martedì 9 ottobre 2018

IMMAGINI da "CERAMICS NOW "( al MIC di Faenza)



Ngodi Omeje Ezema “In my garden there are many colours “


“Nel mio giardino ci sono molti colori, un giardino di sogni e speranze che spesso restano irrealizzati. Parlo ai miei sogni non realizzati, la mente è un luogo fertile per visioni utopiche che possono o meno un giorno diventare reali”. Quei sogni restano, nell’installazione di Ngodi, sospesi in aria, fluttuanti sopra le nostre teste, legati a noi da fili sottili che minacciano da un giorno all’altro di spezzarsi , scindersi e precipitare al suolo. Lì in quel sistema di corde marine e cavi soggiacenti, i ritagli di plastica, i pezzetti colorati di tante vecchie infradito sono ricuciti insieme e semplicemente lasciati fluttuare come una nuvola di colore da tante cordicelle invisibili e lievi.
 Seppellite, celate, o sommerse come le immagini più autentiche che ci portiamo addosso spesso soffocate da altre più gravi evenienze. Eppure, essi, solo, ci legano direttamente al centro o alla vera ragione della nostra anima. Fatti dei mille ritagli di passi, di piedi e di impronte, dei mille passi  che abbiamo fatto o immaginato e sognato di fare. Leggeri, volatili restano sopra di noi sospesi come un nugolo di libellule, di rosso e d'oro, di forme svolazzanti e aeree fuse insieme in uno  sciame di farfalle, di una scia di lucciole in una notte d’estate; quelle che come affermava Pasolini oggi tendono sempre di più a scomparire a causa dell’inquinamento imperante della nostra società.





Satoru Hoshino, “beginning form, spiral”


La spirale è all’origine di ogni forma di movimento. Impronte di mani, segni di dita e di lotta, di gesti fallaci nascosti sotto la superficie liscia e levigata, incantevole e pura degli oggetti scolpiti. La spirale è una forma circolare che si restringe a vortice verso il centro, ritrova una sua via verso l’origine e di lì prolifera, espande, dischiude in mille altre infiniti eco e forme circolari e quasi perfette richiamando, tuttavia sempre, quel nucleo primo e propulsore.

 “Ceramics Now”: l'arte contemporanea al Mic da ogni angolo del mondo




Come un terreno desertico e ingigantito una banconota americana da cento dollari si apre in crepe profonde segnate da aride spaccature rese in un rosso incandescente conduttore di elettricità al suolo.
 La banconota come pezzo unico espande incorniciata e messa alla prova in dimensioni che il materiale ceramico non potrebbe sostenere aprendosi, per questo, in fenditure massicce durante il processo di essicamento dell’argilla.
Come appare il denaro in tale ottica contemporanea? Testimonia dell’attuale svuotamento del suo valore effettivo di moneta di scambio, dell’insorgere sempre più di un capitalismo finanziario e virtuale determinato da cifre e numeri sui mercati finanziari che tende a distruggere il valore autentico del capitale e del lavoro in una reale economia.
Così la banconota si sfalda, il volto iconico di Benjamin Franklin si apre in crepe rossicce sulla superficie essiccata di questa America i cui caratteri stampati appaiono segnati da un’ulteriore linea di frattura. 
E’ anche l’evidenza di una dismisura diffusa e palesemente presente nella nostra società, quando perdiamo la giusta dimensione della materialità o del possesso delle cose, quando esasperiamo o dilatiamo la loro presenza e necessità;  quella in cui il denaro diventa valore assoluto, avidità di ricchezza e di potere ad esso connessa ben oltre il suo valore reale d’uso e di scambio.



COSTELLAZIONE “WAITING(Bertozzi e Casoni 2013)

In “waiting” si attende il soccorso, l’esito insperato, il pronto intervento di chi vi salverà o vi condurrà alla rovina. E si gira in senso circolare, si percorre una costellazione celeste con tanto di tema astrale al centro e mappa dell’universo fatta di cassette da pronto soccorso, chiocciole e terraglia invetriata e dipinta. 
Si percorre con lo sguardo la scia di queste chiocciole o molluschi d’acqua, dall’antichità simbolo di armonia e rinascita dopo la lunga, profonda ibernazione invernale. Una volta celeste, dal blu oltremare intenso, oscuro e riflettente e una mappa astrologica d’oro al centro: la vita di Rothko artista espressionista americano qui  evocato. C'è qualcosa dell’attesa, di un movimento che percuote ad ogni passo , del proseguire dentro la forma circolare di una volta celeste. Scrivere è anche interrogare l’ordine del cosmo, la mappa astrale della nostra vita, ognuno di noi nella visione di un proprio singolo destino riassorbito e ricompreso in quello totalizzante del cosmo.

“The clay contains the history of time”; l’argilla contiene la storia del tempo, l’evolvere della materia attraverso il tempo della scultura, poi la storia unica e irripetibile di ciascuno di noi, infine la storia vista oltre la dimensione storica in una temporalità  eterna e senza fine che ci ricollega alla genesi o all'origine divina della creazione.  




lunedì 8 ottobre 2018

VERTIGO, “WALKING ON THE EDGE OF THE TONE” (Alessandro Roma al MIC di Faenza)





Le grandi tele del giovane artista Alessandro Roma, scorte vagando nel piano sotterraneo del Mic di Faenza espandono e trascendono della loro vibrazione colorata il nucleo primario delle sculture in ceramica poste a lato; amplificano e irradiando di forza magnetica la cromia suggerita o espansa, saturata o esasperata di ogni singola esperienza pittorica.








Oceano-mare in movimento: le cupe sfumature del blu appaiono intrappolate e riflesse attraverso le profondità marine oceaniche. Oleoso, vorticante, spinto fino al maelstrom dell’inconscio. Una chioma di sirene, linee d’acqua e di sogni si annodano eteree nelle profondità marine là dove il mondo appare liquido, impalpabile e la solidità delle forme dilegua nel dolce fluttuare delle acque. 
I raggi filtrati attraverso le profondità dell’oceano irradiano in un proliferare di vegetazione, foglie, piante e arbusti.






Verde Smeraldo adiacente: il primario dell’acqua come l’approfondirsi di un pensiero inconscio.






Pallido tenue lilla, diluito, attenuato, slavato via da una luminosità diffusa: la ricerca della quiete, la sensazione di pacificazione. Pallido sole nascente disperde la paura e inonda di calma la mente oltre la densa apatia del presente e l’appiattimento dell’impulso all’azione.


Arancio: esplode in buchi e bruciature, escoriazioni sulla pelle del corpo e della tela. Solari forme muovono verso l’esterno del pian, si sollevano dalla superficie, risvegliate, riempite di nuovo alito di vita, sospinte fuori dal vento del deserto, soffio potente attraverso le sabbie incandescenti del Sahara. Quasi che un pifferaio magico avesse risvegliato poco a poco, le linee e le forme di un mondo in mutazione, ombre e figure ritornano alla vita dal grande respiro del deserto. Arancio giallo soffio caldo e vitale.

Celeste: celestiale risveglio, le linee delle acque si perdono nella risacca del mattino, linee di un ventre, una coppia di amanti stretti in un tenue abbraccio, Klimt. Linee di corpi sinuose linee d’isole, di grembi o di forme in divenire come in un ritorno alla vita, al risveglio del sensi, al luogo originario della nascita.

Da una tela all’altra mondi si aprono, universi di vibrazioni cromatiche attraverso il varco di una mente che visualizza e ricrea, ristruttura, ordina e dilata, espande e liquefa secondo il proprio primario impulso interiore.











sabato 7 luglio 2018

"Quasi Cento Passi .." dalla performance di Taoufiq Izeddiou ( con la complicità di 60 performers)

Cent Pas presque è una performance di danza urbana ideata dal coreografo marocchino Taoufiq Izeddiou
proposta su due giornate a Bologna all'interno della programmazione di Right to the City.











Foto dal progetto Cent pas Presque La Danza Esistenziale una fotografia "esperenziale" di Maria Grazia De Siena .https://www.mariagraziadesiena.com/cent_pas_presque




Quasi cento passi per giungere dall’altra parte, là oltre il varco aperto sull’asfalto vuoto nel punto in cui i performers ritrovano i musicisti, là dove la danza ritrova la musica nella sua fonte prima e innegabile che l’aveva condotta a distanza, dove la gente ritrova, infine, la gioia della riconnessione attraverso il fluido vitale e ritmico del movimento.  Quasi cento passi per camminare e rialzarsi, cadere  e continuare il propri viaggio, saltare e liberarsi, lasciar sorgere e circolare, esplodere e rovesciare dal dentro al fuori e viceversa, nel continuo dal singolo al gruppo, quasi cento passi per vivere la propria danza...

Come afferma il coreografo ideatore del progetto Taoufiq Izeddiou: “Quando vedo la gente che cammina insieme, ho l’impressione di vedere il mondo stesso che cammina, con tutti i suoi conflitti e le sue identità. L’unica cosa che posso dire a questa società è di camminare insieme nella stessa direzione, di ascoltarsi l’un l’altro per giungere a comunicare un messaggio comune o perlomeno trovare un linguaggio univoco”, pur nella diversità, nella singolarità del proprio segno.

Camminare qui è dall’inizio un’urgenza, l’appello inderogabile della musica che avanza e cresce accompagnando i danzatori, qualcosa che ci richiama dal primo passo, dal primo respiro ai cento passi che emblematicamente diventeranno i passaggi, le cadute, i cambi di direzione, i ritorni e i repentini avanzamenti nel percorso fisico e esistenziale della performance. Dai primi gesti incerti, vacillanti , dove con esitazione si cercano i confini di sé che ancora non si vedono o non ci appartengono completamente e si esplora la lentezza del risveglio, la quasi immobilità dell’avanzare o dello stare sulla terra, si giunge poi  all’appoggiare i piedi al suolo e lasciare la propria orma nitida e impressa al passaggio. Tracciare un proprio percorso e insieme definire una danza, un cammino che chi è dietro di noi possa seguire. Si arriverà, infine, a camminare con gli altri, con l’altro che mi sta accanto fino scoprire un ritmo comune, un movimento che rimbalza costantemente nel flusso della coralità o del gruppo.

“Quasi cento passi” è il luogo di quest’urgenza che ci chiama,  là dove noi tutti siamo portati a intraprendere un cammino, ad avanzare, ora a rallentare  o quasi arrestarsi per resistere all’appello della musica, ora a tornare indietro o gettarsi all’avanti, a emergere come singoli per poi riconnettersi al flusso collettivo. E’ ancora, saltare, rompere le linee, deflagrare, gridare, liberarsi. Ognuno partecipa con il proprio cammino, “cammina sé stesso” in fondo, portando il senso del proprio viaggio ma , in un momento inevitabile, si ricongiunge all’energia di quel tempo e quello spazio condivisi da tante altre umanità fino a creare un ritmo comune: l’essere insieme nell’istante presente.

In “Cento passi”  un gruppo di persone totalmente estranee l'una all'altra, adolescenti, giovani o anziani,  stranieri, immigranti o autoctoni, studenti, performer o amatori si ritrovano per far emergere e costruire un progetto comune di riscatto della città, nello specifico di Bologna, dentro uno spazio pubblico, democratico e collettivo di condivisione.
Taoufiq: “  ..Scegliamo di camminare nella stessa direzione, verso un futuro, un presente e un passato. È come scrivere una partitura di un’ora in crescendo.”. Il  tempo presente è quello dell’istante che rischia di sfuggirci di mano mentre tentiamo di afferrarlo, eppure fonte inesauribile di possibilità che possono emergere  e che  la danza cercherà di incorporare, far vibrare e vivere insieme ai ritorni repentini o alle rapide avanzate del percorso. Là ancora, per ciascuno di noi,  sono le incursioni fuori dalla linea  che ci spingono verso l’aperto, l’indeterminato o l'estraneo di noi stessi  mentre il tempo biforca costantemente tra passato e presente lungo il cammino.













“Centro passi” interpella la nostra società, multipla, ibrida e mista fatta di migrazioni, flussi o spostamenti di masse e individui, iscritta dentro un’economia che si vuole sempre più globale e tecnocratica all’ultimo stadio del capitalismo interrogandoci sul come possiamo giungere a superare le barriere generate da differenze etniche, razziali e di   religione , le opposizioni o conflitti di interesse tra i singoli o i gruppi al potere  . 
Allo stesso modo, noi per primi, come possiamo superare l’incomunicabilità o l’isolamento di chi ci è vicino per costruire un progetto collettivo, un modello comunitario di integrazione  e unità nella differenza... Queste persone sono in cammino, avanzano verso qualcosa che non percepiscono dal loro punto di partenza se non come una pura possibilità, qualcosa che non è ancora in atto ma può essere visto come un orizzonte utopico e idealista per una società a venire. Il semplice atto del cammino, camminare insieme ciascuno con il proprio ritmo e passo che poi diventerà la propria danza, costruisce a poco a poco il senso di una comunità che avanza verso un punto di arrivo, invisibile e lontano come una linea appena accennata all’orizzonte.
 Sul cammino avviene l’incontro, l’interazione, un’energia che ha a che fare con  l'attrazione e la riconnessione tra i corpi  mentre ciascuno  porta in sé il proprio bagaglio unico, irripetibile e personale e lo reintegra nel contesto collettivo. Perché è proprio l’essere insieme, in “cento passi” che permette di esprimere la propria voce singolare , come se ognuno lottasse per far emergere la propria danza nel contesto di un’azione che si dispiega nello spazio pubblico, urbano e condiviso di una città  da reimmaginare.

 “La danza è in ciascuno di noi, in ogni corpo, in ogni esperienza di vita” afferma Toufiq, tutti l’abbiamo dentro di noi, unica e singolare, la nostra, e il pubblico è incantato quando comincia a emergere, quando questa si lascia vedere e sorprendere oltre le interferenze e le resistenze, oltre i muri fisici e mentali che le impediscono di manifestarsi.
Ed è alla fine  lì che arriva la gioia dell' essere insieme, la festa, il movimento collettivo  della città come una vera e propria esplosione danzante e gioiosa di tutta la comunità, dei performers e musicisti al ritmo di una musica sempre più sorprendente  e sfrenata, dall’anima al corpo del danzatore che è in ciascuno di noi.














mercoledì 20 giugno 2018

Meta-morphosis, Zhang Dalì,( a Palazzo Fava a Bologna)



















E’ una storia di metamorfosi, di transizioni  e ri-creazioni quella che l’artista cinese contemporaneo Zhang Dalì racconta nella mostra attualmente in corso a Bologna a Palazzo Fava, una storia in cui il senso di cambiamento è pervasivo e a diversi livelli: politico ed economico nella Cina globalizzata d’oggi, urbanistico nelle demolizioni e rifacimenti massici della capitale, poetico nella capacità dell’artista di dare voce e corpo alla transizione del paese verso una nuova forma di capitalismo globale con tutti i traumi e contraddizioni che in esso si riflettono.  Il “realismo estremo” di Dalì esprime per l’artista la necessità di guardare alla realtà d’oggi del suo popolo, del suo paese, e riflettere, esaminare, dare voce a una coscienza critica, nella frattura anche tra realtà e individuo perché, come egli afferma: “l’arte ha il dovere di esprimere il proprio scetticismo verso la brutalità che esiste nel mondo reale”. 

“Penso che l’artista contemporaneo senza una presa di posizione netta non possa creare nessuna grande opera. Deve prendere una posizione che gli permetta di distinguere tra bene e male e dare un giudizio di valore. La creazione artistica incarna un’ideologia così come un’umanità. Se non c’è compassione, amore ma solo l’idea di arte come giullare di corte allora l’artista sarà uno snob e uno speculatore”[1].

L’arte contemporanea in Cina dal suo punto di vista può solo essere un’arte di ribellione, perché senza tale presa di posizione sarà l’interesse a condurre il gioco o la pura logica del profitto. L’artista, secondo Dalì, è colui che riesce a dare una voce, una coscienza critica e espressiva a quello che sente manifestarsi intorno a sè nel mondo nella società, nella vita che lo circonda e al quale i molti non possono dare voce. Di qui, la necessità di comunicare, condividere con la maggior parte o dare visibilità al massimo grado attraverso la fotografia, l’installazione o i graffiti in modo da rendere palese una verità o una visione che viene dal profondo senza incorrere in una mistificazione del reale che conduce a in un’arte elitaria, complessa o distaccata dalle persone.

“AK-47”, auto-ritratto

Il mio volto è questo ritratto espanso e reso attraverso una miriade di punti, unità luminose, pixel quasi dell’immagine elettronica  nella litografia stampata. Ricoperto dal marchio indelebile di un nome, logo di un’arma da fuoco e cancellato dalla medesima come dall’ evidenza esposta di una violenza innegabile per quanto celata, dissimulata in maniera sottile  o resa invisibile nella società d’oggi. Tuttavia, anche, è uno sguardo che  penetra e attraversa la fitta maglia di questa rete densa e occlusiva per vedere attraverso e giungere, incisivo come un obiettivo al punto focale dell’immagine, tale lo sguardo dell’artista sul reale.

Human world, Red, Black and white series

Colori a olio rosso, bianco e nero sono distesi a plat su una striscia verticale di fine carta di lino come nella tipica arte calligrafica cinese. “Red to paint green trees”, rosso per dipingere alberi verdi, nero per dipingere un sole, ora una luna bianca a  seconda dello stato che emanano i singoli oggetti o che noi da essi riceviamo; dipingere la tonalità della loro anima in vibrazione con il nostro più interno sentire, noi stessi nella loro rifrangenza. 
 Il mondo umano è un proliferare di forme, rosse tracce di corpi alla deriva: braccia, gambe o teste fluttuanti si intrecciano in un flusso continuo fino a ricongiungersi a un’onda di vita in movimento su uno sfondo nero ora bianco a seconda dell’accento dominante nella tela. L’idea del rosso fluire della vita mentre la notte è una luna bianca su carta di lino nero e due libellule volano via in alto aprendo la strada alla libertà del disegno.

“Dialogue and demolition” (1998-99)







Dalì tornando nel proprio paese dopo alcuni anni di vita passati a Bologna assiste alla metamorfosi profonda e rapida del tessuto urbano pechinese; i vicoli dell’antica città-labirinto fatta di mura grigie e piccole case basse e fatiscenti sono ora segnate per la demolizione,  i vecchi hutongs, tradizionali dimore Pechinesi vengono rasi al suolo nel giro di una notte per lasciar posto ai cantieri della nuova e forzata urbanizzazione. Nel movimento caotico della città, uomini d’affari si affrettano in corsa uscendo dagli hotel di lusso mentre fiumi di sozzura trapelano nei vicoli retrostanti e rifiuti  si accumulano ai margini delle porte posteriori. Fiumi di nero esalano l’ odore acre e nauseabondo dei rifiuti , pezzi di plastica  si rincorrono al vento alla deriva, pile di immondizie per le strade si accumulano all’ombra del miraggio di una rapida ricchezza sotto gli scintillanti grattaceli in vetro e acciaio riflesso. L’artista si sposta di notte in bicicletta e incide sui muri segnati da una croce il suo profilo disegnato in spray con la firma ak-47  marchio di una nota  arma da fuoco_ un kalashnikov_ quasi volesse porre radicalmente la questione, aprire l’interrogativo sulla legittimità del processo in atto imprimendo un segno, il proprio, per gettare la prima scintilla incendiaria al dibattito di lì a poco acceso. La serie fotografica “Dialogue and Demolition” esprime l’urgenza di aprire attraverso questi varchi scavati sui muri in demolizione sullo sfondo dei nuovi grattacieli un dialogo con lo spazio urbano e suoi abitanti. Passaggi, aperture, vie percorribili allo sguardo nelle fotografie conducono anche simbolicamente oltre la tabula rasa del presente per riconnettere  l’individuo alla propria storia e identità.







“Demolition-forbidden city” (fotografie
)

Dinamite sulla parete bianca come se qualcuno ne abbia scavato proprio questa apertura al centro lasciando ai piedi una scia di sassi, macerie e terra esplosa. Un altro volto anonimo del paese appare, quello che perde la propria identità per rincorrere l’eldorado dorato del capitalismo come di una ricchezza facile e immediata da ottenere, cui segue l’occupazione forzata dello spazio urbano in superfici colonizzate dalle multinazionali in ardite speculazioni e investimenti finanziari . Un palazzo imperiale dell’antica dinastia cinese magnificente e splendido si intravvede attraverso un varco che pare un volto, attraverso il profilo di un uomo che guarda invisibile e trasparente dentro quel passaggio e non ha che una sola voce per parlare, l’epifanica apparizione di una macchina da scrivere. Lì, intagliata sulla pietra grezza in mezzo alle macerie la voce di un uomo invisibile e senza volto diviene parola scrivente e scritta di quella macchina apparsa per caso in mezzo alla scia dei sassi e detriti.   La storia è qui in fondo non cancellata ma solo rinviata, vista più indietro e più lontano, scintillante e riflessa attraverso questo antro dorato in cui si stagliano come per un miraggio di presenza i tetti dell’antica e purpurea “città proibita”:  il palazzo imperiale delle millenarie dinastie Ming e Qinq. L’immagine poetica trapela  attraverso una fessura, uno spiraglio che diviene  il varco di una finestra aperta sul passato.



Cianotipo, ombre e anti-materia





Il cianotipo è un fotogramma prodotto nelle singolari tonalità bluastre derivanti dai sali ferrici applicati su un foglio di carta bianca al passaggio della luce attraverso il suo negativo e senza l’ausilio di una macchina fotografica. Il singolare uso di tale tecnica in Dalì  produce immagini non alterabili né modificabili capaci di catturare in un singolo istante l’oggetto divenuto la sua ombra o ricongiunto ad essa. Le opere della serie, in questo senso,  lasciano affiorare una realtà fatta di ombre che intrinsecamente smaterializzano le presenze e gli oggetti reali.
Ombre cinesi in Dalì raccontano una anti-storia in immagini. Il colore di tale emergenza è il blu, la tonalità è quella dell’etereo, del volo oceanico, la libertà del vento o dell’aria che muove le bandiere sventolanti e leggere come i fili d’erba delle piante, le cannucce di bambù o i fiori che si dischiudono nelle prime ore notturne.
Come mostra l’artista nelle opere più politiche la verità è spesso manomessa o cancellata dai sistema di controllo e sorveglianza del governo cinese, la censura tacitamente agisce così come l’informazione è manipolata dai media controllati dall’establishment. Allo stesso modo, in questa vicenda di metamorfosi e cancellazioni subitanee della storia spesso l’essenziale si perde lasciando il posto alle sue ombre o ai suoi riflessi sbiaditi. Le cose sfuggono, le identità si confondono, la verità diviene ombra. “World’s shadows” è il risvolto interno, l’altra faccia di una realtà mostrata nelle demolizioni estemporanee di interi quartieri di Pechino o nei volti anonimi dei contadini-lavoratori giunti in massa dalle campagne per assimilarsi al flusso migratorio delle grandi città.
Eppure tali ombre dileguate nelle tonalità del blu, del bianco o dell’ indaco perdono qui una connotazione strettamente politica per diventare fotogrammi poetici dove l’anti-materia si fa da subito un inno alla leggerezza, un simbolo di libertà, l'esaltazione dell'insostanziale   natura dell’esistenza.   
Come Dalì afferma:  

Il mondo sotto il nostro controllo è solo una piccola parte dell’universo, certamente non tutto. Le ombre che documento esistono solo per un breve tempo ma attraverso la tecnica del fotogramma esse continuano a esistere per un tempo assai più lungo sotto il nostro sguardo. Le ombre[..]godono di una propria esistenza e valore intrinseco, non sono una riproduzione o una copia del mondo degli oggetti materiali, piuttosto una specie di anti-materia che demarca lo spazio occupato dagli oggetti sotto il sole.[2]












Indaco, blu è ancora il colore di qualcuno che guarda mentre il suo profilo appare nell’iridescenza di luce del bianco. La sua immagine si proietta come quella di un film senza voce su un fondale blu all’aperto del cielo. Il mondo qui è quello del cinema muto di Chaplin o Mélies in immagini filmiche in movimento: fiori escono dai cappelli, farfalle blu svolazzano sul fondale indaco, ruote di bicicletta girano espandendosi in forme concentriche mentre il profilo di un giovane resta fermo a guardare  il mondo piegarsi alla propria interna metamorfosi poetica. Ogni cosa si colora di una luce blu intenso-oltremare, colombi si liberano dai cappelli sui cieli immensi e immobili di un planetario  costellato di bianco. Il suo essere si espande al tempo e al passo della sua visione; come in un gioco di illusionismo la realtà si trasforma a suo piacimento, a suo ritmo e spazio poetico. In altre versioni della serie, fiori di luce diventano sprazzi poetici di un blu rosato, lampi e scintille di un cielo in tempesta impressi nel contro-luce intenso e quasi abbagliate del fondale blu.


AK-47 (ritratti)




Nel 2000 andai in piazza Tienanmen perché pensavo ci fossero dei fuochi d’artificio e un’atmosfera festosa per celebrare l’arrivo del nuovo millennio. [..]Nei pressi della piazza un poliziotto mi disse in modo brusco di levarmi di torno e di non fermarmi. D’un tratto l’atmosfera festosa era stata distrutta. Tornavo a casa inizia a dipingere. AK-47 è un simbolo di violenza. Ho usato questo simbolo per vedere attraverso i volti che vidi quella notte. Volevo dipingere proprio quel tipo di volti, e così ho continuato a fare oggi.” [3]

I ritratti del 2000 emergono dal contrasto di sfumature cromatiche sulla sigla ak-47; foto-tessere di volti anonimi appaiono stampati  in acrilico sulla tela di vinile impressa direttamente della sigla a ripetizione. La violenza del marchio stesso _il nome di un kalashnikov strumento di guerra e distruzione_ resta lì in qualche modo scritta, presente e indelebile fin dentro le cellule di quei corpi e, tale realtà probabilmente non sarebbe visibile o rappresentabile senza quel marchio, non potrebbe esistere altrimenti. Non siamo più di fronte alla patina eterea e svaporata, indaco e immateriale percepita attraverso la lente del sogno precedente ma su una tela iscritta e marcata, impressa da arma da fuoco che parla la lingua di una violenza espletata nel tacito controllo del linguaggio, dei media o della stampa da parte delle autorità cinesi , qui implicitamente esposta. I volti mai neutrali di Zhang Dali’ mai incolumi o limpidi nella loro traccia sempre e comunque appaiono plasmati nella pasta del mondo, segnati dal suo segno, impressi della sua sostanza compromessa e alterata quanto la realtà stessa. Unico modo possibile di guardare  a quegli individui in sé stessi "disabitati", insostanziali simulacri di presenza.

Dal 2008 ( nella serie “Slogan”)  i volti di Dalì si ricoprono dei caratteri calligrafici della propaganda  di massa del governo in favore delle Olimpiadi nel suo paese. Ancora una volta appaiono in serie nella varietà dei diversi ritratti,  “mappati” attraverso gli slogan ripetuti, de-umanizzati dalla loro stessa storia e identità.  I volti giungono a noi come emanazioni sottili, circolari e concentriche che propagano dalla testa, al centro dallo sguardo a tutto il resto della figura. Sono letteralmente presi di mira come attraverso il mirino di un obbiettivo, il kalashnikov della propaganda mediatica cinese, del lavaggio del cervello di un “quasi regime”  all’apparenza democratico che lentamente mira a riconvertire, o meglio allineare il pensiero individuale, singolo o dissidente a quello dell'establishment al potere. I tratti si perdono sempre più, velati e distanti come icone nel processo di tacita appropriazione da parte della propaganda governativa. Loro, anonimi e senza gioia, senza umanità apparente, appaiono ricoperti di slogan pervasivi messi in circolo fino a plasmarne dalla periferia del viso il centro della mente .


 



Chinese offspring (2004-2010 installazione)

Sono venuti in città in cerca di lavoro; sono contadini, operai, migranti, esuli o braccianti parte della massa anonima arrivati in proporzioni inimmaginabili dai villaggi sperduti, desolati delle lontane province cinesi per abbracciare la nuova e forzata urbanizzazione.
Sono sculture a testa in giù: “Offspring”, progenie cinese come titola l’installazione ma anche “off-head”, “off-memory”, “off-past”, senza più storia, memoria né passato,  senza i valori dei grandi maestri e saggi che li hanno preceduti nella loro cultura. Appesi e sospesi a testa in giù come “macchine di un ingranaggio di cui non hanno più il controllo” essi si presentano all’infinito come parti di un meccanismo a ripetizione senza finalità o ideale altro che non la loro sopravvivenza e sussistenza quotidiana.
Scrive Dalì:
Come conosciamo il valore della vita degli individui se non attraverso la cultura che hanno prodotto? Solo un popolo che crede veramente in sé stesso può esprimere il proprio potenziale creativo e piena vitalità nel pensiero. L’anima di un popolosi trova nella propria cultura. La linea di fondo che separa l’esistenza dalla morte di un gruppo non è l’estinzione etnica ma l’annientamento di una cultura”.[4]

Pendenti a testa in giù simili a statue o manichini legati per i piedi attendono su questa scena vuota dove le ombre ingigantite appaiono divoranti in quel che resta della loro perduta umanità. Gli arti contratti o piegati, i corpi segnati di rossa vernice, i calchi dei volti inespressivi. “Faceless”, “Thoughtless”, “speechless”,  Numeri o cifre scritti sulla loro schiena rinviano immediatamente alle immatricolazioni dei prigionieri ebrei nel regime nazista. Sospesi nel vuoto, senza umanità né voce, senza sesso né reale corpo si scrutano l’un l’altro e sottilmente ci guardano, rinviando a noi il nostro vuoto di coscienza e identità quando a volte perdiamo la nostra vera esistenza.
                                   






[1] Zhang Dalì, “Intervista” Catalogo Meta-morphosis, p. 31
[2] Zhang Dalì, Catalogo Meta-morphosis, p. 93
[3] Ibid., Dalì p.71
[4] Ibid., Dalì, p. 63

lunedì 30 aprile 2018

“Revolutija” , artisti russi tra avanguardia e rivoluzione ( al Mambo di bologna)







“Revolutija” dal titolo della mostra al Mambo di Bologna, è lo spirito rivoluzionario che travolge e scuote nell’anno tumultuoso del 1917 una Russia millenaria e zarista nello sguardo di artisti d’eccezione come Kandinsky, Malevich, Chagall, Tatlin, Replin ecc. E’ ancora il fervore culturale, lo spirito della modernità, l’anima dell’avanguardia nei suoi diversi movimenti che tra il 1910 e il 1920 rinnovano profondamente il volto dell’arte attraverso un’ondata di creatività  che come una ventata violenta e travolgente precorre il rovesciamento politico del paese, lo esalta e lo condivide. Da un punto di vista artistico assistiamo al concepimento di “forme creative che maturano attraverso i decenni” e si inseriscono pur nella loro diversità in quel progetto di rinnovamento estetico radicale delle avanguardie europee. Da un punto di vista politico la rivoluzione è il centro nodale e l’apice di un pensiero nuovo,  marxista e leninista di ispirazione che sfocerà nel rovesciamento dell’ordine stabilito, nella fine di un mondo e l’inizio, brutale, incerto e imprevedibile  di un altro per giungere più tardi alla sua involuzione totalitarista negli anni ‘30.















Nell’immagine d’apertura “che vastità” (1905)di Il’ja Repin in maniera quasi surreale due giovani appaiono sospesi in un turbinio d’onde in mezzo all’oceano; si lasciano trasportare, il cappello di lei svolazzante trattenuto a da una mano contro le ondate tempestose e il vorticare dell’aria marina, lui euforico con le braccia aperte e il torace portato verso l’avanti come per accogliere o sfidare le forze incontenibili dei mari e dei venti. Inebriati, quasi sospesi contro il vasto scrosciare delle onde nel moto tumultuoso dell’oceano appaiono quasi scivolare sulle acque visibilmente rapiti dall’entusiasmo per la ventata di nuova libertà. L’uragano spontaneo e travolgente come estasi ai sensi preannuncia un tempo nuovo, una scintilla accesa nell’oscurità, l’idea di un movimento sotterraneo se non emerso ancora , che come questi fiotti si approssima impossibile ad arrestare. 



Repin, “17 ottobre 1905”


 Volti vividi, realismo e passione, Repin coglie in questo grande affresco della classe liberare “il carnevale della rivoluzione russa pieno di follia, colori e beatitudine” mentre si festeggia l’alba di un nuovo secolo, agli albori di un moto del 1905 che sfocerà dodici anni più tardi nella rivoluzione d’ottobre. Una folla di volti di diverse età e provenienze, entusiasti e liberali, nobili o borghesi, studenti, operai e ufficiali  cantano versi rivoluzionari in primo piano nell’affresco di una società in ebollizione che incarna euforicamente lo spirito del nuovo, irriverente e vitale alle porte.

  I volti nitidi ed esuberanti appaiono rapiti un una sorta di estasi collettiva di cui il fervore politico permea l’ area e aleggia tra le linee, dietro gli sguardi, ovunque tacito attraverso la scena.


Valentin Serov, “Ida Rubinstein”(1910) e Vladimir Tatlin, “Modella” (1913)




Nuda, incorporea e spigolosa quasi allo sguardo Serov ne mostra il corpo esile e sottile nella colorazione atona e opaca del profilo grigio-mercurio contro il blu aspro e ascetico del fondo. Il contorno stagliato in rilievo sulla piattezza della figura  ricorda la linea netta e 









essenziale di Matisse, eppure lo sguardo è vivo intenso ed abitato di una reale presenza, gli occhi da “leonessa ferita” come li definisce Serov, restituiscono un’immagine drammatica e veritiera della giovane danzatrice di inizio secolo agli antipodi  dell’arte popolare e colorista della tradizione russa. In Tatlin, al contrario, lo sfondo è rosso, denso e corposo , la donna è massa, volumetria mostrata in primissimo piano attraverso la scomposizione cubista in forme possenti, astratte e geometriche. La figura appare tridimensionale quasi in un approccio analitico e cubista delle forme  eppure esaltata una carnalità quasi primordiale tipica dell’anima più popolare russa.


Natan Al'tman: “Anna Achmatova”



Il ritratto della grande poetessa russa in primo piano percepita sullo sfondo di un paesaggio trasformato in cristalli luccicanti di ghiaccio.
Un abito blu-diamante raffinato e sobrio si staglia su un volto dagli occhi azzurro-cristallini, leggermente di ghiaccio. L’immancabile frangetta nera fino al margine delle sopracciglia, incornicia il profilo della figura aristocratica e longilinea avvolta da un ampio scialle giallo-brillante. Cristalli lucenti scomposti in forme cubiste appaiono ai vetri mentre il suo sguardo riservato e distante resta fissato lontano oltre la linea dell’orizzonte quasi sfuggendo a noi spettatori. Un vetro di ghiaccio scomposto separa lei da noi, la donna dal resto del mondo, gli spettatori dalla figura in una sorta di glaciazione esterna e insieme interna  prigionia dei sensi. L’immagine o paesaggio interiore è già là delineato in diamanti opachi che non  rinviano luce , nel blu e nel giallo in contrasto assoluto, negli angoli taglienti del volto per una posa statica e quasi fotografica.  Intenso il senso di distacco della donna; guarda oltre la linea frammentata dell'orizzonte lontano da noi mentre un senso di inquietudine o inspiegabile sospensione traspare da quel volto malinconico, forse in attesa oltre il limite del suo presente oppure nel presagio di un a-venire oscuro quanto il corso della storia che si preannuncia.


Avanguardia: suprematismo, rivoluzione e la nuova arte

Per lo scrittore e critico Andrej Belyj : “ Non è possibile prendere la rivoluzione come semplice soggetto nell’epoca in cui sta avvenendo. E' prima di tutto “un atto di concezione di forme creative che maturano nel corso dei decenni”. Tale ondata di creatività della nuova arte detta Avanguardia nei vari movimenti in cui sarà veicolata esprime in primo luogo questo impeto rivoluzionario come il desiderio di vedere il mondo “con un volto nuovo” , e creare una forma per rapportarsi ad esso e un linguaggio nuovo per l’arte_ ciò che la accomuna a tutta l’arte moderna europea_ ma qui in particolare con quella forza violenta e sovversiva che ridisegnerà esplosa,il corso della storia russa.



Suprematismo per Malevich significa uscire dalle arti figurative verso una nuova non-oggettività, il “quadrato nero” vittoria sul vecchio simbolo rosso del sole, esprime la necessità di rifondare un linguaggio partendo dallo “zero delle forme, quel nulla da cui ha inizio il nuovo”.  Il colore, la forma, il geometrismo delle proporzioni divengono l’alfabeto di questo nuovo linguaggio, i soli elementi attraverso cui si esprime l’arte che interpreta il mondo in una non-oggettività.
“Quadrato rosso” è giustamente questa immagine-segno squadrata ed essenziale che in una appena percettibile asimmetria si inserisce sul fondo bianco per esprimere un’essenza sovra-personale dell’arte. Le costruzioni suprematiste di Malevich, allo stesso modo, si dispiegano attraverso la proporzione di forme geometriche e variazioni cromatiche sullo spazio bianco del fondo per incarnare “l’infinità dell’universo”. In Olga Rozanova, differentemente, la composizione “non-oggettiva” del reale si trasforma in una “scrittura a colori” essenziale che esalta il lato sensuale, caldo e primitivo dell’esistenza nella forza vibrante e complementare dei gialli, dei blu e degli aranci.

Kandinsky

Nelle sue tele astratte definite dal medesimo impressioni o improvvisazioni pittoriche rinuncia al geometrismo delle forme così come a ogni rappresentazione realista per ricreare attraverso il colore, il ritmo e la linea le forze primarie, emozionali e vibratorie che pervadono l’universo e danno voce allo Spirituale dell' arte secondo la sua teoria dei colori. L’arte per Kandinsky è pura necessità di espressione interiore, non limitata dalle sembianze della natura, dunque astratta per eccellenza.  Una pittura non figurativa liberata dell’oggetto e dalla mimesi del reale darà corpo e vita alla vera realtà spirituale nell’arte secondo Kandinsky.

“Crepuscole” (1917)

 Come una musica sinfonica, la linea improvvisa di una tonalità, un umore, un’atmosfera sonora e visiva si impone, qui in un turbinio irrefrenabile di forme oscure che fanno presagire  la minaccia e l’angoscia della transizione da un ordine crollato a uno ancora a venire. Ci sono ombre che si profilano minacciose sulla tela,  spigoli acuminati che continuano a comparire, le striature del nero e occhi serrati puntati contro, infine un oscurarsi generale della prospettiva probabilmente specchio delle inquietudini, speranze e angosce riflesse dalla transizione storica.

“ Sul bianco” (1920)

Sinfonia del bianco, simbolo di un universo dal quale tutti gli altri colori sono scomparsi come materia e sostanza. Un mondo al di sopra di tutti i suoni, di tutte le voci e lo stridere di rumori dal quale proviene un grande silenzio immenso e sconfinato ma non immobile, al contrario carico del battito tacito di un grande cuore al centro, sinfonia di tonalità tenui e complementari colma di tutte le sfumature possibili.  Il colore bianco risuona come una sinfonia perfetta di suoni dove ogni nota troverebbe un proprio posto d’eccezione, con le pause in mezzo e le sospensioni, gli arresti e le riprese o le virate improvvise delle linee a dare un tempo ritmico, melodico e  musicale alla composizione. Un silenzio che potrebbe essere “improvvisamente compreso”  nelle parole di Kandinsky.
Il "bianco" della tela ancora, è sottotitolato “what we see”,  quello che possiamo vedere, sentire e tocccare, respirare o assaporare: bianchezza di forme, una musica lieve , la scintillante e chiara luce del giorno, lo splendore di una sinfonia che ricompone in sè tutti gli altri elementi in un'armoniosa e assoluta perfezione .
Bianchezza: un cuore che batte, una grande festa delle forme, una grande danza della vita.
Sinossi del bianco, bianco mare dove pensieri di luce fluttuano in colori scintillanti e leggeri. Un mondo di corrispondenze in pallido blu, tenue verde, lucente arancio. 

Chagall, “Passeggiata”(1917)




“La rivoluzione scuote”, scrive Chagall, “con tutta la sua forza, si impadronisce della personalità del singolo, del suo essere. Trabocca dai confini dell’immaginazione e irrompe nel mondo delle immagini che diventano a loro volta parte della rivoluzione”, eco e sostanza del suo spirito.

Una serie di opere pittoriche di questo periodo rappresenta il ritratto di Marc con la giovane moglie Bella in alcuni tra i quadri più lieti e gioiosi della sua produzione. Il motivo del volo, ugualmente, è l'incarnazione più viva e spontanea del gesto degli innamorati cui la terra non basta più, che prendono il volo e si lasciano letteralmente trasportare , si sollevano in aria fluttuando nell’ebbrezza leggera e gioiosa, nell’esaltazione inebriante del loro sentire come di una forza immensa d’amore che trasforma il mondo e cambia le tonalità, l'aspetto delle cose intorno a loro.

Lo spirito di libertà, di gioia di vivere rispetto alla maggior parte delle tele pessimiste e astratte del periodo trapela, inoltre, coma la speranza forse idealizzata da Chagall in un nuovo avvenire dopo la distruzione del passato zarista e nel suo punto di svolta più radicale. Tale libertà l’artista ebreo-russo esule in Europa a Parigi e poi ancora a Mosca la ritrova in primo luogo sulla tela dando vita a questa “città invisibile” ricreata dalla sua immaginazione, un luogo appunto dove le figure si sollevano in volo, si rincorrono l’un l’altra nel sogno e le costruzioni si tingono di verde o di diamante, dove i cieli divengono argentei e le strade rosa, dove nella complementarietà dei due amanti l'uno si solleva da terra e trascina l’altra in volo sui cieli della città irreale. Il paesaggio si tinge dei colori dell’amore, del trionfo della libertà, della celebrazione della fantasia come forza travolgente e rivoluzionaria, tale la potenza e lo spirito della storia in atto.
Nel sogno di questa rivoluzione non ci sono spargimenti di sangue nè ombre di morte ma l’idillio di un paesaggio e di uno spirito rivoluzionario che trionfa di fronte ai nostri occhi e dà vigore alle ali del sogno di Chagall.

Filonov, “Fiori della fioritura universale”







Le scintille accese dalla rivoluzione sono questa esplosione caleidoscopica di colori in guizzi e pennellate brillanti, in frammenti vivi e sfaccettature esplose nella visione cubo-futurista di Serov che si lascia alle spalle il mondo dopo la prima guerra mondiale devastato da morte e distruzione nella tela  de “Il banchetto dei re”. La rivoluzione come evento di rottura è qui un’esplosione luminosa di infinite sfaccettature di realtà, un proliferare di vita, del fervore del mondo, uno spirito utopico e chiaramente idealizzante dell’ondata di energia violenta, vitale e distruttiva che spazza via come un turbine improvviso il precedente regime promettendo vitalità, movimento e uguaglianza delle masse contro la società zarista di secoli di repressione. Vento di un vorticare colorato e tempestoso che come un turbinio di vita, una voragine di correnti centripete e volteggianti rovescia e insieme pre-annuncia un'utopia idealizzante del futuro.