
Tutti i ritratti, pur nel loro estremo di frammentazione o “perturbazione visiva”, (quelli visti a “Eccentrico Musivo” per esempio), sono il volto di qualcosa o qualcuno, auto-ritratti che raffigurano l’intima dissoluzione in polvere o schegge di sé o, altrove, la ricomposizione del volto in una maschera immota riversandosi totalmente all’esterno trattenuta al limite del contorno_ iconoclastia o iconicità della figura. Ora appare esplosa in una macchia di polvere e pietruzze di marmo al suolo , ora scavata dentro un supporto di legno e sughero, manipolata e stravolta dallo svuotamento o intaglio del medesimo o, ancora, ricomposta in una eterea cornice come pura macchia-superficie del volto dove solo occhi verdi scintillanti brillano dalla veridicità dell’io. Altrove nella mostra “Giovani artisti e mosaico ” al Mar di Ravenna, mentalscape paesaggi mentali appaiono come tele bruciate, sottoposte a combustioni, coperte di piccoli fili ferro, polveri e granuli. L’aereo intaglio d’una casa immensa e leggera sospesa in carta trasparente al soffitto diviene, ugualmente, l’autoritratto d’un sé assente; costumi e moduli intrecciati di materiali sintetici industriali si ergono come maschere di manichini senza volto, i loro doppi fantasmatici espandendosi magnificenti sui muri. L’epidermide- mosaico d’un anonimo corpo come fosse visto al microscopio è proiettato sullo schermo d’un video fin dentro i tessuti, la tessitura della pelle, fin dentro le cellule d’una materia vivente che, presenza espansiva , dilata, invade e trasforma la propria natura modulare sull’intero campo visivo dello schermo.

Un grande incavo al centro è buco bianco di cervello svuotato ed esploso, e piccoli lasciti ai lati come cumuli di zucchero e polvere bruciata, agglomerata in scorie arse, nere e brillanti. Le sedie sparse d’un teatro, d’una platea in linee di ferro, fili attorcigliati e rivoltati disegnano un percorso fittizio di brucianti nodi e scie annerite: un intreccio saltato in aria, fatto deflagrare come mente esplosa da polvere da sparo; attraverso quella s’aprono isole, continenti, macchie scavate di luce, varchi bianchi e vuoti dove il riflesso rimbalza, s’arresta e penetra attraverso le superfici.

Sul ritratto (Giorgio Tentolini, “Oltre l'approdo” Raffaella Ceccarossi, “Crisi di identità2 ” e Sergio Policicchio, “Ritratto di Eugenia Koleshikova”)
L’identità è frammentata e esplosa in Raffaella Ceccarossi come masso di pietra colpito da polvere da sparo. Volto deflagrato, il ritratto è finito in frantumi, terra al suolo, terra su terra, di pietre e pietruzze, sassi e polveri dispersi in sentieri inusuali. Inusuali labirinti sono aperti su
volto-superficie a sé stesso cercandosi, percorrendosi in un nugolo di polvere e sassi, aprendo sentieri attraverso le parti oscure del proprio materico darsi. Circumnavigazione a vista attraverso un volto a macchia esploso, si ricompone in pietre e pietruzze di marmi rossi o rosati, bianchi o perlacei. Ricomposta a scacchiera, la polvere di marmo dilegua lucida, scintillante aspira verso l’alto in vortici di vento, in onde, in un soffio che sale disegnando la terra d’ aperture misteriose dipanandosi da un centro reticolare.
Un altro ritratto, “Eugenia Koleshikova” (Sergio Policicchio), questa volta è una maschera di pietra, schermante, senza riflesso, ricomposta sul volto in pulviscoli di marmo ricompattati insieme mentre il busto e la capigliatura appaiono sfumati, dileguati, diluiti l’uno in macchia purpurea, l’altro in bianco candore. L’oggetto di studio è il volto, nitido, visibile lasciato al centro del piano in legno, studiato da vicino, interrogato, posto là come un enigma alla visione; ugualmente lo sguardo è evidenziato, separato dal resto attraverso due minuscole lastre-paraocchi in marmo.



Guardare o impedirsi di guardare per quel volto, oltre i limiti del proprio sguardo, oltre le barriere d’un punto di vista, oltre il solco di un’abitudine al vedere; guardare come attraverso raggi ultravioletti, concentrarsi sulla traiettoria, il punto di fuga lontano e invisibile di quell’interno vedere semplicemente ignorando tutto il resto.
Fissare la propria attenzione ora dall’esterno su quel ritratto ricomposto in minuscoli granuli di marmo, studiarne l’architettura visibile, vederlo come maschera immota, come materia di pietra ricompattata da eterei frammenti. Vederlo in tale immobilità, in tale fissità lieve dove solo occhi scintillanti ritornano dalla sua interna veridicità proiettati oltre l’orizzonte del nostro punto di vista. Vederlo in tale cecità, in tale simulata compattezza, nella rigidità apparente d’una maschera funeraria,
di un sé immoto e lontano da cui scintillano soltanto due schegge velate e smeraldo .
Piccoli contenitori senza contenente, scossi, attraversati, versati fuori, dissipati su quella superficie in indizi, tracce, segni, dal caos indistinto all’aggregato materico, al reticolo ordinato di forme.
La concentrazione d'energia d'una maschera, di un volto come ritratto: dissiparla per non trattenere più nulla, l’atomo esploso in un abbandono di sé, in uno svuotamento, in un dileguare sulla tela o la lastra musiva.
La concentrazione d'energia d'una maschera, di un volto come ritratto: dissiparla per non trattenere più nulla, l’atomo esploso in un abbandono di sé, in uno svuotamento, in un dileguare sulla tela o la lastra musiva.
“Questa carne è più fragile di come ci hanno fatto credere, è carne più mortale, più porosa,
e macchine l’accerchiano ma non è come le macchine.
Questa carne abitata, questo soffio di vita che la scuote e la placa non ha l’estensione, le misure, gli angoli retti, il colore uniforme di una macchina”.[1]
Possiamo attingere direttamente da quello che viviamo, i dati dell’esperienza, dei corpi, della coscienza discesa dentro le ossa nella sostanza della carne, attingere a una ritmica complessa, trasformarla in poesia, in pagina di scrittura o nel cantiere d’un immaginario poetico aperto, vivente e in divenire.
Non nella concentrazione d’un gesto di volontà portato al limite ma in un abbandono fiducioso di sé, allo Spirito in noi, non nell’imposizione assertiva ma nello svuotamento, nel miracolo del soffio vitale, vita come grazia e accettazione, concentrazione di energia ma nell’abbandono a quel che sarà: “fare spazio al transito d’un soffio che scende al centro della terra e quando sale, pieno di forza, di fuoco può far spostare le montagne”[3].
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