituisce e la irradia, se pure oscurata, obliterata dalla polluzione circostante, insorge, risorge, fa sorgere altre sovra-esistenze, superfici sensibili di re-iscrizione che si riallacciano a immagini fluttuanti di un fuori realtà, fuori-coscienza .
Come scorrimenti d'acqua o l' invisibile rifluire del respiro attraverso il corpo, le forme nella fotografia di Sabrina Biancuzzi tendono a cedere lentamente i propri confini, si lasciano sedurre, riassorbire, appena impercettibilmente lasciano andare i loro contorni chiusi, i loro perimetri distintivi in tratti aperti che circolano, aprono, ritrovano l'alone luminoso, l'estensione primaria, aureolare del loro prima senza-forma.
“L’ 'informe non smette di produrre le
proprie metamorfosi, i propri ammassi visivi salendo e discendendo come
un'onda, lanciandosi e ricadendo, assottigliandosi e moltiplicandosi come
animati da questo lavoro paradossale che è la de-composizione, il suo mormorio
continuo, la sua esuberanza, il suo movimento ritmico. Da un lato le forme si
cancellano, dall’altro riappaiono come qualcosa nell’atto di nascere, un
abbozzo lento a venire sulla tela di qualche pittore attento alle malattie del
visibile.” [2]
Un abbozzo
lento a venire come questo corpo femminile a metà riapparendo in contro-luce
sulle coltri d'un letto. Da un lato è un dileguare, dis-fare il contorno, la
forma, il finito-definito fino a renderlo irriconoscibile, fino a farlo tornare
al fondo irradiante del suo campo visuale primo; dall'altro è reiscrivere tale deriva
come superficie sensibile. “Survivances [3]” é ciò che
messo a morte, disfatto, spinto indietro come figura o realtà non smette di
ritornare, proliferare, rifluire vestendosi d'un nuovo alone di visibilità, a
volte di incandescenza, dandosi in un nuovo ordine del visibile. Volto, dunque, é diluizione, la figura alone luminoso, dettaglio di un qui-basso divenuto
tonalità, totalità di un inconoscibile “là fuori” .
La superficie-immagine é tessuto, nuova estensione manifestandosi nell’ordine dell’informe. De-forma: compulsione al movimento dei tratti dell'immagine, ad aprire in circolarità contro contorni che chiudono, isolano, separano nella metafora del tessuto morbido, fluttuante come seta per eccellenza. Metamorfosi fotografiche nascono da tali tessiture incoscienti, . L'eterno presente del loro darsi él'istante che sopravvive al fondo della loro memoria storica.
Serie “She”
Piccoli
frammenti estratti, rubati all’anticamera dell’inconscio, singoli respiri o
istanti colti, rinchiusi come farfalle in scatole di plexiglass sono restituiti nella serialità d’una
compulsione a ripetere del meccanismo psichico,
in tale necessità di aggiungere, rifare, serializzare, continuare fino a liberare nel processo fotografico associazioni aleatorie di immagini, corrispondenze visive, momenti fugaci sconfinando oltre la percezione ordinaria. Sogno, incubo, ricordo, surreale, immaginario, fluttuante oltre i limiti di coscienza o realtà.
Esclusivamente
in bianco e nero,
nel sogno,
nel sonno, figure o dettagli di corpi femminili, nudi in tagli laterali, paesaggi
in uno spazio-tempo immobile. Vediamo neve, alberi, un selciato di fogliame scintillante
sotto la pioggia, distese bianche aprendosi a raggiera, a ventaglio, a estensione immobile
verso una terza dimensione, fuori da ogni temporalità storica.
Associazioni totalmente
arbitrarie del pensiero si traducono in strutture oggettive di corrispondenze,
in immagini poetiche , scritte o fotografate, poste in un fuori tempo immobile rinviando
a forme archetipiche universali, innate, all’umano.
“Catture
di Sogni”
Associazioni totalmente arbitrarie del pensiero si traducono in strutture oggettive di corrispondenze, in immagini poetiche , scritte o fotografate, poste in un fuori tempo immobile rinviando a forme archetipiche universali, innate, all’umano.
Rinviano
alla stessa captazione/ creazione d’un mondo di sogno, d’apparizioni di invisibilità,
d’immagini che flirtano, fluttuano si affacciano, fugaci nell’anticamera
dell’inconscio. Ricorrente la sfocatura intenzionale in bianco e nero, l’immagine é un piccolo quadro incorniciato su fondo
bianco; tante piccole finestre, inquadrature, quadri s’animano, s'aprono cosi' sulla parete bianca e liscia di realtà. Le incursioni o
discese nel mondo sotterraneo, retro-stante si danno, giustamente, come
apparizioni-catture di qualcosa dell’ordine del “sottile”, del fugace o
ineffabile, apparizione d’un archi-memoria passando da un reale soggettivo,
personale a un atemporale,
inventato, pre-figurato, post-scritto, posto come visibile.
Scrive
Georges Didi-Hubermann : “Bisogna aprire gli occhi, dunque, su tutto quello che
accade ma, anche, saper chiudere gli occhi per lasciar venire a sé tutta
un’insieme di relazioni, condensazioni, spostamenti, genealogia inosservabile ad
occhio nudo. [1]”
Aprire gli occhi, dunque, per rendersi attenti, per analizzare, osservare,
comprendere l’oggetto del nostro sguardo ma, anche, saperli chiudere per meglio
sentire quello che aleggia intorno ad esso, quello che emana come un alone
luminoso nel gioco di reminiscenze. Chiudere gli occhi per lasciar venire a sé
agglomerati di nebulose indistinte, configurazioni moventi d’immagini viste in serialità,
nella voluta diluizione dall’una all’altra, nelle metamorfosi intime, segrete
che instaurano rispetto all’oggetto di realtà dal quale derivano, nelle libere
associazioni che evocano . Agglomerati o costellazioni fantomatiche, affare di
diluizioni, metamorfosi, di tessuti che si dispiegano, di dissimulazione della
figura per far comparire la sua prefigurazione archetipica come un’immagine del
sogno o dell’inconscio.
Pulsione al
movimento dei tratti, al dileguare d’un contorno che chiude, delimita, isola
per andare verso la discesa nel mondo del senza-forma.Pulsione
all’irradiazione luminosa, all’accecamento nel bagliore d’un istante immobile,
giustamente l’istante fotografico che sopravvive al passaggio del tempo
storico.
Nella serie “Catture di sogni” di seguito: il tempo che scorre, una pendola appesa in aria, sospesa nell’atmosfera, bambole guardandoci dalla loro sinistra oscurità, apparizioni o de-focalizzazioni di pura luce. Uno sguardo, un volto, sedie su una banchina di stazione sospesa nel vuoto, una panchina solitaria in mezzo a un parco, tazze di tè lasciate al varco di luce che le trattiene, l’istante effimero della cosa contro il passaggio seriale della fotografia, derealizzazioni di presenza, un abito estasiato senza corpo, dettaglio di grate, porte chiuse, aperture, passaggi, presagi. E ancora, sono spazi disabitati riemergenti nella plasticità d’una metamorfosi luminosa, escrescenze di piante e arbusti, bouquet di fiori caduti su una strada deserta.









“Dernières
songes”
Orditure
tese, soffocanti d’arbusti contro tessuti molli di filamenti d’erba,
proliferazioni
barocche in intrecci, in grovigli di
rami e nugoli di fiori contro griglie cubiste d'astrazione di realtà.
Pieghe, angoli, spigoli, ripiegamento di tele-maschere
Resistenze,
sovra-esistenze sensibili come infiniti modi di dis-fare i contorni della
figurazione
volendo far
intravvedere attraverso la fotografia “una realtà altra”.
Pieghe, angoli, spigoli, ripiegamento di tele-maschere
Un corpo esposto, denudato trasmette il potere
di irradiazione della propria pelle,
un viso
preso nella lacerazione d’una linea del suo contorno , preso nella dissimulazione
del suo tessuto riemerge nel potenziale d’una figurazione impura, a metà
cancellata, solo resa possibile nella de -realizzazione di sé.
“L’istante
P”
Serie a
colori: qui sono i fiori, calici di
iris, iridescenza, esplosione in primo piano di forme floreali ondulate o coniche
sovra-esposte alla luce solarenell’accecamento della sovra
esposizione luminosa.
Dettagli di bosco, alberi, erranza, vagare, fuga tra le
tessiture boschive, infine pure macchie colorate di fiori trasfusi senza più
forma.
Steli blu
incenso o argento liquido, fondo rosso incandescente, violaceo o puro bianco.
Sovra-esporre,
sovrapporre, mettere un’immagine al contrario, ingrandire un dettaglio, cercare
degli effetti di pura materia o puro colore.
“Le Crissement
du temps”
L’increspatura
del tempo, reso all’atemporalità fotografica, affascinante perché ti fa
piombare in questo mondo di apparizioni sotterranee, di lampi istantanei,
bagliore,
divino
accecamento dell’istante che ti salva, oppure ti fa sprofondare nel varco senza
fondo.
Ti
illumina, ti trasforma, porta oltre te stesso, ti fa ascendere , toccare
l’istante dell’essere, o ripiombare, caduta nel nero, neri tracciati di nero
fumo, e trasmigrazione di visi e corpi.
Impronte di
luce, negativo-positivo, fili tesi, un cuscino all’angolo d’un letto, un uomo
camminando su una strada umida di pioggia, boccioli, fiori dall’alto d’un ramo
,
un numero
su una porta, il tempo che passa, il battito delle ore, il pendulo d’un
orologio, una casa persa tra gli alberi, una finestra illuminata, papaveri
sullo sfondo d’un quadro incorniciato, un pozzo coperto all’angolo d’un
giardino, la cripta d’una chiesa, una maschera, un clown dai tratti malinconici,
il volto d’un uomo in meditazione, la stanchezza della fine, riflessi delle
cose intatti nella densità immobile delle acque.
Cimitero
d’alberi e rami incrociati, foglie secche, a terra cadute, una fonte e guizzi
d’acqua intorno. Foglie secche ancora, e occhi chiusi, ombre d’uomini
discendono scalinate nell’oscurità, una silhouette ricoperta di nero, barriere
che tagliano in linea orizzontale, fiori di campo, sterpaglie, rami d’alberi in reticolo selvaggio.
Sono specchi
liquefatti, una cascata di foglie intrecciate su un selciato umido di pioggia,
un volto di
tenebre a poco a poco disparendo riassorbito dalla potenza della luce
irradiante.
Dettagli di bosco, alberi, erranza, vagare, fuga tra le tessiture boschive, infine pure macchie colorate di fiori trasfusi senza più forma.
Sovra-esporre, sovrapporre, mettere un’immagine al contrario, ingrandire un dettaglio, cercare degli effetti di pura materia o puro colore.
[1] Charles Baudelaire, Les Fleurs du mal, cité dans George Didi-Huberman, Ninfa Moderna, Gallimard, 2002, p. 100
[2] George Didi-Huberman, Ninfa Moderna, Gallimard, 2002, p. 100
[3] Ibid., Didi-Huberman, p.106
Etichette:
de-realizzazione,
fotografia,
Georges Didi-Huberman,
informe,
poesia,
Sabrina Biancuzzi
giovedì 8 marzo 2012
Paesaggi provvisori, interazioni, fotografia e altro (intorno a Ai Weiwei, "Entrelacs", Jeu de Paume, Parigi)
Provisional Landscapes (2002-2008)
“Esiste una continuità nell’architettura occidentale dal rinascimento ai nostri giorni. In Cina tale continuità é stata spezzata dalla rivoluzione. Da allora odiamo il passato, non ha ai nostri occhi alcun valore. Allora lo distruggiamo. Ed é così che ci ritroviamo con questi edifici senza anima, senza gioia né vita che massacrano la terra e il territorio circostante”.

Terre di interi villaggi, considerate proprietà dello stato in Cina, vengono sottoposte a sistematiche operazioni di smantellamento, vecchie case tradizionali, gli hutong, interi nuclei rurali sono rasi al suolo nel corso d’una notte nel processo di riconfigurazione dello spazio architetturale, della sua dislocazione in linea discontinua aderendo a vasti progetti edilizi a basso costo.
La velocità di ricostruzione, quanto l’altrettanto rapido atto d'azzeramento, tabula rasa, messa a capo dell’eredità precedente riconfigurano il territorio in gerarchie spaziali, in reticoli e sistemi visivi mai neutrali anche quando si presentano negli stadi mediani di terre a raso, di cantieri industriali o cumuli di macerie. Eppure, la riconversione del territorio, tanto rapida negli ultimi decenni, quasi rincorrendo freneticamente il ritmo del cambiamento, sembra lasciare nelle fotografie di Weiwei delle parentesi di vacuità, questi campi lunghi ricorrenti in primo piano di terreni aridi, brulli, di intere estensioni rase al suolo e corsi d’acqua in fuga prospettica verso il fondo. I primi piani resi alla denudazione di forme e segni pre-esistenti e i nuovi edifici sullo sfondo come altra dimensione architetturale, altra configurazione d'un modello estraneo che si affaccia, senza reale continuità al precedente, sul retro delle immagini.
Nella giustapposizione che occupa una parete immensa della galleria sono insieme queste visioni di case e villaggi secolari spazzati via dalle esigenze di un capitalismo ascendente, poi lo spazio del provvisorio, della transizione, l’indefinito d’una trasmutazione riempita di macerie e sassi, di detriti in eruzione-irruzione; tale la materia di pietra o terra in fase di sommovimento, nel riavvolgimento apparente su sé stessa. Accanto alle macchine, alle scavatrici, e ai cantieri aperti nella caoticità ingovernabile dei lavori in corso, appaiono, queste terre o superfici messe a zero, rase, rese a terreni incolti, a pozze d’acqua, alla denudazione d’una non-memoria o solo forse al fascino d’un transitorio, d’un provvisorio voluto, inevitabile o volutamente assunto che vi si insinua.
Ai Weiwei: “Nel mondo d’oggi fotografare é come respirare, finisce per fare parte di sé come disegnare o prendere note.” Diviene gesto quotidiano, sociale, di relazione e inter-azione necessariamente allontanandosi dalla ricerca d'un valore estetico primo, affidato alla provvisorietà di cellulari o macchinette digitali, lasciato allo scatto rapido, senza importanza, di immagini che portano in sé gli umori del quotidiano, momenti condivisi, il linguaggio dell’ordinario e l’automatismo d’un gesto che, portato in rete crea tessuti di connettività, di condivisione e scambio più che la ricerca d’una esclusività dell’immagine.
“Mezzo é metodo, portatore di senso, grido di speranza ma spesso, anche, fossato disperatamente inattraversabile, mezzo ingannevole e pericoloso. Non può né registrare né esprimere una verità”, l’autenticità della cosa rappresentata ma produrre forme di realtà potenziali, visioni possibili d'essa passando per la “messa in spazio” o meglio “in gioco” d’oggetti materiali nel senso del creare, dare una visione di realtà partendo dal loro potenziale.
E’ piuttosto “un processo per raggiungere una comprensione e il mezzo di esprimere tale comprensione” secondo Weiwei; una ricerca di conoscenza, la necessità di rendere leggibile o di decriptare una realtà dandosi come groviglio, ammasso caotico di informazioni, falsificazioni e travestimenti dei discorsi ufficiali, o ancora, i silenzi carichi di ambiguità delle autorità che detengono il controllo dei media in Cina.
Si tratta giustamente di mettere a disagio, mettere sottosopra là dove la superficie appare troppo liscia, uniforme, levigata, coperta di intonaco bianco, dove la verità ufficiale stride sotto il peso d’una tacita censura, nella mancanza d’una coscienza collettiva, d’una aperta presa di posizione critica da parte di molti artisti nella limitazione dei diritti individuali, la parola in primo luogo.
Fotografare, dunque, è tentativo di comprendere, posizionarsi, di porre uno sguardo mentale, analitico, altro rispetto a quello apparente, tentativo erroneo forse, parziale, certamente soggettivo di posizionarsi rispetto a quello che travolge, circonda, investe, e non può fare a meno di incombere, intralciare il percorso di un’esistenza.
E’ piuttosto “un processo per raggiungere una comprensione e il mezzo di esprimere tale comprensione” secondo Weiwei; una ricerca di conoscenza, la necessità di rendere leggibile o di decriptare una realtà dandosi come groviglio, ammasso caotico di informazioni, falsificazioni e travestimenti dei discorsi ufficiali, o ancora, i silenzi carichi di ambiguità delle autorità che detengono il controllo dei media in Cina.
Si tratta giustamente di mettere a disagio, mettere sottosopra là dove la superficie appare troppo liscia, uniforme, levigata, coperta di intonaco bianco, dove la verità ufficiale stride sotto il peso d’una tacita censura, nella mancanza d’una coscienza collettiva, d’una aperta presa di posizione critica da parte di molti artisti nella limitazione dei diritti individuali, la parola in primo luogo.
Fotografare, dunque, è tentativo di comprendere, posizionarsi, di porre uno sguardo mentale, analitico, altro rispetto a quello apparente, tentativo erroneo forse, parziale, certamente soggettivo di posizionarsi rispetto a quello che travolge, circonda, investe, e non può fare a meno di incombere, intralciare il percorso di un’esistenza.
In questo senso il lavoro artistico di Weiwei, dalla scrittura alla fotografia, dalla blogsfera all’attivismo politico, dagli interventi architetturali a quelli attraverso l’immagine video si situa in questa mobilità provvisoria, nella transizione rapida da una forma e l’altra tanto da impedire il suo irrigidirsi o essere neutralizzato dalla censura, tanto da far perdere tracce di sé trasmutandosi nello spazio virtuale, nel passaggio in una rete globale presa al suo potenziale democratico e libertario.
Fotografare diviene, nel lavoro di Weiwei, atto chiarificatore, ordinante, in grado di restituire una certa trasparenza o meglio visibilità, leggibilità a un sistema occluso e totalitario; si vuole presa di posizione critica, individuale e sovversiva, non sottomessa all’imposizione d’uno stato-regime e, insieme, slancio creativo verso una transizione democratica del paese.
Fotografare diviene, nel lavoro di Weiwei, atto chiarificatore, ordinante, in grado di restituire una certa trasparenza o meglio visibilità, leggibilità a un sistema occluso e totalitario; si vuole presa di posizione critica, individuale e sovversiva, non sottomessa all’imposizione d’uno stato-regime e, insieme, slancio creativo verso una transizione democratica del paese.
Seven frames, 1994 (sette inquadrature): l’ambizione del potere impersonale, cieco, senza volto d’uno stato autoritario appare nell’immagine delle sue gerarchie anonime di militari e funzionari.
Prima inquadratura: sono scarpe lucidate e gambe dei pantaloni neri d’una divisa, mani anonime. Nella serie, di seguito, sono pantaloni, mani e uniforme senza volto, cintura e bottoni dorati.
Nell’ultima inquadratura è il volto anonimo, depersonalizzato, in acciaio ricomposto, incorniciato da un berretto di divisa militare d’uno stato che si incarna in una maschera plumbea, pesante, inossidabile, sulla quale lo sguardo inciampa, rimbalza e torna indietro, violentemente, senza possibilità di passare attraverso.
Prima inquadratura: sono scarpe lucidate e gambe dei pantaloni neri d’una divisa, mani anonime. Nella serie, di seguito, sono pantaloni, mani e uniforme senza volto, cintura e bottoni dorati.
Nell’ultima inquadratura è il volto anonimo, depersonalizzato, in acciaio ricomposto, incorniciato da un berretto di divisa militare d’uno stato che si incarna in una maschera plumbea, pesante, inossidabile, sulla quale lo sguardo inciampa, rimbalza e torna indietro, violentemente, senza possibilità di passare attraverso.
Dropping a Han dinasty urn, 1995 (Lasciando cadere l’urna della dinastia Han)
Un gesto ironico e performativo, nella stessa sala, sorge in eco e risposta all’imposizione dell'uniforme militare rigorosamente smantellata dalla scomposizione precedente.
La serie fotografica é ugualmente arrestata qui in tre fotogrammi d’un gesto decisivo, rapido, irreversibile, gettato con la leggerezza d’una distrazione, d’un atto casuale che manda in frantumi un reperto archeologico illustre, carico di valore aggiunto, greve quanto il peso della tradizione imperiale, quanto il lasso di tempo d’una storia millenaria incombente sul suo capo.
Atto primo: sospendere il vaso antico, gravido del peso d’una storia e d’una cultura secolare tra le mani, reggerlo in aria, fermarsi, attendere.
Atto secondo: con la più grande noncuranza, forse con tacito piacere o ironico distacco lasciarlo volutamente, semplicemente cadere al suolo, precipitare portato dal peso della sua forza gravitaria verso il basso, buttato come si butta una zavorra a mare, un carico insostenibile che altrimenti farebbe affondare il bastimento.
Terzo atto: frantumi di cocci, ora inutili, senza più valore sono ai suoi piedi sparsi sul pavimento, irriconoscibili, dilapidando in pochi istanti il legame, il simbolo che l'oggetto costituiva con quel passato scomodo, discontinuo eppure ancora troppo presente.
La serie fotografica é ugualmente arrestata qui in tre fotogrammi d’un gesto decisivo, rapido, irreversibile, gettato con la leggerezza d’una distrazione, d’un atto casuale che manda in frantumi un reperto archeologico illustre, carico di valore aggiunto, greve quanto il peso della tradizione imperiale, quanto il lasso di tempo d’una storia millenaria incombente sul suo capo.
Atto primo: sospendere il vaso antico, gravido del peso d’una storia e d’una cultura secolare tra le mani, reggerlo in aria, fermarsi, attendere.
Atto secondo: con la più grande noncuranza, forse con tacito piacere o ironico distacco lasciarlo volutamente, semplicemente cadere al suolo, precipitare portato dal peso della sua forza gravitaria verso il basso, buttato come si butta una zavorra a mare, un carico insostenibile che altrimenti farebbe affondare il bastimento.
Terzo atto: frantumi di cocci, ora inutili, senza più valore sono ai suoi piedi sparsi sul pavimento, irriconoscibili, dilapidando in pochi istanti il legame, il simbolo che l'oggetto costituiva con quel passato scomodo, discontinuo eppure ancora troppo presente.
“La complessità d’una visione fratturata domina l’ambito politico e culturale della Cina d’oggi. Molteplicità e confusione, cambiamento e disordine, dubbio e distruttività, la perdita del sé, il vuoto che ne consegue, la disperazione e la libertà che si raggiunge, il superamento della colpa e il piacere che l’accompagna”.
Fairytales Portraits”, 2007
Milleuno cinesi venuti da tutte le classi sociali, da tutti gli angoli del paese, aiutati a ottenere un visto per rendersi a Kasseln dando vita a questo mosaico composito, installazione vivente e multiforme, a questo montaggio, collage, paesaggio seriale di figure riprese in piedi di fronte all’obbiettivo, singolarmente sullo sfondo dell’ambasciata tedesca. La demoltiplicazione si dà come variante dello stesso, parla del dilemma tra identificazione prototipica in un modello collettivo e liberazione di individualità incontestabili nel rapporto tra autenticità, ricerca di sé e adesione ideologica a un gruppo nel quale essere assunti, fisicamente assorbiti, ideologicamente assimilati.
Forme prototipiche, simulacri, francobolli a ripetizione con variante su carta postale sono impressi a vivo dai dettagli d’ogni figura ; stessa posa in tensione di fronte all’obbiettivo per visi diversissimi, sullo sfondo d'un palazzo di vetro riflesso, miraggio dell’occidente; lì s'annida il sogno del benessere, d’una ricchezza materiale immanente, d’ un solo colpo raggiunta.
La contraddizione si situa in questa ricerca di individualizzazione nei colori, negli abiti, nei volti e , al contrario, il ritorno a una posa comune, intagliata nel piano fisso di forme sagomate, figurine seriali tagliate e incollate su un medesimo sfondo. Il colore è indice di diversità, di differenziazione nella definizione dell’abito, d’uno stile come auto-visibilità, libera espressione del sé, d’una ricchezza individuale anche attraverso la mescolanza di generi e mode contro l’impronta d’un posizionamento, d’un messa in posa, d’ una postura o auto-imposta che si ripete identica per quasi tutti.
Al centro della sala, in contrasto, una video-intervista racconta l’evento intollerabile d’un licenziamento, d’una persecuzione agita, perpetuata contro l’artista in risposta alle sue prese di posizione critiche contro lo stato cinese attraverso il suo lavoro. In contrasto alla censura e alla persecuzione raccontata nell’intervista, alla realtà grigia, dominata d’un senso d’oppressione e d’ineluttabilità nel video, emerge sullo sfondo un’utopia democratica riempita di colori, d’auto-espressione, di partecipazione del singolo come condivisione di diversità, di tonalità colorate in un progetto-installazione collettivo.
Si vuole, infine, la ricomposizione d’una realtà nata dalla somma di molteplicità auto-figurate, di corpi e volti auto-soggettivandosi.
Forme prototipiche, simulacri, francobolli a ripetizione con variante su carta postale sono impressi a vivo dai dettagli d’ogni figura ; stessa posa in tensione di fronte all’obbiettivo per visi diversissimi, sullo sfondo d'un palazzo di vetro riflesso, miraggio dell’occidente; lì s'annida il sogno del benessere, d’una ricchezza materiale immanente, d’ un solo colpo raggiunta.
La contraddizione si situa in questa ricerca di individualizzazione nei colori, negli abiti, nei volti e , al contrario, il ritorno a una posa comune, intagliata nel piano fisso di forme sagomate, figurine seriali tagliate e incollate su un medesimo sfondo. Il colore è indice di diversità, di differenziazione nella definizione dell’abito, d’uno stile come auto-visibilità, libera espressione del sé, d’una ricchezza individuale anche attraverso la mescolanza di generi e mode contro l’impronta d’un posizionamento, d’un messa in posa, d’ una postura o auto-imposta che si ripete identica per quasi tutti.
Al centro della sala, in contrasto, una video-intervista racconta l’evento intollerabile d’un licenziamento, d’una persecuzione agita, perpetuata contro l’artista in risposta alle sue prese di posizione critiche contro lo stato cinese attraverso il suo lavoro. In contrasto alla censura e alla persecuzione raccontata nell’intervista, alla realtà grigia, dominata d’un senso d’oppressione e d’ineluttabilità nel video, emerge sullo sfondo un’utopia democratica riempita di colori, d’auto-espressione, di partecipazione del singolo come condivisione di diversità, di tonalità colorate in un progetto-installazione collettivo.
Si vuole, infine, la ricomposizione d’una realtà nata dalla somma di molteplicità auto-figurate, di corpi e volti auto-soggettivandosi.
“La creatività è il potere di rigettare il passato, di cambiare lo stato di cose, di cercare nuove potenzialità. Al di là dell’uso della propria immaginazione è il potere di agire, l’azione che volge l’aspettativa, la necessità o la domanda di cambiamento in una realtà.”
“Viviamo in un’epoca che avvelena la creatività a morte, allontana la politica da comuni ideali d’una società umana e da valori universali. Un paese che rifiuta la libertà, rifiuta il cambiamento e manca di spirito critico è senza speranza. Libertà d’espressione, uno dei diritti fondamentali dell’esistenza, libertà di esprimere e comprendere, pietre fondanti della nostra civiltà. La modernità non può esistere senza tale liberta”.
“Study of perspective” 1995-2010
Sulla piazza di Tienanmen a Pechino nel 1995 la prospettiva adottata è quella dell’artista sul diritto all’autonomia e alla libertà d’espressione di fronte a uno stato post-totalitario, a una certa violenza politica o militare tacitamente agita.
Il fotomontaggio del medesimo gesto all’onore, gesto di un ironico “fuck off” titola anche un’esposizione di Weiwei aperta a Shangai nel 2000, mano e braccio in primo piano sullo sfondo di monumenti iconici o simbolici della storia o della cultura occidentale : la Casa Bianca, Buckingham, Palace, la torre Eiffel,Roma, Londra, Venezia, Pechino.
Palazzi del governo e delle istituzioni, facciate, travestimenti ufficiali di potere, pareti di intonaco bianco per coprire le manipolazioni ideologiche ad esse connesse, la corruzione di diritti fondamentali che vi si celano dietro.
E ancora facciate come “luoghi ufficiali della cultura”, forme volutamente estetiche, discorsi etichettati come tali, fossilizzazioni entro stili o codici di norme usurate dall’uso. La prospettiva scelta è quella dell’individuo o del singolo, dell’artista in una postura critica, vigilante, non-ceduta al potere, a un’istituzione che uccide il suo diritto ad essere, a prendere posizione, a prendere parte, aprendo a un ideale democratico e egalitario.
Il fotomontaggio del medesimo gesto all’onore, gesto di un ironico “fuck off” titola anche un’esposizione di Weiwei aperta a Shangai nel 2000, mano e braccio in primo piano sullo sfondo di monumenti iconici o simbolici della storia o della cultura occidentale : la Casa Bianca, Buckingham, Palace, la torre Eiffel,Roma, Londra, Venezia, Pechino.
Palazzi del governo e delle istituzioni, facciate, travestimenti ufficiali di potere, pareti di intonaco bianco per coprire le manipolazioni ideologiche ad esse connesse, la corruzione di diritti fondamentali che vi si celano dietro.
E ancora facciate come “luoghi ufficiali della cultura”, forme volutamente estetiche, discorsi etichettati come tali, fossilizzazioni entro stili o codici di norme usurate dall’uso. La prospettiva scelta è quella dell’individuo o del singolo, dell’artista in una postura critica, vigilante, non-ceduta al potere, a un’istituzione che uccide il suo diritto ad essere, a prendere posizione, a prendere parte, aprendo a un ideale democratico e egalitario.
“Le cose che crei con i loro limiti fanno parte del tuo stato d’esistenza. Cercare di eliminare o guardare al di là di quei limiti attraverso diverse alterazioni è un’altra via d’espressione. La vita è più esuberante, più colma di significato che qualunque stile immaginabile”.
Internet, Twitter, le reti sociali sul net, la scrittura d’un blog fino al 2009 poi la sua soppressione causata dalla censura cinese per i suoi contenuti “”politicamente sensibili”, le foto numeriche sopravvissute da quell’archivio. I canali e flussi di comunicazione aperti in rete, le nuove forme d’espressione ad essa connesse si rivelano per Weiwei un potenziale inimmaginabile, una via d’accesso a una comunicazione libera, a uno scambio democratico di idee, a una partecipazione collettiva e egalitaria, linea di fuga sovversiva, creatrice a un regime di sorveglianza, di controllo, alle forme di censura applicate dal governo, infine nell’impossibilità fisica per Weiwei di lasciare il paese, vale a dire di cercare una via di fuga reale, nello spazio.
L’interconnetività aperta dalla rete virtuale produce degli effetti impensati sulla società cinese: un’opportunità d’accedere liberamente all’informazione, al libero scambio della medesima oltre le limitazioni imposte all'individuo, infine una moltiplicazione di forme d’auto-visibilità sul net.
L’interconnetività aperta dalla rete virtuale produce degli effetti impensati sulla società cinese: un’opportunità d’accedere liberamente all’informazione, al libero scambio della medesima oltre le limitazioni imposte all'individuo, infine una moltiplicazione di forme d’auto-visibilità sul net.
Immediatezza, mobilità, interazione rapida nella comunicazione su Internet,
connettività universale, infra-spazio, infra-rete, infra-numerico;
transitivo, transitorio, sintetico, provvisorio, senza importanza.
Questione di legame, link in senso mediatico, interazione, intervallo,
accesso a una rete dove tutto entrerebbe in circolo, in risonanza, in gioco di rimbalzo e rinvio, lancio, rimpallo e ritorno, "de-comunicazione" anche come decostruzione dei codici della lingua scritta in forme brevi e incisive una volta immesse in questo canale mediatico.
accesso a una rete dove tutto entrerebbe in circolo, in risonanza, in gioco di rimbalzo e rinvio, lancio, rimpallo e ritorno, "de-comunicazione" anche come decostruzione dei codici della lingua scritta in forme brevi e incisive una volta immesse in questo canale mediatico.
Nel 2009 dopo la chiusura del blog Ai Weiwei inizia a utilizzare Twitter come piattaforma di comunicazione. Fotografie scattate con il cellulare e trasferite immediatamente su Twitter seguono sul net in tempo reale gli avvenimenti che accadono nella società al quotidiano.
La plasticità dello spazio virtuale diviene un’arma, un mezzo di comunicazione rapido, transizionale, difficilmente intercettabile che si oppone e si insinua negli interstizi del discorso ufficiale, ai margini delle strategie di controllo e sorveglianza, scomposto, frazionato, disseminato oltre il potere dello stato d’arrestarlo.
La plasticità dello spazio virtuale diviene un’arma, un mezzo di comunicazione rapido, transizionale, difficilmente intercettabile che si oppone e si insinua negli interstizi del discorso ufficiale, ai margini delle strategie di controllo e sorveglianza, scomposto, frazionato, disseminato oltre il potere dello stato d’arrestarlo.
L’informazione sul net è contagiosa, rapida, difficilmente controllabile, si diffonde a velocità vertiginosa;
la parola, ugualmente diventa strumento d’affermazione di voci singole, apre spazi di libertà e di rappresentazione individuale , sposta infine una società chiusa e recalcitrante a un’apertura democratica oltre le proprie barriere.
Le fotografie dal blog, proiettate a flusso continuo nell’ultima sala della galleria, documentano avvenimenti politici e sociali_ il terremoto nella regione dello Sichuan, demolizioni, nuovi progetti di costruzione_ ma anche eventi del quotidiano, occasioni per ritrovarsi, dettagli di vita ogni giorno, cene condivise, momenti con amici, scorci di Pechino, ritratti, primissimi piani su dettagli d’oggetti, volti, cibi o prospettive spaziali.
Titolano “Auto-riprendendosi in foto”, “al lavoro” e così via..
Sono foto qualsiasi, foto fatte con un cellulare e scaricate su un computer,
Titolano “Auto-riprendendosi in foto”, “al lavoro” e così via..
Sono foto qualsiasi, foto fatte con un cellulare e scaricate su un computer,
foto auto-riprese, auto-selezionate, senza formalità o finalità, senza troppa importanza;
foto automatiche, con auto-scatto, neanche stampate, quasi senza avere una forma finita, insieme di indici, di segni dal reale, d’un reale possibile, reticoli significanti immessi nel flusso mediatico, nel canale aperto dalla comunicazione, sul suo muro di visibilità.
Il banale e l’estetico, l’artistico, il politico e il personale si confondono, fondono nella documentazione d’una realtà possibile attraverso la fotografia, d’una forma d’esistenza forse non ancora trovata.
foto automatiche, con auto-scatto, neanche stampate, quasi senza avere una forma finita, insieme di indici, di segni dal reale, d’un reale possibile, reticoli significanti immessi nel flusso mediatico, nel canale aperto dalla comunicazione, sul suo muro di visibilità.
Il banale e l’estetico, l’artistico, il politico e il personale si confondono, fondono nella documentazione d’una realtà possibile attraverso la fotografia, d’una forma d’esistenza forse non ancora trovata.
Etichette:
Ai weiwei,
blogsfera,
fotografia,
individualità,
Jeu de Paume,
rete globale,
spazio numerico
lunedì 20 febbraio 2012
Danza e poesia: "Medea", Carlotta Ikeda, Pascal Quignard, Paris-Villette
La scena vuota, lasciata al nero del fondo, nel silenzio una voce impersonale dai margini della medesima, riporta in luce il mito greco di Medea nella riscrittura poetica di Pascal Quignard. Uno dei miti fondanti della cultura occidentale rievoca qui la verità mostruosa, il terrore, la trasgressione dell'atto omicida compiuto da Medea verso i propri figli, tale l'atto tragico o il punto di non ritorno che infrange le leggi della città e dello stato, l’ordinamento vigente come i limiti della soggettività aprendo a una dimensione tragica più antica, arcaica dalla portata altamente catartica.
Interiezioni di suoni, stridori, granuli di sabbia o sassi rotolanti a terra, rimbombi o eco di rumori provenienti da lontano rompono il silenzio di parole essenziali, scandite una a una nella purezza distante del racconto.
Terminata la lettura, la scena si svuota, siamo nell’oscurità, in questa cornice d’una purezza sostanziale, tracciata, delineata dalla voce fuori campo in attesa che l'atto, l’ombra o il suo riflesso possa passare, apparire, lasciarsi affiorare.
Nel nero attendiamo, l’attesa, l’evento o la sua convocazione. Solo a questo punto, in questo luogo e momento preciso la danza può avere inizio.
“Medea è la figlia del tempo, è il tempo arrestato in essa. A mezzogiorno, arrivato al più alto del cielo, il sole arresta la sua corsa, depone i suoi reni.
Mezzogiorno, Medea, medita.”
Primo quadro. Di fronte all’esilio, nell’abbandono del corpo, nel dolore della perdita, la donna venuta d’altrove, lasciato tutto, sacrificato il fratello per seguire lo sposo Giasone, di fronte al tradimento di quest’ultimo , si ravvolge su sé stessa, discende al suolo in gesti lentissimi, le mani intorno al capo, si raccoglie con i drappi dell’abito trinato seguendo le fluttuazioni del suo essere interiore, ora invocando le braccia verso l’esterno nel viso contratto, immobile, ricomposto in una maschera impassibile di dolore. Ogni istante della sua presenza é abitato, scavato dall’interno in micro-movimenti di braccia e mani che coagulano densi, scanditi, goccia a goccia dall’uno all’altro mentre il corpo è in tensione al centro della scena.
Il viso é preso in questo tremore raccolto, incomprensibile, in questo tremare, tramare, pre-meditare un destino già là, iscritto, inciso, visibile infrangendo le leggi degli uomini e degli dei.
“Medea, meditando, la spada sul sesso, gli occhi chiusi. Chi è questa donna sulla quale cado, questo viso dalle palpebre abbassate, questo corpo immenso che affonda, il torso in avanti, le pesanti mammelle cadenti?”
Medea é nella luce affilata del mezzogiorno come nell’oscurità indicibile che la riassorbe al fondo della scena. Retrocede in gesti lentissimi, ipnotici, in passi impersonali, quasi portata,
sollevandosi dal suolo. Le braccia si dispiegano ora in orizzontale nel rosso del tessuto che l’avvolge; ne lascia cadere le coltri a terra come deponesse le squame d'una prima pelle al passaggio.
In questo semplice gesto, il volgersi improvviso della figura verso il fondo,
in questa linea incisiva del rosso, nel taglio netto della luce che s’apre al centro della scena per riassorbirla, che s’apre come un antro, un passaggio, la linea d’ un tessuto,
dispiegato, sollevato,
una linea tesa, sospesa sul fondo, in questo gesto preciso il momento tragico può portarsi a compimento.
Medea é corpo avvolto d’una luce crudele, omicida, nel bagliore accecante che lo precede, nell’orditura fredda del suo atto, nel gesto premeditato, nella risoluzione incomprensibile dei suoi occhi abbassati.
E’ volto d’una straordinaria bellezza, nella lucidità spietata del dare la vita, dare la morte, portare la rovina, nelle trame ordite dalla sua mente.
E’ nella potenza accecante del sole come nella follia d’una luce bianca, incomprensibile; porta in sé il potere della nascita, della fecondità, della proliferazione come, in un movimento inverso, “d’un tratto volgendosi semplicemente su se stessa”, il sangue del la vendetta, il disseccamento della morte, la potenza della distruzione.
Medea , maga, cospargendo d’unguenti fatali l’abito nuziale per avvelenare la nuova sposa;
Medea, all’ombra del palazzo in fiamme, tra le sue ceneri brucianti di polvere e fumo, oltre sé stessa, al di là dei legami di sangue e filiazione, procedendo verso una spaventosa alterità.
Nell’abito nero, nel tessuto nero che l’avvolge attraversa le soglie dell’umano;
è la maschera di cera o gesso immobile che la ricopre, nell’atto di morte freddamente perpetuato contro i propri figli.
Nella tempesta della glaciazione, nel gesto senza volto, nel terrore omicida , nel punto di perdita, nella luce tagliente del mezzogiorno,
nel punto più alto del giorno che illumina il suo volto affilato e inconoscibile.
Svuotandosi i viscei, la vulva come le ultime tracce del figlio non ancora nato,
tra le rovine del regno bruciante.“C’è un di dentro, un di fuori quando si nasce? C’era una volta, c’era un di-dentro ed è perso.
Il mondo del di-dentro comincia a perdersi nel grido nella prima nascita e continua a perdersi nel linguaggio senza fine”.
I gesti lenti, posseduti di Ikeda, dalla presenza ieratica indiscutibile, vanno a cercare molto lontano, affondano in strati spazio-temporali antichi, nascosti sotterrati al fondo d’un corpo-matrice incosciente di cui portiamo in noi, ancora, le tracce. Affondano in questa non-memoria , ritrovano l’innato del corpo al suolo, questa immagine d’un di-dentro-di-fuori nell’atto di nascere a sé stesso senza fine, stato oceanico d’unità con il tutto che implica una cancellazione del sé o il suo superamento, stato energetico di pura presenza, nell’essere, incarnato nella sua metamorfosi in infinite forme. La danzatrice affondando nel mito di Medea attraversa una serie di tali metamorfosi ,
dal ripiegamento del corpo in abbandono, dall’esitazione di un tramare, tremare, premeditare, al terrore dell’atto inenarrabile, alla convulsione, all’annientamento del grido che ne segue.
dal ripiegamento del corpo in abbandono, dall’esitazione di un tramare, tremare, premeditare, al terrore dell’atto inenarrabile, alla convulsione, all’annientamento del grido che ne segue.
Ultimo quadro: Medea ritorna dal luogo di morte. Ikeda é ora vestita nella sobrietà d’un abito nero, velato, semplicissimo. E’ una maschera dal volto trasfigurato, dalla presenza inavvicinabile, nella potenza di tratti incisi, scavati come a colpi di pietra. L’ultimo grido della lacerazione come il primo grido della nascita, é lanciato, emesso dai visceri del corpo in una specie di follia bianca, grido fuori di sé, il momento estatico della danza butoh .
Il dissecamento della figura svuotata del proprio cuore, dei propri organi, é portata all’esterno in una sorta di revulsione, di contrazione del torso e degli arti al suolo. Danza nel pallore della morte, già con un piede sulle sue rive, nella dissoluzione lancinante dell’ultimo grido di fronte alla propria consapevolezza.
venerdì 10 febbraio 2012
...Liberamente suggerito da Krystian Lupa, "Sala d'attesa" ("Categoria 3.1" di Lars Noren) Théâtre de la Colline, Parigi
“Sala d’attesa” si situa in una
zona liminale, zona di stazionamento, d'attesa indeterminata, attesa di non si
sa che cosa, senza ragione, condizione apparente o casuale ritrovarsi d'esseri
respinti ai margini, spinti fuori, sempre più rigettati sui bordi o volutamente
errandovi in preda a strani stati di narcosi .
“Categoria 3.1” di Lars Noren è
perdita di realtà, perdita di sé stessi;
bassi-fondi della città, della
scala sociale ma, anche, fondo della psiche, sottosuolo dell’esistenza
cosciente, buco nero dell’anima dove sprofondare. E’ il fondo dell’animalità
che portiamo in noi, questa zona interdetta alla norma, alla normativa del
vivere sociale o morale, questo “di fuori”
che sfiora, si affaccia ai bordi della nostra esistenza cosciente, qui
volutamente portato in scena, fatto esplodere,
passando attraverso la distruzione di individualità nell’
esperienza-limite della droga, dell’alcool o della malattia psichica.
“Categoria 3.1 é un immenso materiale
drammatico” afferma Lupa, un magazzino, una specie di deposito a multiple
entrate, senza sapere esattamente cosa andarvi a cercare, cosa portare con sé
varcandone la soglia. Testo magma, multiforme riserva di voci al quale
attingere, questo materiale é in primo luogo una lingua, lingua che si situa ai
margini del discorso, lingua che retrocede, discende a un livello più
primitivo, precedente l’identità, aderendo allo stato lacerato dei personaggi.
C'é tale discesa voluta anche nell'ambientazione, un parcheggio disseminato di
rifiuti o una discarica impressa di graffiti, fatiscente bassofondo dove la
scena si insidia .
E’ una lingua che delira insieme a chi la porta, che impazzisce urlando oscenità a piena voce, é una lingua che sputa, grida e inciampa su parole mozzicate, poi sogna ad occhi aperti sdoppiandosi nell'immagine video come uno specchio interno al personaggio sotto l'effetto di qualche droga o per altri stati alterati di coscienza.
E’ una lingua che delira insieme a chi la porta, che impazzisce urlando oscenità a piena voce, é una lingua che sputa, grida e inciampa su parole mozzicate, poi sogna ad occhi aperti sdoppiandosi nell'immagine video come uno specchio interno al personaggio sotto l'effetto di qualche droga o per altri stati alterati di coscienza.
E' una lingua che impazzisce, che
impreca, che strepita e affonda come questi corpi al suolo, rotola insieme a
loro sul cemento colante di lordure, scorie e scarichi di rimessa, si rivolta
nel fango dell'esistenza, manda in frantumi
vetrate o bottiglie vuote. Poi, dal fondo della dissoluzione ritrova una
parola altra, in limine. Sulla scena la ragazza sotto l'effetto di qualche
narcotico erra in preda a stati allucinatori per arrestarsi d'improvviso mentre gli altri continuano il loro
guazzabuglio di strepiti e oscenità. L'immagine video s'apre , allora, sovrapponendosi in sdoppiamento su un
piano parallelo, conducendo verso un'anteriorità, uno spazio del 'di dentro/di fuori’
sprovvisto d'ogni verità psicologica:
uno spazio d'affioramento al limite della soggettività, brevi
folgorazioni al margine di coscienza resi visibili della proiezione video. Tali
stati affiorano come passaggi repentini tra
il corpo e la psiche, il baluginare di segni appena percettibili nel fluttuare d'una semi-veglia, lampi o
intermittenze della mente qui tradotti in immagini distanti, apparentemente
disconnesse da quello che accade in scena, poi dalla voce dei monologhi fuori
campo provenienti da un altrove; altra voce, altra parola per flussi poetici
continui oppure per intermittenze, per tentativi frammentari, per scosse,
esitazioni e riprese aderendo alla corporeità in azione. Superare le frontiere
dell'individualità, trasgredire i limiti che sanciscono l'individuo all'interno
di un sistema costituito, abbattere le barriere che lo separano da uno stadio
d'essere più primitivo, più vicino all’indistinto significa, paradossalmente,
avere accesso a un altro uso del linguaggio, aprire un'altro spazio d'essere
nella lingua che invalida la comunicazione razionale, tuttavia dandosi in folgorazioni improvvise,
strettamente connesse all' esistenza sensibile, a stati fisici, corporei
qui esteriorizzati attraverso il
monologo teatrale.
“Capita frequentemente che il
linguaggio non sia in fase con la nostra anima, afferma il regista; momenti in
cui le cose che vorremmo esprimere diventano difficili o impossibili a dirsi.
La lingua ha un ruolo distruttore, ha tendenza a annullare, a comprimere, a
reprimere l'essere umano a partire dal momento in cui trasforma i nostri
pensieri, sensazioni o paure attraverso la mediazione della parola”. Il testo
esplora stati di coscienza alterati, individui gravitando in uno stadio di
sospensione atemporale, di indefinita non- esistenzia, rigettati in
questo“di-fuori” del vivere comune, d'un pensiero razionale, d'un linguaggio
atto a esprimerlo. La dissoluzione
dell’io , la perdita di realtà, la perdita di sé come depersonalizzazione,
tuttavia, danno accesso, paradossalmente
a una zona franca, a uno spazio d’essere del linguaggio liberato dalle
costrizioni della logica condivisa e d'un pensiero da essa formulato.
E’ tale caduta, il precipitare
verso il basso delle vite dei personaggi, lì dove la maggior parte non vorrebbe
discendere, non potrebbe, anche volendo andare,
che da accesso a tale zona- limite
della coscienza dalla quale fare baluginare segni, parole, indici da un altro
linguaggio.
“Tutti questi gesti segreti, misteriosi, gesti
remoti, famigliari, nascosti, dissimulati, gesti che emanano un certo odore e
una certa intimità non teatrale dei personaggi, sprovvista di psicologia
proveniente, tuttavia, da un nodo di vita non drammatico, un nodo di vita
denso, caricato, pesante da portare, mal costituito... E’ un teatro dell’assenza
di intrigo, d’avvenimenti d’ordine mentale, affioramenti di materia,
d’esistenza, l’esistenza che scorre e la materia misteriosa dei suoi richiami…”
Spetta al lavoro di messa in
scena far affiorare queste escrescenze,
queste aperture brevi e impensate, questi frammenti scintillanti d’un qualcosa
d'abitato, vivente che si lascia illuminare nella carne del personaggio-interprete.
Il lavoro sull’attore, nella simbiosi che instaura con il personaggio, poi il
processo di improvvisazione sviluppato
intorno al monologo interiore, divengono strumenti centrali per la costruzione dell’atto teatrale in
Lupa, cio' che dilegua, necessariamente,
ogni idea di intreccio narrativo, racconto o storia. Tanto più che un circuito è stabilito tra
l’attore in identificazione libera al personaggio e lo spettatore nell'atto del
guardare, direttamente interpellato, scosso, chiamato in causa, a volte
violentemente indirizzato, chiamato a entrare nel gioco drammaturgico.
Nell’ultima scena tutti i giovani attori sono seduti in proscenio di fronte al
pubblico, in questo sguardo lento che si prolunga, si sofferma, s'offre senza
mediazione; maschere nude portando con
sé il tempo dell’attraversamento, la prova della scena, i segni della fatica,
dello spossamento fisico e emozionale,
semplicemente dandosi in questa esposizione senza riserve, in un
guardare che a sua volta, domanda un altro sguardo di ritorno, riflesso, senza
risposta.
“Comprendere l'altro é coagire con
lui, entrare nella sua parola”, forse fino alla soglia della sua pelle, afferma
Lupa. “L'artista é giustamente quel folle che vuole comprendere altri folli”,
discendere insieme a loro per poi tornare indietro, riportare alla luce la
propria visione. “Affondo interamente nei testi che adatto, mi privo dall'
inizio della distanza perché so che, comunque, non riuscirei ad abolirla
completamente”. I giovani attori sono chiamati, allo stesso modo, ad
assimilarsi, a incorporare o portare parte del loro immaginario dentro la partitura dei
personaggi attraverso il lavoro di improvvisazione sui monologhi. Da una parte
devono scavare, ritrovare in loro gli stessi meccanismi psichici subcoscienti,
le stesse pulsioni distruttive abitanti la loro generazione tesa verso l’età
adulta, gli stessi germi patologici d'astenia, di disagio sociale, di malessere
esistenziale. Dall’altra parte, è come se il testo di Lars Noren debba ricongiungersi alla materia vivente della
scena, corto-circuitare, farsi carne e sangue, azione riflettente, dunque
modificare il proprio stato stabilendo in questo modo un punto di giuntura, una
continuità tra lo scritto e la materia abitata dei corpi.
Afferma Lupa: “Non so perché ma
questa zona apporta al nostro immaginario un flusso simbolico. Abbiamo voglia
di cadere insieme a loro, d’affondare, qualche volta, nei loro sogni d’orrore”.
Il testo, in questo senso, è trattato come una materia bruta alla quale
attingere ma dove non restare imprigionati per rispettare la sua letterarietà.
Trascendendo i limiti della sua parola, funziona come un palinsesto,
sovrapposizione di strati dove si indovinano tracce di strati precedenti. Gli
attori, dunque, per primi sono chiamati a discendere con il proprio corpo, all’interno del testo a
cercare, ad attingere da questo versante oscuro o zona di insondabilità celata,
non visibile tuttavia tanto più presente, ambigua, intaccata della psiche.
Nel processo di improvvisazione si
pone una situazione data, una limitazione spaziale, si creano le condizioni
perché qualcosa possa accadere, uno spazio aperto perché un avvenimento oppure la sua assenza abitata,
l' irruzione di qualcosa o un niente carico di presenza possa attraversare. Un
pezzo di muro, un antro fatiscente dove andrebbe a ripararsi un mendicante, il
tempo d'un ora e una telecamera per fare sorgere qualcosa, creare a partire da
uno spazio dato.
Accollarsi al testo apportandovi un proprio sotto-testo in questo
incontro tra attore e personaggio, lasciare fare al gioco dei monologhi
improvvisati, come a un magma vivente che deve lasciarsi scorrere, colare
liberamente su scena. E' giustamente nello spazio dell'improvvisazione, per
strane “alchimie corporee e della voce” che le situazioni sceniche più giuste,
più sintetiche e rivelatrici appaiono. Lupa nomina, qui l'idea di
“sotto-testo”, minuscoli “movimenti
d'ombra”, movimenti abbozzati, appena accennati, lasciati sorgere come momenti
di verità, la giustezza d'una situazione scenica, quello che si é incapaci di
esprimere a parole, perlomeno le parole
in senso ordinario e che passa per il desiderio di liberarsi delle
regole del linguaggio di realtà, cercando un altro modo di dirsi, un'altra
libertà attraverso la voce e il corpo.
( Blanchot, “l'uomo non sa nulla
dell'intrusione del basso alla quale é esposto, si trova all'interno d'un sistema di valori che ha altro scopo di coprire e controllare l'irrazionale
attraverso il quale é portata la nostra vita sulla terra. )
Etichette:
fuori-testo,
improvvisazione,
Krystian Lupa,
Lars Noren,
monologo,
teatro post-drammatico
martedì 31 gennaio 2012
A proposito di “Baselitz”, museo dell’arte moderna, Parigi
Scavare la materia per scoprire una forma già là, pre-esistente,
sommersa,
lavorare sul togliere, sul tagliare, sull’estrarre o affondare,
mai sull'aggiungere, dare forma, affinare. Togliere il superfluo, strati su
strati per arrivare all'oggetto in sé dove l'atto di scavare rinvia
implicitamente alla terra, a un ritorno al suolo, all'impronta d'una matrice
generativa, generante o rigenerante per l’immaginazione nella sua messa in
spazio plastica d’altre possibilità sculturali.
La scultura si
vuole in Baselitz ritorno a un “grado zero” della medesima, simile a un de-stratificare, sfogliare, discendere in senso genealogico,
strato su strato, ciò che corrisponde, anche,
a decostruire le sovra-strutture dell’estetica occidentale fino a
toccare o raggiungere paradossalmente una sorta di “innocenza ritrovata” nel
fare artistico, (innocenza a posteriori prodotta a ritroso d’una cultura). Partire
dal gesto in presa diretta sul legno, gesto di “non-sapere” assoluto, non
premeditato né razionale, violento, primordiale, gesto in togliere che porta in
sé qualcosa di irriducibile dandosi in
primo luogo nel proprio potere di presenza
e di fascinazione, al di qua d’ogni preoccupazione formale o stilistica.
L'energia violenta implicata in tale atto, la brutalità
del legno nella sua realtà ordinaria,
una materia “bassa”, a portata di mano attaccata
direttamente dall'ascia o dalla segatrice;
lo stato d'urgenza, di necessità nell'approccio
sculturale,
l'intempestività del suo darsi in presa diretta su
tempo , contro il tempo, a contro-tempo sulla forma, in parte ridipinta,
ripresa o ridisegnata a tempera, acquarello o vernice, aggiunta di stoffa o
d'altri tessuti,
presa infine tra il desiderio di figurare e il ritorno
a una primordialità della materia _tronco-albero-legno_ in quanto forza
emergente, agente o generante dalla natura.
“ Le ragioni
dell'apparire formale della mia prima scultura arrivarono solo in seguito”
racconta l’artista tedesco. “ Avevo senza sosta, unicamente, l'impressione di
fare qualcosa come scavare. Scavo il suolo e trovo qualcosa. Utilizzo un'ascia
o una sega e non faccio che tagliare direttamente sul legno sculture alle quali
non posso nulla aggiungere, nulla sovrapporre come stessi lavorando sulla pietra. Malgrado ciò,
quando l'oggetto é là resta la sensazione netta d'averlo estratto dalla terra,
quasi esumato”. La scelta di lavorare a stretto contatto con il suolo, scavare
partendo da quello che é là, presente e sovraccarico di strati, significati e valori estetici matura con l’imporsi
del real-socialismo negli anni 1945-46 in Germania orientale come forma radicale di diffidenza o opposizione verso ogni imposizione
ideologica, impostura di potere, sistematizzazione estetica o politica d’ogni
discorso dominante.
“ Ho cominciato a scavare il suolo, meno curioso di guardare
il cielo che la terra e la sua interna oscurità, ossessionato dall'idea di fare
un buco nel sottosuolo, un tunnel che avrebbe portato dall'altra parte del
mondo, in Sud Africa forse”. Scolpire diventa, gettare questo ponte, arrivare
da qualche altra parte, compiere un cammino sotterraneo per ricongiungersi con
l’altro emisfero, l’altro lato della terra, un’altra idea di scultura, quella
trasmetta dall’arte africana per esempio. Di qui la metafora e insieme la
necessità di un rovesciamento , tale, volgere la figura dal basso verso l’alto,
dipingere alla rovescia, portare la forma finita a un’ inconsueta discordanza
di linee, spostarla in una voluta asimmetria o sproporzione nei tratti del viso
o del corpo , amputarne parti isolate, frammenti ingigantiti di piedi, busti o
teste, figurarne solo a metà apparizioni uscite dalla lotta tra l’energia e la materia.
“Modello per una scultura” esposto alla Biennale di
Venezia nel 1980 é la prima opera che apre il cammino verso “ la prefigurazione
d’una nuova immagine”. Né seduto né in piedi il personaggio sembra estrarsi dal
fondo del legno, intagliato direttamente in solchi, scavature, incisioni
marcate a partire da un blocco monolitico, massa anonima, squadrata dalla quale
cominciano a delinearsi alcune parti lasciate al non-finito: testa, bacino,
torso, un braccio che si eleva obliquamente in saluto. Solo alcune abbozzi di
linee riescono a emergere dalla materia grezza, ripresi, tracciati, rifatti a
vernice come in quei disegni preparatori dove si delineano approssimativamente segni
di matita su cui si andrà a tagliare o fissare una forma tranne che qui, ancora,
la sua sagoma definitiva non esiste e non si vede che questo primo apparire
volutamente lasciato allo stato dell’in-determinato.
Simile a uno scavare, manipolare, fare violenza in
qualche modo al blocco unico, farne solchi, pieghe, fossati, farne una lotta,
un faccia a faccia impulsivo,
farne una messa in luce, un dare alla luce, nella
metafora della terra-matrice _ esumare una testa, un bacino, un busto, un capo.
Le teste dello stesso periodo, ugualmente, sono
massicce, riprese a colpi o segnature di vernice blu o nera, nella cancellazione
voluta, inevitabile dei tratti o di parti dei tali, nello sforzo di discendere,
andare verso il basso, verso strati più antichi lasciando nel processo occhi o bocche distorte.
Sono queste teste dell’incisione, tagliate o staccate dal
resto del corpo, messe in rilievo, esse sole su un piedistallo, verticali o distese, rovesciate; teste della
discordanza interna tra le linee, dell’asimmetria voluta o del disaccordo tra il
fondo e la figura, una metà ancora
immersa nel blocco massiccio del legno e l’altra graffiata, incisa, riversa
fuori nell’atto scultoreo.
Le “figure in piedi” degli anni ottanta si ergono a
grandezza naturale di fronte ai nostri occhi quasi estratte dal suolo, in
questo contatto diretto con le forze basse, libidiche, prime della terra attingendo alle sue radici. Sono corpi-albero,
corteccia, corazza, sughero, o legno intagliato elevandosi in verticale, simili
alle sculture africane nate come statuette-emblemi medianti tra il mondo degli
umani e quello degli spiriti. Dalle profondità delle radici il supporto-tronco
si erge verso l’alto intagliato direttamente sull’unico del legno. Affila il busto
in estremità verticale, ora rigonfia la
zona del ventre disegnata in circolo come ricettacolo nevralgico dell’insieme del
corpo.
In “Gruss aus Oslo”, la figura sospesa su un
piedistallo, a metà fluttuante in aria senza più piedi, si da nell’evidenza di
volumi grottescamente portati verso l’esterno là dove la materia si scava o si
accumula secondo le fluttuazioni energetiche del corpo: la testa dalla
fisionomia marcata, il naso come protuberanza rossa enorme in
orizzontale, gli occhi ugualmente tuberi rossicci, infine le zone del seno e
del sesso messe in evidenza dalla tempera colorata.
In “G Kopf” la testa da identità individuale diviene un
universo in sé, una mappatura circolare, un piccolo cosmo scomposto in parti
interscambiabili, senza più fronte ne retro, modello in forma circolare e
cubica insieme, fatto della combinazione, dell’incastro di tanti piccoli riquadri
scomposti senza più trovare soluzione, armoniosa ricomposizione. Ancora, in
primo piano, è l’intaglio sulla corteccia-cosmo ripresa a vernice blu.
La “testa tragica” del 1988 é un tronco lasciato ancora
all’indeterminato della matrice dove la figura decide di non separarsi
completamente dal fondo-legno o forse vi fa ritorno scavandosi nel tutt’uno
d’uno stadio primigenio con essa. Scarnificata in verticale, i seni volumizzati
e il naso rosso, sporgente d’un pinocchio messo alla berlina é figura tragica perché
derisoria, presa in questo assurdo d’una presenza che ride sé stessa, deride e auto-deride,
nella bizzarra distribuzione dei volumi spostandosi in pieni e vuoti attraverso
la figura secondo la concentrazione dei suoi fluidi energetici.
“Le donne di Dresda” (1989/90)
La serie evoca le vittime della distruzione della città
nel 1945; un gruppo di figure plasticamente distribuite nello spazio,
intagliate nella vivacità cromatica di un giallo vivido, anti-naturalistico in
aperto contrasto con l’incarnato del modello classico. Forme tondeggianti,
piatte o ovali, la prima riempita dei buchi d’una mitragliatrice sembrano dire che
la scultura diviene, infine, questa impregnazione d’una materia grezza, presa
di mira, giustamente colpita, messa in movimento da un’energia che le é
propria, che si incarna perché assume sembianze plastiche nello spazio partendo
dal blocco monolitico del legno. Mettere
in vibrazione la materia, attivarne un’energia che si imprime in una forma
singolare, in accumulazioni, scarnificazioni,
scavature o incavi, tale é il senso possibile di questo modo di figurare.
Cinque teste nel coro delle donne di Dresda. E’ una
schiera, un gruppo,
una disposizione a cinque nello spazio che
quintuplica l’energia del singolo in un coro tragico ma distaccato, impersonale,
le cui dimensioni espanse sovrastano lo spettatore.
Scalpello, ascia, punta affilata, i colpi, le cesellature
si susseguono, scavano, si accaniscono sui visi, non solo rigati ma apertamente
intaccati, tagliati, presi a colpi d’accetta, tanto che in alcuni non vi si distinguono
neanche più i tratti. La massa si svuota, la durezza cede alla violenza del
colpo, il pieno iniziale e compatto lascia posto a varchi scavati nel vuoto, a bocche
distorte, a buchi o forme concave d’occhi. Rinviano insieme alla sfera
soggettiva della pelle, epidermide-corteccia brutalmente incisa, lacrime senza
nome rigate in solchi a vivo sui volti di Dresda, e a quella d’una materia alla
quale é applicata la violenza singolare d’un rovesciamento come modo inedito di
pensare la scultura.
I cinquantadue disegni realizzati in relazione al
lavoro scultoreo nascono non tanto come abbozzi preparatori ma esprimono
secondo Baselitz “la ricerca d’una idea”, un’idea che inevitabilmente terminerà
altrove, andrà a deviare, prenderà direzioni inattese per realizzarsi in una
serie di modificazioni, di micro-trasformazioni successive corroborate dal
lavoro in serie. Costante resta la preoccupazione di indagare la discordanza
interna al sistema dei volti e all’organizzazione dei corpi, la disarmonia
ricercata nelle proporzioni o nell’isolamento di singole parti, il “fuori
norma” compreso come altra estetica possibile. Sono forme scomposte, demoltiplicate nella
ripetizione, uscite dai cardini, scardinate dal meccanismo con parti che
partono in tutte le direzioni.
Sono escrescenze, protuberanze, forme che si ergono
sessualmente, teste che crollano a lato, teste che prendono il sopravvento e
occupano tutto lo spazio della tela, masse, blocchi e poi la loro scomposizione,
infiltrazione in altre griglie figurali. Ventri rigonfiati, corpi assottigliati, masse energetiche che
prendono il sopravvento su altre, ora frammenti singoli di teste, arti, un
braccio o una gamba, figure dilatate in esterno o affilate in verticale, frammenti
sparpagliati di qualcosa che ha perduto la propria unità.
Negli
anni novanta sono le sculture fatte di frammenti smisurati, di parti di corpo
ingigantite e isolate riprese brutalmente a tempera. “Teste e torsi rossi”
giocano sulla dissimmetria ingigantita della figura nell’amputazione di alcune membra, nella
dissonanza incongrua d’ attributi femminili su corpi maschili o viceversa. Seni
su un torso d’uomo in “Mannlicher torso”, indici femminili violentemente sottolineati dal
colore primario rinviano al tema di una sorta di reversibilità tra i sessi o androginia
originaria che attraversa questa fase del
lavoro come ulteriore esplorazione sull’ibridità figurata tra i sessi.
“Sonderling
eccentrico” del 1993 é un viso che letteralmente esce dal proprio centro, si
squaderna, si sposta, si“scom-posiziona”, sembra aver ricevuto questa scossa
che d’un tratto lo smuove leggermente dai propri tratti, lo mette virtualmente
fuori di sé pur restando nella cornice apparente della figura, nel confine
tracciato del volto. In una versione successiva i tratti sono letteralmente
spostati su un lato in una sovrapposizione grottesca dei medesimi sul contorno
del viso. Emerge la portata incisiva del segno preso in questa lotta violenta sui
visi contraffati e ancora, il disaccordo tra l’energia, la mobilità del fondo e
il contorno fissato della figura.
La
scultura in Baselitz è quello che da una forma tangibile, manifesta in uno
spazio esterno a un’energia interna,
ciò che mette in vibrazione la materia, la attiva, la rende presente, d’ una presenza unica nello spazio nel confronto, nel corpo a corpo inevitabile, nella lotta quasi tra l’individuo, l’informe del legno allo stato grezzo o il suo presentarsi come blocco monolitico e indeterminato.
ciò che mette in vibrazione la materia, la attiva, la rende presente, d’ una presenza unica nello spazio nel confronto, nel corpo a corpo inevitabile, nella lotta quasi tra l’individuo, l’informe del legno allo stato grezzo o il suo presentarsi come blocco monolitico e indeterminato.
Aggredire,
scavare, incidere, lasciare segni, spazio fisico abitato, spazio plastico
intaccato, discendere, cercare il vuoto dal pieno, rigare, tagliare,
intagliare,
togliere
anziché aggiungere, tale la via aperta da Baselitz. E ancora, è l’approccio
violento che stravolge e rovescia là dove il lavoro plastico tradizionalmente
si vuole come un dare forma, un levigare e affinare, il comporre con un modello
ideale. La scultura in Baselitz è un
linguaggio molto più fisico e primordiale, è infine questo “in-finire la
materia”, renderla non-finita, metterne in gioco un’energia che si renderà a sua
volta in una forma unica, a lei sola.
“Folk
Ding Zero”, 2009
“Autoritratto
in forma di Cristo derisorio e sublime”. Desacralizza quella che potrebbe
essere la postura meditativa , la posizione tragica e greve del “pensatore di
Rodin” alla quale pure si ispira aggiungendo attributi fortemente sessuati,
ironici, ludici o depersonalizzanti, un cappellino con la parola “zero”, scarpe
da donna a tacchi alti. Autoritratto all’ennesima potenza in questo paradosso
tra il gigantismo, la massa della forma espansa in un esubero di sé, la massa
di questa testa possente, presente, ultra-pesante raccolta in meditazione ed
elementi discordanti, indici sessuali, infantili o giocosi che disobbediscono
all’insieme, desacralizzano e riportano l’identità greve del pensatore alla
misura del bambino o a quella dell’artista in ironico auto-distacco.
Etichette:
Baselitz,
dissonanza,
distruzione,
energia,
materia,
non-finito,
scavare,
scultura
Iscriviti a:
Post (Atom)
































