Nell’immagine
estratta dal video “sulle tracce di Lygia Clark”, sono ancora fili, corde tese
colorate o ravvolte in strane contorsioni intorno a un viso e molteplici gesti
di mani ripresi nell’atto di avvolgere, arrestare, serrare un corpo,
soffocare,
reprimere, comprimerne la sua propensione al movimento,
contendersi
la figura tessendo su quella un’impalcatura di fili colorati simile a un ordito
fittamente intrecciato ma d’una trama evanescente, leggerissima, quasi
impalpabile.


Goldiechiari, “anygirl” 2012 (video ispirato a un caso di cronaca nera, l' omicidio Montesi del 1953)
Oceano-mare,
il rifrangersi violento di onde a riva, tracce sulla sabbia, d’un sol colpo
cancellate nel dissolvere delle acque contro la terra, nel loro dissipare in
lieve, bianca schiuma.
Allungato
sulla sabbia, disteso contro la riva nell’andirivieni incessante delle maree,
spazzato via dal vento, un corpo naufrago è deposto privo di vita dalle acque
che lo ricoprono prima di ritrarsi e ritornare al moto incessante delle
correnti, allo sciabordio violento degli oceani. I suoi piedi nudi sono lavati
dalle maree, poi le sue mani, le sue gambe inerti. Occhi aperti, fissi,
immobili sulla morte. Ora nelle immagini a colori successive in una visione
sognata lo stesso corpo appare in un controluce d’ombra sollevarsi, saltare,
correre tra le acque, poi allontanarsi da riva procedendo verso la banchina.
Vediamo sabbia in impronte di piedi su un bianco e nero telo, poi la sua corsa
contro le acque con un drappo svolazzante tra le mani nell’idealità del
risveglio, nel riemergere dalla morte per acqua. Qui l’immagine dissolve d’un
tratto nel video, si rifrange, si infrange liquida in punti, tracce, macchie di
rosso sangue. Segue l’irradiazione bianco-luminosa dell’intero schermo.
Alessandra Spranzi
“Nello stesso
momento”, spazi abitati provenienti da situazioni diverse, collage d’ oggetti
su vecchie fotografie di case in mobilio desueto creano uno spazio inusuale
dove ambienti e cose poste separatamente vengono a esistere “allo stesso
tempo”, simultaneamente. Creano spazi immaginifici, estranei eppure
materialmente desiderosi d’essere insieme, spazi virtuali nati da questa
connettività del collage, adattandosi all’impossibilità d’una reale
coincidenza. L’estraneità a ciò che è conduce all’apertura verso nuovi ordini
visivi, inconsueti e immaginabili.
Interni d’
appartamenti borghesi, vacui, arrestati nell’immobilità dell’istantanea
fotografica in piccole polaroid stile anni ‘70 entrano in contatto con
“l’invisibile, l’inconsueto, l’insondabile aperto in loro” : mazzi di fiori su
carta da parati in salotto opaco di vecchia cartolina, bottiglia su tavolo
incolore e scialbo, macchia rossa di tessuto su divanetto minimalista, specchi
e cornici contro un vano tv spento, due volti riflessi di donne scriventi su
quello, tovaglia a fiori entro angolo di cucina piastrellato, bottiglia e
bicchieri su tavolo apparecchiato ma vuoto, fiori di carta dipinti su salotto
con quadri e ceramiche, antro tv accesa su carta bigia da parati, collage con
sedie colorate su parete bianca e spenta.

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