domenica 4 gennaio 2026

Jeff Wall, “Living, working, surviving” ( al Mast di Bologna)

 

















“ The viewer writes the poem that the artist has erased in the process of making the picture”; nelle parole di Jeff Wall lo spettatore è chiamato a riscrivere la poesia dell’immagine  perduta o cancellata al momento dello scatto, lì consegnata come lascito ambiguo ed enigmatico a chi guarda per farla rivivere di luce propria. Tali le cornici luminose di Jeff Wall fotografo canadese esposto al Mast di Bologna fino al prossimo 8 Marzo nella personale “Living, working, surviving”:  una selezione di vent’otto opere in grande formato tra “lightbox” e stampe a colori o in bianco e nero che ripercorrono gran parte del suo lavoro artistico dagli anni ottanta ad oggi.  Le lightbox si presentano perlopiù come enormi diapositive illuminate a neon simili alle insegne tipiche delle fermate dei mezzi di trasporto pubblici nel nord America. Si ergono espanse lì di fronte ai nostri occhi come volessero portarci dentro l’immagine, nella sua immediatezza di una quasi tridimensionalità di visione su semplici fatti quotidiani ma più spesso su scene ricostruite in studio che mostrano eventi mai accaduti ispirati al reale. 


I lightbox in cui ci imbattiamo nel percorso espositivo solo lì a rivelarci qualcosa come si trattasse di cornici luminose verso cui il nostro occhio è attratto, costretto a soffermarsi, quasi ci trovassimo di fronte a una composizione “cinematografica, dettagliata della scena che richiama impliciti riferimenti ai grandi maestri della pittura classica da Velasquez a Delacroix. I soggetti spaziano nella vastità della gamma umana dalla classe media agli individui più marginali, dai gesti del quotidiano posti sotto una lente di ingrandimento alle contraddizioni della società contemporanea sullo sfondo urbano di conflitti economici e sociali. Tali “circostanze” fotografiche emergono senza mai un’aperta presa di posizione critica dell’artista. Come afferma Jeff Wall: “queste immagini possono considerarsi un  momento di verità sociale ottenuto grazie agli strumenti della poesia”.

The Well ( Il pozzo, 1989)


Scavare un pozzo nella scena ricostruita in dettagli iperrealisti_ vediamo una giovane donna colante di sudore intenta a aprire un varco al suolo con una pala e un piccone_ è forse l’atto ermeneutico di andare a fondo, cercando dentro quella superficie piatta e incolore di anonima realtà . Scavare, estrarre, portare alla luce è, ancora, aprire una strada, cercare un varco verso un pozzo d’acqua sotterranea, una sorgente di vita cui abbeverarsi. Siamo letteralmente trasportati dentro l’immagine, in questa scena fittizia a colori vivi illuminata a giorno da un’intensa luce a neon, ingigantita e ricreata di fronte ai nostri occhi simile a un varco concettuale aperto lì per porre lo spettatore di fronte a un interrogativo, un nodo problematico che inevitabilmente tende a innescare una riflessione critica sulla realtà .

A Vancouver, ancora in “Still Creek”è la trasparenza irradiante dell’acqua di un fiume visto attraverso il suo scorrere sotto un ponte in striature argentee e rossicce, scintillanti sotto un sole di ghiaccio. E’ ancora nel punto di vista scelto dal fotografo  l’idea di cercare un passaggio, percorrere un tunnel sotterraneo che conduca o riveli qualcosa fino ad allora non visto o escluso dal campo della visione qui attraverso il lussureggiante svelarsi della natura  o lo scorrere lucente delle acque.

“Sunseeker” (2021)
















In cerca di sole, gli occhi chiusi, la donna seduta in postura meditativa sopra il cruscotto di un’auto attende che il sole si posi sulle sue palpebre socchiuse come una carezza, dolce e di quiete in una ancora fredda mattinata invernale.  Attende, osserva, chiude gli occhi cercando quello stato di contemplazione silenziosa della mente, di estatica pausa dai sensi e dal turbinante moto ondoso del pensiero. Siamo portati dentro l’immagine attraverso la posa raccolta della donna a quel momento di distacco dall’io e di pura contemplazione dell’esistere, nel primo raggio di sole invernale.

Un uomo in strada: due fotogrammi ricostruiscono l’immagine in una quasi sequenza filmica. L’uomo appare ferito sul volto, sanguinante nelle mani, colpito forse in faccia da un pugno oppure finito in strada per qualche sconosciuto motivo in una sequenza quasi filmica della scena a colori . Non esiste un collegamento tematico evidente tra le diverse fotografie del percorso espositivo quanto per Wall la necessità di produrre questa esperienza immersiva, in altre parole di condurre lo spettatore dentro la scena come dentro un’immagine in 3D espansa in grandi dimensioni di fronte ai nostri occhi. Simile all’entrare in un tunnel segreto o tuffarsi in un’immersione improvvisa  nel varco che l’immagine o l’installazione lascia intravvedere.

Office Hallway ( Spring Street, Los Angeles 1997)

















Un corridoio visto in controluce, un gioco d’ombre oscure si delinea dove porte di uffici  simili l’una all’altra si aprono come forme squadrate in controluce. La scena evoca l’idea di essere precipitati dentro un cunicolo dal quale difficilmente l’individuo vagando a testa bassa possa trovare una via d’uscita  intrappolato dentro quell’antro oscuro in  un gioco d’ombre che rinviano l’una all’altra senza possibile via di fuga.


Le grandi stampe fotografiche

Nell’ultima parte della mostra siamo confrontati a stampe in grande formato perlopiù in bianco e nero che occupano l’intere pareti delle sale espositive. Wall rivendica qui l’idea di una totale “libertà artistica” per la fotografia lasciando che l’immagine sia “ pura energia soggettiva”, nell’implicazione personale e istantanea dello sguardo di chi la riceve come fosse posto di fronte a una composizione ambigua e sfaccettata, un enigma concettuale che lascia volutamente allo spettatore l’ultima parola.

“The Cyclist” ( 1996)

















E’ la composizione istantanea di un corpo nello spazio su uno sfondo oscuro lì nella stampa in bianco e nero. E’ un uomo accasciato su una vecchia bicicletta  addormentato, forse ubriaco o abbandonato a sé stesso sotto un ponte, colto in quel momento di assenza dalla vita, di disperazione in fondo a un tunnel oscuro dove ancora una volta il fotografo si affaccia e ci lascia gettare il suo sguardo intimo e insieme impersonale, sprovvisto di ogni esplicita critica o giudizio sociale.  Sulla parete opposta “un sollevatore di pesi”( 2015) è colto nel momento che precede lo sforzo disumano del sollevamento, nella concentrazione dell’attimo presente, nella forza estrema dei muscoli in tensione un istante prima della presa del carico. Ancora nell’immagine successiva in bianco e nero traspare l’abnegazione, l’umiltà, la presenza semplice ed essenziale di un volontario in un centro diurno lavando il suolo con uno straccio lercio e consunto. Un gesto quotidiano come prestare servizio in un luogo pubblico desolato dove  individui ai margini della società stazionano viene posto sotto una lente di ingrandimento fotografico quasi quella realtà venisse volutamente ingigantita e esposta al rallentatore nella più totale sospensione di giudizio.



















In “Overpass (“Cavalcavia”, 2001) sono individui di schiena visti partire, allontanandosi a piedi su questo enorme ponte in cemento in primo piano. Camminano rapidi sul grigio dell’asfalto dando a noi le spalle con i loro bagagli di vita e di speranze, lavoratori in trasferta o migranti non sappiamo verso dove, uomini e donne che come molto spesso avviene oggi sono visti spostarsi in fuga o in viaggio, per necessità o per scelta, per una qualche “circostanza” di vita che si realizza e diviene qui immagine fotografica, significante in un proprio senso poetico.

Le ultime stampe in grande formato della mostra focalizzano sulla realtà sociale sordida dei sobborghi nella provincia canadese. Povertà, indigenza, squallore fisico e morale trapelano nel retro di abitazioni fatiscenti date in affitto. In “Rear 304”è l’immagine di una ragazzina chiusa fuori, esclusa forse dai rumori di una lite o altro che sta avvenendo all’interno mentre vediamo la sua figura sul retro del cortile appoggiata alla porta dalla cui fessura  intravvede la scena all’interno senza poter far altro che subire, aspettare, restare lì inerte; percependo tutto dal buco rotto di una serratura.  Trapelano, ancora una volta attraverso l’immagine  enigmatica lasciataci da Wall  le contraddizioni delle classi urbane più marginali in scorci di esistenze che si intravvedono nei sobborghi più esterni della città. Immersi nell’apatia e nello squallore di una realtà che in sé stessa appare impossibile a cambiarsi.