“Quello che costituisce la nuova
immagine (tempo) è una situazione puramente ottica e sonora che si sostituisce alla
messa in crisi del tradizionale schema sensori-motore dell’immagine-movimento.
Se la banalità del quotidiano è così
importante è perché a partire dall’effrazione di tali schemi automatici e
prestabiliti, dal più piccola rottura dell’equilibrio tra stimolo e risposta
esso si può liberare all’improvviso dalle leggi di tale logica e rivelarsi nella
sua nudità visiva e sonora, in quella crudezza e brutalità che lo rende intollerabile
dandogli il passo d’un sogno o d’un incubo”.
“Oggetti e luoghi assumono una dimensione
autonoma, materiale che attribuisce loro un’importanza in sé” perché non
soltanto gli spettatori ma per primi i personaggi investono i luoghi con il
loro sguardo, misurano il loro tempo interiore, la durata attraverso quello
sguardo, percepiscono e ricevono stimoli, dilatazioni o restrizioni alla loro
vita del pensiero, permettono ad azioni o pre-azioni di irrompere alla soglia di
coscienza, a un livello di pre-gesto quotidiano.
“Incorriamo
in un principio di indeterminabilità, di
inconoscibilità: non sappiamo più
quello che è immaginario o reale, fisico o mentale nella situazione non
perché sono confusi ma perché non ci è dato sapere e non c’è neppure un luogo
dal quale chiedere. Come se il reale e l’immaginario stessero incorrendo l’uno
dietro l’altro, come se ognuno si riflettesse nell’altro, intorno a un punto di
inconoscibilità."
“Da Eclissi
in poi gli spazi qualunque hanno raggiunto una seconda forma: spazi svuotati o disertati. Quello che
accade è che dall’uno all’altro i personaggi
sono oggettivamente svuotati. Soffrono
meno per l’assenza dall’altro che per l’assenza da loro stessi. Questo
spazio si riferisce ancora allo sguardo perso dell’essere che è assente dal
mondo quanto da sé stesso e sostituisce il dramma tradizionale con una sorta di
dramma ottico vissuto dal personaggio”[1].
La
vastità di orizzonti desertici e polverosi situano, a più riprese, nella
poetica antoniana situazioni-limite dove l’azione s’arresta, il cinema smette
di funzionare e agire come una registrazione d’eventi e comincia a errare
attraverso lo sguardo in immagine ottiche e sonore, comincia a vedere, cogliere
qualcosa di intollerabile, incomprensibile, incommensurabile in quella realtà,
qualcosa di eccessivo o che eccede il suo dispiegamento narrativo classico, la
sua capacità di d’azione o reazione in una sequenzialità lineare imponendo
invece questi momenti di stasi, di “nulla fare”, “nulla comprendere”,
di
“tempi morti”, “gesti inutili”, dilatazioni temporali assolutamente soggettive,la perdita di senso di quella realtà e, insieme, l'insistenza significativa sulle cose in una loro implicita metaforicità o constatazione di presenza attraverso lo sguardo della telecamera.
Sono spazi vuoti, paesaggi disconnessi, non-luoghi che riassorbono gli oggetti e i personaggi rendendoli inventari astratti di realtà, immagini desunte da un presente ma viste a distanza, in profondità, in un guardare che è insieme al di fuori e al di dentro del personaggio, per uno sguardo che é ora quello d'una soggettività in atto, ora constatazione oggettivante e astratta sulle cose, ora coscienza in azione dell'immagine filmica in traffico costante con il proprio subcosciente visivo.
Il deserto (finale in professione reporter)
I
sassi e le pietre sgretolano contro la terra arsa, brulla, nella calura
bruciante del mezzogiorno,
la polvere
si solleva a fiotti, folate di fumo polveroso. In esterno in una sorta d’ anfiteatro romano un cerchio, una circonferenza invisibile è tracciata al suo centro sul suolo ocra. Una serie di attraversamenti seguono su una scena fittizia, provvisoriamente creata o casualmente emersa come baluardo da questo margine desertico, esiliante, bordo ultimo della terra come ultimo anello della catena che chiude il destino bizzarro di questo personaggio nel suo tentativo di metamorfosi e sparizione assumendo la contraffatta identità di qualcun altro, il suo appuntamento ultimo con la morte lì ad attenderlo.
Un’auto bianca solleva polvere al passaggio,
un randagio solitario attraversa, poi un ragazzino correndo, grida di bambini attraverso la risonanza vuota, echeggiante dell’arena, un vecchio solitario cercando riparo dalla calura cocente del mezzogiorno contro la parete raccolto.
Insondabile, spessa la muraglia esterna s'erge. La ragazza ora al centro della scena, esile, rapida attraversa, sul suolo polveroso s’arresta, getta uno sguardo contro l’inferriata del fondo, poi scompare. Infiltrandosi tra le sbarre in ferro, la cornice e la griglia della cancellata esterna l’inquadratura s’avvicina a poco a poco entro l’effetto scena. Astrazione visiva di forme epurate, in spostamento come figure sostanzialmente posizionandosi in uno spazio plastico dato.
Fumo sollevato a fiotti dall’auto della polizia arrivando in un vortice polveroso di figure e comparse per portare via l’uomo. Entrano nella casa bianca adiacente, la ragazza, gli uomini della polizia, un’altra donna, la folla, corrono tutti verso la casa per cercare l’uomo da eseguire. Ancora una griglia, ancora immagini viste attraverso la cancellata della casa, poi la stanza dove giace addormentato l’uomo, filmata in esterno dall’inferriata d’una finestra che già lo vede preso, inquadrato, serrato da sbarre d'acciaio perpendicolari.
Su
una terra rossa , arsa, dissecata dalla calura d’una sconfinata vastità desertica, un uomo arrestato in mezzo
al nulla (la sua auto dissepolta da una tempesta di polvere) violentemente spazza via sabbia dal cammino
con le mani in un gesto rabbioso, frenetico, in un grido disperante quanto solitario,
inudito.
Zabriskie Point (scena finale)
Un
edificio, una villa-dimora arroccata sulle coste rocciose e brulle dell’Arizona
è visto violentemente saltare in aria da un’esplosione, fatto esplodere in aria
ripetutamente, violentemente, a ripetizione attraverso lo sguardo della ragazza
fissandone a distanza il sito.
Luce
abbagliante, fuoco e fiamme e ovunque pervasive in un sol tratto esplose come
un’irruzione , l’irrompere di un boato, la violenza dell’ evento che deflagra inatteso,
che salta in aria e manda in frantumi la materia come massa di pulviscoli, frammenti
e polvere ovunque implosi, fumo salendo a nugoli. Fuoco e fiamme d’un sol colpo
divampano riversandosi come massa vulcanica in eruzione alla luce del giorno. Tra i rumori assordanti, una combustione indefinita,
pervasiva e inarrestabile segue. Poi, d’un tratto, in un cambio repentino di immagine,
quelle stesse scorie, oggetti, rottami, polveri e pezzi di cose partite in mille
frammenti alla deriva appaiono fluttuare in aria leggeri, galleggianti, aerei
come fossero senza peso, senza forma, senza costrizione alcuna danzando,
lasciandosi portare come piume volteggianti in ondulazione dal vento sospinte,
dalla semplice forza di gravità contro il
fondale trasparente o etereo del cielo.
Esplosione
di pezzi ovunque, fumo grigio e polveroso, fuoco che brucia incessantemente, incandescente
nel rosso elettrizzato, intenso, assordante del boato. Poi d’un tratto in una
visione di dripping pollockiano quella
stessa miriade di polveri discendono come una pioggia di coriandoli colorati
sul fondo di un cielo imploso: pezzi di mobili, tavoli, sedie, abiti e scarpe
dipanandosi al vento in ondulazioni di tessuti morbidi multicolori ,
gli elettrodomestici e i loro circuiti interni saltati in aria, i frigoriferi e la loro massa di cibi svolazzando qua e là al vento, i televisori e i loro interni apparati elettrici, micro-chip, pezzi di ferro e plastica, e poi tutti quegli oggetti qualunque, armadi riempiti di materiali,
scaffali riempiti di libri, stanze riempite di ricordi, case riempite di cose, tutti quegli oggetti volatizzati, mandati in fumo eppure non distrutti no, semplicemente convertiti in altro,
in pezzi, pezzetti, schegge e lasciti sempre più piccoli, pulviscoli colorati in aria ora volteggianti leggeri, deponendosi lentamente verso il suolo come aquiloni alla deriva.
Ora sono libri sfogliandosi in pagine aperte nel volo, giornali, fogli, pezzi di scrittura alla deriva, pioggia di pagine stampate, miriade di fogli di carta riempite di segni, miriade di lettere scritte e poi gettate, parole divenute inutili, inutilizzabili in questo stadio eppure ancora lì viventi come corpi galleggianti di vita propria, pezzi di parole alla deriva, librandosi dense, corpose, liberandosi in aria nel volo.
gli elettrodomestici e i loro circuiti interni saltati in aria, i frigoriferi e la loro massa di cibi svolazzando qua e là al vento, i televisori e i loro interni apparati elettrici, micro-chip, pezzi di ferro e plastica, e poi tutti quegli oggetti qualunque, armadi riempiti di materiali,
scaffali riempiti di libri, stanze riempite di ricordi, case riempite di cose, tutti quegli oggetti volatizzati, mandati in fumo eppure non distrutti no, semplicemente convertiti in altro,
in pezzi, pezzetti, schegge e lasciti sempre più piccoli, pulviscoli colorati in aria ora volteggianti leggeri, deponendosi lentamente verso il suolo come aquiloni alla deriva.
Ora sono libri sfogliandosi in pagine aperte nel volo, giornali, fogli, pezzi di scrittura alla deriva, pioggia di pagine stampate, miriade di fogli di carta riempite di segni, miriade di lettere scritte e poi gettate, parole divenute inutili, inutilizzabili in questo stadio eppure ancora lì viventi come corpi galleggianti di vita propria, pezzi di parole alla deriva, librandosi dense, corpose, liberandosi in aria nel volo.
In Watery path di Pollock la stessa
immagine filmata da Antonioni in movimento nel divenire filmico compare in
forma pitturale, il vedere qui ricondotto al ritmo d’un segno tendente tuttavia
a travalicare i limiti della sua propria staticità attraverso il procedimento
del dripping pollockiano. Alla comune
necessità di “vedere” risponde da una parte “il tutto indecomponibile
dell’immagine filmica (in Antonioni), suono e visione
insieme, esteso in una sua durata che ne determina l’esistenza stessa” [2]
come una realtà che muta e si consuma nel suo proprio incessante avvenire,
scorrere, perseguire di immagine in movimento.
Dall’altra
parte, ad essa risponde, l’immagine pitturale creata dal dripping pollockiano di Watery Path;
campo
d’azione o di deflagrazione del corpo sulla tela, il percorso di immersione
acquatica in linea ininterrotta e ondulata per filamenti d’inchiostro volteggianti
liberi nello spazio del fondo grigio é qui messo a distanza,
nell’estraniarsi del segno fissato in una sua configurazione pittorica astratta che si
appropria tuttavia dell’elemento acquatico,
il
flusso, il fluido continuo del suo liquido manifestarsi.
La caoticità
apparente di linee e colate di colore nate dall’aleatorio d’un gesto
performativo, sulla superficie-tela del corpo
nell’attraversamento trovano, tuttavia, in questa tela un proprio ordine interno di pieni e
vuoti armoniosamente distribuiti attraverso l’istaurarsi di una ritmica
ineluttabile.

Le
montagne incantate è una serie di dipinti e ingrandimenti fotografici su cui
lavora Antonioni a partire dagli anni sessanta: una massa rocciosa dilegua in ingrandimento visivo come distesa eterea e rossiccia; dune ricoperte d’una pioggia di
sabbia in ondulazioni cromatiche
lasceranno emergere sotto l’effetto della combustione una banda larga e nera frastagliata sui bordi dissolvendo la
solidità della roccia sotto l’effetto del fuoco e dell’ incenerimento.
“Montagne
incantate” sono ancora eruzioni vulcaniche in ingrandimenti fotografici di
rossi, aranci o purpurei colori-materia, in sensazioni magnifiche d’un grande
Vesuvio esploso al centro dell’esperimento pittorico ingrandito fino a far
perdere la nozione della forma originaria
per entrare in immersione dentro la sua sostanza cellulare.
In altre
sperimentazioni le deformazioni fotografiche delle rocce creano dissolvenze
delle forme come se fossero soggette a combustioni o si penetrasse dentro il loro tessuto
cellulare, dentro le fibre, i filamenti, le vene, le rigature o le cellule che
ne compongono la materia organica, come se nella dissolvenza fotografica
si passasse dalla forma finita, statica del segno pittorico al tutto indecomponibile,
a una sorta di durata o movimento cellullare interno all’immagine filmica.
L’Eclisse (finale)
Antonioni:
“A Firenze per vedere e girare l’eclisse
di sole. Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce
terrea diversa da tutte le altre luci. E poi buio, immobilità totale. Tutto
quello che riesco a pensare è che probabilmente durante l’eclissi si fermano
anche i sentimenti.
”[3]
Quartiere
periferico romano, crepuscolo, strade deserte, un bus attraversa. Strada grigia
vuota e asfaltata vista dall’alto incedendo dritta, assoluta, epurata come un
tracciato geometrico svuotato di presenze, scandita attraverso una serie di lampioni, linee curve e regolari in acciaio freddo poste a una stessa distanza. Procede verso un proprio assoluto come verso un punto di fuga invisibile oltre inquadratura.
Quartiere periferico romano, luci a neon, strade deserte, un bus attraversa. L’oscurità discende rivelando gli edifici sempre più come costruzioni astratte, essenzializzate in forme geometriche angolari, epurate d’ ogni appartenenza umana, d’ogni possibilità di scambio, di parola o d’empatia con l’ambiente circostante ricondotto a una messa a distanza visiva astratta.
Quartiere periferico romano, luci a neon, strade deserte, un bus attraversa. L’oscurità discende rivelando gli edifici sempre più come costruzioni astratte, essenzializzate in forme geometriche angolari, epurate d’ ogni appartenenza umana, d’ogni possibilità di scambio, di parola o d’empatia con l’ambiente circostante ricondotto a una messa a distanza visiva astratta.
Allo
stesso modo nel quadro di De Chirico adiacente lo spazio e il tempo sono arrestati
in questa visione immobile, fuori dal tempo
d’una piazza d’Italia colta nella folgorazione della luce solare
all’apice del giorno; i colori sono netti, ocra al suolo, le architetture classiche
dominano sullo sfondo nell’eternità di un fuori-tempo onirico, malinconico, carico d'assenza nell’ambientazione metafisica dechirichiana.
La
notte discende come l’oscurità totale sugli edifici, sui volti in
attraversamento come ombre anonime attraverso la strada. Profili
grigi e geometrici di costruzioni sullo
sfondo.
Neon,
luci dei lampioni, i fari delle auto nella notte, poi la strada deserta appare ancora rischiarata da una fonte luminosa fredda, a distanza. Dalla fioca luce a neon filtrata
nel riflesso d’una lampada irradia una folgorazione luminosa generata nell’eclissi
di luce elettrica improvvisa. In tale deserto urbano, una luce raggelante irradia e
distanzia, lo spazio vuoto diviene una superficie bianco-luminosa: constatazione visiva d’assenza di parola, di sentire, d’umanità.
Altrove
Kumbh
Mela è un rituale religioso un, che si celebra in quattro luoghi principali
dell’India ogni tre anni a rotazione, pellegrinaggio hindu di massa per
bagnarsi nelle acque d’un fiume sacro o alla confluenza del Gange e del
Yamuna.
Kumbh Mela (Estratto video del documentario di Antonioni)
Un’infinità
di volti nella folla, abiti lunghi, veli, copricapi finemente intessuti, barche
cariche di gente sul fiume alla confluenza dei due corsi sacri.
Si bagnano per purificarsi nelle acque del
Gange in un gesto collettivo, rituale, alla ricerca d’una trasmutazione,
rinascita o semplicemente liberazione
karmica, schiera infinita di uomini e donne, vecchi e bambini, maestri hindu o
gente comune nei passaggi lenti di un’infinità di volti attraverso la telecamera.
Camminano
sulla banchina provvisoriamente posta lungo le rive fino a raggiungere le acque
per immergersi, metaforicamente tergersi, prendere contatto con il segreto del
fiume sacro. A piedi nudi attraversano;
immersi nell’acqua fino al bacino, camminano.
Si bagnano le mani, il volto, affondano i
piedi nudi, parti del corpo nelle acque. I gesti sono lenti, meditati,
soppesati da una strana gravità, filmati con una loro insita bellezza
nell’unicità del momento, dell’avvenimento. Sprofondano fino a mezzo busto; alcuni
portano via l’acqua in contenitori, i
bambini vi sguazzano dentro gioiosamente. I lembi degli abiti, i piedi, i
tessuti dei copricapi sono imbevuti, impregnati in quel rituale. Nel rito
collettivo ora come una schiera di figure e volti avanzano verso il crepuscolo
come questo popolo di Dio, rinato, terso lasciandosi alle spalle le acque del fiume verso
il profilo della città promessa, il tramonto sulle acque del Gange.
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