“
The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making
the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è
chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine
perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito
ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le
cornici luminose di Je
I lightbox in cui ci
imbattiamo nel percorso espositivo solo lì a rivelarci qualcosa come si trattasse
di cornici luminose verso cui il nostro occhio è attratto, costretto a
soffermarsi, quasi ci trovassimo di fronte a una composizione “cinematografica,
dettagliata della scena che richiama impliciti riferimenti ai grandi maestri
della pittura classica da Velasquez a Delacroix. I soggetti spaziano nella
vastità della gamma umana dalla classe media agli individui più marginali, dai
gesti del quotidiano posti sotto una lente di ingrandimento alle contraddizioni
della società contemporanea sullo sfondo urbano di conflitti economici e
sociali. Tali “circostanze” fotografiche
emergono senza mai un’aperta presa di posizione critica dell’artista. Come
afferma Jeff Wall: “queste immagini
possono considerarsi un momento di
verità sociale ottenuto grazie agli strumenti della poesia”.
The Well ( Il pozzo, 1989)
Scavare un pozzo nella
scena ricostruita in dettagli iperrealisti_ vediamo una giovane donna colante
di sudore intenta a aprire un varco al suolo con una pala e un piccone_ è forse
l’atto ermeneutico di andare a fondo, cercando dentro quella superficie piatta
e incolore di anonima realtà . Scavare, estrarre, portare alla luce è, ancora,
aprire una strada, cercare un varco verso un pozzo d’acqua sotterranea, una
sorgente di vita cui abbeverarsi. Siamo letteralmente trasportati dentro
l’immagine, in questa scena fittizia a colori vivi illuminata a giorno da
un’intensa luce a neon, ingigantita e ricreata di fronte ai nostri occhi simile
a un varco concettuale aperto lì per porre lo spettatore di fronte a un
interrogativo, un nodo problematico che inevitabilmente tende a innescare una riflessione
critica sulla realtà .
A Vancouver, ancora in
“Still Creek”è la trasparenza irradiante dell’acqua di un fiume visto
attraverso il suo scorrere sotto un ponte in striature argentee e rossicce,
scintillanti sotto un sole di ghiaccio. E’ ancora nel punto di vista scelto dal
fotografo l’idea di cercare un
passaggio, percorrere un tunnel sotterraneo che conduca o riveli qualcosa fino
ad allora non visto o escluso dal campo della visione qui attraverso il lussureggiante
svelarsi della natura o lo scorrere
lucente delle acque.
“Sunseeker” (2021)
In cerca di sole, gli
occhi chiusi, la donna seduta in postura meditativa sopra il cruscotto di
un’auto attende che il sole si posi sulle sue palpebre socchiuse come una
carezza, dolce e di quiete in una ancora fredda mattinata invernale. Attende, osserva, chiude gli occhi cercando
quello stato di contemplazione silenziosa della mente, di estatica pausa dai
sensi e dal turbinante moto ondoso del pensiero. Siamo portati dentro
l’immagine attraverso la posa raccolta della donna a quel momento di distacco dall’io
e di pura contemplazione dell’esistere, nel primo raggio di sole invernale.
Un uomo in strada: due
fotogrammi ricostruiscono l’immagine in una quasi sequenza filmica. L’uomo appare
ferito sul volto, sanguinante nelle mani, colpito forse in faccia da un pugno oppure
finito in strada per qualche sconosciuto motivo in una sequenza quasi filmica
della scena a colori . Non esiste un collegamento tematico evidente tra le diverse
fotografie del percorso espositivo quanto per Wall la necessità di produrre
questa esperienza immersiva, in altre parole di condurre lo spettatore dentro
la scena come dentro un’immagine in 3D espansa in grandi dimensioni di fronte
ai nostri occhi. Simile all’entrare in un tunnel segreto o tuffarsi in un’immersione
improvvisa nel varco che l’immagine o
l’installazione lascia intravvedere.
Office Hallway ( Spring Street, Los Angeles 1997)
Un corridoio visto in controluce, un gioco d’ombre oscure si delinea dove porte di uffici simili l’una all’altra si aprono come forme squadrate in controluce. La scena evoca l’idea di essere precipitati dentro un cunicolo dal quale difficilmente l’individuo vagando a testa bassa possa trovare una via d’uscita intrappolato dentro quell’antro oscuro in un gioco d’ombre che rinviano l’una all’altra senza possibile via di fuga.
Le grandi stampe fotografiche
Nell’ultima parte della
mostra siamo confrontati a stampe in grande formato perlopiù in bianco e nero
che occupano l’intere pareti delle sale espositive. Wall rivendica qui l’idea
di una totale “libertà artistica” per la fotografia lasciando che l’immagine
sia “ pura energia soggettiva”, nell’implicazione personale e istantanea dello
sguardo di chi la riceve come fosse posto di fronte a una composizione ambigua
e sfaccettata, un enigma concettuale che lascia volutamente allo spettatore
l’ultima parola.
“The Cyclist” ( 1996)
E’ la composizione
istantanea di un corpo nello spazio su uno sfondo oscuro lì nella stampa in
bianco e nero. E’ un uomo accasciato su una vecchia bicicletta addormentato, forse ubriaco o abbandonato a sé
stesso sotto un ponte, colto in quel momento di assenza dalla vita, di
disperazione in fondo a un tunnel oscuro dove ancora una volta il fotografo si
affaccia e ci lascia gettare il suo sguardo intimo e insieme impersonale,
sprovvisto di ogni esplicita critica o giudizio sociale. Sulla parete opposta “un sollevatore di
pesi”( 2015) è colto nel momento che precede lo sforzo disumano del
sollevamento, nella concentrazione dell’attimo presente, nella forza estrema
dei muscoli in tensione un istante prima della presa del carico. Ancora
nell’immagine successiva in bianco e nero traspare l’abnegazione, l’umiltà, la
presenza semplice ed essenziale di un volontario in un centro diurno lavando il
suolo con uno straccio lercio e consunto. Un gesto quotidiano come prestare
servizio in un luogo pubblico desolato dove individui ai margini della società stazionano viene
posto sotto una lente di ingrandimento fotografico quasi quella realtà venisse volutamente
ingigantita e esposta al rallentatore nella più totale sospensione di giudizio.
In “Overpass” (“Cavalcavia”,
2001) sono individui di schiena visti partire, allontanandosi a piedi su questo
enorme ponte in cemento in primo piano. Camminano rapidi sul grigio
dell’asfalto dando a noi le spalle con i loro bagagli di vita e di speranze, lavoratori
in trasferta o migranti non sappiamo verso dove, uomini e donne che come molto
spesso avviene oggi sono visti spostarsi in fuga o in viaggio, per necessità o
per scelta, per una qualche “circostanza” di vita che si realizza e diviene qui
immagine fotografica, significante in un proprio senso poetico.
Le ultime stampe in grande
formato della mostra focalizzano sulla realtà sociale sordida dei sobborghi nella
provincia canadese. Povertà, indigenza, squallore fisico e morale trapelano nel
retro di abitazioni fatiscenti date in affitto. In “Rear 304”è l’immagine di
una ragazzina chiusa fuori, esclusa forse dai rumori di una lite o altro che
sta avvenendo all’interno mentre vediamo la sua figura sul retro del cortile appoggiata
alla porta dalla cui fessura intravvede
la scena all’interno senza poter far altro che subire, aspettare, restare lì
inerte; percependo tutto dal buco rotto di una serratura. Trapelano, ancora una volta attraverso
l’immagine enigmatica lasciataci da Wall
le contraddizioni delle classi urbane
più marginali in scorci di esistenze che si intravvedono nei sobborghi più
esterni della città. Immersi nell’apatia e nello squallore di una realtà che in
sé stessa appare impossibile a cambiarsi.










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